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Outer Darkness - Copertina

Outer Darkness – I Demon Hunters stellari

E il servo inutile gettatelo fuori nella tenebra; là sarà pianto e stridore di dentiMatteo 25:30

Che siano serie TV, saggi, fumetti, romanzi o racconti ultimamente ho incontrato diversi ibridi tra fantascienza e fantasy. Per citare alcuni esempi basta  risalire al mio articolo su Incanto di Michele Bellone, al fumetto Saga, agli articoli su The Mandalorian o alle atmosfere di  Star Wars Fallen Order etc etc.
A quanto pare fantasy e fantascienza  si corteggiano (molto felicemente)  in questi anni, magari è tutto un effetto Stranger Things, dove una banda di giovani giocatori di D&D si scontrano contro forze oscure e “aliene” e si trovano ad incarnare gli archetipi del fantastico classico (Maga, paladino, ranger etc). Sull’ondata della nostalgia allora si rispolvera il fortunato sperimentalismo letterario degli anni 60/70/80 ovvero lo science-fantasy: dove degli elementi  fantascientifici sono perlopiù accompagnati (se non surclassati) da spesse sfumature fantasy. Facciamo degli esempi: John Carter di Marte, sia il film che il ciclo di romanzi di Burroughs,  il ciclo della Terra Morente di Jack Vance, quello di Darkover di Marion Zimmer Bradley e  per quanto riguarda altri media Star Wars e Warhammer 40.000.

Ora tutto questo è interessante, ma una cosa come Outer Darkness pubblicato da Saldapress e creato da  Afu Chan e John Layman non l’avevo mai vista e letta.

Io mi gioco la pelle, per non dire altro… che i creatori prima di disegnare e sceneggiare questo fumetto si siano sparati in endovena manuali e manuali di Dungeons & Dragons, Pathfinder o semplicemente tutti i tropi del fantasy e hanno metabolizzato questa overdose in un contesto e in una ambientazione “apparentemente” fantascientifica.  Ma andiamo con ordine.

C’è un infernale sciame di meteore demoniache che sprigionano maligni bagliori celesti, stanno per distruggere la nave del bastardissimo capitano Joshua Rigg. Un anti-eroe  sui generis che vi conquisterà il cuore al primo “vaffanculo”.

La Necro-Tempesta non è una banale valanga di corpi celesti bensì un ammasso di esseri senzienti in grado di possedere i membri dell’equipaggio di Rigg, si avete letto bene, demoni che possono controllare chiunque vogliono. Per fortuna ogni “benedetta” astronave è dotata di esorcisti, sciamani, druidi e tutto quello che il nostro folklore può offrire per scacciare il maligno. Con l’aiuto dell’esorcista Agwe, un colosso di muscoli e tatuaggi maori, Rigg riesce a fuggire dalla “minaccia fantasma” (no, ok, ammetto che non fa ridere) purtroppo abbandonando il prezioso carico  che stava trasportando sulla sua nave. Ma per saltare alla velocità della luce serve essere leggeri, lo sanno tutti.

Ovviamente il Capitano Rigg viene licenziato per aver disubbidito agli ordini dei superiori e per aver perso il carico, non importa se ha salvato delle vite, la tirannia della burocrazia  galattica ha sempre la precedenza su tutto.  In una stazione orbitante a forma di  pagoda cinese Rigg sta affondando i suoi dispiaceri nell’alcool mentre è costretto a sorbirsi le prediche moraliste di Agwe. Si avvicina il classico stereotipo da bar, un membro delle autorità galattiche ha un’impresa impossibile per Rigg, lo spericolato capitano in povertà, ovvero una missione di recupero dall’altra parte dell’universo, oltre le Tenebre. Menzione speciale, il burocrate spaziale assomiglia al capitano Nemo dei romanzi di Jules Verne. Manco a dirlo Rigg accetta l’offerta, ora è quello che manderà avanti la baracca sulla nave Caronte. Caronte  è il nome migliore che potevano dare alla nave spaziale… ma vedremo avanti perché.

Ora arriva una delle scena più interessanti della storia, ma poi  smetto di raccontare  la trama, sennò spoilero tutto!  Comunque Rigg va nella sala motori, l’altare, il santuario di ogni astronave ( in questo casao letteralmente) e al cospetto di un bagliore verde smeraldo  urla:

“Sentimi bene. Mi chiama Joshua Rigg. Da oggi sono il capitano e l’autorità suprema di questo vascello.  E quindi, da oggi, sarò la tua autorità suprema”  (ma con chi starà parlando? Diamine!)

continua

“So bene che, tempo addietro, eoni or sono, per qualche insignificante società primitiva ormai inghiottita dalle nebbie della storia, hai rappresentato l’onnipotenza. Ma questo è successo molto tempo fa. Ora tu servi me, senza condizioni” (ma WTF?)

continua

“Io sono il tuo signore e padrone. Io sono il tuo tutto. Io sono il tuo Dio. Mi hai capito mostro?  Riconoscimi stronzo figlio di puttana”

E al cospetto di Rigg c’è un teschio bestiale e  enorme  incorniciato da una criniera nera e corna. Il volto di un dio antico, probabilmente mesopotamico, costretto a ristagnare in un cilindro  collegato ai motori della nave.

Ora nutrici” esclama la divina creatura, e il dio si abbuffa delle vittime sacrificali a bordo della Caronte, criminali e soldati disertori di ogni risma.  Una volta cibatosi dei suoi tributi umani (Riggs dice “è ora di cibare le macchine”)   il dio riesce ad alimentare la nave. Beh dopo aver letto questo passaggio io ho capito di adorare questo fumetto. IMMENSO.

Ora se per Aristotele Dio (Inteso come Demiurgo o ente generico) era il motore immobile, quindi  causa-motore a cui tutto il creato tende e immobile perché non-generato/non-causato, in Outer Darkness gli dei sono letteralmente i motori delle navi che devono costantemente fagocitare  i propri tributi. Così si instaura un parallelismo straordinario, come l’umanità si è garantita la protezione e la benevolenza delle sfere divine mediante l’uso di preghiere e sacrifici così nella sua epopea spaziale l’uomo deve provvedere alla propria sopravvivenza cosmica attraverso l’aiuto degli dei, che seppur imprigionati devono essere ancora soddisfatti.

State pensando  che la nave si chiami Caronte perché ha a che fare con questi morti? Siete in errore. Nell’universo creato dal cangiante talento artistico di Afu Chan  e dalla scrittura di John Layman i morti non sono del tutto morti… ma diventano degli spiriti eterei che vagano nella ragnatela infinita del cosmo e possono essere agganciati dalle astronavi per poi essere sottoposti a una procedura di resuscitazione.

Oh sì, iniziate a credere nei miracoli ora.

Ovviamente sarete salvati soltanto se possedete una garanzia firmata dal governo galattico, non tutti i dipendenti vengono salvati. Soltanto coloro utili allo sforzo bellico contro il nemico Dryx.  Alla mansione del riportare in vita gli spiriti dei morti è addetta la squadra dei Necroforo, termine greco per intendere becchino, i quali come oscuri negromanti aiutati da sofisticate tecnologie di rianimazione lavorano sul nucleo spirituale del defunto, fino a restituirgli la vita e il corpo di prima. Caronte, il traghettatore dei morti, che nome magnifico, colui che attraversa lo Stige e accompagna gli spiriti verso l’inferno.

Ma se il connubio tra fantascienza e fantasy non vi sta ancora appagando  sappiate che siamo solo all’inizio.  Entrano in gioco anche i matematici-magici, ovvero un dipartimento di studiosi della più rigida disciplina scientifica… e delle sue applicazioni  illusorie-magiche.  I matematici-magici sono disposti alla difesa della nave e in altre mansioni di logistica e sono utilissimi  per disegnare rune magiche utili a scacciare le presenze demoniache e a sconfiggere il male nascosto nella galassia.

Al loro fianco si schierano gli esorcisti, una classe uscita da qualsiasi GDR e che combattono gli alieni e le razze dell’oscurità con i loro libri magici dai quali evocano incantesimi e benedizioni miracolose. Non sappiamo che libri siano, Necronomicon? Un vangelo perduto? La Bibbia? Il Corano? Gli scritti di Alister Crowley? Non importa, e perché dovrebbe? La sospensione della realtà è così netta che siamo letteralmente ipnotizzati dai disegni e dalle scene da rimanere anestetizzati, questi stregoni stellari a bordo di una nave alimentata con un motore-dio sono dannatamente spettacolari.

 Di certo non può mancare un oracolo, una profetessa capace di scrutare i misteri del cosmo e delle  intenzioni dei nemici. Una arzilla vecchietta profetessa di sciagure che viene costantemente accompagna dal suo famiglio felino, odiato a morte da Rigg (doveva averlo un difetto il capitano). 

Se il worldbuilding di Outer Darkness è perfettamente curato e originale con la sua commistione di generi bisogna anche soffermarsi sulla caratterizzazione dei personaggi, i quali sono statue a tutte tondo ricche di emozioni e animate da segreti, passioni e ideali. Mi ha colpito molto come Rigg sia un capitano fedele al suo equipaggio ma non si preoccupi delle conseguenze delle sue azioni. Infatti veniamo a sapere che se un demone mostruoso viene scorporizzato (annichilito) dagli anatemi degli esorcisti  esso ha la forza di ricomporsi nel corso di parecchi anni e magari rigenerare una potenza ancora maggiore.  In una scena l’equipaggio della Caronte riesce a distruggere un demone alieno ma Rigg non si  preoccupa di raccogliere le scorie della creatura per poi gettarle in un abisso infinito o contro un sole incandescente.  Consci che il mostro si rianimerà in tutta la sua furia e che ucciderà i coloni di quel pianeta di futura terraformazione  Rigg e Agwe si lavano le mani dicendo “Non è un nostro problema”.

Rigg non ha i nobili ideali dei paladini fantasy o la caratura morale degli eroi della fantascienza classica, bensì è più vicino ai brutti ceffi delle avventure pulp o a quegli uomini nati dai film western.

Manco a dirlo c’è una scena ambientata nel futuro dove il demone massacra un villaggio pieno di innocenti. Adorabile.

Outer Darkness è sensazionale. C’è poco da dire. Divertente, epico, volgare, magico, onirico e fonde tutto il meglio che il genere fantastico ha potuto offrire nella sua storia.  Storpia e confonde gli archetipi, affetta e sutura le citazioni, distrugge i preconcetti per fondarne di nuovi.  La scrittura dei dialoghi è perfetta, c’è spazio per scene irriverenti e sarcastiche come per quelle più profonde e serie e sopratutto c’è quel retrogusto di cinismo cosmico di cui mi sono abbuffato.

Una space-opera fantasy che ognuno di noi è obbligato a leggere. Perché sognare è bello, ma fare il demon-hunter nello spazio profondo è meglio.

 

 

 

 

MURDERFALCONHEADER

Daniel Warren Johnson racconta di mostri, metal e malattia in Murder Falcon.

Si può parlare di malattia mentre mostri extradimensionali vengono disintegrati suonando metal? Daniel Warren Johnson ci riesce.

Murder Falcon, falco umanoide parecchio muscoloso e con un braccio cyborg, caccia e distrugge mostri extradimensionali grazie al potere del metal suonato dal suo amico Jake, chitarrista dei Brooticus.

Quelli a cui piacciono i tecnicismi dello storytelling chiamano la frase sopra high concept, poche parole che ti fanno capire tutto dello spunto, soprattutto quando è un condensato di idee facili per suggerire il genere di storia. Se questo high concept vi ha incuriosito allora Murder Falcom è il fumetto che fa per voi perché da proprio quello che promette, ma anche qualcosa di più.

Jake ha sciolto la sua band. O meglio se ne è andato via dalla band malamente, perché stava affrontando un periodo pesantissimo nella propria vita personale. Murder Falcon infatti è anche una storia sulla malattia, sulla paura che questa porta, sulle scelte spesso sbagliate che si fanno per farci i conti. Ma questo arriva dopo. Murder Falcon è soprattutto una storia action con mostri, combattimenti e un sacco di musiva metal perché è proprio il metal a sconfiggere i mostri che vogliono conquistare il nostro universo.

Jake lo scopre quando è proprio Murder Falcon ad apparirgli davanti e chiedergli di suonare la sua chitarra per dargli più potenza per poter sconfiggere un mostro. Murder Falcon arriva dalla dimensione dell’Heavy, dove il metal da forza e poteri a lui e ad altri famigli. Ora Murder Falcon si trova sulla terra per fermare l’invasione da parte di Magnum Chaos, signore del dolore e della disperazione che vuole sottomettere tutta l’umanità. Per poterci riuscire, Jake deve però rimettere insieme la band, affrontare il suo passato, il suo presente e gli errori fatti e la paura.

 

Come dicevo sopra, un sacco di idee dirette e facili da capire, un approccio al racconto che è nato e cresciuto nel tipo di avventure saldamente anni ’80 e ’90 in cui abbondano chiaramente omaggi e riferimenti alla scena metal classica e moderna, con tanto di canzoni utilizzate per sconfiggere i mostri e comparsate di vere e proprie divinità del genere. Se il sostrato avventuroso e action è quello che vi potete aspettare, a rendere Murder Falcon una lettura tanto divertente quanto personale è tutto l’estro, lo stile e la personalità che Warren Johnson mette in ogni pagina e nei dialoghi. Che si tratti delle scene action oppure quelle più calme e riflessive non importa, ogni vignetta è intrisa del suo tratto distintivo, dei colori di Mike Spicer sempre pieni e pensati per rendere al meglio il tono dei vari passaggi e un uso della tavola che brilla davvero nelle tavole più dinamiche. Quando Ryan decide di mettere in scena mostri giganteschi che se le suonano di santa ragione l’effetto è assicurato, ma dove stupisce davvero è nelle scene in cui a uscire dalle vignette è la forza dei vari membri della band, o i vari musicisti di supporto a Jake che si uniscono nella lotta sempre più internazionale contro Magnus Chaos.

Quando Anne, la ragazza di Jake, prende in mano il microfono e urla tutto il suo dolore, la sua paura e il suo rinnovato coraggio in una doppia splash page, Johnson riesce a farci sentire quell’urlo come se avessimo di fronte un muro di amplificatori, e crediamo che quell’urlo, quella musica possano davvero distruggere i mostri extradimensionali come quelli metaforici affrontati da Jake.

Se combattimenti e musica danno il tono davvero metal ed enfatico alla storia, a rendere il tutto più profondo ed emozionante di quanto la premessa farebbe supporre è il modo in cui Johnson riesce a intrecciare il tutto con il racconto della malattia. Senza cadere nel patetico ma non rinunciando a una robusta dose di malinconia, Johnson e Spicer usano flashback dai colori smorzati per rendere in maniera convincente l’atmosfera plumbea e smunta del periodo più nero di Jake che si inframezza alle esplosioni di colore dei combattimenti sorretti dalla musica metal. Perché è questa a essere il vero braccio destro del protagonista: supporto, compagnia, sfogo, ambizione, frustrazione e realizzazione personale che gli danno modo di esorcizzare la paura e cavalcare con amici vecchi e nuovi suonando fino alla fine, guardando in faccia i mostri e facendo il segno delle corna, plettro in mano e come deve andare vada.

Se cercate una storia semplice con mostri, combattimenti, un ottimo ritmo e un sacco di metal non sarete delusi. Se cercate una storia molto sentita, piena di cuore e con momenti che colpiscono come una chitarrata nei denti rimarrete ancora meno delusi. E a proposito di chitarrate, i Brooticus hanno una pagina Bandcamp su cui potete ascoltare il loro disco, qua. In Italia lo trova edito dai tipi di SaldaPress in un volume che racchiude tutti gli albi americani e materiale extra come tutte le cover alternative, omaggi parecchio belli a storiche copertine di dischi metal.

 

Questo articolo fa parte della Core Story di novembre, dedicata alle novità post Lucca Comics & Games

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