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L’incredibile vita di James Cameron

Da ragazzino canadese che amava la scienza alla Fossa delle Marianne, passando per i B-Movie. Ritratto di un genio a tutto tondo

Quanto può essere potente un film? Quanto a fondo può penetrare il suo messaggio? Difficile quantificarlo con numeri o statistiche, ma quello di 2001 Odissea nello Spazio fu abbastanza forte da marchiare a fuoco la mente di un ragazzino canadese nato a Kapuskasing, Ontario, nel 1954 ma cresciuto a Chippawa, vicino alle Cascate del Niagara: James Cameron.

Oggi Cameron è un regista, inventore, disegnatore, un genio di stampo rinascimentale in grado di passare senza problemi dal banco di progettazione al tavolo da disegno. Ha all’attivo qualche brevetto, perché quando non è riuscito a trovare ciò di cui aveva bisogno per girare una scena come voleva lui, se l’è inventato, disegna benissimo (il ritratto in Titanic è suo), detiene un Guinness dei primati per le sue esplorazioni degli abissi, ha scritto alcuni dei film più importanti degli ultimi anni e progetta sottomarini.

Beccati questo Leonardo da Vinci.

Ha pure inventato la Regina Aliena, tanto per farci rosicare

La sua ascesa non è stata solo la classica botta di fortuna, ma un ottimo esempio di inclinazioni personali, caso e fortissima determinazione.

I genitori di James Cameron erano una coppia abbastanza rigida nell’educazione, molto attenti all’etica del lavoro e ottimo esempio delle due anime del regista. Il padre era un ingegnere elettrico, la madre un’artista che lo spinse verso la pittura e organizzò persino una sua mostra personale. Il suo più grande interesse, come dichiarato molti anni dopo durante un TED, erano la scienza e la fantascienza. Divorava racconti fantastici e passava gran parte del tempo fuori a raccogliere campioni di tutto, acqua, terreno, animali, piante, per osservarli al microscopio.

“Il mio amore per la fantascienza sembrava rispecchiarsi nel mondo attorno a me, alla fine degli anni ’60 siamo andati sulla Luna e Jacques Costeau stava entrando nei nostri salotti con immagini bellissime di animali e mondi che non immaginavamo neppure. Tutto ciò sembrava entrare in risonanza con le mie passioni”.

A 15 anni il primo contatto con 2001: Odissea nello Spazio. Al termine del film Cameron capisce che avrebbe voluto diventare un regista. Lo guarda così tanto da stare letteralmente male. Cercando di capire come funziona il linguaggio cinematografico prende la Super-8 del padre e inizia a girare piccoli corti. Nel frattempo invece di fare i compiti inizia a scrivere storie di fantascienza. Una in particolare sembra piacergli molto, qualche anno dopo diventerà Abyss.

A un certo punto la famiglia di Cameron cade in un grande classico delle vite nordamericane: il trasferimento a migliaia di chilometri di distanza. Il padre infatti accetta una proposta di lavoro in California, nel cuore ozioso, assolato e privo di grandi prospettive della Orange County.

Questa è forse la sua fase peggiore, quella in cui inizia a mollare e a dare la colpa agli altri.

“Non riuscivo a vedermi nei panni di un regista. Di fatto pensavo che quel tipo di persone nascessero così, come una sorta di sistema di caste. I ragazzini di un paesino canadese non finiscono a dirigere film”.

Al college non riesce a trovare una direzione, gli piace la Fisica, ma anche la Letteratura, vuole fare il biologo marino, ma anche lo scrittore, troppe idee in testa, poco tempo per farle tutte e intanto l’unico attestato che prende è quello per le immersioni. Gli piace l’idea di venire trasportato in altri mondi, come quello subacqueo che vedeva da piccolo, in televisione.

Alla fine decide di studiare fisica, matematica, chimica, tutte cose che adora, ma non è quello che vuole fare da grande, quindi molla e finisce a fare ogni possibile lavoro: camionista, autista di scuolabus, meccanico. Di notte dipinge, fuma marijuana e pensa alla casta dei registi.


Poi improvvisamente la sua vita viene stravolta da un altro film, l’opera di un regista ribelle, che stava anche po’ sulle balle all’Hollywood dell’epoca: Star Wars. Come lo schiaffo in una crisi di panico, come la secchiata d’acqua fredda durante l’incazzatura, l’avventura di Luke Skywalker strappa Cameron dal suo torpore e gli fa capire che il cinema può unire le sue due anime di ingegnere e scrittore, il suo occhio artistico e la sua mano da costruttore.

Ad esaltarlo ancora di più ci si mette la lettura di un libro che diventerà col tempo la pietra angolare di molte carriere cinematografiche e corsi dedicati: La sceneggiatura di Syd Field.

In preda all’entusiasmo, Cameron scrive un soggetto per un cortometraggio di 10 minuti insieme a due amici, recupera i soldi per girarlo da un gruppo di facoltosi dentisti che cercavano un modo per avere sgravi fiscali, affitta tutta l’attrezzatura necessaria e si lancia nell’impresa.

Ero come un dottore che faceva la sua prima appendicectomia dopo averne solo letto sui libri”.

Ovviamente, le prime ore sono un disastro. Dopo aver passato mezza giornata a capire come funzionava la macchina da presa, decide di tornare in studio e smontarla pezzo per pezzo per capire come usarla bene. Una volta appreso ciò che gli interessa, riporta tutto dal noleggiatore e gli chiede dove ha imparato il mestiere, quello gli risponde “ho fatto tutto da solo”.

E allora perché non poteva riuscirci lui?

Da quel momento in poi Cameron trasforma la libreria della Università della California del Sud nella sua seconda casa. Legge ogni libro sul cinema o sugli effetti speciali che riesce a trovare, quando può li fotocopia, altrimenti prende pagine e pagine di appunti. Chiede appunti agli studenti e fa lavorare a suo favore la capacità di cui è più dotato: l’ossessione per qualcosa.

Insomma, si fa un culo così, come tanti prima e dopo di lui, e anche se il progetto dei dentisti naufraga, impara abbastanza cose per bussare da Roger Corman, la leggenda dei film horror e action a basso costo, che inizia a farlo lavorare sul set. D’altronde Corman oltre ad adorare i B-Movie ha sempre avuto l’occhio lungo, visto che tra le sue “scoperte” ci sono anche Demme, Coppola e Scorsese.

Guardiani della Galassia chi?

Inizialmente Cameron si occupa dei modellini in miniatura, ma nel 1980 esordisce come art director di Battle Beyond the Stars che la secolare tradizione italiana di adattamenti a caso traduce con I Magnifici Sette nello Spazio. Il film è anche considerato il debutto ufficiale di James Horner che lavorerà a molte colonne sonore di Cameron, tra cui Aliens, Titanic e Avatar.

Il passo successivo fu lavorare agli effetti special di Fuga da New York e fare il production designer di Galaxy of Terror in cui compare un giovane Robert Englund prima di diventare Freddy Kruger ma del quale ci restano soprattutto alcuni schizzi preparatori che mostrano il talento artistico di Cameron. È in questo periodo che il regista, totalmente focalizzato sul lavoro, divorzia dalla prima moglie.


Il suo rapporto con l’altro sesso sarà sempre abbastanza conflittuale, perché per lui prima viene la sua pazzia del momento, il suo lavoro, il progetto che ha in testa e poi tutto il resto. Forse sono maldicenze, ma dopo cinque matrimoni il dubbio ti viene. In generale, chi ci ha lavorato insieme lo descrive o come un genio meticoloso che ti permette di dare il meglio e che non si risparmia o come un pazzo maniaco incline a scatti d’ira che rende la tua vita un incubo. Probabilmente è entrambe le cose.

Dopo questo primo assaggio di torta, Cameron ne vuole di più, non gli basta partecipare al lavoro degli altri, vuole il volante, che gli viene dato nel 1981 con la regia di Piranha II, aka Piraña Paura. Il suo nome spunta fuori perché il produttore, l’italiano Ovidio Assonitis, cerca un novellino da manovrare, ma il poveretto non sa di avere a che fare col pazzo furioso di cui sopra che oltretutto si trova di fronte una troupe che parla solo italiano e che palesemente non ha i soldi per fare un film decente.

La produzione del film è un disastro, Assonitis e Cameron si scontrano continuamente, il primo vuole inquadrature di ragazze in topless e ha velleità di conduzione, il secondo vuole semplicemente fare un film. Dopo tre settimane viene licenziato, ma resta come aiuto regista. La sua ossessione è tale che pur non avendo accesso alla sala montaggio decide di entrare di nascosto forzando la serratura e montare il film secondo la sua visione, arrabattandosi con l’attrezzatura in italiano.

La leggenda a questo punto narra che tutto lo stress accumulato in quei giorni gli causò un incubo nei giorni di lancio del film, a Roma: un torso metallico che si trascina fuori da un incendio impugnando due coltelli. Non penso di dover sottolineare ulteriormente di cosa stiamo parlando.

Sempre un disegnetto del ragazzo

E mentre aspetta di trovare i soldi di Terminator, Cameron scrive Rambo II e Aliens. Il primo verrà pesantemente riscritto da Stallone, il secondo dovrà aspettare un po’, perché Mr. Ossessione ha finalmente trovato l’accordo giusto per girare il film del suo incubo. Cameron vende la sceneggiatura alla produttrice Gale Anne Hurd per un dollaro, a patto di poter girare il film nel modo che preferisce. I due poi si sposeranno.

Evito di addentrarmi troppo nell’importanza di Terminator nel nostro immaginario collettivo, diciamo solo che il film costò 6,5 milioni di dollari e ne incassò circa 80, diventando probabilmente il film più acclamato del 1984. Un successo che lanciò sia la carriera di Arnold Schawrzenegger, sia quella di Cameron, che trovò pronto ad aspettarlo la poltrona di Aliens.

A questo punto il ragazzino canadese che aveva consumato 2001 Odissea nello Spazio stava rapidamente acquistando velocità, ma invece di accettare proposte di ogni tipo decise nuovamente di girare qualcosa di suo, come voleva lui. Abyss ridefinì il concetto di riprese subacquee, anche grazie al fatto che Cameron inventò una specie di dolly subacqueo che permise al cameraman di manovrare e riprendere facilmente sott’acqua. Quello di Abyss fu uno sforzo umano e produttivo enorme, l’ennesima ossessione che si portò via il suo secondo matrimonio.

Per ottenere gli alieni “acquatici” del film Cameron ha ideato anche un nuovo effetto, il morphing, che lo porta a fondare il suo personale studio di effetti speciali, Digital Domain, e che viene subito riutilizzato in Terminator 2. Finito il film si sposa Linda Hamilton, che lo sopporterà fino all’uscita di Titanic.

Gasatissimo dalla Digital Domain, Cameron decide che è il momento di renderla la numero uno nel campo dell’animazione cinematografica e propone ai soci una storia assurda e fantastica, piena di personaggi creati al computer. Per fortuna Scott Ross, ex Industrial Light and Magic, e Stan Winston riescono a fargli cambiare idea. “Visto che ti piacciono tanto gli abissi, perché non facciamo un film sul Titanic?”. Nel frattempo arriva a tanto così dal dirigere un film su Spiderman e lancia la serie TV Dark Angel, con Jessica Alba.

https://n3rdcore.it/legemonia-culturale-di-titanic-e3e958b821dd

Una volta messi alle spalle undici Oscar e terminata l’eco degli acuti di Celine Dion, Cameron sparisce dalla scena per quasi dieci anni. Ma ovviamente non si sta godendo i suoi soldi, in fondo è pur sempre quel ragazzino che esplorava la natura, quindi decide di scrivere un film sull’esplorazione marziana, usando l’attrezzatura IMAX. Ma non è soddisfatto, quindi chiama l’esperto che lo ha aiutato a girare Abyss e per una decina di anni decide di andare realmente a vedere il Titanic ed esplorare gli abissi con una serie di telecamere 3D steroscopiche che sono poi diventate una sorta di nuovo standard per i film in tre dimensioni, le stesse che userà per dare vita a quel film che gli avevano sconsigliato di fare più di dieci anni prima: Avatar.

La voglia di fare Avatar gli viene dopo aver visto ciò che Peter Jackson aveva fatto con Gollum. L’evoluzione delle motion capture gli apre un mondo e lui ci mette del suo, sviluppando un sistema che gli permette di vedere in tempo reale come sarebbe la scena con gli effetti speciali già applicati.

Con Avatar Cameron ha finalmente l’occasione di creare il suo Star Wars, un mondo enorme, gigantesco, iperdettagliato, sul quale puntare ogni tanto una lente di ingrandimento per raccontare una storia. Lo definisce un “universo frattale” in cui c’è la stessa complessità sia che lo si guardi nel suo insieme, sia che si voglia scendere nel minimo particolare.

https://www.youtube.com/watch?v=SRa2iEdTYIA

Messo alle spalle anche Pandora (solo per il momento, come sappiamo), decide che il record del mondo per il film con l’incasso più alto non gli basta e torna al suo secondo amore: l’esplorazione. Nel 2012 ottiene il Guiness dei primati per essere il primo uomo a scendere nel punto più basso dell’Abisso Challenger, nella Fossa delle Marianne. Ovviamente tutto è stato filmato con le sue telecamere 3D e il sottomarino l’ha progettato lui.

La gente mi chiede come fare il regista e io rispondo che non ci sono due persone che ci arrivano nello stesso modo, che non c’è niente che io possa fare per aiutarli. Qualunque sia il vostro talento, i vostri punti di forza e le vostre debolezze, dovete trovare la strada che funziona per voi. Se dovete chiederlo agli altri forse non lo farete mai e se questo vi fa incazzare andate là fuori e dite ‘Adesso dimostrerò a quel James Cameron là che si sbaglia’”


Se sei in cerca di altre vite incredibili, leggi anche questa:

https://n3rdcore.it/legemonia-culturale-di-titanic-e3e958b821dd

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La storia del termine Bimbominchia

Innanzitutto, se usi la K lo stai scrivendo sbagliato

Nella maggior parte dei casi i neologismi della lingua italiana ci arrivano dall’estero, tipo selfie, perché entrano a far parte della nostra quotidianità come mode che arrivano da fuori con due mesi di ritardo. Difficilmente la lingua italiana crea qualcosa di nuovo e quando lo fa vengono fuori cose tipo “petaloso” e tutti devono fare i brillanti su Facebook.

Per questo motivo sono particolarmente orgoglioso di raccontarvi la storia del termine “Bimbominchia” che sicuramente avrete incontrato almeno una volta nella vita, o perché lo eravate voi o perché lo avete usato contro qualcuno.

Intanto, nonostante quanto riportato sulla Treccani, si scrive senza l’uso della K, perché scrivere con la K è proprio una roba da bimbominchia. Sempre la Treccani sbaglia, perché identifica il termine come uno scontro generazionale tra adulti e ragazzi su Twitter, ma il termine nasce ben prima del social network con l’uccellino.

Il termine nasce su Manicomio, un forum creato all’interno di NGI, pioneristica associazione che nacque ai tempi della prima esplosione dei videogiochi competitivi in Italia e dei Lan Party. Manicomio era un forum decisamente particolare in cui il passatempo principale era discutere animatamente, offendersi i parenti senza farlo in maniera plateale, averla vinta sull’avversario e esercitare ogni possibile esercizio di retorica, anche i più vigliacchi, una sorta di Fight Club della parola.

Manicomio era caratterizzato da un nonnismo feroce, un regolamento contorto, pensato soprattutto per bannare i “niubbi”, ovvero quelli appena arrivati, e dal fatto che gli admin potevano essenzialmente fare ciò che volevano. Era un forum “pericoloso” perché entrarci senza conoscere le regole e senza rendersi conto che era tutto un gioco portava le persone a reagire malissimo e beccarsi ban che potevano durare mesi e che impediva loro di discutere nelle altre sezioni di NGI.


Era, anzi è, visto che esiste ancora, un luogo assurdo e sperimentale come la rete a cavallo tra ’90 e il 2000, in cui sono cresciute parole che oggi usano tutti come “troll”, “lol”, “meme” e in cui bisognava essere dotati di una buona dialettica, solide basi culturali e di un minimo di corazza, altrimenti era finita. Oppure bastava semplicemente essere troppo stupidi per capire gli insulti. Manicomio non tollerava debolezze. Probabilmente ci ho passato i miei anni su internet più divertenti, ci sono transitati diversi casi umani, che oggi probabilmente troverebbero posto in un video di Rovazzi, ma anche persone sorprendentemente brillanti.

Per chi riusciva a entrare nel suo meccanismo, il forum si rivelava per quello che era: un grandissimo gioco di ruolo sociale in cui ogni utente era un personaggio con punti di forza e debolezza, amicizie, cricche, tradimenti e colpi di scena. Tra tutti gli utenti uno dei più temuti e conosciuti era Lord Phobos, una figura dotata di autostima incrollabile, capacità retoriche e molto tempo a disposizione, che, giocando a fare il cattivo su internet, si divertiva a collezionare i ban niubbi sfruttando ogni possibile cavillo. Se Manicomio fosse stata una discarica, Lord Phobos sarebbe stato il cane da guardia che faceva paura ai bambini.

La sua frase preferita era “Dio come sono bello! Bello come sono dio!

Lord Phobos in una tenebrosa immagine di repertorio

Fu proprio lui a scrivere per la prima volta la parola “bimbominchia” per insultare un altro utente, chiamato Braindamage, come racconta lui stesso.

Volevo insultare Braindamage, che era sempre così dannatamente pirla, bambinesco, mieloso, sdolcinato, un fessacchiotto ridacchiante e trollante, un bambinetto del cazzo senza arte nè parte.Tutti i concetti sopra espressi si fusero istantaneamente in un’unica parola, diventando “Braindamage, tu sei un bimbominchia

Inizialmente il neologismo, nonostante il successo, rimase confinato al recinto di NGI o al massimo si diffuse in qualche altro forum che ne condivideva i lettori. Internet prima era un luogo fatto di compartimenti molto più stagni di adesso, mancava un canale in grado di unire quasi tutti, come Facebook.

Tuttavia, di lì a poco sarebbe arrivata un’altra piccola rivoluzione: World of Warcraft. Il gioco di ruolo online di Blizzard uscì 10 anni fa (col cavolo, ormai sono 13 e questo mi fa sentire ancora più vecchio) e portò in rete tantissimi giocatori, tra cui anche molti italiani e ovviamente anche una bella fetta di utenti NGI. La comunità italiana si concentrò soprattutto su un server chiamato Crushridge, fino a colonizzarlo quasi completamente in maniera non ufficiale. Il successo del gioco fu tale che per molti rappresentò anche la prima esperienza online di massa. Secondo voi cos’è un server di gioco pieno di ragazzini italiani che scrivono contemporaneamente? Un server pieno di bimbominchia.

In pochissimo tempo il termine si diffuse a macchia d’olio e fu storpiato con la K, arrivò in tutti i forum d’Italia, nei blog, nelle chat di msn, su FriendFeed, ICQ e tutte le forme d’espressione che stavano sbocciando in una web italiano ormai in piena espansione. Da là alla televisione, alle scuole, a Facebook e a YouTube il passo era breve brevissimo.

Eppure quasi nessuno sa come è nata la parola bimbominchia, perché con internet funziona così, è un ottimo strumento se devi informarti su ciò che è successo un mese fa o fuori dai suoi confini, ma quando si tratta di qualcosa generato al suo interno, soprattutto se è successo quasi vent’anni fa, la situazione si fa molto più complicata.

Per questo motivo quando i giornalisti scrivono dei fenomeni della rete tendono a prendere cantonate mostruose. Ad ora, pur scomodando gli amministratori di NGI, non sono riuscito a risalire al primo post, perché probabilmente il database originale non esiste più. Conservare ogni post di un forum per quasi vent’anni comporta un lavoro enorme… e spesso inutile.

EDIT: Dopo un lavoro collettivo con utenti dell’epoca siamo riusciti a risalire a quello che dovrebbe essere il post in cui tutto è iniziato. Ovvero questo. Alcune fonti apocrife e che verranno probabilmente represse nel sangue dichiarano che il termine “bimbominchia” sia stato utilizzato poco tempo prima da un altro utente che Lord Phobos sia solo responsabile di averlo reso famoso in tutta NGI.


Nessuno in quel momento aveva capito di trovarsi di fronte a un neologismo che un giorno sarebbe stato usato da Travaglio contro Renzi.

Ormai il termine non mi appartiene più, ma ha quasi mantenuto il suo significato originale: bambino indisponente, capriccioso, fastidioso, rumoroso ed inappropriato in ogni contesto, molesto nella sua enciclopedica inadeguatezza ed ignoranza che ostenta con fragore come una scimmietta che lancia le sue feci in giro, impunita. Il povero Braindamage non era in realtà poi così male”.

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Guerre Stellari e Guide Galattiche

Li festeggiamo nello stesso giorno ma Star Wars e La Guida Galattica per Autostoppisti sono esempi diametralmente opposti di vedere la fantascienza

Il 25 maggio è un giorno un po’ particolare per gli amanti della fantascienza, perché è sia il Towel Day, ovvero il giorno in cui si festeggia Douglas Adams e la sua Guida Galattica per autostoppisti, sia il giorno in cui Star Wars debuttò nei cinema.

Questa doppia ricorrenza è l’occasione perfetta per analizzare due opere che hanno profondamente influenzato tutto ciò che è arrivato dopo di loro, ma che col tempo hanno sviluppato col proprio pubblico un rapporto completamente diverso, legato senza dubbio al tono diametralmente opposto delle opere.

Star Wars arrivò nei cinema nel ’77, la Guida Galattica nasce come opera radiofonica l’anno successivo per poi diventare romanzo nel ’79. Da una parte abbiamo una space opera che segue un cammino ben preciso, passando da Flash Gordon, i fumetti di Valerian e Laureline, i cavalieri medievali, Buck Rogers e decine di altre suggestioni distillate nel cervello di George Lucas per diventare, col tempo, uno dei marchi più conosciuti al mondo. Chi non conosce Star Wars o vi sta dicendo una bugia per fare lo snob o ha vissuto gli ultimi 40 anni in coma profondo e in questo caso cercate comunque di volergli bene.

Su Star Wars sono stati scritti decine di libri su come e quanto abbia influenzato la cultura pop e sulle dimensioni del culto che ha generato. Utilizzo la parola culto non a caso, perché gli Star Wars Junkie insieme ai Trekkies sono probabilmente uno dei primi esempi di fandom (fan+kingdom) più rigidi, ortodossi e bizantini. Dietro i bambini vestiti da Darth Vader o Principessa Leia si nascondono padri che hanno discusso per anni sui forum di tutta l’internet su cosa era effettivamente successo a Obi Wan, che odiano profondamente Lucas per aver messo mano a una cosa che lui stesso aveva creato e che organizzano la vita seguendo una semplice dicotomia: fa parte del canone/non fa parte del canone.

Non importa se a volte il tono di Star Wars può sembrare scanzonato, siamo di fronte a un’opera che si prende parecchio sul serio.

Negli anni è diventato qualcosa di immenso, rigido, ramificato, fatto di film ufficiali, libri non ufficiali, fumetti, cartoni animati, giocattoli, videogiochi, un leviatano geek che attira l’attenzione di milioni di persone ogni volta che muove un muscolo. Anche se inizialmente era un’idea innovativa, piratesca e sperimentale, col tempo si è trasformata nella perfetta metafora di un modo di fare cinema “all’americana”, fatto di blockbuster, megaproduzioni e controllo totale sull’opera, merchandising incluso.

Dall’altra parte abbiamo un modo di raccontare la fantascienza concepita secondo canoni assolutamente britannici, ovvero intrinsecamente legata a una vena di umorismo surreale, disincantato e assolutamente geniale che ogni tanto emerge potentemente per dare un senso all’universo narrativo. Non a caso Adams collaborerà con altre due opere che hanno definito il lato britannico della cultura pop: Dr. Who e i Monty Python.

La dimensione del successo non è neanche comparabile, da una parte abbiamo un’enorme villa sulle colline di Los Angeles con piscina, servitù e opere d’arte nel giardino, dall’altra un cottage nella provincia inglese. Star Wars è un fenomeno mondiale da milioni di dollari, la Guida Galattica è qualcosa di conosciuto e diffuso, ma è per geek leggermente più “iniziati”.

Anche perché, escluso un film modesto e alcuni adattamenti per la TV inglese, il corpus principale è composto da tre libri dotati di un humor che prevede un certo tipo di intelligenza vagamente scientifica, tipica del nerd che ride da solo mentre tutti lo guardano male, ma declinata con un gusto per l’aforisma che gli permette di essere ancora invitato alle feste.

Star Wars ha un approccio serio, quasi storiografico e rigoroso, che da una parte rappresenta la bellezza della sua cosmogonia e della sua facilità di accesso (tutti amano una spada laser, senza sapere come funziona) ma presta il fianco a ogni possibile incongruenza, puntualmente sanata con spiegazioni e voli pindarici dai fan. La Guida Galattica per autostoppisti fa dell’assurdità la sua forza più grande. Ma attenzione, perché è un’assurdità con un funzionamento scientifico spiegato con estrema serietà e divertimento. A Luke Skywalker e soci chiediamo di risolvere le situazioni facendo affidamento sul coraggio e al massimo sulla Forza, per la Guida invece è importante che se ne esca con l’intelligenza e ridendo, senza però perdere l’assurda coerenza interna.

L’ironia e il nonsense della Guida legati alla passione di Adams per la scienza hanno permesso infatti al romanzo di sfruttare soluzioni che solo lo scrittore poteva pensare e rendere scientificamente plausibili. Devi spiegare come mai tutti nello spazio parlano inglese? Inventi il pesce babele. Hai bisogno di una spiegazione su come mai un’astronave si trova in un posto e riesca a trarre d’impaccio i protagonisti? Ecco che la Cuore d’Oro ha un motore ad improbabilità descritto nei minimi dettagli. La stessa risposta alla vita, l’universo e tutto quanto in fondo anticipa alcune considerazioni degli scienziati che studiano le origini dell’universo, i quali spesso si chiedono non tanto che risposta ottenere, ma quale sia la domanda giusta.

I fan della Guida sono gente decisamente meno ortodossa e talebana di quelli Star Wars, nonostante il suo creatore sia deceduto mentre l’universo di Lucas continua a espandersi inglobando o scartando ciò che torna più comodo dal punto di vista narrativo commerciale.

La spiegazione forse la possiamo trovare nel diverso tono di due opere nate a poca distanza l’una dall’altra ma che non si sono mai influenzate, pur condividendo molto probabilmente buona parte dei fan e una certa filosofia di fondo. In entrambi i casi parliamo di universi enormi, pieni di razze, religioni, culture e mondi differenti.

Ma da una parte Star Wars vede la giustificazione e la spiegazione del suo mondo come qualcosa di necessario per soddisfare il cultisti più esigenti, ponendo al centro di tutto l’elemento umano (in fondo è una lunga saga familiare) e raccontando una storia abbastanza classica e priva di grandi metafore sociali

, dall’altra la Guida si diverte proprio a trovare un senso nel nonsense, nello spiegarci in maniera scientifica come funziona un motore a improbabilità, rendendo l’essere umano una piccola particella di un mondo più grande, più folle, in cui la nostra contemporaneità è costantemente presa in giro.

Se per un amante di Star Wars la venerazione al limite del religioso è tutto, spesso perché quella storia fa parte della sua intoccabile infanzia, per un fan della Guida è assolutamente impossibile prendersi sul serio.

D’altronde ti restano poche alternative quando il tuo autore fa esplodere la Terra nelle prime pagine.

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Lego vs Playmobil come Apple vs Microsoft

Perché Lego è cult anche per gli adulti e Playmobil no

In queste ore Playmobil ha lanciato la propria linea dedicata a Ghostbusters che comprende la stazione dei pompieri, la Ecto-1, l’omino dei marshmallow, i cagnacci di Gozer e altre scene del film. Il prezzo dei vari set è piuttosto conveniente, il più caro, la caserma, costa circa 70 euro.

Una cifra onesta per un uomo che guadagna duramente il proprio stipendio scrivendo di videogiochi, film e maschere di Optimus Prime, per questo la freccetta del mouse è andata sicura verso l’ordine di Amazon. Prima di completare l’ordine però mi sono fermato, c’era qualcosa che non quadrava.

Non era tanto lo spazio nè tantomeno lo stigma sociale, anzi, parte della mia bacheca Facebook mi incitava all’acquisto. Ho realizzato che se lo stesso oggetto fosse stato della Lego lo avrei comprato senza indugi. Dopotutto, l’unica cosa che mi impedisce di comprare i set Lego più grandi, tipo la caserma o la Morte Nera, non è tanto il fatto che non saprei dove metterlo e che Giulia mi soffocherebbe nel sonno con un cuscino, ma il prezzo.


E allora perché non compravo a cuor leggero il set Playmobil? Perché l’altra parte della mia bacheca Facebook incitava Lego con fare da zelota?

Perché Lego è riuscita a sdoganarsi come oggetto cult anche presso gli “adulti” (con tutte le virgolette del caso) mentre Playmobil è visto come un giocattolo o al massimo un oggetto di modernariato?

Perchè tra Lego e Playmobil scorre più sangue che tra Apple e Microsoft?

Entrambe reinterpretano con il proprio stile grafico situazioni reali, fantasiose e legate a determinati universi narrativi. Città, castelli medievali, astronavi, c’è un set per tutto.

Il paragone tra Lego e Apple però è più sensato di quanto si possa immaginare, dato che entrambe riescono a vendere prodotti estremamente costosi non tanto per il loro effettivo valore, quanto per l’emozione che danno comprandoli. Microsoft e Playmobil sono meno affascinanti e seppur paradossalmente più sensate e pragmatiche, sono meno brave a raccontarsi.

Al di là del fatto che i mattoncini sono un simbolo di libertà creativa, di infinite possibilità nascoste nella nostra testa e degli spettacolari progetti amatoriali, la maggior parte degli appassionati Lego acquista set precostituiti e segue scrupolosamente le istruzioni, collezionando tutto ciò che gli piace.


Dunque, Lego è talmente furba che ci vende giocattoli che noi dobbiamo montare riciclando più o meno sempre gli stessi pezzi di plastica, esclusi alcune varianti speciali. Il grosso del costo per l’azienda sono le licenze e la progettazione, il resto è tutto margine. Inoltre, tutta la parte dell’assemblaggio è a carico dell’acquirente, che è ben felice di farlo, anzi, è parte stessa del divertimento.

Quale altra azienda può dire altrettanto?

Quelle di modellismo” direte voi, ma non è proprio così. Per montare un set Lego non è richiesta nessuna particolare abilità, non bisogna essere bravi a pitturare, incollare, fissare o modellare. Sono puzzle tridimensionali abbastanza semplici, esercizi zen che prevedono l’esborso di centinaia di euro per pezzi di plastica con cui tra l’altro è anche difficile giocare, perché tutto potrebbe andare in pezzi al primo urto.

Dall’altra parte Playmobil offre un giocattolo altrettanto carino, che non ha bisogno di essere montato, salvo qualche adesivo, e decisamente più solido da utilizzare.


Cerchiamo di analizzare la cosa con piglio vagamente scientifico. Dal punto di vista creativo i mattoncini Lego permettono molte combinazioni e il fatto di essere giocattoli “creativi” è stato per anni il cavallo di Troia per convincere anche i genitori più restii.

Tuttavia è inutile girarci intorno, il successo moderno di Lego è legato all’acquisizione continua e mirata di marchi che piacciono molto ai geek, una categoria di persone a loro agio con il proprio lato più “infantile”.

Non compriamo un giocattolo, stiamo comprando un modellino di Tie Fighter piacevole da montare, esteticamente gradevole da mettere in un salotto “a tema” e soprattutto con un valore economico. Non è una roba infantile, ma l’affermazione di una passione che travalica l’età. Lego questo lo sa benissimo, tanto che certi set e modellini non sono assolutamente pensati per i bambini, se non quelli interiori.

Lo stesso vale per i set cittadini: non è una roba per ragazzini, mi sto divertendo a costruire una città, assemblando le varie parti e mantenendo tutto in ordine, proprio come un modellista. Per non parlare dei set dedicati agli architetti. Lego ha saputo parlare agli adulti senza perdere l’anima, perché era facile rinchiuderla in un mattoncino.

Così come mi comprerei una testa di Alien, l’orologio di James Bond, il modellino del Falcon, una statuetta di Godzilla, una spada laser o un’action figure di He-Man, magari d’epoca. Sono tempi in cui essere a proprio agio col proprio lato pop non è soltanto normale, ma quasi obbligatorio.

Invece, la roba della Playmobil mi piace, mi rendo conto che il set dei Ghostbusters è pensato per me però… mi riporta indietro a quando ero bambino in maniera differente. Non con nostalgia, ma infantilismo, non c’è collezionismo, è più un giocattolo. Una volta comprato non può diventare altro, non posso andare in un sito di appassionati e trasformare il castello di quando ero bambino in una replica di Battlestar Galactica. I Lego sono acqua, per dirla come Bruce Lee, i Playmobil sono rigidità.


Ecco la mossa Kansas City che è riuscita a Lego e che forse Playmobil sta facendo fuori tempo massimo: è passato dall’essere un giocattolo a oggetto pop senza tempo, ha acquisito i diritti d’immagine di saghe cult immortali nel momento esatto in cui la maturità ha smesso di coincidere con serietà. Tra Lego e Playmobil percepiamo la stessa differenza che passa tra Keith Haring e il disegno di un bambino.

Non dimentichiamo poi un dettaglio importante, negli ultimi anni, spinta dalla nostalgia, da Minecraft e dai videogiochi indipendenti, si è imposta un’estetica 8-bit che si sposa perfettamente con Lego, che non ha caso ha dedicato proprio un set al titolo di Mojang.

L’unica altra spiegazione che sono riuscito a fornirmi è che la fragilità dei Lego fa parte del loro fascino. Più un giocattolo è solido più è chiaramente pensato per un bambino, più ci sentiremo dei bambini ad acquistarlo.

L’attenzione e la cura con cui bisogna costruire e mantenere i set Lego più belli e costosi gli dona un’aura speciale, la stessa di un trenino, un galeone, un cristallo di Swarosky. Non li percepiamo come oggetti per bambini, perché un bambino li romperebbe o li userebbe in maniera differente, spesso priva delle regole che li rendono un passatempo adulto.

La forza di Lego non è solo fatta di tempismo e licenze, ma anche della fragilità trasformata in un valore.

P.S.

L’infiammato dibattito Lego VS Playmobil è continuato in un post su Facebook di Roberto Recchioni ricco di spunti interessanti.

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L’incredibile vita di Dolph Lundgren

La storia di un uomo che non voleva farsi menare dal padre e ha finito per picchiare Van Damme

Nel 2009 dei ladri entrano in una villa in Spagna, legano la donna che è al suo interno e si fanno consegnare soldi e preziosi. Nel corso della razzia i topi d’appartamento si imbattono in una foto del padrone di casa: Dolph Lundgren
 
 A quel punto decidono di interrompere immediatamente il furto e scappare. Un po’ di tempo dopo la refurtiva ricomparirà magicamente di fronte alla porta di casa, perché nessuno vuol fare incazzare uno svedese di quasi due metri che conosce le arti marziali, anche se è solo una stella del cinema d’azione sulla via del tramonto.
 
Lundgren, insieme a Stallone e Schwarzenegger ha rappresentato per anni il classico stereotipo di Hollywood del tipo grande, grosso e un po’ stupido. L’attore specializzato in film d’azione privo di alcuna dote messo là solo perché funzionale all’ennesima pellicola guardata con sufficienza da chi pensa che il vero cinema sia soltanto autorialità, dialoghi e piani sequenza. Un ragazzotto tonto ma funzionale.

Ma se Stallone e Schwarzenegger hanno saputo col tempo andare oltre lo stereotipo in cui Hollywood li aveva incasellati, Lundgren nell’immaginario collettivo non si è distaccato molto dal “Ti spiezzo in due” che gli ha dato fama mondiale.

Eppure dietro quella faccia scolpita con il piccone si nasconde uno spirito sereno, un uomo di cultura e di grande umorismo. Forse gli è mancato il regista giusto, forse aveva veramente poco da dire al cinema, la mia idea è che forse la sua vita si è rivelata più interessante dei suoi film e quindi gli andava bene così.

Dolph Lundgren è diventato ciò che è diventato per colpa e merito del padre, un ingegnere militare rigido ed estremamente severo e insoddisfatto della propria carriera che si rifaceva su moglie e figli. Questo vuol dire lividi che non vuoi mostrare a scuola, vuol dire un genitore che ti dà del perdente quando vorrebbe dirlo a sé stesso e una cronica mancanza di sicurezza.

Uata!

Questo portò il giovane Dolph ad allenarsi sempre di più nelle arti marziali, così da potersi difendere e dimostrare a suo padre che valeva qualcosa. Chissà che bell’atmosfera si respirava in quei giorni in casa Lundgren, non a caso ben presto se ne andò a studiare prima negli Stati Uniti, poi in Australia.

Il tempo passa e quel ragazzino biondo che sembrava sempre malaticcio diventa una macchina di morte estremamente intelligente, in grado di laurearsi in chimica all’università di Sidney, vincere i campionati europei di karate e pagarsi gli studi facendo il buttafuori. Non so se avete mai visto quanto possono essere grossi e ignoranti gli australiani, ora immaginateli sbronzi, è chiaro o diventi un dio della guerra o non ne esci.

Il prossimo passo della sua fulgida carriera di chimico doveva essere il Massachusetts Institute of Technology, ma proprio mentre faceva il buttafuori in Australia e aveva le valige pronte per Boston fu notato da una ragazza, che si innamorò di lui.

Quella ragazza era Grace Jones.

A New York ci si buttava proprio via dalle risate

Il biglietto per Boston divenne uno per New York e improvvisamente quel giovane ragazzone svedese dotato di un impressionante quoziente intellettivo (si vocifera sia di 160) si ritrovò esattamente dove tutti volevano essere: a ballare nello Studio 54, accanto a Andy Warhol e nel letto di una delle sex symbol del periodo.

Sono gli anni in cui Dolph gira per New York con due pistole nascoste addosso perché la città è piena di criminalità e lui ha paura di essere rapinato, ma vive anche con l’ansia di finire in galera, perché la cosa non era propriamente legale.

Gli anni in cui si compra una Harley e ogni tanto la sfoggia girando per il quartiere a petto nudo, salvo poi rendersi conto di vivere in un quartiere ad alta percentuale gay, e questo, dichiarerà poi in una intervista “spiega come mai pensavo che la gente fosse tutta estremamente gentile con me”.

Lundgren alla Factory di Warhol, appena uscito di palestra

Gli anni in cui poserà per un servizio fotografico di Warhol e scoprirà in seguito che lui e il fotografo avevano fatto una scommessa su chi gli avrebbe fatto togliere più vestiti.

Sono gli anni in cui il suo fisico gli permette una cosa che oggi lo ucciderebbe: bere la sera come se avesse l’imbuto e presentarsi in palestra ancora mezzo sbronzo per allenarsi e continuare a lavorare sul fisico che gli ha permesso di diventare il toy boy di Grace Jones.

Non si sa per quale miracolo, ma Dolph riesce in qualche modo a sopravvivere a tutto questo senza venirne inghiottito e sputato come una vacca in una vasca di piranha.

Ma oltre alla palestra e alla vida loca, decide di dedicarsi anche alla recitazione, d’altronde gli anni ’80 sono il brodo di coltura dei film d’azione che entro breve avrebbero dominato il cinema e plasmato una generazione, era semplicemente perfetto per il ruolo. La sua prima particina è quella di un tirapiedi in 007 Bersaglio Mobile, nella buffissima scena in cui Grace Jones, che gli aveva fatto ottenere la parte, afferra un tizio come se fosse una campionessa di wrestling bionica. Un capolavoro del camp talmente grosso che la recitazione di Walken passa in secondo piano.

Sarà proprio sul set di 007 che Roger Moore conierà la miglior definizione di Dolph Lundgren: “è più grande della Danimarca”.

Per quanto piccola l’esperienza gli piace e pensa che forse è più divertente e redditizio che studiare chimica. Decide quindi di mollare definitivamente gli studi per gettarsi nel mondo del cinema, senza la minima preparazione, e proporsi per un ruolo nel prossimo film di Stallone, che ormai era già una star: Rocky IV

Dopo aver incassato un rifiuto perché troppo alto, Lundgren riesce a spuntarla su 5000 candidati e ottiene la parte di Ivan Drago. Per diventare il miglior prodotto della scienza e della medicina sovietica si allena duramente per cinque mesi e sviluppa con Stallone un discreto feeling, tanto che molte scene non sono neppure coreografate, ma improvvisate.

Ecco perché durante una scena, preso dall’entusiasmo, dà un pugno così forte che il povero Sly dev’essere ricoverato al termine della ripresa con la pressione a 260 e il cuore che batte fortissimo.


Per fortuna dopo quattro giorni è di nuovo in piedi e Dolph Lundgren diventa improvvisamente una star di Hollywood senza aver alcuna idea di cosa debba fare a parte guardare male qualcuno e fare mosse di boxe o karate (ad oggi si ricorda ancora a memoria tutto il combattimento finale).

“C’è una scena del film che esprime perfettamente come mi sentivo: quella in cui Ivan Drago è sulla piattaforma idraulica che lo rivelerà al mondo. Si sente terrorizzato, ma deve anche apparire fiero, sicuro e preparato. Ciò che Drago prova è molto simile a ciò che provavo in quel periodo. Ero solo un ragazzino che cercava di far credere agli altri di aver diritto di stare là, che ero a mio agio, ma nella mia testa era tutto un “Ma che diavolo sta succedendo?”.

Dopo il ruolo di Ivan Drago la sua vita cambierà completamente. In neanche 90 minuti passò dall’essere il manzo di Grace Jones alla persona con cui la gente voleva farsi le foto se passeggiavano per strada (e infatti lei lo mollerà). Da quel momento si lancerà verso ruoli sempre più interessanti e, ovviamente, che mettono in mostra le sue doti fisiche, tipo quello per un film tratto da un franchise importante, un film che sarà un successo sicuro: Master of the Universe!

Il risultato lo conoscete bene, se così non fosse guardate qua.

Dopo la batosta dei Masters, la carriera di Lundgren prenderà una strana piega, diventerà una sorta di feticcio action per amanti del genere, ma gli mancherà sempre la zampata vincente. La sua particolarità è che non interpretava solo personaggi in grado di staccare la testa a qualcuno, sembrava realmente in grado di farlo, ed era anche a suo agio con ogni tipo di arma. Universal Soldier e Il Punitore sono forse i suoi film più interessanti, ma perché non citare anche Resa dei conti a Little Tokyo e Red Scorpio?

Negli ultimi anni, grazie al successo di The Expendables, in cui si mangiava ogni scena in cui era presente, s’è pure tolto lo sfizio di dirigere qualche onesto film e la sua figura è stata in parte recuperata, anche dal punto di vista della recitazione. Purtroppo il suo rilancio non è stato in stile “John Travolta dopo Pulp Fiction”, la sua parte nell’ultimo dei Coen è stata tagliata, ma rischiamo di vedercelo comparire nel film dedicato ad Aquaman in tutto il suo biondo e teatrale splendore.


Per certi versi è sempre stato la versione allegra di Van Damme. L’attore belga è un tormentato, uno che alla fine ci crede tantissimo e che soffre nel ruolo di stella dell’action che piano piano sta spegnendosi, cerca sempre una conferma della propria grandezza.

Dolph invece sembra portarsi sempre dietro l’aria del ragazzone che girava a torso nudo per un quartiere gay ed era contento perché tutti lo salutavano. Ha la certezza di chi non deve dimostrarsi un cazzo, perché la vita se l’è goduta e ha fatto pace con le proprie ambizioni.

Dolph Lundgren è un monumento alla complessità umana, pensi di avere di fronte un pezzo di marmo col ciuffo biondo, ma se scavi scopri un amante dell’arte, un uomo che non si vergogna di piangere, estremamente autoironico, consapevole del suo ruolo e un grande amante del cinema.

“Oggi ho l’età che Clint Eastwood aveva quando nel 1984 giravo per New York con due pistole nascoste eppure lui sta ancora lavorando, ho un grande rispetto per lui e per come è uscito dal cliché e ha ottenuto il riconoscimento che meritava, forse quando avrò 82 anni non farò i salti mortali, ma se potrò ancora lavorare nel cinema sarò felice”.

E se il prossimo regista di successo fosse un biondone sottovalutato che faceva karate per non farsi picchiare dal padre?

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Ma perché i personaggi giapponesi hanno gli occhi tondi?

Un’intricata storia a base di jeep di latta, cyberpunk e kawaii

Whitewashing è una parola spuntata fuori negli ultimi anni per indicare tutte quelle volte in cui un personaggio con origini etniche ben precise viene interpretato dal classico attore bianco per vendere meglio il film a quello che viene ritenuto il principale pubblico di riferimento.

Tilda Swinton che interpreta il maestro del Doctor Strange, Benedict Cumberbatch che fa Khan, Emma Stone che fa la mezza hawaiana e mezza cinese in Aloha e volendo andare molto indietro anche la versione bianca e capellona di Gesù è stata pensata per un pubblico che potesse identificarsi con la figura del Salvatore.

Tuttavia, quando la polemica riguarda un prodotto giapponese, come gli adattamenti di Death Note e Ghost in the Shell, nella discussione viene spesso fuori la frase “I manga sono disegnati con gli occhi tondi perché i giapponesi vorrebbero essere occidentali. I personaggi sono pensati con tratti occidentali e pelle chiara, quindi è normale che gli attori siano occidentali”.

Ebbene questa affermazione è abbastanza sbagliata perché non considera alcuni concetti base della rappresentazione di sé, anche se contiene un piccolo fondo di verità legato alla storia del Giappone dal dopoguerra ad oggi.

Innanzitutto, i mangaka non disegnano i personaggi di anime e manga pensando agli occidentali, ma basandosi su una standardizzazione che si è creata in oltre sessant’anni di storia e si basa su un lento processo di spersonalizzazione razziale.

Tezuka mentre pensa a tutti i soldi che ha fatto

La versione breve è che Osamu Tezuka, padre di Astro Boy e figura influentissima nel mondo dei manga e degli anime, ha iniziato a disegnare i suoi primi personaggi con gli occhi grandi ispirandosi ai personaggi Disney e a Betty Boop. Questo ha imposto uno standard al quale si sono ispirati moltissimi disegnatori, ammiratori e imitatori di Tezuka che perdura ancora oggi.

Tuttavia il motivo per cui Motoko Kusanagi di Ghost in the Shell e moltissimi altri personaggi hanno tratti che ci ricordano gli occidentali è ben più radicato nella storia del Giappone di una semplice ispirazione a Topolino.

Una nazione da ricostruire

Al termine della Seconda Guerra Mondiale il Giappone era fisicamente e mentalmente a pezzi. Una nazione che si riteneva nettamente superiore alle altre e vedeva nella sconfitta militare il più grave dei disonori era stata costretta a firmare una resa umiliante, a spogliarsi del suo esercito e del suo sistema economico. Per non parlare del trauma di aver subito due bombardamenti atomici.

In questo contesto culturale aveva bisogno di ripartire e lo fece partendo dai giocattoli, che furono la spinta iniziale per quello che negli anni 2000 diventò il cosiddetto “Cool Japan”.

Nel libro Millennial Monsters: Japanese Toys and the Global Imagination possiamo leggere che gli artigiani iniziarono a costruire modellini delle Jeep americane utilizzando le lattine delle razioni militari della forza occupante. La scelta di usare come modello chi li aveva sconfitti era l’unica possibile: il Giappone non aveva nessun esercito a cui far riferimento e gli americani non avrebbero altrimenti visto la cosa di buon occhio.


L’uso di materiale di scarto per creare giocattoli è una pratica diffusa in tutto il mondo, ma l’abnegazione nipponica li rese giocattoli desiderati in tutto il mondo, soprattutto negli Stati Uniti.

Le Jeep di latta furono la pietra angolare del nuovo impero economico del Giappone e il Cavallo di Troia per un’ondata di giocattoli pensati per i ricchi bambini americani che non erano certo interessati alle bambole kokeshi (quelle sì che hanno gli occhi a mandorla) ma a prodotti che si ispirassero alla più grande industria culturale del momento: la Disney. Lo stesso motivo che portò agli occhi tondi di Astro Boy (il resto venne preso, anche, da Metropolis), che non a caso fu il primo anime importato e adattato per il pubblico americano.

Paradossalmente, non furono gli Stati Uniti a imporre la propria visione del mondo al Giappone, furono le industrie giapponesi ad appropriarsi dell’immaginario americano per fare un sacco di soldi. Il Whitewashing, o comunque il rimescolamento dell’immaginario giapponese, in questo caso non è un fenomeno legato agli ultimi anni, ma è nato nel momento in cui l’Imperatore Hiroito ha firmato la resa sul ponte della USS Missouri.

Boom economico, crisi e cyberpunk

A cavallo tra gli anni ’70 e gli ’80 il Giappone mise la quinta e diventò una superpotenza economica grazie all’elettronica di consumo, ma i traumi della guerra erano ancora presenti nelle menti dei suoi cittadini, mentre Russia e Stati Uniti iniziavamo un braccio di ferro nucleare di cui solo i giapponesi conoscevano gli effetti.

Furono gli anni in cui il cinema sublimò l’orrore atomico con Godzilla e con i film tokusatsu, ovvero ricchi di effetti speciali. Un’epoca segnata da Kaiju, tutone di gomma, radiazioni che creano mostri e cinema pieni in tutto il mondo.

All’inizio dei ’90 iniziò a serpeggiare la crisi, i bambini restano sempre pù soli mentre i genitori lavorano tutto il giorno, adulti e giovani si rifugiano sempre di più in personaggi fittizi con cui identificarsi e da cui ricevere conforto. Nello stesso periodo esplode a livello mondiale un fenomeno presente nella cultura nipponica fin dagli anni ’70: gli Otaku,

Sono anche gli anni del cyberpunk, della paranoia tecnologica di un futuro spersonalizzante e alieno con megalopoli e transumanesimo. Si estremizzano i temi classici dell’animazione giapponese: bambini prodigio intrappolati in enormi robot o trasformati in cyborg, minacce aliene che ricordavano vagamente i lineamenti occidentali, adolescenti con poteri mentali che distruggono intere città, bambole sessuali, mostri tentacolari e agenti speciali con corpi cibernetici e residui di umanità.

Mokoto Kusanagi non è interessata alle tue polemiche sulla Johansson

Nel frattempo la cifra stilistica del disegno giapponese si canonizza sempre di più attorno alle figure kawaii, ai capelli colorati, al fanservice, agli shonen, agli occhi che si fanno specchio delle emozioni diventando tondi, affilati, definiti o stilizzati in base a ciò che devono comunicare. Un altro dettaglio interessante è il naso, spesso appena accennato nei personaggi orientali e ben pronunciato in quelli occidentali. Tendenzialmente i personaggi di anime e manga non devono rappresentare ciò che hanno intorno, ma topos narrativi e ruoli ben precisi. Così come i Simpson non devono per forza assomigliare agli esseri umani.

Una caratterizzazione che ovviamente ha le sue eccezioni (Dragon Ball col tempo si è indurito sempre di più nel tratto, quasi a simboleggiare la maturità dei protagonisti, mentre altri manga come JoJo o Hokuto no Ken hanno quasi sempre avuto personaggi dagli occhi molto squadrati, in quanto visti come occidentali), si è evoluta nel tratto, perdendo o incrementando i dettagli in base alla moda, ma che tutto sommato resiste fino ad oggi.

In questi anni la spersonalizzazione del cyberpunk, le influenze della tradizione, gli Oni, la magia e le paure atomiche si mescolano con lo stile giapponese, il risultato sono storie in cui l’importanza dei temi e delle metafore è al centro dell’attenzione, mentre la caratterizzazione razziale è sfumata e influenzata da anni e anni di disegno ispirato all’esterno e da una mentalità che parte dal vendere ai bambini americani bambole progettate sul modello Disney.

Anime e manga sono l’espressione del popolo giapponese a livello culturale, ma quasi mai la sua rappresentazione fisica, quella è venuta meno nel corso di anni e anni di espropriazioni e appropriazioni di una cultura diversa alla quale hanno sempre fatto riferimento. Le storie, le ambientazioni, le tematiche sono spesso giapponesi, ma i personaggi vivono in una zona etnicamente grigia decenni di oppressione vengono sublimati e diventano irrilevanti.

Questa dissonanza, questo fallout culturale è molto più forte se visto dall’esterno, ecco perché se chiediamo ai ragazzi giapponesi un parere su Scarlet Johansson che interpreta Motoko Kusanagi ci risponderanno che va benissimo, perché un’attrice giapponese non sarebbe abbastanza “anime”.

Quindi no, i personaggi giapponesi non hanno gli occhi tondi e un’apparenza occidentale perché il Giappone vorrebbe essere occidentale o perché preferiscono i tratti caucasici, è il risultato di un complesso rapporto di appropriazioni, erosioni e influenze.

Un paradosso unico, un cortocircuito secondo il quale disegnando un personaggio in stile manga sto chiaramente citando l’oriente e prendendo dalla loro cultura nipponica, che però a sua volte si ispira all’occidente perché non le era rimasto nient’altro se non qualche lattina vuota.

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Batman, il lutto e la figura dell’eroe

C’è un uomo in Canada che non si veste come Batman, è Batman.

I supereroi sono quanto più vicino ci sia rimasto nella cultura moderna delle divinità greche e delle religioni politeiste. Un tempo avevamo un dio per il fulmine, uno per la morte, uno per la primavera e uno per il raccolto. Oggi il nostro rapporto è più sfumato, gli eroi non ci spiegano il mondo, ci dicono chi siamo, reinterpretano il mito. Tra una battaglia per il destino della Terra e l’altra ci fanno sentire meno soli.

Capitan America rappresentava lo spirito di una nazione, Spiderman le difficoltà della crescita e delle responsabilità, Khamala Khan è la voce di una minoranza, Moon Knight ci parla di pazzia, Hulk riprende il mito di Dr. Jekyll e Mr Hyde. Abbiamo eroi che non sanno come fare coming out, alcolisti, playboy, anti-eroi, buffoni e nerd.

Ma i supereroi non esistono e, dal vivo, con quelle tutine, sarebbero più buffi che epici. C’è poi il grande problema dei poteri, per adesso superforza, telecinesi e velocità fulminea sono molto lontane.

Ma questo non vale per Batman.

In questo variegato pantheon, Batman incarna i valori di giustizia, di un codice d’onore, ma è anche un simulacro del lutto e di dove può portarti se sei ben indirizzato (e sei un miliardario pieno di tempo e giocattoli fighi). Batman è solo un uomo, ben allenato e ben equipaggiato, ma sempre uomo rimane. Forse anche questo è parte del suo fascino.

Potrà sembrare un concetto banale ma, per Brampton, Batman è qualcosa di molto molto serio.

Being Batman è un piccolo documentario che racconta la vita di un canadese che ha portato la sua passione per l’Uomo Pipistrello oltre quell’ultimo miglio che separa il grandissimo fan dall’ossessionato. Nel filmato possiamo vederlo indossare il cappuccio con le punte, l’armatura, addestrarsi al ninjutsu e pattugliare le strade sostenendo orgoglioso di aver anche acciuffato qualche criminale.

Il motivo? Vestirsi da Batman, essere Batman per lui è un modo per gestire un grave lutto personale.

Là dove la morte dei genitori aveva condotto Bruce Wayne a fissarsi in maniera ossessiva con la figura minacciosa del pipistrello, qui uno bizzarro incrocio metafumettistico ha portato un uomo qualunque a fissarsi su Bruce Wayne.

Sarebbe molto facile liquidarlo come individuo strano, come cosplayer, per la sua casa piena di cimeli e la riproduzione fedele della Batmobile di Tim Burton. Ma c’è di più.

Batman non è stata una scelta per me, c’è grande somiglianza tra la vita di Bruce Wayne e la mia. Non è stata una decisione cosciente quella di essere Batman. È il miglior modo di gestire il dolore, di esprimere il mistero che sento.

Non c’è recitazione, ma voglia di liberarsi di una costrizione sociale, di una protezione. C’è un uomo che mettendosi la maschera si rivela. I cimeli, le spade, sono la sua anima sui muri.

Certo che capisco la differenza tra realtà e finzione, ma quando c’è di mezzo la finzione possiamo scrivere la storia che vogliamo”. La realtà è la perdita di una famiglia, la finzione è dove tutto questo ha senso. Ecco perché i supereroi ci piacciono così tanto.

In fondo la domanda su cui fantastichiamo è semplice: se hai le capacità, il potere e la motivazione, qual è la differenza tra te e un supereroe?

Come mai ogni 8 gennaio lasciamo entrare Ascanio

Breve storia di “Esce ma non mi rosica”, inno dell’internet italiano


Già dal giorno prima se ne comincia ad avvertire il richiamo. Magari qualcuno dei vostri amici alle 22 del 7 gennaio ha iniziato a scrivere su internet “Fra poco dobbiamo far entrare Ascanio!” e voi siete rimasti là a chiedevi di cosa diamine stava parlando. Poi improvvisamente oggi, l’8 gennaio, vi trovate la bacheca di Facebook invasa da vecchissimi video di una band araba sottotitolata in italiano con frasi senza senso, tipo “Esce ma non mi rosica” e, appunto “Hey lascia entrare Ascanio, l’8 di gennaio”.

Non ci avete ancora capito niente? Sappiate che avete appena partecipato a uno dei pochi veri riti collettivi e visto uno dei meme più vecchi dell’internet italiano.

Tanto per sentirsi un po’ vecchi, tutto nasce nel 2008, quasi 10 anni fa (sì, esatto il 2008 è ufficialmente una data vecchia anche se mentalmente vi sembra dietro l’angolo) quando il misterioso account “celestinocamicia” mette su YouTube il video “Esce ma non mi rosica” ovvero una delle prime canzoni “italianizzate”. Il concetto alla base sta nell’interpretare letteralmente il suono delle parole attribuendogli un significato in italiano che viene rafforzato dai sottotitoli.

Il fenomeno è noto col nome di “Mondegreen” e si basa sulla capacità del cervello di reinterpretare suoni che non capisce con parole conosciute.

Per anni Esce ma non mi rosica è stata uno dei molti meme che girano su internet, è stata diffusa, copiata, condivisa, fino ad arrivare addirittura su Radio Deejay nel 2010. I motivi di tanta fama sono legati alle misteriose vie della viralità. È un pezzo in cui l’italianizzazione è particolarmente efficace ed è anche uno dei primi, tanto da aver praticamente dato il via al fenomeno. Di sicuro vanta innumerevoli tentativi d’imitazione che però non sono mai riusciti a replicarne il successo.

Per anni nessuno ha saputo di cosa diavolo parlasse la canzone né chi l’avesse scritto, ma qualche anno fa è venuto fuori che il pezzo, cantato in farsi, si chiama “Pariya” e l’autore è Shahram Shabpareh, un musicista particolarmente noto in Iran, tuttora in attività e fondamentalmente cristallizzato negli anni ’70 per look, movenze e strumenti suonati (è uno dei pochi che ha ancora l’Air Piano)


Immaginate se Mick Jagger avesse creato i Rolling Stones, ma il gruppo fosse rimasto famoso solo in patria, e un giorno avesse dovuto abbandonare l’Inghilterra diventata di colpo un regime teologico che ha messo al bando la musica rock. Poi molti anni dopo un tizio italiano prende i versi di Paint it black li trasforma in “Penti il blé” e tutti ridono.

Shabpareh ha iniziato a suonare giovanissimo in un gruppo chiamato “Rebels” e inciso più di 20 album a cavallo tra i ’60 e i ’70, diventando di fatto una delle figure di riferimento per la musica rock in Iran, si può quasi dire che abbia creato quasi da solo la scena pop locale. Il suo successo lo ha portato a partecipare anche a numerose pellicole.

Ad aiutarlo ci si è messo anche il regime religioso di Khomeini che dopo la rivoluzione islamica ha sostanzialmente congelato il mercato musicale iraniano, impedendo la nascita di altre eventuali star in patria. Molte comunità iraniane si sono infatti rifugiate negli Stati Uniti, continuando la loro vita come una delle tante nicchie etniche del paese.

Insomma, come se da noi i Pooh fossero ancora una delle figure di spicco del panorama musicale, assurdo no?

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La cosa più bella di tutto è che Shabpareh, anche se tempo fa ha suonato in Italia, è probabilmente all’oscuro della popolarità underground di questa sua canzone che, fondamentalmente, parla di amore e vicini di casa decisamente molesti.

Il ritornello di Pariya recita infatti: ehi più bello tra gli angeli/non rimanere sola nel vicolo/i ragazzi del quartiere sono dei ladri/rubano il mio amore/rubano il mio amore.

La cosa più interessante di “Esce ma non mi rosica” è tuttavia la sua persistenza in un mondo come quello dei meme, dove bastano pochi giorni per diventare obsoleti. Eppure se guardiamo le statistiche di YouTube, puntualmente ogni 8 gennaio centinaia di migliaia di persone guardano questo video, e i trend sono persino in aumento.


Il suo segreto forse sta nell’aver superato la viralità del meme ed essere diventato di fatto una sorta di ricorrenza. Non lo citiamo tutti i giorni, ma solo in questo giorno speciale, ecco perché non ci annoia, finché ci sarà qualcuno che l’8 di gennaio farà entrare Ascanio la sua memoria sarà conservata.

Più che un meme dunque, siamo di fronte a un buffo rito collettivo, d’altronde quando c’è di mezzo internet la serietà e la precisione nel trattare le puttanate è un must. A questo punto forse sarebbe il caso di trasformare l’8 gennaio nella festa dell’internet italiano e Ascanio nel suo protettore.

Quell’hashtag un po’ così

Ovvero quando diciamo agli altri come devono gestire il lutto

Carrie Fisher è morta ieri, il 27 dicembre 2016 e ognuno ha reagito a modo suo. Io sono stato avvertito dal caposezione di Wired mentre ero a fare la spesa. Voleva un commento a caldo, ho risposto che non potevo e ho mercanteggiato per un pezzo la mattina successiva, poi ho mollato i surgelati per un attimo e ho abbassato la testa e così sono rimasto per qualche minuto con gli occhi che si arrossavano, sentendomi contemporaneamente un po’ coglione e un po’ benaltrista, perché di sicuro al mondo ci sono motivi più seri per cui piangere.

Mark Hamill invece ha postato un’immagine sui social network con l’hashtag #devastated e oggi in molti lo stanno mettendo alla gogna per questo, dipingendolo come un gesto cinico, stupido, assurdo e specchio degli orribili tempi social centrici in cui viviamo. Ovviamente tutti lo fanno dalle stesse vituperate piattaforme che hanno corrotto l’animo di Mark Hamill.

Personalmente non sono molto d’accordo con l’analisi di chi stigmatizza il gesto, ma su una cosa la penso allo stesso modo: è senza dubbio uno specchio dei tempi, di come comunichiamo oggi, di cosa è diventato un hashtag e di come lo interpretiamo.

Il paradosso del lutto è che incarna probabilmente il momento più personale di ogni essere umano, ma anche quello in cui tutti sanno come dovrebbero gestirlo gli altri, cosa sarebbe giusto fare e non fare, come agire, cosa dire. Il problema del lutto è che in quel tempo sospeso il cervello ti fa fare cose che non credevi possibili. C’è chi fa una festa, chi si chiude nel dolore, chi lo scrive su Facebook, chi te lo sbatte in faccia, chi non dice niente a nessuno, chi fa finta di nulla, chi piange tutti i giorni, chi vuole il funerale spettacolare, chi preferisce essere l’unico vicino alla bara.

Non puoi sapere come reagirai di fronte a un lutto, inutile fare piani, in quelle circostanze una parte del tuo cervello va completamente nel panico perché stai malissimo, mentre l’altra si ricorda che anche tu morirai. Ti ritrovi in un posto buio, pieno di tasti e leve da spingere senza sapere bene cosa succederà quando lo farai. Ogni gesto, anche il più stupido e patetico, in quel momento ha perfettamente senso.

Io per esempio ho scritto, avevo solo quello strumento per cercare di incanalare qualcosa che non sapevo gestire. Ho dovuto pubblicare il mio dolore, pazienza se mi giudicherete male.

La reazione di Mark Hamill è stata forse goffa, assurda, ma è molto probabilmente una reazione di pancia, una di quelle che fai sul momento, quando hai saputo la cosa da poco e la testa è solo piena di dolore, tristezza, negazione. Purtroppo di questi tempi quelli sono anche momenti in cui hai un telefono in mano.

Nessuno di noi può arrogarsi il diritto di sapere cosa gli passasse per il cervello in quegli istanti. Nel lutto devi fare i conti solo con te stesso.

Però è comunque una reazione che possiamo analizzare, perché proprio in quanto gesto istintivo racconta molto della nostra natura.

Chi pensa che dovrebbe essere un qualcosa di personale probabilmente non va molto spesso ai funerali (beato lui) o non ricorda che da sempre la morte è uno stato a due facce: assolutamente pubblico e totalmente personale. Funerali, necrologi, tombe monumentali, prefiche, bande di New Orleans sono arrivati ben prima dei social network e degli hashtag. Il fatto che qualcuno renda pubblico il proprio dolore non lo abbiamo inventato noi, abbiamo solo trasformato il procedimento.

Qualcuno potrebbe pensare che l’hashtag sia una mossa cinica, un modo per aumentare la visibilità del proprio parere. Non sono d’accordo. Dal punto di vista strettamente comunicativo #devastated non è un hashtag attorno a cui raccogliere le condoglianze per la morte di Carrie Fishter. Se ci fossero stati #CarrieFisher #RipCarrie o #PrincessLeia l’obiezione poteva valere, ma mettendo un cancelletto di fronte a un’emozione non cambia niente.


Seconda cosa, stiamo parlando di Mark Hamill, non dell’ultima comparsa del film. Dal momento in cui è morta, milioni di persone hanno atteso la sua reazione, è un personaggio pubblico e il protagonista di una delle saghe cinematografiche più importanti di sempre, non ha bisogno di visibilità, lui è la visibilità. Paradossalmente la parola è stata abusata solo dopo di lui e oggi molti la utilizzano per dare voce al proprio dolore per la perdita.

Certo è vero che avrebbe potuto semplicemente esprimere il suo stato d’animo senza hashtag, allora perché lo ha fatto? Non saprei dirlo, la mia ipotesi è che sia legato a una differente concezione dell’hashtag, non come parola chiave per inserirsi in una discussione per incasellarla, quanto piuttosto come codice non scritto per sottolineare un momento, un sentimento, un’etichetta che dia senso al tutto, forse solo un modo un po’ goffo per dare più voce all’emozione stessa. Oggi gli hashtag forse sono questo, non solo le etichette che metti alla foto del tuo sushi ma anche il riassunto di un sentire che viene messo sopra tutto.

Hamill è sempre molto attivo sui social e da quel che si vede usa gli hashtag come fossero titoli o per dare maggiore risalto ad alcune parole. Tanto che il post successivo, più lungo, su Carrie Fisher è titolato #AFewWords. Anche stavolta mancano eventuali tag per aumentare la lettura e la condivisione.

Forse cercava solo di dire al mondo che lui stava male, molto male. E pazienza se oggi lo giudichiamo, frettolosamente, un gesto agghiacciante, quando sei là dentro, in quel posto buio, qualunque cosa ti aiuti a uscirne va bene. Il suo unico problema è stato che proprio in quel momento molti occhi guardavano verso di lui.

Vi auguro maggiore compostezza quando succederà, ma se così non fosse, andrà comunque benissimo.

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Bevi la nostalgia responsabilmente

BimBumBam, youtuber e ricordi che forse dovresti lasciare là dove sono

Ieri è successa una cosa divertente: il canale Mediaset Extra ha trasmesso una maratona di BimBumBam, 10 ore ininterrotte di cartoni, ciuffi cotonati, sketch ridicoli e nostalgia iniettata direttamente nella ghiandola pineale per festeggiarne l’anniversario della messa in onda.

Il risultato è stato che milioni di persone che oggi schifano i ragazzi che guardano coetanei fare cose stupide si è messa a guardare cose stupide di quando erano ragazzi. Un rito collettivo di nostalgia catodica infarcito di “Eh quelli sì che erano cartoni animati belli” e “oggi di trasmissioni così non ne fanno più”, in una sorta di compiacimento autoassolvente sintetizzabile in la vecchia merda è meglio della nuova merda perché è la mia merda.

Se in qualche modo provavi a far notare che forse BimBumBam era semplicemente una roba stupida e infantile che andava bene perché all’epoca eravamo bambini e che, tutto sommato, è inutile fare gli spocchiosi sugli youtuber se alla stessa età eri in bilico fra Uan e Non è la Rai ecco che parte la levata di scudi, i distinguo, le precisazioni e gli psicodrammi. Tra il Bonolis di quegli anni e Favij ci corre meno di quello che si pensa, ricordiamocelo quando lo troveremo a condurre Sanremo 2030.

Dai, raccontami come Blue, The Summer is Magic o Rythm is a dancer sono meglio di Rovazzi.

Please to meet you, hope you guessed my name

Ho visto addirittura qualcuno negare con forza che molti dei cartoni animati erano pensati per venderci i giocattoli, come se qualcuno avesse calpestato la purezza del suo sogno. Inconsapevole che He-Man fosse un prodotto della Mattel, non di un genio magico che voleva solo divertire i bambini.

La verità è che BimBumBam era un modo intelligente per offrire ai genitori uno spazio sicuro in cui lasciare un bambino di fronte alla televisione e farlo bombardare di pubblicità di ogni tipo, sia attraverso Uan, sia attraverso spot. Le leggi dell’epoca erano decisamente permissive sulla quantità di spot e non avevi canali youtube pieni di cartoni in cui li potevi saltare, quindi eravamo esposti in maniera quasi totale a un felicissimo bombardamento. I genitori erano tranquillizzati dall’atmosfera giocosa, i bambini erano felici per i cartoni e Mediaset e le aziende di giocattoli avevano trovato lo spazio perfetto per trasformarci in piccoli consumatori.

Potrà sembrare strano detto da uno che si è appena comprato un libro sulle cover dei giochi Atari, stravede per Stranger Things e che ha sulla mensola Godzilla, Boba Fett e una Regina Aliena, ma la nostalgia è spesso un piacevolissimo errore che ci impedisce di andare avanti.

La nostalgia per sua stessa natura è qualcosa che ti fa credere che ricomprando il MegaDrive torneranno i tempi in cui potevi stare tutto il giorno a giocare, fregandotene degli impegni, che davanti hai ancora un futuro, mille possibilità e non una vita di impegni e responsabilità.

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Non è un caso se oggi viviamo un vero e proprio business della nostalgia, il presente e il futuro non ci offrono certezze, ci fanno schifo e sono pieni di pericoli. Viviamo nel mito degli anni ’80 raccontato dai nostri genitori, quello in cui tutti lavoravano e si andava in pensione a 60 anni. Il problema è che invece di ringraziarli per come ci hanno scavato la fossa con corruzione, favori politici e schifezze varie gli diamo pure ragione.

Secondo la nostalgia tutta la roba buona è già stata prodotta, tutta la musica migliore già scritta, tutti i film più belli già girati, i fumetti migliori già disegnati e i videogiochi di oggi sono solo grafica ed effetti speciali. La verità è che oggi come ieri, c’è roba buona e roba schifosa e se si pensa che tutto il buono sia già stato fatto allora tanto vale spararsi no?

La creatività è rielaborazione o rottura col passato, a volte anche citazione, ma non un continuo, totale e dogmatico ritorno. Se oggi vivessimo solo di recuperi degli ultimi 20 anni senza creare niente cosa recupererebbero le generazioni future? Cosa ci precludiamo se guardiamo solo indietro?

Ma dall’altra parte cosa diventiamo se non guardiamo mai indietro? La cosa più bella delle forme di espressione è il loro poggiarsi sulle spalle di chi le ha precedute o il cercare di romperle. Senza conoscere ciò che stato non possiamo apprezzare il futuro. L’arte è da sempre un gesto derivativo. Senza Kurosawa non esisterebbe Sergio Leone, senza Indiana Jones non avremmo Lara Croft o Uncharted, senza i videogiochi probabilmente non avremmo Matrix e neanche District 9, il bello della cultura pop sta anche in questo continuo citazionismo voluto o involontario che permette di apprezzare influenze che partono da Giorgio de Chirico e arrivano a ICO.

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Il bello di un padre nostalgico è che può generare un figlio curioso.

Questa è il tipo di recupero del passato che adoro, per questo motivo mi riempio la casa di libri che parlano dei Masters, dei Bitmap Brothers, della storia dei robot giapponesi. Se la nostalgia diventa spinta di conoscenza è una gran cosa, se diventa una porta dietro la quale nascondere il mondo cattivo che non riesci più a decodificare diventa un problema.

Non perdiamo tempo cercando di recuperare il passato, di riviverlo, il bello della nostalgia sta nella lontananza, in qualcosa che è là, che ricordi, ma che non si tocca, perché quando lo fai rischi che si sfaldi come un vecchio libro.

Che poi non c’è niente di male a guardarsi BimBumBam o a comprarsi una statuetta di Cancer (almeno spero, altrimenti sono fottuto), ma la nostalgia dovrebbe essere come un whisky.

Un prodotto di qualità, da consumare con piacere, consapevolezza e moderazione, non una robaccia da supermercato nascosta in un cartone da bere alla goccia in un parcheggio per sfuggire a tutto il resto.