Browsing Category

Nerd Culture

07bd143a5b4189361b341254c3ba24642b1806cf3762ce7a6f73232d753a777e

Il Metodo Marvel per scrivere una sceneggiatura a fumetti

Torniamo a parlare di sceneggiatura per fumetti, parlando di un metodo che ora come ora non viene utilizzato quasi più da nessuno: il Marvel Method ideato da Stan Lee.

Prima di parlare dell’intuizione avuta da Stan negli anni ’50, vediamo però in che modo funziona quello che viene chiamato in inglese il metodo full script, ovvero sceneggiatura completa/dettagliata. Si tratta di quello più diffuso e di cui abbiamo già parlato in questo pezzo, ma mettiamo qualche puntino sulle i e un paio di didascalie chiarificatrici per confrontarlo col Marvel Method.

La maggior parte dei fumetti che leggete, in particolare quelli italiani, sono stati sceneggiati utilizzando una sceneggiatura completa/dettagliata. Di norma lo sceneggiatore descrive quello che succede su ogni pagina e in ciascuna vignetta, indicando nella regia quello che il disegnatore deve disegnare, usando più o meno dettagli a seconda del proprio stile. Subito sotto la regia vengono riportati i dialoghi, i suoni e le eventuali didascalie che verranno inserite dal letterista (anche se in alcuni casi è di nuovo il disegnatore a occuparsi del lettering).

Per consuetudine gli sceneggiatori cercano di scrivere una pagina di sceneggiatura per ogni pagina di fumetto, quindi una storia di 22 pagine avrà una sceneggiatura di 22 pagine (chiaramente non è una regola scritta nella pietra: meglio essere più precisi e sforare di una pagina descrivendo bene qualcosa piuttosto che concisi e confusi).

Oppure usando un esempio casalingo, la sceneggiatura di un albo Bonelli sarà più o meno lunga 92 pagine, quante sono le tavole dell’albo. Di nuovo, questo in linea di massima.

Uno sceneggiatore quindi deve scrivere un bel po’ di materiale da consegnare al suo editor per correzioni e suggerimenti. Una volta rivisto e corretto, tutto questo malloppo viene dato al disegnatore che inizia la sua magia.

Ogni sceneggiatore ha i suoi tempi e velocità di esecuzione ma anche il più supersonico degli autori non può consegnare troppe pagine in troppo poco tempo, oppure può riuscirci ma non come norma, a meno di non andare presto in burnout. Rischio che correva a quanto pare Stan Lee in un momento fondamentale della sua carriera.

Il burnout che Stan preferiva

Quando il buon vecchio Stan si ritrovò tra le mani troppe serie Marvel da scrivere e di cui seguire l’intero iter creativo si rese conto proprio di questo: così tante pagine, così poco tempo per scriverle, così poco tempo per correggerle e approvarle. Ed è in quel periodo che tirò fuori dal cilindro quello conosciuto ora come Marvel Method: scrivere l’idea alla base della storia, quella che in italiano chiamiamo soggetto e gli americani plot, darla al disegnatore e aspettare le pagine disegnate per aggiungere poi dialoghi, didascalie e magari qualche onomatopea.

In questo modo Stan poteva “sceneggiare” diverse serie in parallelo risparmiando un bel po’ di tempo, affidandosi alla competenza dei suoi artisti che avevano parecchia libertà nel decidere i dettagli con cui raccontare l’idea di Stan. Ma quanta libertà? Parecchia.

Un esempio preciso lo racconta proprio Lee in un’intervista e si riferisce alla storia The Last Chapter, uscita su Spider-Man 33. Stan diede a Steve Ditko l’idea: Spider-Man si trova sepolto da macerie mentre dell’acqua sta salendo, rischiando di ucciderlo. Stan pensò quella scena come qualcosa di ordinaria amministrazione per l’arrampicamuri, un piccolo contrattempo da poche vignette. Ditko decise invece di dedicare alla scena diverse pagine, andando a creare una delle sequenze divenute iconiche nella storia del tessiragnatele e tra le più note tra gli appassionati di fumetto. La vedete nelle immagini che illustrano il pezzo.

Spider-Man The Last Chapter

Secondo Stan una volta ricevute le tavole complete non gli rimase che aggiungere qualche didascalia (che a quanto pare venne considerata da Ditko una scelta… didascalica) e BOOM: una delle scene più citate e riutilizzate di sempre (la trovate anche in Spider-Man Homecoming e in quella serie animata brevissima ma ottima di Spectacular Spider-Man il cui omaggio è analizzato in questo video).

Questa grandissima libertà lasciata ai disegnatori da Stan ha dato modo agli artisti di dare libero sfogo alle loro capacità di disegno nello scegliere la miglior soluzione grafica e quale disposizione di vignette utilizzare. Ma, come visto nell’esempio qua sopra, anche di dimostrare le proprie capacità di narratore andando a dettagliare o modificare la trama tirando fuori idee fondamentali per la riuscita delle trame ideate da Stan. Così tanta libertà che da mezzo secolo ci sono infinite polemiche e discussioni su quanto Stan sia il creatore di taluni personaggi e quanto andrebbe invece riconosciuto a Ditko, Kirby e altri artisti. Ma in questo pezzo parliamo solo di metodi di lavoro. Il Marvel Method che vantaggi aveva, rispetto a un tipo di sceneggiatura più dettagliato?

Steve Ditko che pensa a come sviluppare una “sceneggiatura” di Stan

Di sicuro per lo sceneggiatore il vantaggio principale era la riduzione dei tempi di lavoro e, quando affidato a disegnatori di altissimo livello, la quasi certezza di trovarsi in mano delle tavole di altissima fattura e che funzionavano alla grande dal punto di vista narrativo.

Uno svantaggio poteva spuntare nel momento si fossero resi necessari dei cambiamenti di rilievo nelle tavole già disegnate o troppo definite: un conto è richiedere una variazione di qualche vignetta, un conto rifare da zero una o più tavole. I tempi di produzione della storia si allungano mentre il tempo per andare in stampa rimane uguale. Il rischio di un risultato raffazzonato diventa molto alto.

Di contro l’uso di una sceneggiatura dettagliata risolve a monte questo problema: è in fase di revisione del testo che un editor si rende conto se qualcosa di più o meno grosso necessita di un cambiamento. La sceneggiatura torna quindi in mano allo sceneggiatore che apporta le modifiche prima di un altro controllo che le rende fruibili al disegnatore. Si riduce il rischio di dover far rifare vignette e tavole, l’organizzazione del lavoro di tutti risulta più controllabile nei vari passaggi e la macchina redazionale non rischia grossi inceppi temporali. I tempi necessari per scrivere la sceneggiatura dettagliata sono per cui più lunghi, dando però un controllo potenzialmente maggiore allo sceneggiatore.

In un ambito professionale che vede coinvolti, di solito, più persone per la realizzazione di una singola storia è la sceneggiatura dettagliata a essersi conquistata, con variazioni di grado e precisione, il ruolo di stile più diffuso tra le case editrici: la possibilità di poter controllare con maggiore chiarezza e facilità le diverse fasi del lavoro vince quasi sempre su metodi meno ingessati ma potenzialmente più vaghi. La formattazione di una sceneggiatura non è un vero e proprio standard ma una convenzione relativamente fluida che può cambiare nel tempo. Quindi non è escluso che nelle prossime decadi si possa assistere a qualche nuova formattazione.

Se volete approfondire il discorso sulla sceneggiatura per fumetti vi ricordo il dietro le quinte con Adriano Barone sul fumetto Ride: Level Zero che trovate qua.

Dylan-Dog-I-colori-della-paura-ico-g

Anche Dylan Dog viene fuori dalle fottute pareti

Atto primo: Tutti lo citano

Dylan Dog, figlio della mente anarchica di Tiziano Sclavi e personaggio di punta della Sergio Bonelli Editore con più di trent’anni di vita editoriale, non è un personaggio destinato a stare lontano dal discorso politico italiano. Anche quando non vorrebbe essere chiamato in causa e preferirebbe stare seduto sulla poltrona a suonare malissimo Il Trillo di Tartini con il clarino o ascoltare qualche battutaccia del suo personale demone-pard Groucho. Che i fumetti fossero diventati di nuovo materiale per i bad guys lo avevamo già capito da un po’ di tempo ma per Dylan Dog c’è la menzione d’onore.

 

Immagine: Dichiarazione nel neo-ministro della Pubblica Istruzione Bussetti

Prendiamo a esempio l’ultima dichiarazione di un politico che ha coinvolto il nostro anti-eroe: quella uscita dalle labbra del ministro dell’Interno Matteo Salvini al Senato, durante la seduta d’interrogazione parlamentare: “Spero che Famiglia Cristiana insieme a Rolling Stone e L’Espresso possano aumentare almeno di 20 volte in settimana. Penso che la mia faccia serva per questo. La prossima volta sarò su Dylan Dog, chissà”.

 

Immagine: Facebook/Roberto Recchioni

A parte la repentina risposta del curatore della serie, non stupisce che la seconda testata più venduta d’Italia venga riconosciuta come antitetica rispetto a ciò che contraddistingue il governo rappresentato dal ministro Salvini. Speriamo che almeno fosse o sia tutt’ora un lettore dell’Old Boy. E se invece vi stupisce il fatto che l’uomo che ha sulla targa della macchina il numero della Bestia sia nello stesso novero di testate in cui è presente anche Famiglia Cristiana, evidentemente vi siete persi quella fantastica saga piena di pathos della costruzione dell’opposizione cattolica. Non vogliamo sapere chi sia lo show runner di quella della sinistra mainstream. E a proposito: ve lo ricordate cosa ha combinato Maurizio Martina?

Il segretario reggente del Pd aveva postato una foto su Facebook in cui a lui era accostato un Dylan neo-tesserato al Pd con l’hashtag #sischerza. Roberto Recchioni non gradì ma Tiziano Sclavi invece ci passò sopra. Ci passò sopra con una trebbiatrice automatica, rilasciando un’intervista a Repubblica in cui chiariva la distanza di Dylan dalla politica. Nulla impedì che nascessero molti meme. Almeno Enrico Letta, fan della testata e foriero di pudicizia, si limitò a fare gli auguri per i trent’anni.

 

Immagine: Facebook/Maurizio Martina

Non solo il segretario del Partito Democratico ha utilizzato in modo improprio la figura dell’Old boy ma anche un altro partito – ormai nella galassia delle microsigle estinte – utilizzò una serie di personaggi dei fumetti per la propria campagna elettorale. Vi dice niente? No, lo so che non vi dice niente ma facciamo finta di sì: rendiamo ora tutto molto più chiaro con la diapositiva di repertorio.

 

Immagine: Google Images/Search

La Sergio Bonelli non ci fece caso: “[SBE] diffida dall’utilizzo illecito del nome e dell’immagine delle sue proprietà intellettuali”.

E adesso andiamo con la fotogallery!

 

Immagine: Google Images/Full-page screenshot

Atto secondo: L’indignazione

Ma se con l’area della sinistra liberale e Rivoluzione Civile non è andata bene, con i ferventi cattolici non è che potesse andare di certo meglio. Ma ad incazzarsi sono stati loro. Il Family Day sembra sì molto lontano ma la sua eco si fa sentire ancora oggi. Però in questo caso è anche la stampa a mettersi contro Dylan Dog, in particolare La Verità, il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro. Il titolo dell’articolo è: “Usato contro il Family Day. Pure Dylan Dog è diventato uno spacciatore di fake news”.

 

Immagine: Facebook/Mauro Uzzeo

L’articolo fu scritto in reazione a una vignetta in cui un nerboruto signore picchia Dylan con un cartello anti-gender, vignetta che viene dal numero La fine dell’oscurità ad opera di Mauro Uzzeo e Giorgio Santucci. L’albo suscitò il fervore di Massimo Gandolfini, esponente di spicco del Family Day, che successivamente criticò la testata per le sue prese di posizione, facendo manifesta la sua volontà di chiedere le “pubbliche scuse e gli adeguati risarcimenti”, per aver “diffamato il movimento pro family in modo così violento ed esplicito”.

E ancora su Next Quotidiano si legge: “Tra le condivisioni c’è chi sposa in pieno la tesi di partenza, parlando di “Fumetti per diffondere atteggiamenti culturali molto chiari, concreti e specifici… Ovvero propaganda ideologica verso le nuove generazioni, inoculata dentro a mezzi di intrattenimento”, mentre le Sentinelle in piedi di Legnago segnalano “Eterofobia e discriminazione no? In un fumetto per bambini e ragazzi! …come facevano i regimi: bisogna educarli fin da piccoli!”. E qui, se volete, c’è una divertentissima discussione sotto a un thread di Reddit. Che il grande Chtulu ci abbracci con i suoi preziosi tentacoli.

Interludio: Flashback

Immagine: Recchioni, Carnevale – Mater Morbi, SBE

E’ il 2009 ed Eluana Englaro è deceduta solo da pochi mesi. Nelle edicole esce Mater Morbi, il numero che fa conoscere meglio al grande pubblico bonelliano Roberto Recchioni in quanto autore dylaniato. Mater Morbi è un albo che tratta la malattia da un punto di vista particolare, che in sintesi potremmo riassumere così: “Con la malattia ci devi andare a letto, lascia che il dolore ti attraversi”. O almeno spero di aver capito bene cosa intesse dire l’autore. Il numero venne subito accusato di istigare all’eutanasia dall’allora sottosegretaria alla salute Eugenia Roccella, la quale dalle colonne del Corriere della Sera denunciò il presunto atto sacrilego. Tutto cadde quando si decise a leggere l’albo e a chiedere scusa. E insomma, Dylan è entrato anche nelle vicende del Governo Berlusconi IV. Non male, eh?

Atto terzo: E mo’ so cazzi

Ma è anche successo che fosse Dylan ad arrabbiarsi, sfondando la quarta parete di carta in cui è imprigionato: è capitato che fosse il personaggio stesso a riversare la sua nera e collerica bile davanti alle storture del mondo, in certe occasioni in cui gli sceneggiatori  e i disegnatori non l’hanno mandata a dire a nessuno. Stiamo parlando di una storia particolare in ogni sua forma con Piero Dall’Agnol ai disegni e il Tiz alla scrittura della sua 44esima storia: Albo 69, Caccia alle streghe.

 

Immagine: Splatter, rivista

...si intende infatti l’ondata di censura stile anni Cinquanta che sta incombendo sui fumetti horror. Il protagonista è Justin Criss, sceneggiatore e disegnatore, appunto, di fumetti horror. Come è successo nella realtà per Silver, Justin si ritroverà querelato da un padre benpensante che ha scoperto il figlioletto a leggere i suoi fumetti”*. Queste sono le parole che Sclavi buttò giù l’una dopo l’altra nel 1992 per spiegare al disegnatore cosa avesse in mente per la nuova storia.

Meglio ascoltare ancora le parole del Tiz**.

Caccia alle streghe è un numero di cui vado fiero, ma non è piaciuto a nessuno. Era l’epoca in cui c’erano molti imitatori di Dylan Dog. Dylan Dog ha dato la stura a una serie infinita di imitazioni non dico brutte, però molto forti, molto più splatter. Questo ha provocato addirittura un’interrogazione parlamentare in cui devo dire, Dylan Dog non ci è mai entrato. In tutta la polemica sui fumetti splatter, sanguinari, Dylan Dog non è mai stato nominato né dai giornali né in questa interrogazione parlamentare. Mi ha fatto particolarmente dispiacere che uno dei firmatari di questa interrogazione parlamentare fosse Luciano Violante”.

Già. Il vecchio Silver, allora editore della rivista SPLATTER – non credo bisogni aggiungere altro per spiegare quali fossero i contenuti – si beccò una denuncia e rischiò effettivamente di andare incontro a sanzioni molto pesanti. E infatti ci furono delle interrogazioni parlamentari in merito a molte riviste e fumetti dell’epoca, che ci hanno fatto ricordare i bei vecchi tempi non-così-andati del caro Dr. Wertham.

Qui, invece, come ultima chicca, potete trovare un pezzo di Repubblica dell’epoca in cui Dylan Dog viene chiamato fumetto sado-demoniaco.

Vorrei tanto sapere cosa ne pensi in merito il caro Saudelli . O il buonista Santucci.

La crociata contro i fumetti – di questi tempi pare attualissimo dirlo –  non è mai finita, è sempre dietro l’angolo: che sia per contestarne i contenuti, le forme e i generi, sia per demonizzare lo stesso, innocuo, micidiale, popolare, chiacchieratissimo medium. Ma ci sarà sempre qualcuno pronto a rispondere. Carta e inchiostro. Alla vecchia maniera.

 

Immagine: Tex primo numero, ricolorato, SBE