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L’Isola di Fuoco, unboxing e recensione della nuova edizione

Finalmente dopo aver atteso otto mesi (e cannato la spedizione in tempo per Natale) ho finalmente messo le mani sul remake dell’Isola di Fuoco operato da Restoration Games che ha deciso di mettere mano a questo grande classico degli anni ’80 per ripresentarlo più grande, più grosso, più complesso e ovviamente più costoso (Il gioco si aggira sugli 85 euro, che diventano 130 con tutte le espansioni).

Il primo impatto è molto positivo e esattamente in linea con ciò che ci si può aspettare: cerchi un gioco colorato, bello da vedere che ti faccia sentire un po’ bambino? Ci siamo. Ti sembra una roba plasticosa da ragazzini e non vedi l’ora di tornare al tuo gioco da tavolo per adulti? Ci siamo anche qua. Fireball Island, The Quest for Vul’Kar visivamente è così: o lo ami o lo odi.

Cosa non va

Dal punto di vista della confezione, la scatola mi ha particolarmente deluso. Il cartone è molto sottile, si rompe a guardarlo e probabilmente non resisterà più di tanto se portate il gioco in giro. Restoration Games ha detto che hanno scelto un cartone resistente e con l’effetto vintage. Credo che, visti i soldi presi, potevamo risparmiarci la nostalgia del cartoncino deboluccio. Anche l’elicottero da cui partono i giocatori secondo me è il primo indiziato per fare una brutta fine, insieme al contenitore dove vengono posizionati i tesori scartati. Se pensate di giocarci molto considerate l’idea di sostituire entrambe le parti con qualcosa di più durevole.

Tanto per togliere di mezzo subito un’altra cosa che non mi è piaciuta: l’Idolo di fuoco non ruota, ogni volta in cui gli vogliamo far cambiare posizione va alzato e posizionato nell’incavo adiacente, a dispetto di quanto mostrato sul sito del gioco. Onestamente mi sembra un dettaglio fastidioso che rovina un po’ il fascino e il ritmo, rendendo il tutto più meccanico e goffo.

Differenze e novità

Passiamo ai lati positivi più interessanti: l’Isola di Fuoco originale era poco più di un Gioco dell’Oca con un pizzico d’incertezza, le strade per salire erano poche e si finisce per fare sempre le stesse cose. Qua la situazione è molto diversa e più interessante, soprattutto se decidete di comprare le espansioni The Last Adventurer e Wreck of the Crimson Cutlass, ma procediamo con ordine.

L’obiettivo del gioco originale era scappare col Cuore dell’Isola, adesso è ancora l’obiettivo principale, ma non è l’unico. In base alla propria strategia è possibile guadagnare punti, molti punti, raccogliendo una serie di tesori secondari e visitando luoghi di interesse che alla fine possono garantire comunque la vittoria. Inoltre, il movimento non prevede quasi mai il dado, ma una serie di carte azione che mostrano di quante caselle ci si può spostare e condiscono il tutto con vari effetti che vanno dal lanciare una palla di fuoco a tua scelta al ruotare l’idolo per diminuire le probabilità di essere colpito o un albero, in modo da difendersi.

Oltre a questo ci sono le carte souvenir, che garantiscono effetti bonus temporanei in grado di potenziare il movimento, contrastare gli avversari o annullare eventuali effetti negativi. Il cambiamento più grande è che adesso le palle di fuoco possono partire da più punti della mappa, l’Idolo viene coinvolto solo durante i cosiddetti “cataclismi” ovvero più sfere lanciate una dietro l’altra in direzione casuale che aumentano di numero ad ogni ripetizione del cataclisma, trasformandolo in un evento sempre più catastrofico.

Rispetto all’edizione originale, questa Isola di Fuoco è ancora più infame, ancora più basata sul fregare gli avversari in ogni modo possibile, visto che possiamo rubare tesori quasi ogni volta che li incrociamo un altro avventuriero o se lo buttiamo a terra col lancio di una palla di fuoco. Ogni round è caratterizzato da una sequela di colpi bassi in cui regna l’incertezza e anche la strategia migliore può essere annullata da una mano ben giocata. Mi pare regnare un buon mix di strategia e fortuna, necessario a rendere il gioco divertente e garantire un minimo di possibilità anche a chi è in svantaggio. Per leggere il manuale completo potete andare qua.

A tutto questo aggiungiamo che finanziando il gioco su Kickstarter avevi in regalo un altro mazzo di carte con nuovi souvenir speciali che aggiungono bonus personali o azioni di disturbo verso gli altri avventurieri, oltre alle carte ferimento che possono sostituire l’azione di scartare un tesoro.

Come si vince? Quando sono stati collezionate tre foto dell’isola nei rispettivi punti panoramici l’elicottero torna a prendere i giocatori. Il gioco finisce quando tutti sono sull’elicottero o quando tutti hanno completato altri due turni. È importante arrivare per primi all’elicottero perché chi lo fa può prendere la moneta fortunata dalla pila dei tesori scartati e aumentare il proprio punteggio. Vince ovviamente chi ha fatto più punti, anche se è rimasto sull’isola.

Le espansioni

Finita qua? Neanche per idea, perché se devi fare una cazzata, meglio farla grossa, per questo motivo ho deciso di comprare anche tutte e tre le espansioni disponibili.

La prima è Wreck of the Crimson Cutlass e aggiunge il relitto di una nave, raggiungibile dalle caverne, in cui è possibile raccogliere altri tesori e rischiare di essere colpito anche dalle palle di cannone che cadono dall’albero della nave. L’aggiunta più interessante di questa espansione sono i “sinister motives” ovvero degli obiettivi segreti che alla fine della partita possono moltiplicare il punteggio e aggiungono un ulteriore livello di strategia.

The Last Adventurer è invece una espansione ispirata a Indiana Jones che aggiunge un altro personaggio, un masso rotolante che esce dalle caverne e funziona come una palla di fuoco, un idolo dorato, dei serpenti che possono avvelenare i giocatori e far perdere loro tesori (anch’essi funzionano come palle di fuoco, il che li rende un po’ banalotti) e le carte speciali che garantiscono dei poteri aggiuntivi che il giocatore può sfruttare per tutta la partita.

La terza espansione è Crouching Tiger Hidden Bees che, come si può facilmente capire dal titolo aggiunge le api e una tigre all’elenco di cose che possono farvi del male. Le api sono (ovviamente) delle sfere gialle e vengono lanciate dalla bocca dell’Idolo tutte assieme, chi viene punto si muoverà a metà della velocità per il turno successivo. La tigre invece può essere fatta saltare contro gli avversari e, se li colpisce, vi farà guadagnare tre tesori. Tre tesori sono invece sostituti da tre vasetti di miele che valgono un bel po’ di punti.

Considerazioni finali

L’Isola di Fuoco non sarà probabilmente il gioco che farà incetta di premi al Modena Play o a Essen né godrà del favore dei palati più fini, ma è un titolo divertente, adatto a tutte le età che vi garantirà una piacevole serata di odio e colpi bassi con i vostri amici.

Le espansioni Crimson Cutlass e The Last Adventurer da una parte sono ciò che aggiunge realmente sale all’esperienza, con una ulteriore stratificazione di strategia e l’area aggiuntiva, dall’altra sono un po’ un colpo basso perché sarebbe bello se alcune meccaniche fossero state presenti anche nella scatola principale. Crouching Tiger Hidden Bees invece è quella di cui potrete probabilmente fare a meno.

Dal punto di vista del rapporto qualità prezzo, alcune cose sono state fatte molto bene, come il design dell’isola, altre potevano essere fatte molto meglio, tipo la scatola e alcune parti in cartoncino. Se avete la scimmia fotonica di farlo vostro 85 euro non saranno tante, ma superare 100 euro per avere anche le espansioni (se le trovate, perché in giro vedo in vendita solo il gioco principale) potrebbe essere troppo, anche se il gioco ne viene arricchito.

Personalmente l’ho trovata un’operazione divertente, credo che mi procurerà qualche bella serata e, ovviamente, come tutti quelli che spendono soldi in cose futili che li fanno sentire più giovani, non ammetterei di aver sperperato il mio denaro.

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Lego vs Playmobil come Apple vs Microsoft

Perché Lego è cult anche per gli adulti e Playmobil no

In queste ore Playmobil ha lanciato la propria linea dedicata a Ghostbusters che comprende la stazione dei pompieri, la Ecto-1, l’omino dei marshmallow, i cagnacci di Gozer e altre scene del film. Il prezzo dei vari set è piuttosto conveniente, il più caro, la caserma, costa circa 70 euro.

Una cifra onesta per un uomo che guadagna duramente il proprio stipendio scrivendo di videogiochi, film e maschere di Optimus Prime, per questo la freccetta del mouse è andata sicura verso l’ordine di Amazon. Prima di completare l’ordine però mi sono fermato, c’era qualcosa che non quadrava.

Non era tanto lo spazio nè tantomeno lo stigma sociale, anzi, parte della mia bacheca Facebook mi incitava all’acquisto. Ho realizzato che se lo stesso oggetto fosse stato della Lego lo avrei comprato senza indugi. Dopotutto, l’unica cosa che mi impedisce di comprare i set Lego più grandi, tipo la caserma o la Morte Nera, non è tanto il fatto che non saprei dove metterlo e che Giulia mi soffocherebbe nel sonno con un cuscino, ma il prezzo.


E allora perché non compravo a cuor leggero il set Playmobil? Perché l’altra parte della mia bacheca Facebook incitava Lego con fare da zelota?

Perché Lego è riuscita a sdoganarsi come oggetto cult anche presso gli “adulti” (con tutte le virgolette del caso) mentre Playmobil è visto come un giocattolo o al massimo un oggetto di modernariato?

Perchè tra Lego e Playmobil scorre più sangue che tra Apple e Microsoft?

Entrambe reinterpretano con il proprio stile grafico situazioni reali, fantasiose e legate a determinati universi narrativi. Città, castelli medievali, astronavi, c’è un set per tutto.

Il paragone tra Lego e Apple però è più sensato di quanto si possa immaginare, dato che entrambe riescono a vendere prodotti estremamente costosi non tanto per il loro effettivo valore, quanto per l’emozione che danno comprandoli. Microsoft e Playmobil sono meno affascinanti e seppur paradossalmente più sensate e pragmatiche, sono meno brave a raccontarsi.

Al di là del fatto che i mattoncini sono un simbolo di libertà creativa, di infinite possibilità nascoste nella nostra testa e degli spettacolari progetti amatoriali, la maggior parte degli appassionati Lego acquista set precostituiti e segue scrupolosamente le istruzioni, collezionando tutto ciò che gli piace.


Dunque, Lego è talmente furba che ci vende giocattoli che noi dobbiamo montare riciclando più o meno sempre gli stessi pezzi di plastica, esclusi alcune varianti speciali. Il grosso del costo per l’azienda sono le licenze e la progettazione, il resto è tutto margine. Inoltre, tutta la parte dell’assemblaggio è a carico dell’acquirente, che è ben felice di farlo, anzi, è parte stessa del divertimento.

Quale altra azienda può dire altrettanto?

Quelle di modellismo” direte voi, ma non è proprio così. Per montare un set Lego non è richiesta nessuna particolare abilità, non bisogna essere bravi a pitturare, incollare, fissare o modellare. Sono puzzle tridimensionali abbastanza semplici, esercizi zen che prevedono l’esborso di centinaia di euro per pezzi di plastica con cui tra l’altro è anche difficile giocare, perché tutto potrebbe andare in pezzi al primo urto.

Dall’altra parte Playmobil offre un giocattolo altrettanto carino, che non ha bisogno di essere montato, salvo qualche adesivo, e decisamente più solido da utilizzare.


Cerchiamo di analizzare la cosa con piglio vagamente scientifico. Dal punto di vista creativo i mattoncini Lego permettono molte combinazioni e il fatto di essere giocattoli “creativi” è stato per anni il cavallo di Troia per convincere anche i genitori più restii.

Tuttavia è inutile girarci intorno, il successo moderno di Lego è legato all’acquisizione continua e mirata di marchi che piacciono molto ai geek, una categoria di persone a loro agio con il proprio lato più “infantile”.

Non compriamo un giocattolo, stiamo comprando un modellino di Tie Fighter piacevole da montare, esteticamente gradevole da mettere in un salotto “a tema” e soprattutto con un valore economico. Non è una roba infantile, ma l’affermazione di una passione che travalica l’età. Lego questo lo sa benissimo, tanto che certi set e modellini non sono assolutamente pensati per i bambini, se non quelli interiori.

Lo stesso vale per i set cittadini: non è una roba per ragazzini, mi sto divertendo a costruire una città, assemblando le varie parti e mantenendo tutto in ordine, proprio come un modellista. Per non parlare dei set dedicati agli architetti. Lego ha saputo parlare agli adulti senza perdere l’anima, perché era facile rinchiuderla in un mattoncino.

Così come mi comprerei una testa di Alien, l’orologio di James Bond, il modellino del Falcon, una statuetta di Godzilla, una spada laser o un’action figure di He-Man, magari d’epoca. Sono tempi in cui essere a proprio agio col proprio lato pop non è soltanto normale, ma quasi obbligatorio.

Invece, la roba della Playmobil mi piace, mi rendo conto che il set dei Ghostbusters è pensato per me però… mi riporta indietro a quando ero bambino in maniera differente. Non con nostalgia, ma infantilismo, non c’è collezionismo, è più un giocattolo. Una volta comprato non può diventare altro, non posso andare in un sito di appassionati e trasformare il castello di quando ero bambino in una replica di Battlestar Galactica. I Lego sono acqua, per dirla come Bruce Lee, i Playmobil sono rigidità.


Ecco la mossa Kansas City che è riuscita a Lego e che forse Playmobil sta facendo fuori tempo massimo: è passato dall’essere un giocattolo a oggetto pop senza tempo, ha acquisito i diritti d’immagine di saghe cult immortali nel momento esatto in cui la maturità ha smesso di coincidere con serietà. Tra Lego e Playmobil percepiamo la stessa differenza che passa tra Keith Haring e il disegno di un bambino.

Non dimentichiamo poi un dettaglio importante, negli ultimi anni, spinta dalla nostalgia, da Minecraft e dai videogiochi indipendenti, si è imposta un’estetica 8-bit che si sposa perfettamente con Lego, che non ha caso ha dedicato proprio un set al titolo di Mojang.

L’unica altra spiegazione che sono riuscito a fornirmi è che la fragilità dei Lego fa parte del loro fascino. Più un giocattolo è solido più è chiaramente pensato per un bambino, più ci sentiremo dei bambini ad acquistarlo.

L’attenzione e la cura con cui bisogna costruire e mantenere i set Lego più belli e costosi gli dona un’aura speciale, la stessa di un trenino, un galeone, un cristallo di Swarosky. Non li percepiamo come oggetti per bambini, perché un bambino li romperebbe o li userebbe in maniera differente, spesso priva delle regole che li rendono un passatempo adulto.

La forza di Lego non è solo fatta di tempismo e licenze, ma anche della fragilità trasformata in un valore.

P.S.

L’infiammato dibattito Lego VS Playmobil è continuato in un post su Facebook di Roberto Recchioni ricco di spunti interessanti.

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Fritz!Box 7430, il router per chi non sa cosa è un router

Semplice e ricco di funzionalità perfette per la casa o per chi gestisce piccole imprese, locali o case su Airbnb

Sapete qual è il modo migliore di testare un prodotto pensato per le reti casalinghe? Darlo in mano a chi di infrastruttura di rete non ne sa assolutamente niente. Sotto questo punto di vista sono senza dubbio la persona perfetta perché ho sempre considerato la configurazione di rete una di quelle attività che superano il confine tra tecnologia e negromanzia.

Per questo motivo quando mi hanno chiesto di testare il Fritz!Box 7430 ero abbastanza restio. In fondo i modem non sono prodotti affascinanti né io sono particolarmente bravo nel gestirli. Tuttavia uno dei pregi principali di questo prodotto è proprio tutta qua: non fa sentire un incapace.

Questa non è una recensione per esperti, ma per chi cerca un prodotto che non li faccia impazzire e per tutti quegli esercizi commerciali abbastanza civili da voler condividere un Wi-Fi con i propri clienti.

Dal punto di vista estetico ammetto che i modem della Fritz! non mi fanno impazzire, per quanto iconici nella loro colorazione sono un discreto pugno nell’occhio in qualunque punto della casa decidiate di metterli. Ma tutto sommato le dimensioni contenute consentono di nasconderlo in maniera abbastanza discreta e la potenza delle antenne vi eviterà perdite di segnale.

Il collegamento è estremamente semplice: se avete una linea adsl con username e password staccate il vostro modem e ci mettete questo. Se invece usate Fastweb il mio consiglio è di collegarlo al loro modem e utilizzarlo come linea aggiuntiva.

In entrambi i casi la procedura è davvero banale. Basta agganciarsi al suo segnale, andare sul sito apposito e inserire la password per trovarsi direttamente sul browser Fritz!Os ovvero il sistema operativo del modem pensato per una configurazione a prova di idiota.

Dal Fritz!Os di controllo potrete impostare il Fritz!Box 7430 secondo le vostre necessità seguendo le indicazioni in italiano. Ci sono un sacco di funzioni utili per chi vuole gestire in maniera efficiente una linea Adsl sia in casa che nel proprio negozio, con particolare attenzione a Internet of Things, gaming online, streaming e un sacco di altri fattori.


Pur avendo una potenza che gli permette di coprire molto bene una casa media, questo router ha qualche ombra, rappresentata dalla mancanza del WiFi a 5 GHz e dalle porte Ethernet limitate a 100 Mbps rispetto al nuovo standard GigaBit. Poco male, ma senza dubbio da migliorare nel lungo periodo.

Dal pannello di controllo possiamo persino creare numerosi profili di accesso a internet e assegnare a ciascuno di essi un relativo consumo della banda, distribuendola magari tra due figli che vogliono guardare Netflix e fraggare su COD contemporaneamente oppure tra clienti e proprietario, affittuario e ospiti.

Potremo impostare di sospendere l’accesso a internet in determinate ore del giorno, creare una password dedicata per eventuali ospiti o clienti che potranno così sfruttare il collegamento senza saturare la banda, decidere che un determinato dispositivo ha la priorità sugli altri quando vogliamo guardare qualcosa in streaming e far valere i nostri diritti di capofamiglia e così via.

Un altro aspetto importante per i genitori più attenti è la possibilità di inserire dei siti in una blacklist, così da limitare ai figli l’accesso a siti web non pensati per loro e in cui casualmente potrebbero incappare.

Grazie alla presa USB del modem potremo collegare inoltre una chiavetta USB o un Hard Disk rendendo così il suo contenuto immediatamente disponibile a tutte le persone connesse e dotate della password di accesso. Un’ottima soluzione per condividere file in famiglia, in piccoli uffici o se siete host Airbnb e volete mettere a disposizione dei vostri clienti piccole guide sulla casa e la città. Volendo è addirittura possibile accedere a queste memorie anche quando non si è connessi alla propria rete casalinga, insomma una soluzione veloce e pratica per crearsi un piccolo cloud personale.

C’è poi tutta la parte legata al Voip che permetterà di utilizzare la Fritz!Box come centralina per un massimo di sei telefoni Cordless, non soltanto gli appositi Fritz!FON ma anche, tramite app, il vostro smartphone.

L’app è un’altra piccola chicca, visto che permette di gestire quasi tutte le attività del router, monitorarlo, visualizzare le chiamate perse, la potenza del segnale e così via, senza dover nemmeno accendere il PC.

Presenti anche le funzionalità di segreteria telefonica e FAX, che è una di quelle cose che non usa nessuno… finché non vi servono.

Se nonostante le nostre rassicurazioni pensate pensate che sia complesso nessun problem; il sito di supporto è pieno di guide semplicissime, l’interfaccia e le istruzioni sono sempre molto chiare.

Dunque, nonostante alcuni nei, pollicione in su per questo Fritz!Box 7430, senza dubbio il router perfetto per chi non vuole stress. Se poi lo renderanno anche più bello esteticamente sarà tutto di guadagnato.

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