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Libri e Fumetti

Negan Copertina

Negan – Odi et amo

La vita dei sopravvissuti alle apocalissi zombi non è certo tra le più facili: le storie a tema che abbiamo visto e letto ci hanno abituato alle più grosse difficoltà che l’essere umano si sia trovato a fronteggiare.

Al cinema e in letteratura, abbiamo scoperto che – in fondo in fondo – gli zombie sono sempre il minore dei problemi nonché il pretesto che gli autori utilizzano per raccontare la loro critica alla società o i rapporti tra le persone.

Nel caso specifico dei protagonisti di The Walking Dead, la serie a fumetti scritta dal prolifico e talentuoso Robert Kirkman, alle difficoltà legate alla mera sopravvivenza (cercare un rifugio, mangiare, curarsi) si aggiungono tutta una sfilza di antagonisti, uno peggio dell’altro. Rick Grimes & soci sembrano affetti da una strana sindrome che li rende dei magneti umani per le personalità più aberranti che un’apocalisse possa partorire: cannibali, mitomani, egomaniaci violenti e strane gang. I protagonisti della fortunata serie a fumetti riescono, ogni volta, a sconfiggere – più o meno facilmente – l’antagonista in questione e a uscirne intatti, solo con qualche cicatrice in più.

 Poi arriva Negan. 

Nel momento in cui Negan fa la sua apparizione, i sopravvissuti della comunità di Rick stanno sperimentando il contatto con altri gruppi: un momento molto importante per il futuro della società distrutta dalla resurrezione dei morti, perché potrebbe covare il presupposto per ricreare scambi commerciali, rapporti diplomatici e supporto reciproco. Insomma, Rick e la sua gente sono in quel particolare momento di passaggio – delicatissimo e precario – in cui da comunità autarchica e diffidente ci si sta trasformando in società complessa e stratificata.

Un lavoro duro e molto lento che vede Rick & co. impegnati in prima persona: ci sono uomini e donne traumatizzate dal loro passato e con fantasmi che definire ingombranti è un eufemismo che vanno rassicurati sul loro futuro. Fidarsi del prossimo è ancora possibile e dallo scambio con gli altri possono arrivare solo cose positive.

Certo coglioni. Cose positive per me!” direbbe Negan.

Il nostro caro uomo con la mazza ricoperta di fil di ferro se ne frega dei piani e della loro bontà. Lui ha intenzione di godersi ogni attimo di questa nuova, crudele, impostazione del mondo e lo fa nel modo che meglio conosce: con la violenza fisica e psicologica.

 Da lettore, il mio rapporto con Negan è partito con l’odio profondo (i lettori del fumetto e gli spettatori della serie sanno perché). Ho detestato il suo ingresso in scena fatto di grandi spacconate, volgarità senza freno e violenza gratuita. 

Durante le prime interazioni con i protagonisti di The walking dead, avevo seriamente paura. Paura che quel folle – così lo consideravo – armato di una mazza da baseball che chiamava Lucille (ditemi voi se questa non è una cosa che solo uno sciroccato completo farebbe) potesse far deflagrare le sue intenzioni bellicose e mettere così fine alla serie. Diciamoci la verità, nella narrazione moderna non si è mai così tranquilli sul fatto che tutti i protagonisti arrivino vivi alla fine della storia. Quindi, la possibilità che Kirkman avesse deciso di introdurre Negan per chiudere la storia non la consideravo improbabile.

Piano piano, si è fatta strada dentro di me la consapevolezza che Negan fosse il perfetto contraltare di Rick. Se l’ex vice-sceriffo è l’emblema della razionalità a tutti i costi, della ricerca totalizzante del bene per sé e per la sua comunità, Negan è il caotico malvagio che asfalta tutto e tutti, senza alcuna remora e col sorriso sulle labbra. E sapete una cosa? Ha cominciato a piacermi.

Perché Negan ha carisma da vendere.

Questo aspetto l’ho scoperto lungo i tanti numeri che vedono la presenza di Negan come antagonista: se a primo acchito l’uomo con la mazza da baseball può sembrare solo un folle, con il passare delle pagine mi sono reso conto di quanto lucidi fossero i suoi piani. Il fatto che un piano sia incomprensibile secondo la nostra personale visione del mondo non vuol dire che non sia sensato, ecco cosa ho imparato. E lo hanno imparato anche i seguaci di Rick.

Volete creare una serie di scambi fra comunità confinanti? Benissimo, fate pure. Solo che Negan vi chiederà la metà di qualsiasi bene abbiate intenzione di commerciare. Se avete intenzione di contestare questa decisione, verrete distrutti nella maniera più crudele possiate immaginare, resi impotenti e rimessi al vostro posto. E poi dovrete comunque dare la metà dei vostri raccolti a Negan, quindi vi conviene cominciare da subito ed evitarvi il dolore.

 Il carisma di Negan deriva dalla folle e lucida consapevolezza che il mondo è finito e ogni sforzo per ricreare una società degna di questo nome è futile e andrà a scontrarsi contro orde di morti viventi il cui scopo è distruggere tutto e che alla fine, hanno comunque il tempo dalla loro parte. Perché combattere la marea e affaticarsi quando si possono sfruttare i sopravvissuti e vivere quel poco che ci resta alla grande? 

Non fa una piega, eh?

Ditelo a quelli che hanno avuto un incontro ravvicinato con Lucille.

Un altro motivo per cui ho adorato (e ancora adoro) Negan è la sua evoluzione, coerente come poche.

Nella serie regolare di TWD conosciamo il violento e lucido Negan, lo temiamo e stringiamo i denti insieme ai buoni sperando che il ciclone passi nel più breve tempo possibile. E a questo punto cosa fa il buon Kirkman? Tira fuori un numero speciale interamente dedicato a lui e ci spiega le sue ragioni.

Attenzione, il numero in questione (Negan è qui) non è fondamentale ai fini della serie ma ha il grande pregio di essere uno spin off breve curato nei minimi dettagli.

Nel volume a lui dedicato, conosciamo il personaggio prima del ritorno dei morti sulla Terra: a parte l’inevitabile straniamento che ho provato quando mi sono trovato un uomo con le fattezze di Negan ma il carattere di un agnellino, seguire la sua personale discesa negli inferi conclusasi con la creazione di Lucille è stato un inquietante specchio in cui guardare. Robert Kirkman compie un’operazione meravigliosa, raccontandoci quanto sia labile il confine tra la sanità e la follia e quanto impattante possa essere un trauma come una società distrutta sulle persone normali. Normali come me che scrivo o te che leggi. Perché quelli che diventano Rick e guidano i buoni sono pochi, ricordatevi che la maggior parte di noi finirebbe ad allargare le file dell’esercito degli zombi, nella migliore delle ipotesi.

 E quindi mi sono ritrovato a empatizzare con Negan , a comprenderne – in parte, sia chiaro – le ragioni e a dirmi che le alternative a questo percorso verso la lucida folla erano veramente poche.

Infine, l’ultimo motivo per cui mi sono ritrovato a pensare che Negan sia il miglior cattivo possibile è la reazione che ha creato nelle comunità che lo hanno combattuto. Perché, nel momento in cui il lettore si ritrova a detestarlo maggiormente, in quell’attimo in cui stringe i denti sperando che la vendetta arrivi sovrana, quel magnifico narratore che è Kirkman usa questo cattivo da manuale per un’ulteriore svolta nella storia.

E quindi Negan il distruttore diventa la pietra su cui costruire la nuova idea di società, migliore di quella di prima.

 

Questo articolo fa parte delle Core Story di N3rdcore di Settembre

Cover-One-Punch-Man-2

One Punch Man 2: meno azione e più riflessione

One Punch Man 2 si è finalmente “concluso”, per quanto la sua fine sia stata decisamente più che amara. Dire che sia finito sul più bello è un eufemismo e l’incompiutezza della trama, che di fatto non ha avuto niente da dire dal lato più shonen, è stata fonte di molto malcontento tra gli appassionati.

Le aspettative sul ritorno di One Punch Man erano estremamente alte dopo una prima stagione di una qualità indiscussa, ricca di momenti da pelle d’oca e di animazioni tanto dinamiche quanto dettagliate e ispirate. Yusuke Murata e One del resto hanno una chimica straordinaria e il duo funziona proprio perché sembrano spesso essere agli antipodi a livello stilistico e filosofico. Il loro marchio vive di contraddizioni ed esagerazione, a prescindere da quale stagione o arco narrativo si decida di prendere in esame.

Eppure la seconda venuta di Saitama sui nostri schermi ha nettamente smorzato il tono e il prestigio con cui gli appassionati guardavano la produzione TV, a partire da quando fu annunciato il cambio di studio d’animazione. E alla fine i timori erano fondati, considerando che i momenti visivamente memorabili si contano sulle dita di una singola mano, mentre in precedenza ogni episodio della prima serie si presentava come uno spettacolo per gli occhi.

Oltre alle diverse ed estranee mani sulla lavorazione tecnica, il diverso ritmo di One Punch Man 2 non è solamente dovuto alla sostituzione dei precedenti animatori, ma anche a uno strettissimo cambio di tono che rende la seconda stagione quasi più ponderata che combattiva. Nelle prime avventure di Saitama, lo scopo dello show era quello di farci comprendere più o meno il mondo degli eroi e darci un’idea ben precisa di quanto forte fosse veramente il nostro pelatone, ponendolo in situazioni drammatiche tipiche degli eroi giapponesi e degli stereotipi del genere. Abbiamo anche conosciuto Genos, il cammino del protagonist, alcuni importanti comprimari e il sentimento generale dei cattivi del mondo, oltre a capire i ranghi dei supereroi e le dinamiche della società che li governa.

Un quadro che a primo impatto può apparirci come semplice sfondo della storia di un tizio che uccide tutto con un pugno solo, ma che più avanti cambia più volte prospettiva e ci parla di un altro simbolo attribuibile a Saitama, ovvero quello di essere l’emblema del cambiamento sociale per quanto riguarda la vita dei giustizieri e dei mostri. Per fare questo però, bisognava per forza accostare un elemento profondo all’estrema semplicità di ragionamento di Saitama, il quale fa l’eroe per hobby e difficilmente si cura delle minacce in maniera seria o autorevole, né ci ha mai riflettuto fino a quando non c’è stato un dialogo specifico con King.

E quindi il nostro eroe dalla tutina gialla viene scalzato via dal minutaggio della serie per farlo apparire in brevissime apparizioni. Le puntate con Saitama vertono unicamente su di lui che gioca ai videogame o va a bighellonare a un inutile torneo di arti marziali che vede il suo clou con l’invasione dei mostri. In quest’ultima istanza, per esempio, il grosso della narrazione è affidato a un nuovo personaggio che si bulla della sua forza e abilità fino a quando non viene disintegrato da uno dei tenenti della Società dei Mostri e inizia a gridare aiuto come un bambino davanti all’uomo nero. Viene aiutato dagli unici due eroi presenti al momento dell’attacco nonostante nessuno dei due abbia chance di vincere, ma è proprio questo spirito di sacrificio e altruismo a sottolineare a noi spettatori cosa dovrebbe essere un eroe, a prescindere dal rango che possiede.

Nello scontro, infatti, i due eroi vengono trattati come non all’altezza della minaccia presente, deridendoli sia in quel drammatico frangente che durante il torneo stesso. Nessuno dei due è un Classe S e, come tutti sanno, se sei al di sotto di tale nomina è come se in realtà neanche esistessi o fossi buono solamente a raccogliere i gattini sugli alberi. Un concetto che vediamo portato avanti fino allo stremo, con Saitama che ha il compito narrativo di dimostrare che in realtà è una classificazione futile e cieca nei confronti dei veri valori che un eroe dovrebbe rappresentare. Lo stesso effetto di rottura ce l’hanno i due eroi improvvisati del torneo, i quali se ne infischiano altamente e sacrificano la propria incolumità anche solo per tentare di far scappare il tizio che li ha battuti e derisi.

Naturalmente vengono spazzati via in un secondo e il nostro amico, spaventato, comprende che l’unico modo per salvare la propria pelle – scappando – è quello di affidarsi agli eroi che potesse sentire le sue grida di disperazione, gli stessi che trovava sciocchi e devoti a una causa futile quanto l’altruismo. In una scena con un monologo quasi all’opposto di quello di Spatent Rider contro il Re dei Mari, arriva Saitama e salva la situazione senza troppi problemi. E qui la potenza, alla fine, non risiede in quello che dice o fa l’eroe, bensì nel lungo pensiero interiore del lottatore di arti marziali nei suoi presunti ultimi istanti di vita. Ed è così che va nella seconda stagione: gli altri riflettono e Saitama mette il punto con un cazzotto, come succede quando King riflette sulle sue menzogne o quando Genos cerca di capire quale strada intraprendere come eroe di Classe S. Non che il pattern della prima serie fosse differente, ma nei nuovi episodi questo è ancora più marcato per via dell’assenza di Saitama dal ruolo di “protagonista” delle puntate, mentre in precedenza era sempre il fulcro della trama e delle vicissitudini (perfino negli episodi dove il Re dei Mari distruggeva la città).

Ma se è pur vero che il nostro eroe pelato capitalizza solamente alcuni ragionamenti, il vero protagonista della seconda stagione è Garou: l’uomo che ha voluto passare dalla parte dei mostri. Lui è senza ombra di dubbio uno dei personaggi migliori di One Punch Man, e lo è principalmente perché è l’elemento che fa mettere in discussione a noi spettatori le stesse dialettiche e ideologie dello show. Quando vediamo i mostri pensiamo subito a ucciderli, è una prassi logica che ormai siamo abituati a fare e che negli anni è stata già sfruttata in opere come Undertale o La Mia Vita da Slime. In quella di One i mostri appaiono spesso ferali e privi di buone intenzioni, eppure se vi fermate un attimo a ragionare noterete che effettivamente la maggior parte di essi non è mossa da pura malvagità, o comunque non nasce come tale.

Vi ricordate il primissimo mostro che abbiamo visto nell’anime (o nel manga)? Quello violaceo a forma di namecciano? Ecco, quello lì non stava distruggendo la città perché godeva nel vedere le persone morire sotto le macerie, bensì lo faceva perché era un emissario della Natura e si era anche stufato di vedere cumuli di rifiuti e inquinamento sul nostro verde pianeta. È come se Greta Thunberg prendesse degli steroidi e iniziasse ad attaccare chi danneggia palesemente il pianeta. Potremmo darle torto? Stiamo andando verso l’estinzione e quello che facciamo, di tutta risposta, è abbattere il guardiano della natura che è venuto a darci una lezione. Eppure questo succede perché nel mondo di OPM un mostro va subito ucciso e non si può fermarsi ad ascoltato.

Da questa dinamica cieca nasce Garou, l’unico che fin da piccolo ha colto l’estrema ingiustizia della giustizia degli eroi. Eppure, siccome è così che va il mondo, è stato soppresso da chiunque non la pensasse come lui, emarginandolo e punendolo ogni volta che provava a dire “e se gli eroi non avessero sempre e comunque ragione?”. Bullismo, mortificazione sociale, abbandono, una vita distrutta solo perché qualcuno la pensava diversamente e perciò bisognava emarginarlo. Per loro era un mostro, per quelli come lui vige la regola che se ti piacciono i mostri allora puoi anche rimanerci per tutta la vita, un po’ come quando si cerca di combattere il razzismo e ci viene risposto “ospitali a casa tua se ti piacciono tanto” e altre bestialità indicibili. Uno schifo che nasce proprio dalla società eroico-centrica di One Punch Man e che nel tentativo di debellare i mostri non fa altro che aumentare le diseguaglianze sociali tra le due fazioni e sedimentare la cattiveria di queste creature costantemente cacciate.

E come potersi liberare di questa piaga col mantello? Eradicando ogni singolo eroe tra i più forti esistenti. Questo perché, come sottolineato prima, il classismo del mondo supereroistico ha fatto sì che il convergere elitario dell’associazione abbia abbassato i controlli sulle classi più basse, centrando tutta la gerarchia su pochi individui che si occupano di gestire le minacce più grosse. Senza di loro, il resto degli eroi –essendo ignorati per tutto il tempo senza un vero e proprio programma di crescita- si ritroverebbero allo sbaraglio senza uno scopo, incapaci di gestire i pericoli che la continua lotta di forza ha esponenzialmente ingigantito negli anni. Lo stesso obiettivo ce l’ha anche la Società dei Mostri: un inedito movimento di ribellione organizzata contro gli eroi o chiunque non scelga di diventare un mostro.

Essendo “cattivi” era un po’ scontato che prendessero la direzione “o noi o contro di noi”, tuttavia non possiamo ignorare il fatto che evidentemente non deve essere proprio piacevole sapere che un appartenente della nostra razza muoia ogni giorno anche solo per apparire in pubblico. Soprattutto quando si è convinti che il proprio organismo sia quello che merita di essere dominante, pensiero comunque comune a entrambe le parti. Garou però, per quanto sia nominato come cacciatore di eroi, è invece più moderato.

A lui non interessa uccidere chiunque gli capiti a tiro e non vuole combattere gli eroi in senso stretto, vuole solo dimostrare che il sistema non funziona e per farlo bisognare tagliare la testa che comanda. Fisiologico, necessario, eppure ingiusto e ci pensate bene. Conoscendo la sua storia è impossibile non sentirsi quasi in pena, nonostante ci siano ottimi comprimari ad andargli contro di volta in volta. È perfino buono con i bambini e il suo lato più umano è quasi sempre sotto i riflettori, che volete di più?

E infatti, per ora, con Saitama sembra esserci un rapporto perfettamente neutrale. Ognuno di loro continua a fare quello che vuole e non c’è mai uno scontro aperto, semmai ci sono situazioni ridicole in cui si inciampano a vicenda. E anche questo è un simbolo di come ci sia bisogno di far maturare la visione di Garou in parallelo a quella della Società dei Mostri, regalandoci i migliori momenti della crisi dell’associazione degli eroi.

One Punch Man 2 è quindi lontano perfino dall’ombra della prima serie, nei ritmi e nella caratterizzazione del suo cast. Ma, se proprio vogliamo discernere le qualità positive, possiamo sicuramente affermare che c’è stato qualcosa che ci hanno voluto raccontare, un qualcosa che ci allontana dai combattimenti – e infatti ce ne sono non pochi in attesa della seconda parte – per spiegarci quali cambiamenti sociali sta per vivere il mondo di OPM. Saitama è solo uno dei tanti protagonisti di questa serie, lasciando che il suo potere sia la scintilla per la fiamma del cambiamento che arde in altri cuori oltre il suo. Il risultato è quindi controverso, dall’impatto innegabile e dalle conseguenze che chi legge il manga può spoilerarci in qualsiasi momento. Una cosa è sicura però: ci vorrà ben più di un pugno per risolvere la guerra con la società dei mostri e per abbattere il sistema obsoleto della gerarchia degli eroi.

Cover Consigli

Now playing: dalla Folgoluce a The Office il passo è breve

Nessuna estate può ritenersi tale se non è collegata a qualche prodotto dell’intrattenimento, per quanto mi riguarda. Diverso dal tormentone estivo, che ha lo scopo di nascere e morire nel corso di poco più di tre mesi, il mio personale amore è fatto per rimanere.

Ricordo l’estate in Corsica, in cui le passeggiate in spiaggia e le serate in campeggio furono funestate dalla morte di Ned Stark. Oppure le giornate in Grecia, passate insieme ai libri di Carrere. O quella del 2009, in cui fu Ryszard Kapuściński a tracciare la linea. Ci sono intere estati dominate dal ricordo di un videogioco, forse perché collegate a singoli episodi (Cadillacs & Dinosaurs quando aprirono una sala giochi a cinquanta metri da casa e ci passavo le serate con mio fratello o Double Dragon quando mio cugino si accorse che il cabinato al lido dava credito illimitato, se la botta era abbastanza forte) o da quello di una serie tv.

In ognuna di quelle estati io ho messo nel cassetto dei ricordi un prodotto, che ogni tanto mi piace recuperare o che vedo/gioco/leggo di nuovo con grande piacere.

Crescendo, spesso il prodotto in questione è diventato più di uno, su più media: eccoci quindi arrivati a oggi, a questo pezzo in cui provo a riassumere il meglio che ho incontrato sulla mia strada nerd, le milestone che vedrò quando mi volterò indietro e guarderò al 2019 con qualche anno in più sulle spalle.

Libro: La via dei re e Le cronache della folgoluce in generale

Sono un amante del fantasy, sotto (quasi) tutte le forme. Datemi un libro fantasy e ci passerò un’estate su. Datemi una buona saga e mi ci immergerò, parlandone a tutti gli interlocutori possibili.

Nonostante l’enorme quantità di titoli pubblicata negli ultimi tempi, da alcuni anni a questa parte mi sono sentito orfano. Ci sono state belle scoperte – come il weird ad opera di China Melville – o la scrittura di Ursula K. Le Guin, però nulla di cui innamorarsi, su cui passare ogni momento libero, in una febbrile ricerca di tempo di lettura che diventa sempre più spasmodica.

Poi arriva lui, Brandon Sanderson: a me sconosciuto fino alla presentazione delle novità Mondadori dell’inverno scorso, in cui è stata annunciata l’uscita del terzo libro della saga de Le cronache della Folgoluce, sua più grande opera. Ed è stato subito amore.

Il perché è presto detto: Sanderson consegna ai lettori un mondo fatto di storie appassionanti e dolorose, di morte e riscatto, di vendetta e mistero, di divinità capricciose e lame fatte di nebbia. Il tutto confezionato con dei personaggi che si fanno amare al primo capitolo e un mondo vasto e variegato: migliaia di pagine di passioni, duelli, guerre, razze, inganni, nobili, spettri – o entità simili – e uno stile di scrittura che rende immediata l’epicità degli accadimenti.

Non fatevi spaventare dalla mole dei libri – ognuno di oltre mille pagine – o dalla durata dell’opera – la cui fine è prevista, forse, per il 2024 – prendete in mano un libro di Brandon Sanderson e ficcateci dentro il naso. Non vorrete leggere più nulla (almeno) fino alla fine delle vacanze.

Fumetto: Magico Vento, Il ritorno

Sono cresciuto a pane e fumetti, questo lo sapete. Quello che forse non sapete è che se abiti in un paese piccolino, le edicole avranno solo qualche fumetto Bonelli. Quindi sono cresciuto a pane e fumetti Bonelli. Non mi lamento, sia chiaro, ho attraverso l’universo, il sogno, l’incubo, la pianura americana, la giungla sudamericana, le metropoli del passato, del presente e del futuro insieme agli eroi Bonelli e sono stati tutti viaggi splendidi. Qualcuno si è interrotto bruscamente, qualcun altro meno.

È il caso di Magico Vento, creatura di Gianfranco Manfredi, uscita tra il 1997 e il 2010, ambientato intorno alle metà del XIX secolo in un far west a cavallo tra il classico western e l’horror.

Proprio la dimensione sovrannaturale della serie attirò la mia attenzione ai tempi del primo numero e ammetto che il prodotto che mi trovai davanti mi ha dato costanti soddisfazioni. L’evoluzione dei personaggi, con la Storia degli Stati Uniti sullo sfondo, è stata regolare e coerente, pur riuscendo a mantenere un buon timone sugli aspetti più squisitamente orrorifici. Il piacere della lettura stava anche nello scoprire ogni mese che taglio avrebbero deciso di dare alla storia in edicola: portare avanti un fumetto per più di 100 numeri significa sapersi ancorare saldamente al proprio genere di riferimento ma lasciarsi andare anche a qualche sapiente esplorazione.

E così ha fatto Magico Vento, portando con sé i lettori nel giallo, nelle ispirazioni lovecraftiane, nel romanzo storico, financo nel biografico. Lasciando dietro di sé pochissime sbavature.

Ecco il motivo per cui la chiusura della serie regolare non fu accolta benissimo, in casa mia.

Ed ecco perché ritrovarlo in edicola è stata una piacevole sorpresa, un po’ come ritrovare quell’amico del mare che non vedevi da tanto tempo ma con cui hai passato tante estati a giocare prima e a filosofeggiare al tramonto, poi.

Esattamente per lo stesso tipo di paragone, non vorrei una serie regolare di Magico Vento di nuovo in edicola: non potrei dedicarle troppo tempo – o comunque il tempo che meriterebbe – e poi avrei paura che, così come l’amico del mare in inverno, possa rivelarsi una delusione. Quindi ben venga la miniserie, che ci riporta, per un breve momento, alla gloria di più di un decennio fa.

Gioco: Citadels

L’estate, si sa, è il momento dell’anno in cui tutti abbiamo un mazzo di carte nella borsa. Perché capiterà di dover aspettare l’arrivo di qualcosa (il traghetto? Il treno? L’aereo?) o perché è semplicemente un modo rapido e veloce di passare tempo in compagnia.

Personalmente ho passato tante estati a giocare con le classiche carte da scala quaranta, finché – più di venti anni fa – uno dei ragazzi della comitiva si presentò con un mazzo di carte di Magic. Da allora non fu più lo stesso.

Ho imparato che ci sono tanti giochi di carte (quindi leggeri e facilmente trasportabili), ognuno più appassionante dell’altro. Negli anni sono passato dai classici Uno e compagnia bella fino a quelli che più sento come miei, ossia Munchkin e Citadels.

È su quest’ultimo che vorrei soffermarmi, perché l’ho ripreso dopo tanti anni: creato da Bruno Faidutti, Citadels dà al giocatore lo scopo di costruire una città nel più breve tempo possibile. Per farlo, dovrà impersonare a ogni turno un personaggio (Re, Assassino, Mercante, Architetto, Ladro, ecc.) e usarne le specifiche abilità.

Citadels è il giusto dosaggio di strategia e fortuna (che con i giochi di carte un po’ c’entra sempre!) e ha il grande pregio di essere facilmente spiegabile e comprensibile. Caratteristica fondamentale se volete proporlo a dei casual gamers.

Serie tv: The Office

Anche in questo caso sono arrivato in ritardo. In colpevolissimo ritardo.

Complice alcuni giorni da solo a casa, la memoria è andata a questa serie di cui conoscevo solo le centinaia di meme in giro per la rete: avendo tempo a disposizione mi sono lanciato alla sua scoperta.

Non guarderò più i miei colleghi allo stesso modo, perché lo so che in fondo, in ognuno di loro si nasconde un Dwight. O uno Stanley. Magari anche un Toby.

Scherzi a parte, le dinamiche di The Office sono talmente agghiaccianti da fare il giro e diventare divertenti, non il contrario. Le situazioni a cui sono sottoposti i protagonisti non sono molto lontane dalla quotidianità di tanti uffici, gli autori si sono limitati a spingere sul pedale dell’acceleratore rendendo grottesco questo o quell’aspetto, a seconda dei casi.

E quindi ecco temi difficili come l’orientamento sessuale, la privacy, i rapporti tra colleghi, la competizione e la diversità fatti a pezzi sull’altare sacrificale del politicamente scorretto. A esser precisi, in alcuni casi, sull’altare dell’inconsapevolmente politicamente scorretto: perché il personaggio di Michael – interpretato da uno Steve Carrell meraviglioso – ha un’aura candida che lascia sconvolti. O meglio, che mette in fibrillazione i miei neuroni specchio, facendomi vergognare sempre di più a ogni puntata.

Mentre scrivo sto finendo la terza stagione e vorrei riuscire a mettermi in pari entro la fine dell’estate. Poi, magari, chissà, sarà la volta di Parks and Recreations.

 

 

Cover-Definitiva

Now Playing: dalla Corea ai supereroi corrotti

Questo mese abbiamo voluto lasciare la Core Story da parte, proprio perché il caldo torrido e le fresche spiagge hanno chiamato ognuno di noi redattori. Dal canto mio l’estate non è solo un periodo in cui abbronzarsi la pelle, ma è anche la bellezza di quei pochi mesi di attività meno intensa nei quali posso coltivare le mie passioni e hobby lontano dalle deadline e dal logorio della vita quotidiana. Finalmente posso spararmi quella serie che tanto mi attirava, oppure gustarmi uno dei blu-ray che ho acquistato e ignorato durante l’anno, magari davanti a una bella ciotola di popcorn rigorosamente di sottomarca.

Qui su N3rdcore i miei pezzi vi hanno dato un’idea più o meno precisa di alcune delle mie passioni, tra gli anime giapponesi e i drama coreani. Se da un lato c’è quest’aria orientale, dall’altro nelle nostre Core Story mi sono permesso di infiltrarmi nelle quinte di film e serie tv, illustrandovi i processi artistici rimasti nell’ombra delle opere o sugli scaffali pieni di artbook. I consigli che seguiranno saranno un po’ uno specchio di queste mie trattazioni, proprio perché nutro la speranza di fornirvi nuove prospettive su show o libri o film che difficilmente raggiungono il pubblico, perfino quando si parla di appassionati. Senza nulla togliere al fascino del mainstream dei colleghi di Popcore, la roba veramente gustosa si trova sempre nel posto in cui non si va mai a cercare.

Consiglio Drama: Lawless Lawyer

Qualche tempo fa vi avevo parlato di Memories of Alhambra: un drama coreano sulla realtà virtuale ambientato a Granada, un perfetto entry point per tutti i curiosi che voglio assaggiare qualcosa di orientale ma non troppo all you can eat. Capisco però che Memories of Alhambra possa avere un’impostazione a volte confusionaria e troppo tech, focalizzandosi sul virtuale e andando a perdere un po’ quel feeling caratteristico che ci si aspetterebbe da uno show asiatico. Nel caso vi manchi davvero l’aria di Seoul, ho però un’altra bella serie da proporvi come alternativa, specialmente per tutti quelli di voi che adorano la pura azione e la lotta alla criminalità.

Lawless Lawyer, disponibile gratuitamente su Rakuten Viki a patto di sopportarne le pubblicità, è la storia di due avvocati che per volere del fato si ritrovano a dover combattere contro un’intera città corrotta in tutte le sue amministrazioni, dalla TV alla finanza. Naturalmente uno scenario simile, con omicidi e sparatorie quasi ogni giorno, richiede un approccio che va ben oltre le regole e la legalità. Un metodo abbracciato dallo studio IL-legale (sì, si chiama proprio così) e dal protagonista Bong Sang Pil. A metà tra il legal thriller e la storia da gangster, Lawless Lawyer è tanto leggero da guardare quanto profondo e stratificato, rendendolo perfino perfetto da guardare sotto l’ombrellone.

I suoi punti forti sono infatti due: un cast stellare pieno di attori dalla carriera solida (e bellissimi) e la dualità tra il carisma del protagonista e quello dell’antagonista. Non ho mai visto, finora, un drama con una rivalità così intensa e vissuta, quasi da manga shonen per certi versi.

Mi ha coinvolto fino all’ultimo secondo e ci sono stati parecchi colpi di scena che hanno evitato il calare dell’attenzione, nonostante una prevedibilità a volte lampante. Per il resto, non c’è davvero niente fuori posto e la montagna russa di emozioni tipiche da drama è una delle più leggere che ci possano essere, tarata quasi appositamente per un pubblico dal palato poco abituato. La storia d’amore poi è molto dinamica, le musiche accattivanti e la resa scenica votata all’esagerazione. Insomma, non manca proprio nulla!

Consiglio Libro: Loop

Dato che vi ho sempre parlato di artbook e illustrazioni, perché non fondere la narrativa e il disegno digitale nel consigliarvi una delle opere più particolari su cui abbia messo mano?

Loop è un libro “illustrato” di Simon Stalenhag, un artista che ha creato un vero e proprio metaverso dove negli anni ’80 la Svezia e l’America possiedono due enormi acceleratori di particelle che hanno cambiato per sempre lo scenario tecnologico. In questo mondo che non è mai esistito, robot giganti e altre creature camminano per le campagne svedesi, vivendo scenari di vita normale mentre sullo sfondo campeggiano gigantesche strutture di metallo. La forza di Stalenhag è proprio quella di fondere un tratto realistico con elementi fantascientifici sapientemente dosati, creando quella sensazione di essere davanti a un ecosistema allo stesso tempo plausibile e immaginifico.

Oltre a essere una bellissima raccolta di immagini sul tema, Loop nello specifico è un vero e proprio libro che racconta la storia della Svezia di questi fittizi anni ’80, spiegandoci cosa è successo dopo la Seconda Guerra Mondiale, la vita vicino all’acceleratore di particelle e tutti gli avvenimenti più importanti di quella Terra. La maestria con cui Stalenhag descrive questo viaggio è pazzesca, tanto da sembrare che le parole sulla carta siano veramente una cronistoria di un futuro che abbiamo mancato per un soffio. Parte di questo effetto è dovuta all’utilizzo dell’infanzia e dell’adolescenza, tanto marcata che è possibile paragonarla a Stranger Things o ai Goonies, giusto per continuare il discorso nostalgia intavolato a luglio.

Se mai accettaste il mio consiglio, vi suggerisco di accompagnare la lettura con le musiche composte sempre dallo stesso artista, disponibili gratuitamente su Spotify e Bandcamp (quest’ultimo ha anche uno spazio per delle offerte libere). E se vi piacerà quello che troverete in Loop, comprendendo abbastanza l’inglese potrete anche farvi un giro con The Electric State: la storia di una ragazza e del suo robot in viaggio in un’America ormai ridotta allo sbando dopo che tutta la popolazione è rimasta letteralmente ipnotizzata dalla realtà virtuale. Quando ci poserete gli occhi, non riuscirete più a togliervi dalla testa quello scenario.

Consiglio Videogioco: Fire Emblem Three Houses

Se si parla di mondo orientale, non si può non pensare a Nintendo e a Nintendo Switch, mio acquisto più che recente. Lo so, arrivo tardi alla festa, ma non potevo mancare Fire Emblem Three Houses, una delle mie serie preferite in assoluto.

Il gioco in questione è uno strategico a fasi dove gli eserciti alleati e nemici si scontrano su campi di battaglia pieni di soldati, maghi, arcieri e chi più ne ha ne metta. Il vero carattere del gioco è basato sulla sua narrazione e sul modo in cui il cast interagisce con il vostro alter-ego, fattori ancora più rilevanti in Three Houses.

Come suggerisce il nome, il vostro compito sarà quello di scegliere una casata e seguirla sia in una fase scolastica, dove voi sarete i professori, sia negli eventi che seguiranno 5 anni dopo l’inizio del gioco. Un racconto lungamente basato sul tempo e sui legami, perfettamente in grado di coinvolgere emotivamente anche il più distaccato tra i menefreghisti.

Oltre a essere un ottimo gioco ammirato dalla critica nazionale e internazionale, lo consiglio proprio perché credo sia l’esperienza che più mancava su Nintendo Switch, soprattutto in relazione ai marchi storici di Nintendo. Il modo in cui è stato costruito Three Houses è inoltre molto amichevole nei confronti dei totali neofiti di Fire Emblem, rendendolo un inizio più che ottimo per chi se ne voglia approcciare.

Per i “men of culture” lì fuori che mi leggono, sappiate che Three Houses è pieno zeppo di papabili waifu e husbando a vostra disposizione. Ammetto però che l’assenza della stirpe creabile dei capitoli per Nintendo 3DS mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca, ma il team di sviluppo si è fatto ampiamente perdonare con le eccellenti storie dei tre leader.

Consiglio Serie: The Boys

Tra le altre cose, sono un grande fan del Marvel Cinematic Universe come metà del globo, però ammetto che le serie TV sui supereroi non mi hanno mai convinto molto. Giusto Powerless e Titans mi hanno lasciato qualcosa di più, mentre le altre le ho già dimenticate amabilmente, soprattutto quella falsa sui superpoteri che misero su PlayStation Video. Mi vengono i brividi solo a ripensarci.

Dato che TUTTI mi consigliavano The Boys e il periodo estivo mi ha fornito più tempo, me la sono divorata per bene e, dio mio, quanto è stato difficile staccarsi dalle puntate per tornare agli impegni della vita. Al netto dei criticoni della rete pronti a dissacrare qualsiasi cosa sia basata su un fumetto e non rispetti le pagine 1:1, l’ho trovata estremamente brillante e con un cast eccezionale. Patriota (Anthony Starr) e Billy Butcher (Karl Urban) sono sicuramente le mie due scelte d’eccellenza, ma fatico a trovare anche solo un membro che abbia fatto un lavoro pessimo o mediocre. Forse giusto Queen Meeve non mi ha convinto molto, lasciandomi a bocca asciutta nonostante qualche accenno di retroscena interessanti.

La serie, per chi non conoscesse il nome The Boys e avesse vissuto in un’isola deserta fino alla lettura di questo pezzo, parla di un gruppo di uomini che, per un motivo o per un altro, finiscono per tentare di distruggere una società multinazionale in completo controllo di un esercito di supereroi dallo stampo classico. Quest’ultimi salvano le persone, fanno sponsor, campagne, pubblicità e rendono felici gli azionisti guadagnando miliardi su miliardi, ma in realtà dietro la tutina e il mantello si nasconde corruzione, vizi, droga, crimini e tutto ciò che compone la schifezza della società moderna. Uno specchio dei giorni nostri, pieno di denunce al sistema consumistico e allo stile di vita americano.

Non è la prima volta che vediamo il tema dei paladini della giustizia trattato in questo modo, ma tra tutte le trasposizioni seriali The Boys è un pinnacolo senza precedenti. Alcune scene, come l’aereo dell’episodio 4, non fatico a definirle indimenticabili oltre che iconiche, tanto da possibilmente definire le future trattazioni di queste tematiche. In particolar modo, il maggior merito di The Boys – a mio giudizio – è quello di riuscire a essere crudo al punto giusto, senza strafare con il gore o usando escamotage visivi giusto per creare sensazionalismo tra le pagine dei tabloid. Al giorno d’oggi è difficile trovare la dose corretta per lo splatter, il che la dice lunga sulla regia della serie.

Considerando che è uscita di recente ed è disponibile su Amazon Prime Video, non c’è davvero nessuna scusa per non mettersi comodi e vederla. Ora, per favore, datemi la seconda stagione.

Consiglio Film: Train to Busan

Chiudiamo con la Corea e lo splatter grazie a Train to Busan, uno dei film più famosi del filone orientale a tema zombie.

Se lo conoscevate di nomea e non lo avete mai visto perché “non so, i film coreani sono strani”, sappiate che avete commesso l’errore più grave della vostra vita. Se invece non abbiate idea del perché un film sugli zombie si chiami treno per Busan e pensate a un errore di scambio alla stazione Termini, lasciate che vi illumini.

Train to Busan è una pellicola abbastanza diretta (battuta non intenzionale) dove un intero treno carico di passeggeri finisce per essere l’unica salvezza da un’appena scoppiata apocalisse zombie. Davvero, il disastro comincia proprio quando le porte del treno si chiudono, anche perché un’infetta riesce anche ad entrare in un vagone proprio per il rotto della cuffia del segnale acustico. Da qui, come spettatori seguiremo le vicende dei pendolari all’interno del treno, in particolar modo concentrandoci sul protagonista interpretato dall’eccellente Gong Yoo che i più ferrati ricorderanno anche per Goblin: lo show che rappresenta l’eccellenza dei drama.

La storia del film è classica e non propone niente di nuovo sotto al sole degli zombie, tuttavia l’ambientazione e le dinamiche sociali che presenta sono abbastanza forti da dargli un feeling originale e tutto suo, utilizzando il treno come specchio di ciò che accadrebbe fuori dai suoi vagoni. Metteteci un pizzico di sano legame familiare, scene da testosterone qui e lì, sacrifici vari ed eroismo in pillole ed ecco che avrete la perfetta formula del film di zombie coreano più in voga. Ah, naturalmente nessuno vuole evitare di menzionare l’eccellente fattura con cui il trucco e gli effetti speciali riescono a creare dei veri e propri cadaveri viventi. Train to Busan è già vecchiotto, ma le sue idee possono essere riviste anche nella più recente serie Netflix Kingdom.

Per quanto sia disponibile in italiano in streaming o negli archivi del Blockbuster sotto casa fallito diversi anni fa, vi consiglio di ignorare quel doppiaggio orribile fuori sincro e gustarvelo con i sottotitoli. Forse un po’ impegnativo da vedere al tavolino del bar dello stabilimento, specialmente se non avete mai ascoltato il coreano in vita vostra, ma è un’ottima occasione per farsi una bella serata a base di pizza e film. Non scordatevi le birre ghiacciate!

pendulum

E fu allora che vidi il Pendolo

Una delle domande oziose da giornale culturale in stagione estiva è: quale libro vorresti con te naufragando su un’isola deserta? Non avrei molti dubbi al proposito: Il Pendolo di Foucault di Umberto Eco. Ma sulla motivazione è bene spendere alcune parole, e raccontare del difficile avvio di una lunga storia d’amore.

Il Pendolo di Foucault è del 1988. All’epoca avevo dodici anni, e per me il romanzo passò totalmente inosservato. Invece, in casa nostra c’era – inevitabilmente – il Nome della Rosa. Il film di Annaud del 1986 mi aveva blandamente incuriosito per via della presenza di Sean Connery, che ovviamente conoscevo per via di 007 (i film classici, all’epoca, venivano trasmessi abbastanza a ripetizione in tv): l’avevo visto qualche anno dopo, in videocassetta, senza particolari entusiasmi.

Invece, in prima superiore mi capitò la fortuna di un docente di lettere molto bravo e molto esigente sulle cose che mi riuscivano senza grosso sforzo: ad esempio, un numero e una tipologia di letture extrascolastiche fuori scala per una prima superiore di un liceo di provincia (oltre al programma, era normale per lui consigliare e dare per scontata la lettura di uno o più romanzi settimana). Lessi così, tra gli altri, il famoso Nome della Rosa. E rimasi affascinato. Incredibile: un libro poteva essere davvero meglio del film corrispondente.

Naturalmente, perfino nella biblioteca maledetta non ero andato oltre al primo livello del videogame: avevo riconosciuto la citazione di Holmes, ma mi ero limitato a leggere il tutto come un buon giallo di ambientazione medioevale.

Ne volevo ancora. Abituato alla prolificità di Asimov, King, Lovecraft, Poe e compagnia scrivente, restai stupito nel notare che ci fosse solo un altro romanzo di quell’autore nemmeno poi così giovane. Batteva la fiacca, Eco.

Comunque, mi procurai il libro, con una certa perplessità dei miei genitori, che a ragione lo ritenevano piuttosto complesso per la mia età. Ma mi salvò il fumetto.

Dylan Dog era esploso quando ero alle scuole medie ed era un must anche per chi ostentava disinteresse verso qualsivoglia aspetto della cultura. Ma a Dylan Dog, che preferivo per tipo di scrittura, naturalmente (Sclavi aveva creato una trappola mentale per adolescenti perfetta), avevo da tempo affiancato il fratello maggiore, Martin Mystere, in cui Alfredo Castelli ha convogliato le stesse identiche tematiche frullate da Eco nel Pendolo. Templari, rosacroce, uomini in nero, massoneria, complotti, esoterismo, linee di ley.

Naturalmente, il Pendolo di Foucault è molto di più che un perfetto romanzo esoterico. Eco vi convoglia tutta la sua polemica semiotica sulla sovrainterpretazione, e tramite la griglia dell’occultismo legge anche le evoluzioni politiche di quegli anni. Aglié è certo un grande vecchio esoterico come Rol, ma è anche una metafora di Gelli e delle sue trame molto più concrete. Di tutto questo mi importava inizialmente poco.

L’effetto del romanzo fu ugualmente dirompente. Tutte le teorie che avevo acquisito, in forma sparsa, sui fumetti, nei film confluivano in un solo filone coerente, in una sorta di grande avventura di Martin Mystere portata all’ennesima potenza, che poteva divenire anche una sorta di libro di testo alternativo.

Mind-blow.

Eco mi aveva spalancato un modo.
Al tempo stesso, credo di poter dire senza troppa ironia che Eco mi abbia salvato. Nel presentare l’enorme fascino che l’esoterismo può avere su molti, se non su tutti, gli umanisti, inseriva la giusta ironia relativistica nel mettere in discussione il gigantesco castello che aveva creato.

“La cultura ufficiale non ne parla”, per citare un motto caro ai complottisti. Per i miei prof, in prevalenza di impianto marxista, erano fole per minus habens di destra. Per il mondo cattolico postconciliare che mi circondava, era roba in fondo quasi satanica. Eco riconosceva il fascino dell’esoterico – e, vistosamente, lo provava – ma al tempo stesso metteva in guardia dai suoi pericoli.

Non divenni un cultista, e di questo devo essere grato a Eco. Divenni però un cultore, questo è innegabile. Recuperai tutto quanto poteva avere attinenza col tema.

Lo trovai deludente, è chiaro. Ma Eco mi aveva fornito una griglia di lettura. La noiosità di Evola recuperato in biblioteca, la banalità dello pseudosaggio sul Graal recuperato su una bancarella, il geniale esoterismo pop di X-Files: tutto poteva rientrare in un grande gioco di corrispondenze. Nessuna lettura è totalmente sprecata, se può entrare nel piano.

Lessi anche l’Eco saggista, incluse le opere più ostiche. Non era paragonabile ovviamente al Pendolo, ma ci ritrovavo il piacere di una scrittura brillante che tesseva collegamenti sorprendenti. Mi piaceva di più qui rispetto ai romanzi – li comprai e lessi tutti all’uscita, ovviamente – in cui il confronto col Pendolo era per me impietoso.

E, naturalmente, iniziai a scrivere. Se prima mi ero orientato su una confusa e vaga fantascienza cyberpunk, il modello del Pendolo, mastodontico, era inaccessibile. Ma non quello delle Bustine di Minerva. Ancor di più da quando la rete iniziò a fornire a tutti un gigantesco Speaker’s Corner.

In parallelo, iniziando Lettere e ampliando i miei orizzonti letterari, ridimensionai in parte il Pendolo di Foucalt da capolavoro assoluto del Novecento a ottimo, stratificato e complesso romanzo postmoderno. Ma la razionalizzazione non cambiò di una virgola il culto irrazionale. Come compravo ogni mese il Dylan Dog in edicola, anche nel periodo in cui aveva smesso di piacermi (ci fosse una linea editoriale più stimolante potrei provare a scriverne, mi dicevo), così continuavo a giocare il gioco del Pendolo di Foucault: leggere la cultura pop alla ricerca di simboli e trame nascoste per gioco, con ironia, senza mai cadere del tutto nell’abisso della sovrainterpretazione.

Umberto Eco, quando gli si chiedeva quale libro avrebbe portato con se naufragando su un’isola deserta, raggelava il giornalista alla ricerca di facezie estive replicando: l’elenco telefonico. E poi argomentava: avrei infiniti personaggi e ambientazioni con cui inventarmi storie per il resto del tempo. Ecco: per me quell’elenco telefonico è il Pendolo di Foucault: il vero elenco telefonico d’Atlantide. E da allora non ho ancora smesso di telefonare.

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