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Film e Serie TV

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Felicia Day, una di noi

Felicia Day è il nome che sta alla base di alcune delle più importanti produzioni a tema geek degli ultimi anni, da The Guild a Critical Role, passando per Geek & Sundry. Una delle figure cardine nel rendere pop determinate culture di nicchia.

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Megalo Box, sulle orme di Rocky Joe

L’umanità è da sempre stata una razza in lotta con i propri simili.

Si potrebbe anche dire che l’essenza della lotta risieda in ognuno di noi, costantemente in competizione l’un l’altro, non importa su quale campo stiamo disputando la nostra battaglia; lottiamo, per noi stessi, per gli altri, per un domani migliore, sempre.

In occasione del cinquantesimo anniversario dell’uscita in terra nipponica del manga “Ashita no Joe”( Rocky Joe ) ad opera di Asao Takamori e Tetsuya Chiba, ecco arrivare Megalo Box, una serie animata di 13 episodi con il difficile compito di commemorare l’enorme impatto culturale che il manga ebbe a suo tempo nel 1968, cercando comunque di proporre qualcosa di nuovo.

Quando si dice no pressure.

Megalo Box ha uno scopo preciso: vuole consacrare l’opera originale e al tempo stesso far avvicinare nuovi fan, restando fedele sui punti chiave del titolo: il pugilato, il riscatto sociale e il desiderio che spinge un individuo a perseguire i suoi sogni.

Lottare per il nostro domani

In un futuro prossimo dagli echi cyberpunk, uno dei più antichi sport, il pugilato, ha subito un importante cambiamento fisiologico: i lottatori combattono utilizzando delle protesi meccaniche sulle braccia in grado di moltiplicare la loro forza e persino migliorare le loro reali capacità. Per questo motivo il pugilato diviene uno sport estremamente cruento dove il rischio di menomazione o della morte da parte di uno dei due contendenti è sempre presente ad ogni incontro.

In questo contesto molta gente non vede quindi di buon occhio il pugilato, denominato appunto Megalo Box, mentre alcuni imprenditori come Yukiko Shirato vogliono sperimentare questa nuova frontiera delle protesi meccaniche, che prendono il nome di Gear, per sviluppare tecnologie in grado di mutare radicalmente le capacità del corpo umano.

Proprio per questo viene organizzato il primo torneo da parte della azienda Shirato chiamato Megalonia.

Chiunque può partecipare, è sufficiente essere in possesso di un ID di cittadinanza, che tuttavia appartiene unicamente agli abbienti abitanti dell’Administrative District. Il resto della popolazione vive nelle cosiddette Restricted Area, luoghi composti perlopiù da baracconi, tendopoli e edifici fatiscenti, isolati dalla vera civiltà.
In questo ambiente ostile anche i bambini devono darsi al borseggio e ai furti per sopravvivere ed è qui che facciamo la conoscenza dell’alterego di Ricky Joe, “Jnk.Dog”.

Anche nei bassifondi si pratica la Megalo Box, utilizzando tuttavia protesi raffazzonate, dei Gear di pessima qualità che riescono comunque a dare maggiore potenza ai lottatori.

Jnk.Dog è un pugile come tanti, invischiato tramite il suo allenatore Nanbu in incontri truccati, dove deve spesso e volentieri trattenersi per non mandare subito al tappeto l’avversario.
La serie riesce a darci da subito l’idea di avere a che fare con qualcuno di speciale, un bagliore è visibile negli occhi di questo lottatore: il suo volersi misurare con avversari più forti, il desiderio di voler emergere da quel contesto sociale e di crearsi un futuro migliore lo spingeranno presto, tramite un incidente, a conoscere il pupillo della Shirato, Yuri, l’attuale campione della Megalonia.
Come rappresentante dell’azienda, Yuri dispone di un Gear di ultimissima generazione, impiantato direttamente sulla pelle del pugile.
Essendo stato sfidato da Jnk.Dog con toni presuntosi, Yuri si insedia all’interno di un suo incontro per dargli una lezione e ribadire il fatto che sia solamente un “cane randagio”.
Come si può intuire, nonostante le evidenti abilità di Jnk.Dog, il Gear e l’esperienza del campione della Megalonia lo mandano quasi subito al tappeto, tuttavia è qui che la determinazione e la forza d’animo spingono il protagonista a far tesoro dei propri errori e a desiderare la rivalsa sul ring.

Con una serie di espedienti e sfruttando le conoscenze di alcuni criminali dunque, Jnk.Dog ed il suo allenatore Nanbu riescono ad iscriversi al torneo, riuscendo a procurare una nuova identità e un nuovo nome al nostro pugile, che d’ora in poi sarà iconicamente “Joe”.

Prima di intraprendere questo viaggio mancano ancora alcuni passaggi chiave, come l’arrivo nel gruppo di un talentuoso ragazzino di nome Sachio, all’apparenza uno dei tanti bambini costretti a vivere di stenti nella Restricted Area, ma che si rivela da subito estremamente portato nel campo della robotica.
Infine, il Gear del nostro Joe, non potendo competere con quelli di fascia più alta e non avendo sufficienti fondi da investire, rappresenta inizialmente l’ostacolo più grande per la scalata della Megalonia.
Da qui l’intuizione dell’allenatore Nambu di ricorrere ad un espediente: far gareggiare il suo pugile senza alcun Gear!
Il piano aveva un duplice scopo: sfruttare l’effetto sorpresa sugli avversari, che si ritrovano davanti un avversario “nudo” e virtualmente in svantaggio, e cercare di dare più visibilità possibile al suo pugile, denominato “GearLess”, allo scopo di scalare più velocemente la classifica sfidando lottatori con punteggi più alti.
Sebbene Joe si trovi quindi in svantaggio tattico, le sue innate abilità, la sua resistenza e forza d’animo lo accompagneranno per tutto il suo viaggio battendo uno dopo l’altro avversari davvero pericolosi e coronando infine il sogno di scontrarsi ancora una volta con Yuri.
Quello stesso uomo che lo definì “cane randagio”, resosi conto dell’immensa forza d’animo di chi aveva davanti, riconobbe che esso era “un vero Pugile”

Un eredità senza tempo

Megalo Box racconta una storia non proprio originale, sia chiaro, ma che a suo modo contiene molti insegnamenti da non dare per scontato nella vita di tutti i giorni.

Una produzione che segue e vuole dar lustro all’opera originale, anche con similitudini evidenti dei vari personaggi e comprimari, ma che riesce allo stesso tempo a rivolgersi ad un nuovo pubblico che magari di Rocky Joe non aveva mai sentito parlare prima d’ora, con una trama fatta di riscatti sociali, di sogni e speranze.
Una storia che ci ricorda che, se lo vogliamo, con sudore e dedizione, possiamo perseguire qualunque obiettivo e che dobbiamo sempre trovare la forza di rialzarci dopo ogni batosta, e questo è sempre bene ricordarlo.
L’opera riesce abbastanza bene nel coinvolgere lo spettatore dal punto di vista emotivo, grazie anche ad una animazione di stampo giapponese di ottima qualità.

I combattimenti sono ovviamente il fiore all’occhiello della produzione, dove frequenze veloci si alternano ad altre più lente, consentendo allo spettatore l’immedesimazione nelle varie scene.
I colpi sono pesanti, la fatica e il nervosismo sono sempre palpabili nello scambio di pugni, una lotta dove lo spettatore ha ben in chiaro che il protagonista rischia letteralmente la vita ad ogni match.

Unica nota dolente la si potrebbe rivolgere proprio a questo aspetto, dove ci si sarebbe aspettato un maggiore quantitativo di gore e violenza marcata negli scontri, con sangue e lividi ben più evidenti date le premesse dell’opera.

Megalo Box è un prodotto da consigliare, una serie animata sul pugilato con una grande eredità sulle spalle, che racconta una storia semplice ma ricca di significato e molto attuale col nostro tempo.
Le animazioni sono molto d’impatto e gradevoli e riescono a coinvolgere molto bene nei momenti chiave: i combattimenti sul ring.
Sebbene molti personaggi abbiano dei ruoli piuttosto marginali e accusano uno scarso background, causa anche del limitato numero di puntate, l’opera scorre bene e si lascia assaporare senza intoppi.

In conclusione, se siete amanti della boxe e dell’animazione giapponese più in generale vi consigliamo di dargli un occhiata, anche e sopratutto se non avete mai conosciuto l’opera originale in formato cartaceo.
Potreste sicuramente rimanere piacevolmente sorpresi anche da alcuni “colpi” di scena!

Psyco

Psyco di Alfred Hitchcock: viaggio nella mente di Norman Bates

Dopo aver attraversato con La donna che visse due volte uno dei punti più bassi della sua filmografia dal punto di vista commerciale (fortunatamente compensato dalla successiva rivalutazione da parte di critica e cinefilia) ed essersi ampiamente ripreso con il successivo Intrigo internazionale, il 60enne Alfred Hitchcock si trova a un punto di svolta della propria carriera. La fortuna economica derivante dalla serie televisiva Alfred Hitchcock presenta e l’autorevolezza garantitagli dal segno indelebile lasciato nella storia del cinema coi suoi thriller gli permettono di ampliare i suoi orizzonti e battere nuove strade. Grazie al suo fiuto e a un pizzico di fortuna, in questo momento propizio Hitchcock si imbatte in un semisconosciuto romanzo di Robert Bloch, liberamente basato sulla vita del serial killer Ed Gein, dal quale nasce nel 1960 Psyco, ultimo suo lavoro in bianco e nero e inizio della leggenda dell’inquietante personaggio di Norman Bates.

La tragica e terrificante vicenda di Norman è centrale non soltanto per la filmografia di Hitchcock, a cui si riallaccia costantemente per temi e atmosfere, ma per la storia del cinema tutto, che trovò con Psyco un fondamentale punto di incontro fra autorialità e genere. Proprio in Psyco riscontriamo infatti i primi vagiti di un cinema dell’orrore distante dalle atmosfere gotiche e dalla paranoia fantascientifica che avevano contraddistinto gli anni ’50, più psicologico ma non meno viscerale e fortemente legato alla contemporaneità. Facile inoltre riscontrare in Psyco e nella figura di Norman, assassino folle ma al tempo stesso metodico, misterioso e brutale, i prodromi dello slasher, che negli anni ’70 sarebbe prepotentemente salito alla ribalta grazie a maestri come John Carpenter e a icone del genere come Michael MyersJason VoorheesFreddy Krueger.

Psyco

Basta cercare di mettere nero su bianco, in poche parole, la trama di Psyco per rendersi conto di quale meravigliosa anomalia sia questo lavoro di Hitchcock. L’avvenente segretaria Marion Crane (interpretata dalla star dell’epoca Janet Leigh, madre della Jamie Lee Curtis che con Halloween – La notte delle streghe diventerà una delle più celebri e amate scream queen dell’horror), impegnata in una relazione complicata con il piccolo imprenditore Sam Loomis (non a caso, nome del personaggio di Donald Pleasence nel film di Carpenter), scappa da Phoenix portando con sé una valigetta contenente 40.000 dollari, affidatale dal suo datore di lavoro. Dopo essere sfuggita alla curiosità di un poliziotto, a causa delle pessime condizioni climatiche la donna decide di ripararsi al Bates Motel, gestito dall’impacciato e apparentemente gentile Norman, con cui comincia a conversare amabilmente.

No, non siete vittime di un’improvvisa amnesia cinematografica e sì, stiamo parlando dello stesso film. Se non ricordate granché di tutto ciò che ho scritto sopra è perché il cuore di Psyco è effettivamente da tutt’altra parte. Hitchcock compie infatti tre memorabili azzardi con una singola soluzione narrativa, uccidendo la sua protagonista a metà del racconto (con la celeberrima scena della doccia), trasformando la valigetta coi soldi nel più lampante MacGuffin della storia del cinema e dando il via a un film completamente diverso dal thriller a sfondo sentimentale che aveva configurato nella prima parte. Un racconto incentrato sulla psicologia di quell’umile e dimesso gestore di motel, che con il passare dei minuti scopriremo invece essere un assassino seriale, drammaticamente segnato da un rapporto tossico con la madre, possessiva e autoritaria, e disturbato mentalmente al punto da sdoppiarsi in lei, e nei suoi panni uccidere le donne piacenti che incontra.

Il sublime lavoro che Hitchcock fa sulla suspense, trascinandoci lentamente nel labirinto della mente di Norman, è accompagnato da uno sforzo altrettanto importante dal punto di vista registico. Il tema del doppio, che nel già citato La donna che visse due volte ha trovato il proprio apice all’interno della filmografia del cineasta britannico, è declinato nuovamente in Psyco, sia su Norman che su Marion. Il racconto è costellato di specchi. Specchi attraverso cui i personaggi si guardano, ma che dal punto di vista dello spettatore restituiscono un’immagine sdoppiata di Marion e Norman, che richiama la loro stessa dualità. Con il passare dei minuti, emerge la scissione interiore di Bates nella madre e nel figlio succube di lei, mentre in Marion la contrapposizione è fra la donna ligia ai propri principi e al proprio lavoro e un’aspirante dark lady, ladra e amante di un uomo sposato.

Hitchcock ci suggerisce continuamente queste caratteristiche attraverso archetipi visivi tanto semplici quanto efficaci. Il colore del reggiseno di Marion passa dal bianco al nero, accompagnando così la sua trasformazione da brava a cattiva ragazza, mentre Norman, anche quando gli indizi sulle sue turbe mentali non sono ancora evidenti, è spesso inquadrato dal basso verso l’alto, con una parte di volto illuminata e una in ombra, accompagnato da oggetti minacciosi e da angoli acuti, che richiamano la spigolosità della sua anima. Evidente inoltre l’archetipo rappresentato dalla casa isolata accanto al Bates Motel, simile per struttura agli imponenti castelli gotici tanto cari al cinema dell’orrore, abitato dal vero e proprio fantasma di Psyco, cioè la madre Norma, mummificata in cantina ma ancora viva attraverso le azioni di Norman, che dialoga continuamente con lei imitando la sua voce e si traveste da lei nel momento in cui compie i suoi efferati delitti.

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Il miglior amico di un ragazzo è la propria madre, dice Norman a Marion. Frase che anticipa il sinistro risvolto della sua personalità, ma che esplicita anche il complesso di Edipo attorno a cui ruota Psyco. Come rivelato nelle battute finali del racconto, dopo la prematura morte della madre, Norman ha sviluppato un rapporto morboso e simbiotico con la madre, avvelenato dall’autoritarismo di lei e dalla gelosia di lui. Una vera e propria dipendenza psicologica, che l’ha portato a rifiutare il nuovo compagno della madre e a prendere l’agghiacciante decisione di uccidere entrambi, simulando un caso di omicidio-suicidio per coprire le proprie tracce. Il senso di colpa di Norman non è però morto con la madre, e ogniqualvolta il giovane incontra una donna per cui prova attrazione, la castrante figura materna riaffiora in lui, portandolo a eliminare fisicamente chiunque possa sottrarlo al suo amore.

La latente aggressività di Norman deflagra brutalmente in momenti come quello già citato della doccia, scena madre di Psyco nonché uno degli assassinii più celebri dell’intera storia del cinema. Un capolavoro di tecnica cinematografica, girato in una settimana e composto da più di 70 stacchi di inquadratura, esaltato dalla colonna sonora di Bernard Herrmann, che sembra richiamare i versi degli uccelli in fase di attacco, cari a Norman per la sua passione per la tassidermia e allo stesso Hitchcock, dal momento che il suo successivo lavoro sarà proprio Gli uccelli. Una sequenza che lascia lo spettatore privo di punti di riferimento, che cambia il corso di Psyco e che, per stessa ammissione del regista a Truffaut nel fondamentale Il cinema secondo Hitchcock, è stata l’elemento del romanzo di Bloch che gli ha dato la spinta decisiva per realizzare il progetto:

Credo che la sola cosa che mi sia piaciuta, che poi mi ha convinto a fare il film, sia stato il modo improvviso in cui si commette l’omicidio sotto la doccia; è del tutto imprevisto ed è questo che mi ha interessato.

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La mano che accoltella ripetutamente Marion è quella di Norman, ma nella mente dell’uomo chi commette gli omicidi è sempre la madre. A riprova di questo fatto, non c’è soltanto il travestimento del protagonista, che si svela negli ultimi minuti di Psyco, ma anche altri piccoli dettagli, come la mano che brandisce il coltello: mano destra, nonostante Norman, nella sua versione quieta e apparentemente inoffensiva, sia evidentemente mancino. Un meccanismo noto in psicologia con il termine di identificazione proiettiva, che permette al protagonista di rimuovere le sue azioni, scaricarle sulla sua proiezione della madre defunta e mantenere una sorta di equilibrio nella sua follia, che lo porta addirittura a proteggere la figura materna occultando i cadaveri in un laghetto vicino.

Psyco ci mostra quindi in maniera raggelante che il male è in chiunque, e che ogni persona, dopo anni di traumi, abusi psicologici e repressione dei propri istinti, può trasformarsi in una bestia assetata di sangue e in una spietata macchina di morte. Non servono mostri, esperienze soprannaturali, riti e incantesimi: il male convive con noi e ci passa continuamente accanto, anche nella tranquillità di una discreta stanza di motel.

Psyco ha aperto la strada a una moltitudine di horror psicologici (Blood Feast, Gli invasati, Lo strano vizio della signora Wardh, Black Christmas) e ad altri celebri serial killer cinematografici, come i protagonisti di Non aprite quella porta, Il silenzio degli innocenti e Deranged – Il folle, che non a caso condividono con il lavoro di Hitchcock l’ispirazione dalla vera vita di Ed Gein, responsabile di vari delitti, mutilazioni e atti necrofili fra gli anni ’40 e ’50. Ma è facile anche riscontrare tratti della personalità di Norman Bates in altri sublimi cattivi cinematografici, come Travis Bickle di Taxi Driver e Alex DeLarge di Arancia meccanica, altrettanto importanti nella rappresentazione del disagio psichico e della violenza latente nella società.

Dopo poco meno di due ore di follia e violenza, il vero miracolo di Psyco consiste nel farci addirittura provare compassione per un serial killer, nonostante i suoi atroci delitti e il suo raccapricciante sguardo finale, che con un maestoso lavoro subliminale di Hitchcock sfuma per pochi fotogrammi sulla testa mummificata della madre, alla quale sono affidate le parole che concludono questa pietra miliare del cinema:

È doloroso che una madre debba pronunciare parole che condannano il proprio figlio, ma non posso permettere che loro mi credano capace di commettere un assassinio. Ora lo rinchiuderanno, come avrei dovuto fare io quando era bambino. È sempre stato cattivo e ora aveva intenzione di dire che ero stata io ad uccidere quelle ragazze e quell’uomo, come se io potessi fare un’altra cosa all’infuori di star seduta immobile e guardar fisso come uno di quei suoi uccellacci impagliati. Loro sanno che io non posso alzare neppure un dito… e non mi muoverò! Me ne starò seduta qui tranquilla, nel caso che loro sospettassero di me. Probabilmente ora mi stanno sorvegliando, ma lasciamoli fare. Farò vedere loro che specie di persona sono. Non scaccerò nemmeno quella mosca. Spero che mi stiano osservando, così vedranno. Vedranno e sapranno. E diranno a tutti: “Ma se lei non farebbe male neppure ad una mosca!”

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One Punch Man 2: meno azione e più riflessione

One Punch Man 2 si è finalmente “concluso”, per quanto la sua fine sia stata decisamente più che amara. Dire che sia finito sul più bello è un eufemismo e l’incompiutezza della trama, che di fatto non ha avuto niente da dire dal lato più shonen, è stata fonte di molto malcontento tra gli appassionati.

Le aspettative sul ritorno di One Punch Man erano estremamente alte dopo una prima stagione di una qualità indiscussa, ricca di momenti da pelle d’oca e di animazioni tanto dinamiche quanto dettagliate e ispirate. Yusuke Murata e One del resto hanno una chimica straordinaria e il duo funziona proprio perché sembrano spesso essere agli antipodi a livello stilistico e filosofico. Il loro marchio vive di contraddizioni ed esagerazione, a prescindere da quale stagione o arco narrativo si decida di prendere in esame.

Eppure la seconda venuta di Saitama sui nostri schermi ha nettamente smorzato il tono e il prestigio con cui gli appassionati guardavano la produzione TV, a partire da quando fu annunciato il cambio di studio d’animazione. E alla fine i timori erano fondati, considerando che i momenti visivamente memorabili si contano sulle dita di una singola mano, mentre in precedenza ogni episodio della prima serie si presentava come uno spettacolo per gli occhi.

Oltre alle diverse ed estranee mani sulla lavorazione tecnica, il diverso ritmo di One Punch Man 2 non è solamente dovuto alla sostituzione dei precedenti animatori, ma anche a uno strettissimo cambio di tono che rende la seconda stagione quasi più ponderata che combattiva. Nelle prime avventure di Saitama, lo scopo dello show era quello di farci comprendere più o meno il mondo degli eroi e darci un’idea ben precisa di quanto forte fosse veramente il nostro pelatone, ponendolo in situazioni drammatiche tipiche degli eroi giapponesi e degli stereotipi del genere. Abbiamo anche conosciuto Genos, il cammino del protagonist, alcuni importanti comprimari e il sentimento generale dei cattivi del mondo, oltre a capire i ranghi dei supereroi e le dinamiche della società che li governa.

Un quadro che a primo impatto può apparirci come semplice sfondo della storia di un tizio che uccide tutto con un pugno solo, ma che più avanti cambia più volte prospettiva e ci parla di un altro simbolo attribuibile a Saitama, ovvero quello di essere l’emblema del cambiamento sociale per quanto riguarda la vita dei giustizieri e dei mostri. Per fare questo però, bisognava per forza accostare un elemento profondo all’estrema semplicità di ragionamento di Saitama, il quale fa l’eroe per hobby e difficilmente si cura delle minacce in maniera seria o autorevole, né ci ha mai riflettuto fino a quando non c’è stato un dialogo specifico con King.

E quindi il nostro eroe dalla tutina gialla viene scalzato via dal minutaggio della serie per farlo apparire in brevissime apparizioni. Le puntate con Saitama vertono unicamente su di lui che gioca ai videogame o va a bighellonare a un inutile torneo di arti marziali che vede il suo clou con l’invasione dei mostri. In quest’ultima istanza, per esempio, il grosso della narrazione è affidato a un nuovo personaggio che si bulla della sua forza e abilità fino a quando non viene disintegrato da uno dei tenenti della Società dei Mostri e inizia a gridare aiuto come un bambino davanti all’uomo nero. Viene aiutato dagli unici due eroi presenti al momento dell’attacco nonostante nessuno dei due abbia chance di vincere, ma è proprio questo spirito di sacrificio e altruismo a sottolineare a noi spettatori cosa dovrebbe essere un eroe, a prescindere dal rango che possiede.

Nello scontro, infatti, i due eroi vengono trattati come non all’altezza della minaccia presente, deridendoli sia in quel drammatico frangente che durante il torneo stesso. Nessuno dei due è un Classe S e, come tutti sanno, se sei al di sotto di tale nomina è come se in realtà neanche esistessi o fossi buono solamente a raccogliere i gattini sugli alberi. Un concetto che vediamo portato avanti fino allo stremo, con Saitama che ha il compito narrativo di dimostrare che in realtà è una classificazione futile e cieca nei confronti dei veri valori che un eroe dovrebbe rappresentare. Lo stesso effetto di rottura ce l’hanno i due eroi improvvisati del torneo, i quali se ne infischiano altamente e sacrificano la propria incolumità anche solo per tentare di far scappare il tizio che li ha battuti e derisi.

Naturalmente vengono spazzati via in un secondo e il nostro amico, spaventato, comprende che l’unico modo per salvare la propria pelle – scappando – è quello di affidarsi agli eroi che potesse sentire le sue grida di disperazione, gli stessi che trovava sciocchi e devoti a una causa futile quanto l’altruismo. In una scena con un monologo quasi all’opposto di quello di Spatent Rider contro il Re dei Mari, arriva Saitama e salva la situazione senza troppi problemi. E qui la potenza, alla fine, non risiede in quello che dice o fa l’eroe, bensì nel lungo pensiero interiore del lottatore di arti marziali nei suoi presunti ultimi istanti di vita. Ed è così che va nella seconda stagione: gli altri riflettono e Saitama mette il punto con un cazzotto, come succede quando King riflette sulle sue menzogne o quando Genos cerca di capire quale strada intraprendere come eroe di Classe S. Non che il pattern della prima serie fosse differente, ma nei nuovi episodi questo è ancora più marcato per via dell’assenza di Saitama dal ruolo di “protagonista” delle puntate, mentre in precedenza era sempre il fulcro della trama e delle vicissitudini (perfino negli episodi dove il Re dei Mari distruggeva la città).

Ma se è pur vero che il nostro eroe pelato capitalizza solamente alcuni ragionamenti, il vero protagonista della seconda stagione è Garou: l’uomo che ha voluto passare dalla parte dei mostri. Lui è senza ombra di dubbio uno dei personaggi migliori di One Punch Man, e lo è principalmente perché è l’elemento che fa mettere in discussione a noi spettatori le stesse dialettiche e ideologie dello show. Quando vediamo i mostri pensiamo subito a ucciderli, è una prassi logica che ormai siamo abituati a fare e che negli anni è stata già sfruttata in opere come Undertale o La Mia Vita da Slime. In quella di One i mostri appaiono spesso ferali e privi di buone intenzioni, eppure se vi fermate un attimo a ragionare noterete che effettivamente la maggior parte di essi non è mossa da pura malvagità, o comunque non nasce come tale.

Vi ricordate il primissimo mostro che abbiamo visto nell’anime (o nel manga)? Quello violaceo a forma di namecciano? Ecco, quello lì non stava distruggendo la città perché godeva nel vedere le persone morire sotto le macerie, bensì lo faceva perché era un emissario della Natura e si era anche stufato di vedere cumuli di rifiuti e inquinamento sul nostro verde pianeta. È come se Greta Thunberg prendesse degli steroidi e iniziasse ad attaccare chi danneggia palesemente il pianeta. Potremmo darle torto? Stiamo andando verso l’estinzione e quello che facciamo, di tutta risposta, è abbattere il guardiano della natura che è venuto a darci una lezione. Eppure questo succede perché nel mondo di OPM un mostro va subito ucciso e non si può fermarsi ad ascoltato.

Da questa dinamica cieca nasce Garou, l’unico che fin da piccolo ha colto l’estrema ingiustizia della giustizia degli eroi. Eppure, siccome è così che va il mondo, è stato soppresso da chiunque non la pensasse come lui, emarginandolo e punendolo ogni volta che provava a dire “e se gli eroi non avessero sempre e comunque ragione?”. Bullismo, mortificazione sociale, abbandono, una vita distrutta solo perché qualcuno la pensava diversamente e perciò bisognava emarginarlo. Per loro era un mostro, per quelli come lui vige la regola che se ti piacciono i mostri allora puoi anche rimanerci per tutta la vita, un po’ come quando si cerca di combattere il razzismo e ci viene risposto “ospitali a casa tua se ti piacciono tanto” e altre bestialità indicibili. Uno schifo che nasce proprio dalla società eroico-centrica di One Punch Man e che nel tentativo di debellare i mostri non fa altro che aumentare le diseguaglianze sociali tra le due fazioni e sedimentare la cattiveria di queste creature costantemente cacciate.

E come potersi liberare di questa piaga col mantello? Eradicando ogni singolo eroe tra i più forti esistenti. Questo perché, come sottolineato prima, il classismo del mondo supereroistico ha fatto sì che il convergere elitario dell’associazione abbia abbassato i controlli sulle classi più basse, centrando tutta la gerarchia su pochi individui che si occupano di gestire le minacce più grosse. Senza di loro, il resto degli eroi –essendo ignorati per tutto il tempo senza un vero e proprio programma di crescita- si ritroverebbero allo sbaraglio senza uno scopo, incapaci di gestire i pericoli che la continua lotta di forza ha esponenzialmente ingigantito negli anni. Lo stesso obiettivo ce l’ha anche la Società dei Mostri: un inedito movimento di ribellione organizzata contro gli eroi o chiunque non scelga di diventare un mostro.

Essendo “cattivi” era un po’ scontato che prendessero la direzione “o noi o contro di noi”, tuttavia non possiamo ignorare il fatto che evidentemente non deve essere proprio piacevole sapere che un appartenente della nostra razza muoia ogni giorno anche solo per apparire in pubblico. Soprattutto quando si è convinti che il proprio organismo sia quello che merita di essere dominante, pensiero comunque comune a entrambe le parti. Garou però, per quanto sia nominato come cacciatore di eroi, è invece più moderato.

A lui non interessa uccidere chiunque gli capiti a tiro e non vuole combattere gli eroi in senso stretto, vuole solo dimostrare che il sistema non funziona e per farlo bisognare tagliare la testa che comanda. Fisiologico, necessario, eppure ingiusto e ci pensate bene. Conoscendo la sua storia è impossibile non sentirsi quasi in pena, nonostante ci siano ottimi comprimari ad andargli contro di volta in volta. È perfino buono con i bambini e il suo lato più umano è quasi sempre sotto i riflettori, che volete di più?

E infatti, per ora, con Saitama sembra esserci un rapporto perfettamente neutrale. Ognuno di loro continua a fare quello che vuole e non c’è mai uno scontro aperto, semmai ci sono situazioni ridicole in cui si inciampano a vicenda. E anche questo è un simbolo di come ci sia bisogno di far maturare la visione di Garou in parallelo a quella della Società dei Mostri, regalandoci i migliori momenti della crisi dell’associazione degli eroi.

One Punch Man 2 è quindi lontano perfino dall’ombra della prima serie, nei ritmi e nella caratterizzazione del suo cast. Ma, se proprio vogliamo discernere le qualità positive, possiamo sicuramente affermare che c’è stato qualcosa che ci hanno voluto raccontare, un qualcosa che ci allontana dai combattimenti – e infatti ce ne sono non pochi in attesa della seconda parte – per spiegarci quali cambiamenti sociali sta per vivere il mondo di OPM. Saitama è solo uno dei tanti protagonisti di questa serie, lasciando che il suo potere sia la scintilla per la fiamma del cambiamento che arde in altri cuori oltre il suo. Il risultato è quindi controverso, dall’impatto innegabile e dalle conseguenze che chi legge il manga può spoilerarci in qualsiasi momento. Una cosa è sicura però: ci vorrà ben più di un pugno per risolvere la guerra con la società dei mostri e per abbattere il sistema obsoleto della gerarchia degli eroi.

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