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Libri e Fumetti

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Figlio di un preservativo bucato: omosessualità, razzismo e musica jazz

Giugno, mese di Pride. È il momento di tirar fuori dall’armadio – pun intended – quei pezzi di cultura pop LGBTQ+ che magari al tuo amico etero – ma sì, ce l’abbiamo tutti, seguiamo il consiglio di Lupo Alberto – sfuggono dal suo consueto radar.

Nel fumetto mainstream, così come nel campo dell’entertainment audiovisivo, c’è una certa consolidata tendenza a ritenere la tematica LGBTQ+ al più una parentesi collaterale per mettere in evidenza (ostentare?) il progressismo o il semplice adeguamento a nuove esigenze commerciali di una determinata produzione (sì Iceman e sì Marvel, dico a voi. Ma tranquilli, lo dico senza polemica, mi serviva solo un esempio noto!): nel caso di “voci dirette” delle stesse persone LGBTQ+, per quanto la produzione a fumetti offra sicuramente outlet maggiori e più diversificati rispetto al cinema o alla tv, questi entrano nella logica secondo cui, quando l’argomento è la tematica LGBTQ+ (insomma, se si parla principalmente di protagonisti gay, lesbiche, bisex, transgender e i personaggi eterosessuali cisgender fanno da contorno) possano essere degne di interesse solo per il suo pubblico di riferimento.

Il che è un peccato mortale soprattutto nel caso di opere che mescolano efficacemente le carte, sfruttando molteplici punti di vista e rendendosi universali, allargando il discorso sul rifiuto e sull’intolleranza ad ogni sua manifestazione, anche e soprattutto quella nei confronti di noi stessi.

Figlio Di Un Preservativo Bucato di Howard Cruse (traduzione abbastanza libera di Stuck Rubber Baby, Magic Press, 2012 per l’edizione più recente) viene pubblicato per la prima volta nel 1995 come risultato di una lunga e travagliata gestazione. L’autore, all’epoca quarantunenne, era già un cartoonist undergound noto negli USA per aver fondato, nel 1979, la pubblicazione antologica Gay Comix e per aver creato una strip, Wendel, considerata la prima a portare una prospettiva gay non stereotipata in un fumetto di ampia diffusione nell’America degli anni ‘80 di Reagan e delle prime avvisaglie dell’epidemia di HIV. La commissione per un graphic novel di ampio respiro gli venne dalla DC tramite una divisione, la Piranha Press, nata per accogliere autori più alternativi (anche se poi finirà per essere pubblicata in un’ulteriore sottodivisione, la Paradox Press, dopo che la prima chiuse per mancanza di riscontri commerciali). A Cruse, forte della sua circoscritta ma riconosciuta fama, fu data completa libertà, ma l’impegno sul lungo termine e la complessità del suo stile occuparono ben più tempo e risorse del previsto (quattro anni invece dei due pianificati), tanto che fu costretto – oltre a chiedere aiuti economici a diverse fondazioni ed a questo scopo richiedere lettere di referenze, fra gli altri, a Will Eisner e Scott McCloud – ad inventarsi una sorta di autofinanziamento vendendo le singole tavole dell’opera ancor prima che fossero disegnate.

Una doppia dimensione al racconto: intimo e corale

Il risultato di questo immenso sforzo uscì nel 1995 (le sue 210 pagine arrivarono il Italia nel 2001). La fatica, più che fisica, si rivelò soprattutto emotiva, in quanto il tono scelto da Cruse fu molto più serio e drammatico dei suoi lavori precedenti, attingendo da ricordi personali sia suoi (in effetti la storia è semi-autobiografica) che dei molti amici a cui chiese consiglio.

 La storia di Toland Polk, negli anni ‘60 dell’immaginaria cittadina di Clayfield, Alabama, ci viene raccontata da Toland stesso nel presente , che si rivolge ai lettori come a degli amici o dei parenti in un lungo flashback, dando subito una doppia dimensione al racconto: intimo, per la forma di narrazione scelta, e corale, per la densità di personaggi ed avvenimenti.

Lo sfondo è quello dell’America della Bible Belt, fortemente conservatrice, in cui fu più forte e duro a morire (o meglio, a retrocedere…) il razzismo eclatante nelle sue più aberranti manifestazioni – i linciaggi pressoché quotidiani – ma sempre giustificato o sottaciuto dai “bravi cristiani”. Nel frattempo il clima di contestazione mette in crisi l’estabilishment WASP su più fronti: le proteste antimilitariste, il movimento per i diritti civili delle persone di colore e i primissimi segnali di insofferenza all’oppressione (i moti di Stonewall erano ancora di là da venire) della comunità gay americana.

Toland è un ragazzo bianco che fa i conti fin da subito con il rifiuto della propria omosessualità e con i tentativi maldestri e autopunitivi per reprimerla, mentre si circonda di personaggi, come gli amici Mavis e Riley, che si mostrano assai più emancipati nonostante il loro essere una coppia eterosessuale nella loro culla sociale: promuovono l’integrazione, vengono definiti dei “mischia-razze”, e – onta ancora maggiore – frequentano “froci scopa-negri” come Sammy Noone, l’organista di una parrocchia locale, gay e sfacciato ripudiato dal padre.

Toland avrà modo di accedere ad una comunità, quella delle persone di colore di Clayfield, molto più amichevole e tollerante della comunità bianca eterosessuale perché, costantemente mantenuta in uno stato di terrore; qui il tratto pieno di Cruse, debitore a piene mani dell’arte di Robert Crumb, è efficace nel tratteggiare la costante sensazione di persecuzione senza sosta che permea la collettività etero anche nei momenti più leggeri. La community “diversa” di Clayfield, invece, è pregna sia di volontà combattiva che di apertura verso chi mostra amicizia;  accogliente verso l’omosessualità in una sorta di fratellanza comune anche quando persino il bianco ed eterosessuale Toland non è ancora pronto ad accogliere sé stesso .

Il Toland narratore del presente, consapevole di aver avuto l’opportunità sprecata di liberarsi dalle proprie bugie, guarda e racconta con un mix di scherno e tristezza il sé del passato: per codardia, e per il bisogno costante di stare sull’attenti affinché nessuno lo sospettasse gay, ha offerto in cambio solo una diluita e interessata (perché gli consentiva di “fare da turista” senza esporsi in prima persona) solidarietà.


Troppo importante era per lui salvare la propria “dignità”, da non riuscire ad andare oltre la ristretta visuale dei propri tormenti personali. Che risultano ancora più limitanti visto il profluvio di stimoli con cui Cruse riempie il suo racconto: la musica jazz come escapismo “carbonaro” necessario e unificante (nei due locali al centro del racconto, l’Alleysax ed il Rhombus, quest’ultimo gestito da due anziane lesbiche di colore), le manifestazioni oceaniche di Washington, i discorsi di Martin Luther King, le drag queen di Doris Day ed anche i crimini abominevoli del Ku Klux Klan avallati nel modo borghese ed educato da tante “brave” persone come Orley, il marito della sorella di Toland o i suoi stessi genitori, che rispettavano il loro domestico di colore insegnando ai figli a non usare mai la parola “negro” ma trattandolo in fondo come un animale sveglio e ben addestrato.

Le menzogne che raccontiamo a noi stessi danneggiano anche gli altri

Il filo conduttore e la questione che Cruse pone discretamente, nella complessità delle situazioni e dei tanti personaggi che mette in campo, sono essenzialmente questi: le menzogne che raccontiamo a noi stessi danneggiano anche gli altri; c’è un momento in cui l’egoismo nel pensare solo ai nostri problemi personali diventa colpevole cecità nell’accorgersi di quanto gli altri hanno bisogno di noi, e nuoce quindi all’umanità intera; le lotte si combattono comprendendosi a fondo e si vincono insieme.

 Toland si renderà conto dei proprio egotismo, in fondo privilegiato dall’essere maschio, bianco, e “non visibile”, nonostante tenti di camuffarlo da ragionevolezza e nonostante venga messo di fronte ad esso a più riprese da chi gli vuole bene  (soprattutto da Ginger, intelligente e risoluta cantautrice folk con cui Poland, sempre per convincersi di essere “normale”, avrà una storia decisamente significativa) soltanto una volta sopraggiunta l’ennesima tragedia: la sua immedesimazione, tardiva ma totale, con l* vittim* della crudeltà dei bianchi eterosessuali e dell’autorità complice (inserisco gli asterischi per evitarvi spoiler) lo metterà di fronte alle sue responsabilità, facendogli finalmente sentire, più che capire, il peso della sua negligenza.

Il coinvolgente doppio registro (racconto personale e affresco socioculturale) in cui si snoda il romanzo è talmente denso nei dialoghi e nel disegno da prendersi più spazio di quello che gli concede la pagina; la divisione in capitoli ancor più che come in un testo scritto, segna il ritmo degli eventi e ne scandisce il build-up drammatico, come una serie tv pronta e servita per il binge-watching (per chi sospetta che questa storia abbia scarso appeal narrativo); ma il merito formale più importante della storia è il mettere in campo, tramite il suo protagonista-alter ego, diversi punti di vista: Toland è gay e lo sa dall’inizio, è vero, ma finché non giunge alla sua risoluzione interiore agisce e si comporta come un eterosessuale impaurito, evidenziando di fatto tutte le piccole e grandi inconsapevoli mancanze del suo comportamento.

Toland è gay e lo sa dall’inizio, è vero, ma finché non giunge alla sua risoluzione interiore agisce e si comporta come un eterosessuale impaurito.

In un presente segnato di nuovo dalla diffusione del concetto di intersezionalità, Figlio Di Un Preservativo Bucato appare fresco e attuale nonostante i suoi 22 anni (a dirla tutta anche grazie ai tanti premi vinti in tutto il mondo, fra cui l’Eisner Award come Graphic Novel dell’Anno); è un po’ scoraggiante dover leggere di situazioni che paiono scritte per il nostro presente, ma d’altro canto questo aspetto è anche una misura della grandezza e della contemporaneità del linguaggio dell’autore. L’accostamento con Maus* di Art Spiegelman, pietra miliare di – beh, di un po’ tutto – sorto più volte nel corso degli anni non suona peregrino per chi si è imbattuto nell’ambizioso sforzo creativo di Cruse.

”(…)Non è che una persona, innalzando la rabbiosa conoscenza di come sia stata abusata, competa con un’altra per lo status di ‘più abusata’; piuttosto è che dobbiamo conoscere le genealogie dei nostri movimenti, e con quella conoscenza viene la comprensione dell’interdipendenza di tutte le lotte di liberazione. Dobbiamo finalmente accettare e praticare quello che abbiamo detto per decenni, per secoli: la Libertà è possibile solamente quando è di tutti, e la schiavitù in un solo posto significa schiavitù ovunque”. (Dall’introduzione originale di Tony Kushner).

Il giardino dei Finzi Contini - Evidenza

Alberto Finzi-Contini: un tragico nerd omosessuale?

Giorgio Bassani è un autore indubbiamente centrale nel canone del Novecento italiano, ed è abbastanza noto come nella sua opera, oltre al tema centrale dell’ebraismo italiano nella bufera terribile e atroce della shoah nazifascista, si sviluppi una riflessione ampia sui temi dell’omosessualità – con particolare attenzione allo stesso periodo storico. Il suo romanzo “Gli occhiali d’oro” (1958), ambientato intorno al 1937, è uno dei primi a trattare la vicenda di un dottore omosessuale, Athos Fadigati, che – tollerato con falsa e ipocrita bonarietà dalla borghesia cittadina di Ferrara – cade in disgrazia in parallelo col marciare del regime verso le leggi razziali, fino al suicidio. Di quest’opera venne anche tratto un film, di Giuliano Montaldo, nel 1987.

Anche altri racconti trattano in modo meno centrale del tema dell’omosessualità: ma, soprattutto, ha intrigato l’indagine critica la possibile omosessualità di uno dei quattro personaggi principali dell’opera più famosa di Bassani, “Il giardino dei Finzi-Contini” (1962), divenuta poi un film di Vittorio De Sica nel 1970, Oscar per la sceneggiatura. La cosa che qui è interessante per noi è che – come andremo a vedere – Alberto Finzi-Contini è non solo ritenuto – con buone probabilità – anch’egli omosessuale, ma anche (nella tridimensionalità del personaggio, non schiacciato su una sola dimensione) un credibile nerd ante-litteram.

Ante-litteram per l’Italia, del resto: nella cultura universitaria americana il concetto di “nerd” si forma all’incirca in quel periodo, negli anni ’40, dove il termine si genera per evoluzione da “nut”, “picchiatello”, a “nurt” e quindi “nerd”, che si codifica nel corso degli anni ’50. E non è certo un caso che – anche come forma tipica di passiva “resistenza” di marca liberale al regime – i due giovani Finzi-Contini siano imbevuti di cultura anglosassone. La letteratura inglese per Micol, la tecnologia per Alberto, che cerca di vestire anche come un giovane studente di una facoltà dell’Ivy League: “Indossava un paio di pantaloni di vigogna grigi, uno dei suoi bei pullover color foglia secca, scarpe inglesi marrone (erano Dawson autentiche, ebbe poi modo di dirmi: le trovava a Milano in un negozietto vicino a San Babila), una camicia di flanella aperta sul collo senza cravatta, e aveva fra i denti la pipa.” (una tenuta in altri punti richiamata come tipica del personaggio, e non occasionale).

Nato nel 1915, di un anno più grande di Micol (due rispetto all’Io narrante anonimo), Alberto studia – senza potersi laureare, per le leggi razziali del 1938 – ingegneria a Milano: la facoltà universitaria più collegata, storicamente, al primo nucleo della cultura nerd.

Qui conosce il chimico industriale Malnate, comunista, con cui ha una amicizia che Micol, apprensivamente, giudica “troppo esclusiva”, lasciandosi sfuggire il disinteresse di Alberto per le donne, che appare anche in un episodio connesso a Malnate:

Poteva per altro succedere, a volte, che Malnate sembrasse quasi dimenticarsi della mia presenza. E questo in genere gli capitava quando si metteva a rievocare con Alberto «i tempi» di Milano, le comuni amicizie maschili e femminili di allora, i ristoranti che avevano avuto l’abitudine di frequentare assieme, le serate alla Scala, le partite di calcio all’Arena o a San Siro, le gite di fine settimana in montagna e in Riviera. Avevano entrambi fatto parte di un «gruppo» – si era degnato di spiegarmi una sera – che esigeva unanime dagli aderenti un solo requisito: l’intelligenza. Grandi tempi, quelli là, davvero! aveva sospirato. Caratterizzati dal disprezzo per qualsiasi forma di provincialismo e di retorica, avrebbero potuto essere definiti, oltre che della loro più bella gioventù, anche i tempi della Gladys, una ballerina del Lirico che era stata per qualche mese amica sua (sul serio niente male, la Gladys: allegra, «di compagnia», in fondo disinteressata, convenientemente puttana…, e poi, essendosi incapricciata senza fortuna di Alberto, aveva finito col piantarli in asso tutti e due). «Non ho mai capito perché Alberto l’abbia sempre respinta, povera Gladys» aveva soggiunto con un lieve ammicco. Quindi rivolto ad Alberto: «Coraggio. Da allora sono passati più di tre anni, ci troviamo a quasi trecento chilometri di distanza dal luogo del delitto. Vogliamo finalmente metterle, le carte in tavola?» Senonché Alberto si era schermito, arrossendo: e della Gladys non si parlò mai più.

Alberto pare imbarazzato dall’accenno del protagonista (tutt’altro che privo di meschinità) a una visita al bordello; quando l’io narrante sbircia, con la sua solita invadenza, nella camera privata di Alberto, intravede un nudo maschile di De Pisis. Il che appare coerente con un plausibile innamoramento per Malnate. Questi, onesto ma brutale, riduce la questione ebraica dei nazismo a un corollario dell’oppressione proletaria:

E se Malnate passava a un certo punto a maltrattare Alberto, magari accusando nemmeno tanto per scherzo lui e la sua famiglia di essere «dopo tutto» degli sporchi agrari, dei biechi latifondisti, e degli aristocratici, per giunta, ovviamente nostalgici del feudalesimo medioevale, ragion per cui non era «dopo tutto» così ingiusto che adesso pagassero in qualche maniera il fio dei privilegi da loro goduti fino a questo momento (piegato in due come per difendersi dalle raffiche di un uragano, Alberto rideva fino alle lacrime, e intanto accennava col capo di sì, lui per conto proprio avrebbe pagato più che volentieri), non era senza segreto compiacimento che lo ascoltavo tuonare contro l’amico.

Oltre alla consueta meschinità del narratore, notiamo che il riso di Alberto finge con ogni probabilità un pianto disperato: piegato come sotto un uragano, ride “fino alle lacrime”. Il narratore, ebreo anch’egli, reagirà – per una volta, giustamente – contro un certo antisemitismo di fondo dello stesso Malnate (di cui è poco colpevole, in fondo: pur comunista, risente della propaganda razziale fascista in cui è immerso). Ma reagisce in modo tutto sommato razionale: arrabbiandosi contro un “alleato” indelicato, mettendo a tacere per una volta Malnate (che solitamente lo mette alle strette nei loro pur sterili dibattiti). La reazione di Alberto (solitamente razionale) è più tragica, e potrebbe essere compatibile con un innamorato segreto che si sente ferito dall’amato.

Insomma, è più che possibile l’omosessualità di Alberto, anche per fonti extradiegetiche, come la figura di Fadigati in primis ed altri accenni al tema omosessuale in tutto il corpus dell’autore. Oggi, forse, con una sensibilità diversa, useremmo qualche prudenza in più, e diremmo che Alberto rientra, probabilmente, in una sessualità LGBTQ+, non avendo elementi dichiarati così chiaramente in senso omosessuale (come invece è esplicito nel protagonista de “Gli occhiali d’oro”). Invece, è  certa l’aderenza di Alberto a una certa cultura nerd-ingegneristica per la tecnologia del tempo.

«Vuoi sentire un po’ di musica?», propose, accennando a un radiogrammofono posto in un angolo dello studio a lato dell’ingresso. «È un Philips, davvero ottimo.» Fece l’atto di alzarsi nuovamente dalla poltrona, ma lo trattenni. «No, aspetta» dissi, «magari dopo.» Mi guardavo attorno. «Che dischi hai?» «Oh, un po’ di tutto: Monteverdi, Scarlatti, Bach, Mozart, Beethoven. Dispongo anche di parecchio jazz, però, non spaventarti: Armstrong, Duke Ellington, Fats Waller, Benny Goodman, Charlie Kunz…» Continuò a elencare nomi e titoli, cortese ed equanime come d’abitudine ma con indifferenza: né più né meno che se mi desse da scegliere in una lista di vivande che lui, per conto suo, si sarebbe guardato bene dall’assaggiare. Si animò soltanto, moderatamente, per illustrarmi le virtù del suo Philips. Era – disse – un apparecchio abbastanza eccezionale, e ciò per merito di certi particolari «marchingegni» che, da lui stesso studiati, erano stati poi messi in opera da un bravo tecnico milanese. Tali modifiche interessavano soprattutto la qualità del suono, che veniva emesso non già da un singolo altoparlante, ma da quattro distinte sorgenti sonore. C’era difatti l’altoparlante riservato ai suoni bassi, quello dei medi, quello degli alti, e quello degli altissimi: di modo che attraverso l’altoparlante destinato, mettiamo, ai suoni altissimi, anche i fischi – e ridacchiò – «venivano» alla perfezione. E non pensassi mica che fossero stati stipati tutti e quattro vicini, gli altoparlanti, per carità! Dentro il mobiletto del radiogrammofono non se ne trovavano che due: l’altoparlante dei suoni medi, e quello degli alti. Quello degli altissimi lui aveva avuto l’idea di nasconderlo là in fondo, presso la finestra, mentre il quarto, dei bassi, l’aveva piazzato proprio sotto il divano su cui sedevo io. E tutto questo allo scopo che fosse raggiunto anche un certo effetto stereofonico.

L’aneddoto sottolinea in modo vistoso la fascinazione di Alberto per la tecnologia di riproduzione del suono del Philips, compatibile con quella, oggi, di un nerd “tecnico” affascinato da un suo computer modificato. Il significato potrebbe avere valore allegorico: Alberto è affascinato dalla tecnica del suono perché non riesce a modulare la propria “voce” (e morirà del resto soffocato, per un linfogranuloma, poco prima della deportazione della sua famiglia).

Anche la stanza riflette il suo culto per la tecnica:

Mentre bevevo, continuavo a guardarmi intorno. Ammiravo l’arredamento della stanza, così razionale, funzionale, moderno, così diverso da quello del resto della casa, e tuttavia non capivo perché mai fossi invaso da un senso via via crescente di disagio, di oppressione. «Ti piace come ho messo su lo studio?» chiese Alberto. Sembrava ansioso a un tratto del mio consenso: che io non gli lesinai, naturalmente, diffondendomi in lodi sulla semplicità del mobilio (alzatomi in piedi, ero andato a esaminare da vicino un grande tavolo da disegnatore, posto di traverso vicino alla finestra e sormontato da una perfetta lampada snodabile, di metallo), e specialmente sulle luci indirette che – dissi – trovavo non solo molto riposanti, ma adattissime per lavorare. Mi lasciava dire e pareva contento. «Li hai disegnati tu, i mobili?» «Beh, no. Li ho copiati un po’ da Domus e da Casabella, e un po’ da Studio, sai, quella rivista inglese… A farmeli è stato un falegnamino di via Coperta.»
Sentirmi approvare i suoi mobili – aggiunse – non poteva non riempirlo di soddisfazione.

Insomma, Alberto Finzi-Contini è un possibile omosessuale, ma indubbiamente, a suo modo, è un nerd antelitteram. Non sono mancate critiche nei confronti di Bassani, anche legate a sue affermazioni private poco appropriate sul tema dell’omosessualità (che però, a rigore, non inficiano l’opera, dove eventuali giudizi negativi sono dell’ambiente, non del narratore). Ha ovviamente suscitato anche dubbi l’eventuale forzato uso delle persecuzioni omosessuali come “simbolo”, allegoria di quelle contro gli ebrei.

Pare più ragionevole che esse siano semplicemente, e giustamente, accostate, entrambe persecuzione di minoranze che il nazifascismo mirava a distruggere o subornare: gli oppositori politici comunisti come Malnate (che per atroce ironia morirà inviato al fronte russo), le donne (Micol è oppressa, oltre che dal fascismo come ebrea, da un patriarcato soffocante, incluso l’io narrante ben oltre i limiti dello stalking nel suo corteggiamento patologico e asfissiante) e, appunto, le persone di orientamento sessuale non conformi ai voleri del regime (ovvero ogni scelta diversa dall’eteronormatività).

Un’altra critica verte spesso intorno alla disarmante passività dei protagonisti: ma questo è, a mio avviso, il punto di forza dell’opera. Bassani non sottolinea in modo forzato quanto essa sia fallimentare e sterile: ma lo rende evidente col dipanarsi stesso dei fatti. I quattro protagonisti sono menti particolarmente brillanti, superiori alla grettezza stolida dei fascisti, qui mediocri, compiaciuti gregari come il rozzo custode della biblioteca che caccia il protagonista. I Finzi-Contini hanno, ancora, grandi risorse economiche a disposizione, e una confusa voglia di usarle a tutela perlomeno della comunità ebraica, se non di tutti gli oppositori e gli oppressi del regime. Ma tutto quel che riescono a pensare è un circolo del tennis privato, in cui quattro diversi tipi di intellettuali dimostrano come la raffinatezza culturale possa diventare un limite: di fronte all’avanzare della tempesta continuano a loro modo a ripetersi, con arzigogolate e differenti costruzioni mentali, che in fondo è tutto normale, si tratta solo di sparate retoriche del regime. Un rischio che riguarda il letterato protagonista, crociano e velleitario, la coltissima anglofila Micol, il comunista Malnate. E anche, in fondo, il nerd Alberto, accomunato in un monito antifascista che – a mio avviso – risulta più efficace proprio nel tono pacato ma inesorabile di Bassani.

Per concludere, lo stesso Bassani inserisce – in molte citazioni letterarie – anche un grammo di cultura nerd d’epoca nella sua prosa coltissima, e in una sede importante.

Ma ciò che più mi colpì, fin da quella prima sera, fu senza dubbio la sala da pranzo, in sé, coi suoi mobili di legno rossastro, in stile floreale, col suo vasto camino dalla bocca arcuata e sinuosa, quasi umana, con le sue pareti foderate di cuoio tranne quella, interamente a vetri, inquadrante la buia, silenziosa tempesta del parco come l’oblò del Nautilus: così intima, così riparata, starei per dire così sepolta, e soprattutto così adatta al me stesso d’allora, adesso lo capisco!, a proteggere quella specie di pigra brace che è tante volte il cuore dei giovani.

Nella bufera altamente simbolica (il termine Shoah, voluto dagli ebrei per l’orrore nazifascista, significa “tempesta devastante”: la metafora in Bassani è quindi pressoché letterale) la casa dei Finzi-Contini diviene la tolda del Nautilus, la nave del Capitano Nemo di Jules Verne, moderno Ulisse indiano in lotta contro l’imperialismo occidentale. Come spesso in Bassani, l’allegoria è molto precisa: il Nautilus è un prodigio della tecnologia, ma la cabina del capitano è un perfetto studiolo borghese: Nemo è un eroe d’avventura, ma anche colto e intellettuale. E l’oblò del Nautilus è protagonista nella scena madre in cui la nave affronta la mostruosa, gigantesca Piovra degli abissi (non credo che sia voluta la coincidenza: ma lo stesso Mussolini aveva dato il nome alla sua più feroce creatura, il servizio segreto fascista dell’Ovra, pensando al mostro tentacolare, che lo affascinava).

L’io narrante, come al solito, non comprende affatto: la sua chiusa leziosa parla di protezione della “pigra brace” del cuore dei giovani, mentre è dall’orrore fascista che cerca – negandolo per rimozione – riparo. Un riparo che però è “sepolto”, e quindi inefficiente: la nobile magione è un rifugio temporaneo e parziale, il Nautilus sarebbe un’arma devastante e letale contro i propri nemici.

Una citazione singola dalla cultura della nascente fantascienza: ma, come visto, particolarmente significativa.

Se vuoi scoprire gli altri articoli della Core Story di giugno, trovi l’indice qui.

MANIFESTO-EC2019 - Copia

Il Premio Coco a Etna Comics: intervista a Alessandro Di Nocera.

 

Nel corso dell’Etna Comics di quest’anno si è tenuta la prima edizione del Premio Giuseppe Coco. La manifestazione ha voluto quale direttore il giornalista e critico fumettistico Alessandro Di Nocera, che scrive da tempo sulle pagine di Repubblica – Napoli, ed è, fra le altre cose, l’autore di Supereroi e superpoteri. Storia e mito fantastico nell’America inquieta della Guerra fredda (Castelvecchi, 2006). Al suo fianco, come Senior Consultant, Riccardo Corbò (Giornalista RAI, responsabile delle rubriche Tg3 Comics e Tg3 Ludus), e una ampia giuria di qualità, con le testate online Comicus.it, Lo Spazio Bianco.it, L’Antro Atomico del Dottor Manhattan e le nostre N3rdcore.it e Popcore.it. Insieme, i centri culturali WoW Spazio Fumetto – Museo del Fumetto di Milano, Centro Fumetto “Andrea Pazienza”e FumettomaniaFactory. Hanno partecipato inoltre a titolo individuale la scrittrice Nadia Terranova, il giornalista e conduttore di Sky TG24 Vittorio Eboli e Gianmaria Tammaro, giornalista de “La Stampa” ed “Esquire”.

 


Ne è risultato un palmares molto interessante:

Miglior disegnatore italiano: Werther Dell’Edera

Miglior sceneggiatore italiano: Lorenzo Calza

Miglior colorista italiano: Giovanna Niro

Miglior autore unico italiano: Fabrizio Dori

Miglior serie italiana: Cosma e Mito di Vincenzo Filosa e Nicola Zurlo per Coconino Press

Miglior libro di autori italiani: Post Pink di AAVV per Feltrinelli

Premio Wow per l’eccellenza italiana nel mondo a Sara Pichelli

 

Come Nerdcore, avendo anche preso parte alla giuria di qualità, abbiamo voluto approfondire le scelte emerse da questa prima edizione con un’intervista a Di Nocera, che si è prestato volentieri a un approfondimento ampio e a tutto campo.

Come nasce l’idea – sacrosanta – di dedicare il premio a Giuseppe Coco?

L’idea è di Antonio Mannino, il patron di Etna Comics, con l’avallo degli eredi di Giuseppe Coco. L’autore era infatti originario di Biancavilla, nei pressi di Catania, anche se la sua carriera si sarebbe poi sviluppata a Milano, dove si trasferì. Si tratta di uno dei vignettisti italiani più pubblicati, in Italia e all’estero, purtroppo non valorizzato ancora come meriterebbe. I premi vogliono servire anche per favorire questa doverosa riscoperta, come è avvenuto quest’anno anche con una mostra che ha permesso di riapprezzarne l’incredibile, vulcanico colorismo e la genialità dell’invenzione grafica. Le statuette del premio sono del resto ricavate da una sua opera anni Ottanta, “Ragazzi in blue jeans”, che è stata tridimensionalizzata da Daniele Trovato, un sensibile scultore che ha realizzato a mano le sette statuette.

Come si è giunti, invece, al tuo coinvolgimento in questo premio?

La manifestazione etnea, che come giusta definizione riporta “Festival Internazionale del fumetto e della cultura pop”, ha voluto l’ideazione di un premio che si caratterizzasse per la serietà critica delle proposte. La scelta, di cui ringrazio l’organizzazione, è ricaduta su di me, e ho voluto subito qualificare la manifestazione innanzitutto utilizzando una giuria di qualità (ti confesso che credo poco nelle “giurie popolari”, magari con volti noti ma estranei al mondo del fumetto, che possono esprimere giudizi del tutto estemporanei). Ho quindi coinvolto subito Corbò come senior consultant, e ho poi costruito un regolamento e una giuria ampia e affidabile, che coinvolge un buon numero delle migliori realtà del settore, e che magari in future edizioni si dovrà allargare e ampliare ancora. Inoltre, non ho voluto una mera scopiazzatura dei premi fumettistici “classici”, modellati sull’Eisner o sui Gran Prix di Angouleme, che rischiano di essere poco dotati di personalità specifica: ho quindi voluto elaborare un chiaro discorso, un ragionamento preciso, che possiamo addirittura definire “politico” nelle sue scelte, per rivolgerci oltre l’ambito stretto del fumetto. Il dato che emerge quest’anno è una chiara scelta di campo in favore della figura femminile, troppo spesso un tempo – ma, in parte, ancora oggi – bistrattata all’interno del medium fumetto. Ma questo lo potremo vedere meglio trattando dei vari premi, di cui immagino vorrai parlare.

Penso che a questo proposito il premio a un validissimo sceneggiatore come Lorenzo Calza abbia voluto essere anche un riconoscimento a Julia, la storica testata con personaggio femminile in Bonelli.

Certamente sì, anche se ovviamente Lorenzo Calza è innanzitutto un ottimo professionista, poco studiato da una certa critica paludata anche, magari, per un certo ostracismo verso il fumetto “al femminile”. Ho spesso sentito accusare Julia di essere un personaggio freddo, “perfettino”, un po’ antipatico: ma è la terza testata Bonelli, dopo le ammiraglie di Tex e Dylan Dog. Forse dovremmo chiederci: faremmo le stesse obiezioni a un personaggio maschile? Insomma, è un successo che va indagato, e che magari ripone le sue radici nel saper parlare a un pubblico femminile. Ma Calza comunque non è solo Julia, attenzione: per esempio, è l’autore di “She”, una serie di vignette magari poco conosciute nella scena fumettistica “stretta”, ma che hanno numerosissimi fan, anche d’eccezione, al di fuori di quel mondo. E io credo sia importante appunto non restringere l’ambito del fumetto, ma allargarlo.

Seguendo questo ragionamento, anche Werther Dell’Edera è stato un notevole interprete del femminile, recentemente. “Il sangue della terra”, il suo ultimo Dylan Dog con Paola Barbato come sceneggiatrice, è una riflessione tutt’altro che banale sul divorzio tramite la chiave dell’horror per indagare le lacerazioni di una famiglia che si spacca. E poi, ovviamente, è a fianco del ritorno di Sclavi, con “Le voci dell’acqua”…

Sì, e anche lì, come sempre in Sclavi, si può trovare uno studio psicologico di alto livello, anche sul femminile, che Dell’Edera è stato in grado di leggere con un segno scavato, difficile, coraggioso. Ma prendo come spunto quanto detto per collegarmi al premio alla migliore colorista, Giovanna Niro: Dell’Edera, che è bravissimo, era stato di recente premiato come copertinista, e non si era considerata la colorista, che come ben saprai nelle cover ha un ruolo centrale, e che era appunto Giovanna Niro. Naturalmente l’abbiamo premiata per la forza del lavoro coloristico, che riesce a mostrare la sua personalità artistica in modo riconoscibile, in un ambito in cui è particolarmente difficile farlo; ma anche per riconoscere una professionalità del fumetto, quella del colorista, che ora inizia a essere considerata e che è in maggioranza al femminile.

 

Il miglior autore unico è Fabrizio Dori, che in effetti ha fatto un lavoro incredibile sia nel recente Il Dio Vagabondo che nel precedente Gauguin…

Sì, Dori è eccezionale, molto apprezzato all’estero, in Francia e non solo, e qui da noi relativamente poco valorizzato rispetto alla potenza del suo lavoro artistico. Riesce a interpretare un maestro di calibro di Gaugun senza cadere nel rischio di un lavoro didascalico, ma integra il segno e il colore del maestro al suo, giungendo a una sorta di realismo magico. Ma questo avviene anche nell’altro lavoro che abbiamo considerato, “Il Dio vagabondo”, dove questa potenza visiva – ma perfettamente al servizio della storia – è ancora più marcata.

Per quanto riguarda il premio alla serialità, mi ha colpito in positivo la scelta – non così usuale, diciamo – di premiare un seriale italiano non Bonelli. Benché, sia chiaro, è noto come io apprezzi la Bonelli e il suo lavoro, anche in questi ultimi anni…

Sì, abbiamo – senza alcuna preclusione – voluto superare un automatismo, una certa pigrizia. Prendiamo il “Mercurio Loi” di Alessandro Bilotta. Autore di altissimo livello, che ha vinto tutto quello che si poteva vincere negli ultimi due anni, letteralmente. Alessandro, che è un amico, merita questo e ancora di più, è chiaro: si tratta di uno scrittore unico, che rifugge dagli schemi e dalle regole precostituite e Mercurio Loi è un gioiello. Ma il problema che mi pongo io è sulle giurie: possibile che in Italia negli ultimi due anni solo Alessandro e Mercurio Loi fossero meritevoli di un premio dedicato al fumetto seriale? Oppure la verità è che non si dà spazio ad altre realtà seriali che, magari per un ragionamento “parallelo”, meritano invece di essere evidenziate. “Cosma e Mito” di Vincenzo Filosa e Nicola Zurlo, per Coconino Press, è una di quelle. Filosa e Zurlo sono autori molto amati nell’ambito degli autori di fumetto e il loro è un lavoro raffinatissimo che andava assolutamente evidenziato. Ed è seriale, benché certa critica paludata talvolta confonda “seriale” e “popolare” (inteso oltretutto spesso in senso lievemente spregiativo…). E contiene anche una riflessione originale su una figura di femminilità forte, protagonista. La segnalazione di “Cosma & Mito” era partita da Corbò e io l’avevo accettata con entusiasmo. La Giuria è stata straordinaria nel comprendere il senso della proposta e a fornire il suo imprimatur dopo un’articolata discussione in merito.

Il discorso sul femminile, che è stato un po’ il fil rouge dell’edizione e di questa nostra conversazione, ritorna sicuramente in Post Pink, vincitore del premio per il miglior libro…

 

Certo, qui è pienamente evidente. A me e alla Giuria ha fatto molto piacere premiare Post Pink, perché è un’antologia che ci ha consentito di premiare tutta una generazione di autrici femminili, e femministe, che in quest’opera rivendicano non solo una condizione di parità per la donna, ma sanno trasformare questa istanza in qualcosa che investe la condizione umana tutta, al di là dei generi. Si tratta di un altro ambito dove vi è stato un forte emergere di professionalità femminili, il mondo dell’autoproduzione, del web: il fumetto mainstream era un tempo, in parte è ancora, molto maschile (e maschilista), e così l’inevitabile emergere della componente femminile è avvenuta con più forza e chiarezza in questi canali nuovi e meno ufficiali.

Chiuderei con il premio per l’eccellenza italiana nel mondo a Sara Pichelli…

Di nuovo, un riconoscimento doveroso, e di nuovo nel senso di un’apertura ampia del fare fumetto, l’elemento più pop è ovviamente la vittoria dell’Oscar 2019 con Spider-Man: Un nuovo universo, che ha trionfato come miglior film di animazione, e a cui l’autrice ha lavorato. La Pichelli è l’unico Oscar italiano di quest’anno, cosa che le ha dato una notorietà ampia anche al di fuori della nostra ristretta sfera fumettistica. Aggiungo in conclusione una cosa. C’è una singolare coincidenza che non abbiamo detto: in modo non calcolato, il manifesto dell’Etna Comics di quest’anno, realizzato magistralmente da Simone Bianchi, è dedicato a Gammazita, una leggendaria eroina catanese che ha resistito alla violenza maschile col suo sacrificio, scatenando i Vespri Siciliani. Nel nostro piccolo, abbiamo voluto una resurrezione di Gammazita. Il prossimo anno ci sarà sicuramente di nuovo l’attenzione a un tema forte, politico che emergerà dalla realtà e sarà analizzato e interpretato attraverso il fumetto. Spetterà alla Giuria il compito di cogliere il modo in cui la narrativa disegnata si farà portavoce dello spirito dei tempi.

E noi aspettiamo con grande interesse. Ringraziamo Alessandro per la sua disponibilità, e ci auguriamo di risentirci per il prossimo Etna Comics 2020!

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