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Now Playing: u suli, u mari, a pleistesc, i telefilm, i tormentoni

Ci sono due momenti esistenziali in cui la vita di un italiano si ferma giusto per fare un rapido check su cosa sta succedendo, una sorta di introspezione forzata che va dal più o meno superficiale e che termina in due modi: o con l’apertura delle scatole della memoria impolverate e sistemate nella cantina di casa dei genitori che trasporta il nostro eroe in un buco nero della memoria o con una foto di un tramonto acceso, la persona tendenzialmente di spalle che guarda l’orizzonte e una frase filosofica che suggella il momento di fermo introspettivo di ognuno di noi. Questi due momenti coincidono con il Natale e la settimana di Ferragosto.

Potrei scrivervi – come ho già fatto a Natale – da un treno senza aria condizionata, stipata assieme a sventurati compagni di viaggio che non vedono l’ora di tuffarsi a mare; potrei, ma il caldo mi rende nervosa, quindi preferisco immaginarvi a leggere questo pezzo in spiaggia, mentre i bambini giocano felici alle vostre spalle, le mamme urlano i loro nomi intimandoli di non gettare la sabbia sui corpi delle persone ammassate su un lembo di terra troppo piccolo per contenervi tutti e state prendendo il sole che vi donerà una bellissima colorazione ambrata. Oppure siete all’estero, state facendo un viaggio culturale postando le vostre foto nelle stories di Instagram che io guarderò mentre sono in bagno.

Io, come vi avevo accennato, non sono in vacanza. Sono a casa, oggi come tanti anni fa. Solo che oggi la mia casa è Milano e qualche tempo fa era una località balneare in provincia di Messina. L’estate è la stagione che odio di più, ma mi chiedo se sia sempre stato così. Chiamerei mia madre per chiederlo, mia consulente di fiducia ogni qualvolta mi imbarco in pezzi che mi portano sulla memory lane, ma è troppo tardi e probabilmente sta dormendo o sta mangiando una granita sul lungomare di Sant’Agata di Militello. No, scherzo, mia madre odia la granita.

E allora sogno a bestia una pioggia tropicale, dove siamo soli e tu inizi a ballare (cit.)

Io invece in questo momento vorrei affogare il tuppo della brioscia dentro quel bicchiere, assieme agli amici di una vita, nella stessa strada, con la stessa musica, gli stessi locali, lo stesso panorama e più o meno gli stessi volti che compongono lo sfondo delle nostri estati. Adesso WhatsApp annulla le distanze, l’altro giorno ad esempio ho partecipato con loro al falò sulla spiaggia in videochiamata. Siccome non avevano un chitarrista, ho chiesto ad un artista di strada di Corso Como se poteva suonare la Canzone del Sole, perché ovviamente cos’è l’estate se non un perenne cliché che si ripete ogni agosto. Lo sa bene Tommaso Paradiso, che sforna hit raccontando situazioni sempre uguali, dal sapore un po’ vintage, tipico di chi ha vissuto quei magici tempi dove non si era iperconnessi, le ragazze vestivano solo un filo di trucco e Maradona era megl’ ‘e Pelè.

Eppure io me le ricordo quelle estati. Quelle delle musicassette e dei brani da registrare dalla radio, roba che dovevi avere l’orecchio teso e lo scatto pronto per premere la combo play e REC, e WinMX muto. Del tempo libero, che diversamente dalle mie coetanee passavo davanti alla PlayStation e al PC.

Scusate se ne faccio una questione di gender, ma anche solo 15 anni fa questo scenario raccontato da una ragazza faceva scalpore. Mi ricordo infatti la mia vicina di casa, quella con la quale scambiavo le confidenze dal balcone delle rispettive case, che con la complicità di mia madre mi tirava fuori da casa a forza per mettermi su una macchina di sconosciuti e cantare gli 883, perché vuoi mica stare sempre al PC. (sì.)

L’estate è amicizia, è condivisione. Per me è sempre stato uno dei momenti più lunghi durante il quale poter dedicarmi al mio hobby preferito: stare in mezzo alla tecnologia (chi l’avrebbe mai detto che poi sarebbe diventato il mio lavoro, vabbè, spoiler). Lei mi sorrideva cantando a squarciagola, cercando la mia complicità su quel verso. Io lo cantavo ma non ero lì. Mettiamo pausa su questo fermo immagine di noi che ridiamo, ché devo dirvi una cosa. Uno dei piaceri che mi concedevo d’estate era comprare un sacco di riviste da leggere, ad esempio. Pensavo alla vita delle persone che scrivevano alla posta del Cioè. Pensavo cosa avrebbe risposto la mia amica al test di Ragazza Moderna “dimmi chi sei e ti dirò come baci”. Pensavo alla forma che potesse avere un bacio d’estate sotto le stelle con in sottofondo Obsesion degli Aventura.

Però sognavo anche un amore come quello di Squall e Rinoa (Final Fantasy VIII) e avevo creato un salvataggio apposta all’altezza della missione spaziale, dove quel ragazzino introverso, solitario e freddo molla tutto per andare a salvare la sua amata nello spazio. Guardavo le mie amiche mano nella mano con i propri fidanzati e io mi rifugiavo nell’abbraccio fatto di pixel ed emozioni vere di Squall dopo averla liberata dalla teca che la imprigionava. Nerd, mi direte. Colpevole, dirò, per questo questo pezzo lo state leggendo qui e non sul Cioè. This is so sad, Alexa, play Despacito, penserete.

E allora passiamo al ricordo successivo, quello dove questo brano è primo in classifica, l’estate torna e così anche io, a casa. Mi affaccio alla finestra e ricordo col sorriso la mia vicina, che chissà dov’è adesso – fortuna che c’è Facebook e so che è quantomeno viva. Sullo sfondo, la distesa di mare e le isole Eolie in lontananza. Piccoli puntini sull’orlo della fine dell’orizzonte, mentre il sole è in procinto di annegare. Apro le scatole dentro le quali ho stipato segreti, lettere, pezzi di momenti che volevo ricordare o pensavo potessero essermi utili ad un certo punto della vita. Che tenerezza ritrovare un lucidalabbra alla Coca Cola BonBon di Malizia che la Anna del passato aveva conservato per quella del futuro, in caso si fosse ritrovata a dover baciare qualcuno e non a consumarlo tutto perché quel gusto era troppo buono.

E lì, tra le altre cose, anche vecchi floppy disk con files Word che riempivo con i miei diari. CD con playlist che avrei ascoltato su una macchina con qualcuno che avrebbe condiviso i miei gusti musicali. Riviste di PC e videogames che mi hanno cresciuta, perché mentre gli altri erano al mare io sfogliavo The Games Machine, provavo a fare robe 3D e far fluttuare bottoni in Flash. Andavo ai mercatini di Ferragosto sul lungomare, sì, ma mi divertivo a visitarli per via di quelle bancarelle piene di riviste di settore che non arrivavano in edicola. Benkyo! era la mia preferita, ad esempio. Con CD pieni di trailer di anime, spot giapponesi, giochini. Italia 1 e i suoi telefilm estivi, perché se è vero che secondo la TV di Berlusconi ci ha fottuto il cervello, è anche vero che senza quei lunghi momenti estivi di primordiali binge-watching ossessivo, aspettando il momento della puntata o ricercando le repliche in fasce orarie dimenticate da dio, non avrei imparato a fare molte cose. Dawson’s Creek mi ha insegnato a fare i pipponi sull’anima gemella ai miei flirt pur rimanendo nella friendzone. Buffy The Vampire Slayer mi ha permesso di entrare in un mondo fantastico in cui ero anche io loro amica e sconfiggevamo i mostri (nel mio caso metaforici) a suon di paletti, magie e battute. Le pubblicità in onda mi hanno permesso di conoscere per intero, anche a distanza di anni, il jingle del gelato Prezzemolo, ché il suo bastoncino chissà dove volerà, inutilissimo motivetto che rimane attaccato alla parete neurale del mio cervello per motivi a me ignoti. O a descrivere il mio orientamento sessuale con un “two gust is megl che uàn”, indimenticabile catch-phrase dello spot super cringe del Maxibon, che a vederlo adesso credo abbia sancito anche la definitiva preferenza per il mondo femminile.

Sopravvivo ad ogni estate solo perché ho la possibilità di alternare momenti cliché – che oggi apprezzo un po’ di più – a quelli dedicati alle mie passioni più grandi, che coinvolgono l’utilizzo di un PC (o smartphone). Perché dopo un tuffo in mare e un “le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi…”, tutti noi ci rinchiudiamo in uno spazio mentale in cui siamo liberi di vagare. In compagnia di Buffy o nel mondo del vostro ultimo libro letto. Lo chiamiamo potere dell’intrattenimento. Perché tutti noi, in fondo, siamo nerd per qualcosa.

La mia playlist per voi:

Key The Metal Idol (anime)

Buffy The Vampire Slayer (telefilm)

Detroit: Become Human (videogioco)

Euphoria (telefilm)

E una vera playlist su Spotify.

Playlist Nerd - Agosto

Now Playing: playlist nerd che non sapevi di volere ascoltare/leggere/guardare

Agosto, si sa, è il mese delle ferie: la macchina carica, la prova costume dietro l’angolo, le scorte di antizanzare, l’organizzazione scientifica di falò e grigliate, le doverose passeggiate all’aria aperta, l’immancabile scorta di libri e tutto quello che l’immaginario collettivo ha costruito intorno al mese più amato (e odiato) di tutto il calendario.

Nel corso del tempo, a questo elenco si sono aggiunti gli armamentari più o meno ingombranti che la tecnologia ci ha messo a disposizione per godere appieno le meritate vacanze. E quindi, dal Game Boy in poi, i nostri zaini si sono riempiti sempre più di supporti digitali per giocare, ascoltare musica, guardare serie e film, da soli o compagnia.

Quello che non manca mai, speriamo per tutti, è il tempo da dedicare alle proprie passioni. C’è chi approfitta dell’estate per recuperare tutti i libri che non è riuscito a leggere in inverno, chi fa incetta di serie tv vecchie e nuove, chi non si separa mai dalla sua console e chi tira fuori sotto l’ombrellone i giochi da tavolo che ha sperimentato solo al chiuso.

Che voi siate tipi da spiaggia, da montagna o da città, non preoccupatevi, Nerdcore non vi abbandona: il mese di agosto, infatti, non avrà una Core Story dedicata ma sarà lo spazio in cui ogni redattore potrà darvi i suoi personali suggerimenti.

Abbiamo lasciato ampio margine di manovra a tutti, affinché il centro dei consigli fossero solo le passioni che animano la nostra redazione.

Come è ormai consuetudine, questa pagina fungerà da indice, dandovi modo di saltare da un articolo all’altro e, quindi, – speriamo – di trovare il suggerimento più adatto a voi.

Lorenzo Barberis: E fu allora che vidi il pendolo

Alessandro Palladino: Now Playing: dalla Corea ai supereroi corrotti

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Nostalgia & Metacritica: si stava meglio quando si scriveva peggio

Una volta, “la grande N” indicava inequivocabilmente Nintendo. Ora non ne siamo più tanto sicuri. Nella critica pop contemporanea, ormai, parlare di nostalgia è pane quotidiano. C’è chi dice che ci troviamo in un periodo di fortissima riverberazione del ventennio ’80-’90, sfruttandone a piè sospinto le idee, le atmosfere e l’estetica nel cinema, nella letteratura (anche fumettistica) e nei videogiochi. C’è invece chi, con fare più smaliziato, sostiene che simili echi del passato siano sempre attivi, ma soltanto ora la nuova generazione di critici può accorgersene per la prima volta. D’altronde, anche l’Eneide era “solo” uno spin-off dell’Iliade, no?

Ma procediamo con ordine: prima di capire quali effetti eserciti sul mondo della critica dobbiamo chiarire, oltre ogni ragionevole dubbio, che cos’è in questo, anzi, nel nostro contesto la nostalgia?

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La definizione base

Specificare di cosa parliamo quando parliamo di nostalgia nel mondo della critica è importantissimo, perché non si faccia l’errore di estendervi il concetto comune, e sottilmente diverso, del termine. La nostalgia comune è la sensazione di tristezza e affezione al ricordo di un momento del passato, proprio o concettuale. La nostalgia nel mondo della critica è la stessa cosa dal punto di vista dell’utente di cultura pop, ma è costruita ad hoc dallo sceneggiatore, disegnatore, compositore, regista o direttore della fotografia di turno.

Un prodotto nostalgico non è tanto un film, o una serie che provano nostalgia, quanto cose che la causano in chi ne fruisce. Da questo, infatti, deriva la critica di principio al fumetto o al videogioco che “punti tutto” sull’effetto nostalgia. Ma è davvero possibile che qualcosa povera di contenuti compensi stimolando i feels dei propri fruitori? Ed è un meccanismo legittimo, o si tratta di “barare”? Siamo vittime di una truffa sentimentale, se e quando perdoniamo un difetto laddove ci ricordi le imperfezioni della nostra infanzia? Insomma, quali sono gli effetti della nostalgia su chi critica?

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Effetti positivi: Stranger Things, remake & remastered

Iniziamo con gli effetti positivi o di indulgenza, i più ovvi e, naturalmente, i più ricercati dal mondo delle produzioni. È cosa ben nota che tutti tendiamo a idealizzare i primi vent’anni della nostra vita, ovvero quando le nostre preoccupazioni e responsabilità rasentavano lo zero. Tenendo a mente questo, potrebbe essere furbo ambientare la vostra serie, o il vostro film, o il vostro romanzo 30 (Captain Marvel) o 40 (IT) anni indietro nel passato. In questo modo, per effetto della nostalgia, una fetta molto ampia di pubblico tenderà ad estendere quel sentimento di idealizzazione e affetto al vostro prodotto. Ma ciò non attiene ai contenuti del prodotto stesso, che può essere più o meno di qualità. La scelta del contesto è libera per quanto, a volte, naturalmente indirizzata verso un periodo storico. Decidere anche in base alla nostalgia è quindi una furbizia in più. O almeno dovrebbe. Non dovrebbe, invece, mai trasformarsi da contesto a contenuto.

Stranger Things è, in ciò, un caso borderline. Da una parte, fazioni di critici ne osannano i contenuti freschi e dinamici, la capacità di creare situazioni divertenti e lo sviluppo dei personaggi, non a caso dei bambini inizialmente impegnati a giocare di ruolo. Dall’altra, però, c’è anche chi ne critica il continuo e insistito citazionismo verso canzoni, film, vestire e sentire anni ’80, rimarcandone la furbizia, sì, ma eccessiva e meramente strumentale, a confronto con un prodotto seriale che, altrimenti, nessuno avrebbe mai notato. Eppure, il contesto di Stranger Things è parte integrante del suo DNA. Se funziona, è anche un suo merito.

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C’è però chi decide, come produttore, di schermarsi anche da questo tipo di riflusso critico e, allora, salta totalmente la fase intermedia. Si sente nostalgia degli anni ’80? Bene, allora ti riporto esattamente (a)gli anni ’80. Ed ecco che fioccano console del passato in versione mini e remastered, SNES, NES, PlayStation e Crash, Spyro, Final Fantasy.

Sembra un’operazione totalmente sicura: costi di porting ridotti e prezzi gonfiati dall’inflazione. Poco importa che i giochi ri-portati siano indietro di venti o trent’anni di evoluzione digitale, è anche questo il fascino del passato. Se il motivo di un difetto (esempio: i controlli mal calibrati di Crash ‘N’ Sane Trilogy) è lo stesso che causa la nostra nostalgia, siamo disposti a perdonare tutto. In fondo, “è un gioco vecchio quanto noi, cosa pretendi?”. Già, cosa pretendiamo?

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Effetti negativi: Star Wars e “Winner Taco Effect”

Esiste una nutrita casistica per la quale, al contrario, ricorrere alla nostalgia è quantomeno rischioso, un’arma a doppio taglio estremamente acuminata. Trattasi del cosiddetto “Winner Taco Effect”: il famoso gelato a mezzaluna Algida a base di cialda e caramello ritirato dal mercato alla soglia del nuovo millennio e, in seguito a proteste diffuse e vibranti in rete, rimesso in commercio dal 2014. Tutti coloro che si auspicavano, da anni, il ritorno del Taco di cui tanto bruscamente la vita li aveva privati, sottraendo loro il (metaforico?) gelato dell’infanzia, hanno salutato la notizia con euforia. Eppure, assaggiata la nuova incarnazione, quasi tutti sono stati costretti a moderare il proprio entusiasmo. “Lo ricordavo più buono!”, “Avranno cambiato qualcosa nella ricetta…”, tutto può essere, ma senza dubbio, nella nostalgica memoria del passato, il Winner Taco aveva guadagnato qualità che nessun dolce reale potrà mai replicare.

E così è per i più grandi franchise della cultura pop dell’intrattenimento. Al di là del successo riscuotibile, e spesso riscosso comunque, presso il grande pubblico, dal punto di vista della critica andare a toccare taluni miti sacri della nostra infanzia è azione ai limiti del sacrilegio, che rarissimamente premia il sacrilego. Sono gli effetti negativi, o di intransigenza, della nostalgia.

Degli esempi? La nuova trilogia di Star Wars, il cui capitolo più iconoclasta (VIII) è quello che ha più diviso il fandom. Nel frattempo, la trilogia prequel, a suo tempo criticata con altrettanta asprezza, sta acquisendo sempre più il dorato fascino di un Winner Taco galattico. Stesso dicasi per i Disney live-action: nel fare il paragone con i cult d’animazione con i quali siamo cresciuti, quanto spesso ci soffermiamo a pensare la loro validità, indipendente, come cult per le nuove generazioni?

Che poi ci siano buone e cattive trasposizioni, non v’è dubbio. Ma il punto è che, come in alcuni casi tendiamo ad accordare preventivamente la fiducia a certi prodotti perché li “riconosciamo”, altre volte ci irrigidiamo e li percepiamo invece come impostori, truffatori, traditori del passato. Entrambe sono reazioni di principio e, in quanto tali, fallaci. Non è comunque facile prevedere, per esempio, quale delle due scatenerà il prossimo remake profondamente ristrutturato di Final Fantasy VII. Certo è che tanto più ingombrante è l’eredità, quanto più si rischia di dilapidarla agli occhi degli aficionados, severi e protettivi, per non dire possessivi, nei confronti delle proprie nostalgie.

Giorni di un futuro passato: la retro-nostalgia di Ready Player One

Esplorati gli effetti positivi, o di indulgenza, e negativi, di intransigenza, che la nostalgia esercita sulla critica, bisogna imparare a riconoscere quest’ultima anche dove è meno evidente. Ready Player One è prezioso, in questo senso, in quanto caso manifesto della nostalgia solitamente meno identificabile. La chiameremo, a scopo di indagine, “retro-nostalgia”: la nostalgia del passato, proiettata nel futuro, quindi del nostro presente.

In senso lato, la nostalgia (dal greco nostos, ritorno, e algia, dolore) è un sentimento che si prova per qualcosa di lontano. Il fatto che la maggior parte delle volte quel lontano abiti nel passato, non significa che debba essere necessariamente così. La nostalgia, pertanto, è proiettabile tanto all’indietro quanto in avanti. Ogni distopia letteraria e cinematica, in realtà, fa leva sul medesimo desiderio di fuga dalle nostre responsabilità. Qualsiasi futuro post-apocalittico ha, infatti, regole ben definite che ci allontanano dal caos del nostro presente. Ready Player One, poi, capitalizza il tutto con estetica, colonna sonora e ripieno di cultura pop al neon anni ’80 (Steven Spielberg in regia aiuta parecchio). Ma potremmo anche fare l’esempio, recentissimo, di FaceApp: mostrarci invecchiati, anche solo per un attimo, è insieme divertente e tranquillizzante. “Non preoccuparti”, sembra dirci il nostro stesso volto rugoso e canuto, “è andato tutto bene”.

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