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Film e Serie TV

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La speciale normalità di Harry Dean Stanton

Sulla Nostromo di Alien c’è un personaggio che più di tutti incarna la favolosa banalità di un futuro possibile che rende la potenza visiva del film ancora attuale: Brett.

Brett è un meccanico che vuole semplicemente far funzionare le cose e guadagnare il più possibile, con un occhio ai bonus in busta paga, potrebbe trovarsi su un cacciatorpediniere durante la Seconda Guerra Mondiale, nel mondo post nucleare di Mad Max o in una delle prima fabbriche della Rivoluzione Industriale.

Brett è la normalità, è l’umanità sporca di grasso col cappellino consumato e il giramento di palle continuo, Brett è uno degli esempi più semplice della grandezza di Harry Dean Stanton.

Stanton se n’è andato a 91 anni, lasciandosi alle spalle centinaia di film, alcuni ruoli memorabili, una vita poco pubblicizzata, “uno o due figli” (parole sue), l’amore per Rebecca deMornay, i flirt con Nastassja Kinsky, Debbie Harry e molte frasi che sarebbero un ottimo tatuaggio.

“Mangio solo per poter fumare e rimanere in vita”

Il caratterista nel cinema è un po’ come la senape nell’hotdog o il formaggio sulla pasta, un elemento di contrasto che col suo sapore arricchisce la portata principale. È il mediano che ti fa l’assist, l’asta del saltatore.

I bravi caratteristi sanno che raramente avranno molto spazio sullo schermo, quindi infondono nei loro personaggi qualcosa in più, che sia il tono della voce, la presenza scenica, una battuta particolare, una forza che in qualche modo deve rapire l’attenzione dello spettatore, totalmente concentrata sulla star o sull’azione del momento.

Harry Dean Stanton non funzionava così, la sua era una grandezza basata sulla sottrazione. Riusciva a rubare la scena perché spariva dentro di essa, se la portava dietro, risucchiando tutto e ciò che restava eri tu. La sua forza era riuscire a mantenere una parvenza di normalità anche nelle situazioni più assurde, ogni suo personaggio diventava un ponte fra il film e lo spettatore perché viveva i film come un uomo comune.

“Di solito interpreto me stesso. Qualunque trauma o conflitto psicologico stia attraversando in quel momento cerco di metterlo nel mio ruolo. A volte è abbastanza difficile farcela, ma a volte funziona. Se ciò che sento non corrisponde ai dilemmi del personaggio, allora non faccio il film.”

Così è stato per Alien, così era in Christine, Fuga da New York e Fuoco cammina con me, ma anche in ruoli maggiori, come Paris, Texas. C’era sempre qualcosa di assolutamente “normale” in lui, una forte ma impercettibile connessione col pubblico che gli consentiva di rendere credibile qualunque situazione.

La sua cifra riesce a emergere persino un cinecomic, gli bastano poche battute, un’aria dimessa e qualche gesto per spiegarci tutta l’umanità e il conflitto interiore di Hulk. Peccato che questa scena sia stata rimossa, ma forse era veramente troppo “autoriale” per gli Avenger.

Stanton rappresenta una razza particolare di attori, quelli che sbocciano tardi, che non hanno fretta, fino alla fine dei suoi 50 anni ha sempre fatto cose minori, era la classica comparsa con la faccia da western che mettevi sullo sfondo di una serie di cowboy per rendere il tutto più credibile. Si è svelato al mondo con la stessa lentezza della sua parlata, proprio grazie a un western: Le Colline Blu, scritto dal suo amico Jack Nicholson, per il quale fu anche testimone di nozze e persona da cui rifugiarsi quando il matrimonio si concluse.

Un altro suo grande amico fu Bob Dylan, conosciuto sul set di Pat Garret e Billy the Kid, i due erano soliti andare spesso in macchina e suonare assieme, d’altronde la musica era il secondo amore di Stanton.

Un’altra sua grande passione erano le filosofie orientali, che si legano perfettamente alla sua recitazione che potremmo tranquillamente definire zen e alla scarsità di informazioni sulla sua vita personale.

ALIEN, Harry Dean Stanton, 1979, TM & Copyright (c) 20th Century Fox Film Corp. All rights reserved.

Stanton credeva nel vuoto, nel nulla prima e dopo l’esistenza, nell’accettare ciò che accade e nell’assoluta vacuità delle ansie umane. Quando una volta Marlon Brando gli chiese un parere su di sé, lui rispose “tu sei niente”, ma non perché non lo stimasse, per il semplice fatto che “Realizzare che sei niente è saggezza, realizzare che sei tutto è amore”.

Forse lo capiremo meglio dopo aver visto Lucky, film in cui interpreta un ateo novantenne che ha tutta l’impressione di essere il suo ultimo lascito. La sensazione che si  prova scavando nei suoi ricordi è quella di trovarsi di fronte a uno dei suoi personaggi: gente che le ha viste tutte e porta sulle spalle i ricordi di una vita che si nascondono tra le rughe e dietro un paio d’occhi che sembrano sempre chiederti perché ti senti tanto speciale, quando tutto ciò che resta dopo è il vuoto.

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Dunkirk: conta solo l’azione

Un film che come un giardino zen delinea la sua bellezza attraverso l’essenzialità della forma, ma che non rinuncia a una struttura barocca

“Per seguire la Via il samurai deve mantenere l’attenzione sul momento presente e non vacillare, non avere pensieri mondani né essere schiavo delle passioni. Ogni istante è importante e quindi è necessario concentrarsi sempre sul momento presente” Yamamoto Tsunetomo

Uomini di cui non conosciamo il passato e il futuro, azione che parla da sola, che non si spiega con le parole, ma con i gesti, dialoghi ridotti all’osso, al limite del film muto, pure immagini in movimento accompagnate da un tema sonoro ossessionate, come all’alba della cinematografia o nel pieno della nouvelle vague, una trama che non ha bisogno di niente, perché in questo film la storia è la Storia.

Questo è Dunkirk, un film profondamente zen in cui tutto ciò che non è essenziale viene lasciato fuori. Non ci interessa sapere chi erano questi uomini prima che apparissero sullo schermo né abbiamo bisogno di spiegazioni, tutto ciò che ci serve è di fronte ai nostri occhi, ripreso nella magnificenza di una pellicola da 70mm che ci ricorda come mai il cinema è una cosa e vedersi le serie TV sullo schermo del computer è un’altra.

Un film che ha molto in comune con un altro capolavoro che metteva il proprio genio a servizio più del come che del cosa: Fury Road. In entrambi i casi parliamo di viaggi quasi circolari, trame ridotte all’osso, personaggi conosciuti in media res e di immagini e suoni che prendono a schiaffi le sinapsi.

Ma Dunkirk è soprattutto Nolan, quel Nolan che ama i colori freddi e che si trova a sua agio sia nei campi lunghi che nei primissimi piani in stile western, in cui la mossa di un sopracciglio vale più di una pagina di dialoghi, che lascia a Zimmer il compito di sottolineare le immagini con una colonna sonora forse non particolarmente brillante ma adeguatamente assillante, fatta di ticchettii che si insinuano piano piano nel cervello e sembrano sabotare il ritmo del nostro cuore.

Ma soprattutto è il Nolan ossessionato dal tempo e dai suoi incastri, dalla sua non linearità. In Dunkirk arriva al suo punto più alto un discorso iniziato con Following, esploso con Memento e portato avanti in Inception e Interstellar.

Il film si basa su tre elementi: terra, acqua e aria, con tre differenti linee temporali, una settimana, un giorno, un’ora e tre “protagonisti”, un soldato che vuole scappare in ogni modo da Dunkirk, un uomo di mezza età alla guida di una barchetta che cerca di fare la sua parte e un pilota. Queste differenze vengono chiarite nei primi minuti, poi la successione degli eventi si spezzetta, si piega, si incastra e si mescola come i palazzi nei sogni di Di Caprio, per poi rivelarsi nel suo finale, mostrandoci il trucco, come in The Prestige. Capire il puzzle non sarà sempre facile, anzi, rappresenta forse l’unica sfida di un film che per il resto è estremamente asciutto (nonostante le molte scene acquatiche) nella sua rappresentazione.

Attorno alle figure cardine ruotano una serie di personaggi che a volte si incontreranno, a volte, presi come sono a cercare di sopravvivere in uno dei momenti più cruciali della storia moderna.

Con pochissimi elementi su cui appoggiarsi per comprendere, allo spettatore non resta altro che vedere e sentire: le urla dei soldati che hanno paura di morire nella stiva di una nave silurata, i laconici dialoghi tra piloti che decidono quale nemico abbattere, l’incredibile vista di 300.000 persone in fila su una spiaggia che ogni tanto si accucciano per evitare un bombardamento, sperando di potersi rialzare. Ogni immagine ha senso, ogni parola non è detta invano, ogni momento conta come gli altri.

Per il cinema di oggi, in cui la trama è tutto, il dialogo definisce il personaggio, lo spiegone è la regola e il pubblico guarda con la lente ai “buchi di sceneggiatura” ci troviamo di fronte a qualcosa di estremo e sperimentale, ovviamente per quanto riguarda i blockbuster, un’operazione che giusto uno come Nolan si poteva permettere.

Il risultato è un film di pura azione, intesa non solo come cose che esplodono, ma come immagini in movimento, un concentrato di ansia, paura di morire e speranza che Nolan guarda non con l’occhio emozionato e partecipe di uno Spielberg, ma col distacco quasi asettico dell’entomologo: sembra quasi di trovarsi di fronte a un documentario in cui la macchina da presa non parteggia né per il leone, né per la gazzella. Tutti sono importanti, ma nessuno è indispensabile per fare un grande film, quello che una volta avremmo chiamato Kolossal.

Dal punto di vista dello spettatore questo si traduce in una sorta di assedio alle nostre coronarie, non c’è un solo momento che non sia caratterizzato dall’ansia, dalla paura di morire, dal bisogno di fare le cose in fretta, perché la morte è là, presentissima è invisibile. I tedeschi ci sono, ma non li vediamo mai. Come gli indiani di Ombre Rosse sono un’entità invisibile e oppressiva che si manifesta solo nel momento in cui colpisce. Solo alla fine il film decide che finalmente può mollarti la carotide per farti respirare, mentre ti chiedi come hai fatto a reggere così tanti minuti sull’orlo di una crisi di nervi.

I personaggi, raccontati più dai loro gesti che dallo loro parole, sono invece equamente divisi tra due tipi di eroismo: quello “normale” di chi fa il suo dovere e aiuta gli altri, nonostante tutto, come il capitano della barca o il pilota di caccia, incredibilmente interpretato da un Tom Hardy che riesce a trasmettere tutto ciò che serve pur rimanendo tutto il tempo bloccato in un abitacolo e con una maschera per l’ossigeno sulla bocca. E quello di chi sopporta, di chi si arrangia, resiste e cerca comunque di salvarsi con la furbizia e l’egoismo di chi vuole vivere, anche se sarebbe molto più semplice lasciarsi catturare o morire.

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Unica nota stonata, ma parliamo di dettagli da riportare giusto per il gusto di trovare il pelo nell’uovo, è il momento in cui Nolan sul finale decide di allentare un attimo la presa e si concede un momento di realismo magico da film d’azione, sul quale evito di darvi troppi dettagli, quando ci arriverete capirete.

Con Dunkirk ci troviamo di fronte al Cinema, quello bello, fatto con cura, mezzi e capacità, quello che devi vedere nel più grande schermo possibile e che è in grado di spegnere tutto ciò che lo circonda, quello che non si accontenta di essere televisione proiettata sul muro. Siate felici di poter essere i primi a vederlo al cinema e andateci ogni volta che potete.

Capolavoro? Sì.

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Quel pasticciaccio brutto de La Torre Nera

Qualcuno ha dimenticato il volto di suo padre, ma anche del resto della famiglia

Quando sono uscite le prime notizie sull’adattamento de La Torre Nera l’ho difeso a spada tratta da chi lo bollava a priori come una puttanata. Perché la stessa vicenda si può raccontare in mille modi, perché nessuna storia è intoccabile, perché cerco di non giudicare in base alle sensazioni e perché Elba e McConaughey sono attori che stimo.

Ci ho creduto anche quando ho visto Roland lanciarsi nel vuoto e sparare come se fosse in Equilibrium o in un film di John Woo.

Sapevo che non potevo aspettarmi un racconto fedele, sarebbe stato come travasare una botte di vino in un bicchiere. La saga de La Torre Nera è un racconto contorto, esoterico, stratificato e complesso, egualmente diviso tra horror, mito arturiano, western e cyberpunk. Molte delle cose che funzionano su carta sarebbero complicatissime da portare sullo schermo.

D’altronde fin da subito era stato messo in chiaro non sarebbe stata una trasposizione fedele del romanzo, ma un qualcosa che ne prendeva personaggi e suggestioni per dar vita a un lungometraggio che fosse conclusivo, che volendo poteva aprirsi verso una saga cinematografica.

Diciamo che, da quel che ho visto, potremmo anche evitare di menzionare eventuali seguiti, aspettare che il pubblico dimentichi e ripartire fra qualche anno con una bella serie TV di almeno sei o sette stagioni.

Questo è un film che ha dimenticato il volto di suo padre, ma pure di tutti gli altri parenti.

Fondamentalmente ci troviamo di fronte a un racconto fantasy PG-13 per ragazzi in stile “La Storia Infinita” con L’uomo in nero nella parte del Nulla e di Gmork.

I cliché ci sono tutti: il bambino speciale che è la chiave di tutto, ma che i genitori credono pazzo, un mondo parallelo a cui accedere con dei portali e un difensore praticamente invulnerabile, qualche mostro di contorno, demoni in agguato. Su questa impalcatura di base sono stati incollati in maniera frettolosa alcuni elementi del primo capitolo della saga, giusto per dare uno straccio di senso alle varie sequenze in cui Elba spara o McConacoso gigioneggia a fare il cattivone standard, tutto qua. Una roba che cerca di remixare ciò che gli ’80 e ’90 hanno detto sull’argomento senza riuscire ad aggiungere nulla.

Questa forse è l’unica chiave di lettura positiva del film: un racconto fantastico che potrebbe piacere ai ragazzini e forse a qualcuno che non ha letto il libro e ha poco senso critico. Il resto crolla più rumorosamente di quanto non farebbe la Torre.

Dimenticate la gravitas del Pistolero, la complessità del suo personaggio e la sensazione che ogni colpo della sua pistola sia il frutto di un ragionamento profondo. Il Roland del film è fondamentalmente un toro armato e incazzato che si butta a testa bassa contro l’uomo in nero, il quale cerca di rapire bambini in tutto il mondo per lanciare dalla loro testa un raggio laser contro la Torre.

Gli unici aspetti positivi sono, forse, le rappresentazioni visive del Medio-Mondo, la sua desolazione fatta di deserti e strutture di un passato remoto, ma non è niente che un giocatore di Fallout (che viene palesemente citato nei display verdi dei portali) non abbia visto/fatto molto meglio. Poco posso dire sulla recitazione, non avendolo visto in lingua originale, ma il casting dei personaggi principali mi è parso azzeccato. Gli altri si dimenticano subito.

Meno male che alla fine hanno tolto alle pistole quell’effetto “spada laser” azzurrino che rendeva il tutto ancora più posticcio e forzato.

Complice anche la durata abbastanza breve, tutto si muove troppo velocemente, senza darci il tempo di assaporare le cose, di trovare un senso, senza una coesione di fondo. Impossibile anche solo scorgere la complessità di fondo della storia, dei suoi protagonisti del “mondo che è andato avanti”. I rari momenti di tranquillità servono solo per raccontare allo spettatore cosa succederà nelle scene successive, il resto son pistolettate e poco altro. I pochi momenti piacevoli sono quelli di Roland che cerca di ambientarsi nel mondo moderno, ma questo perché il topos narrativo del “tizio di un altro mondo che arriva sulla Terra” funziona sempre.

Sarebbe stato sufficiente condensare il primo libro, catturando quel tanto che bastava della sua essenza per creare una saga che era già comodamente divisa in capitoli, ma si è deciso di proporre una banalissima storia di bene vs male con un bambino nel mezzo che pesca qua e là dall’inizio e dalla fine della saga, incollando pezzi a caso.

Cosa resta allo spettatore dopo la visione? Niente, non una soluzione di regia interessante, non una sequenza d’azione particolarmente originale, tutto scorre frettolosamente, come se il regista e gli attori non vedessero l’ora di concludere. Magari chi non conosceva i libri sarà spinto alla lettura, ma chi li venera cercherà di dimenticare questi 95 minuti il prima possibile, fortunatamente non sarà una missione difficile.

Giudizio finale:

SPOILER PER CHI HA LETTO TUTTI I LIBRI

So che l’avventura di Roland si azzera ogni volta, dunque teoricamente il film inizia là dove finisce il libro, con il pistolero nel deserto che ha ritrovato il corno di Eld, pronto a ripartire, ma fidatevi, per quanto sia un’affascinante chiave di lettura, non cambia niente. Purtroppo resta solo un film bruttino.

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I trailer del Comic Con 2017

Riassuntone globale delle speranze cinematografiche e televisive dei mesi a venire

Adoro quando escono trailer a raffica, in pochi minuti si condensano emozione, speranza, esaltazione, ansia e speculazioni prive di fondamento. I trailer sono la promessa di qualcosa di bello, sono l’albero di Natale pieno di pacchi senza poi dover scoprire che sono pieni di maglioni, guanti e sciarpe.

Dunque, godiamoci questa vigilia pop.

Stranger Things

Dire per l’ennesima volta “va beh è solo strizzatine d’occhio agli anni ‘80” non farà di voi dei fini analisti. Ormai il trucchetto l’abbiamo capito e onestamente non è mai stato nascosto. Stranger Things ha sempre giocato a carte scoperte per quanto riguarda la nostalgia canaglia. L’inizio con Dragon’s Lair è probabilmente il colpo più basso possibile per quanto mi riguarda, ma anche Ghostbusters e l’uso di Thriller sono roba da violazione della Convenzione di Ginevra. Il primo capitolo piacque perché dietro alle strizzatine d’occhio c’erano una storia carina e personaggi interessanti, adesso tutto dev’essere riconfermato con personaggi più grandi, senza effetto novità a giustificando la normalità di ragazzini che dovrebbero rimbalzare tra uno stress post traumatico e l’altro.

Ready Player One

Se esiste una persona in grado di gestire una storia pensata per la generazione a cavallo tra i ’70 e gli ’80 quello è Spielberg e questo trailer pare confermare le aspettative di chi ci credeva. La parte più convincente è senza dubbio il mondo allo sbando post-crisi energetica, mentre la totale libertà di Oasis che forse è un po’ posticcia, permetterà a Spielberg di avere mano libera dal punto di vista creativo per scende totalmente fuori di testa. Il libro si concedeva la libertà di pescare da tutto l’immaginario di un ragazzino di trent’anni fa ed è una sorta di manifesto della cultura del collage e della nostalgia che viviamo oggi, molto probabilmente il film non avrà lo stesso respiro per banali questioni di diritti, ma vedere la DeLorean che corre accanto alle moto di Tron (o Akira? Direi quella, in fondo è rossa) e Freddy Kruger contro i cyborg non può non far saltellare di gioia qualcosa dentro di noi. Sono molto curioso di capire come diavolo gestiranno tutta la parte tecnologica. L’unica rimostranza? Il protagonista non è un nerdino sovrappeso, forse perché ora nerd is the new cool.

Justice League

Il trailer di Batman vs Superman prometteva grandi cose, poi è andata come è andata. L’arrivo in corsa di Joss Whedon che ha la mano buona coi cinecomic, mescolata alle manie di grandezza ed epicità di Snyder potrebbero rappresentare la miscela giusta per il successo. Per il resto, siamo di fronte al classico cliché della Five Man Band: Batman fa il Leader, Wonder Woman è la spalla col carattere opposto (ma potrebbero invertirsi, dopo il film dedicato a Diana è chiaro qual è l’eroe su cui puntare) Acquaman è quello grosso e tamarro, Flash è la spalla comica e Cyborg è l’esperto di tecnologia. La mia impressione è che fondamentalmente la trama sarà “cerchiamo tutti insieme di aiutare Wonder Woman a menare Steppenwolf”. Tutto sembra molto, molto buio, ma con sprazzi di umorismo. Sono fiducioso, se non altro sarà sempre qualcosa di diverso rispetto alla banalità visiva del Marvel Cinematic Universe. Il finale mi fa sperare in Batman che cavalca un tirannosauro, ma credo che sarò deluso.

Westworld

https://www.youtube.com/watch?v=phFM3V_dors

La prima stagione si basava sul grande mistero, sugli enigmi, sull’attesa prima della crisi e su una storia che mescolava presente e passato, ah sì anche su una recitazione incredibile. Per alcuni era uno show lento, per altri era perfetto, c’è chi lo considerava prevedibile e chi sosteneva che semplicemente rispettasse il patto con gli spettatori. La seconda stagione non potrà contare su quasi nessuno dei pilastri narrativi che hanno sostenuto la prima, perché adesso sappiamo tutto. Mancherà anche quel gusto un po’ unico di vedere una storia che riprende alcune meccaniche tipiche dei videogiochi. Ce la farà? Non so, però quel mezzo sorrisetto di Ed Harris basta per collocare Westworld un po’ più in altro delle altre serie in arrivo.

E adesso una rapida occhiata a tutto il resto

The Defenders

Le serie TV Marvel di Netflix hanno molto da farsi perdonare. Il rischio è quello di trovarsi a tifare per il cattivo, capita se utilizzi Sigourney Weaver.

Pacific Rim: Uprsing

Spero onestamente che sia il trailer del videogioco e non del film, perché è brutto anche in chiave “finta pubblicità”. Zero epicità, i mech sembrano fatti con la PS3, speriamo bene.

Inhumans

Freccia Nera è l’unica cosa che mi convince, oltre all’uso di Iwan Rehon come cattivo. Ogni volta che vedo i capelli di Medusa ho una fitta all’intestino.

Thor: Ragnarok

Continua a piacermi il suo mantenersi fra cazzone ed epico, forse in questo trailer è un po’ troppo cazzone e vederlo sparare laseroni accanto a Loki mi ha fatto venire qualche sudore freddo. Ma Hulk mi conforta, sempre, anche quando parla.

Bright

Will Smith in una buddy cop movie in cui al posto del nero e del bianco abbiamo il nero e l’orco. The Shield e Training Day che si mescolano con il fantasy, le streghe, gli orchi, gli elfi e le bacchette magiche. L’idea mi piace, speriamo non venga fuori una vaccata.

Star Trek: Discovery

Il progetto porta il marchio di Fuller, che dopo American Gods ha guadagnato parecchi punti, e anche se poi ha lasciato lo sviluppo la speranza è che l’imprinting sulla serie sia stato forte. Sarà un progetto difficilissimo, perché ambientare una serie moderna prima dell’epoca di Kirk porta con sé più dubbi che certezze. Il tono sembra molto dark, forse troppo.

The Gifted

Ancora una serie sui mutanti, stavolta su ragazzi giovani che devono capire come usare i loro poteri e scappare da chi vuole imprigionarli. Una storia all’ombra degli X-men che per ora non mi entusiasma più di tanto a causa dell’overdose da cinecomic.

Jigsaw

L’enigmista? Ancora? Ma il torture porn non è passato di moda come MySpace?

The Shape of Water

Ameliè che incontra Abe Sapiens che incontra Bioshock. I mostri di Del Toro hanno sempre quel qualcosa più. Lo aspetto con ottimismo.

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Spider-Man: Homecoming — la recensione

Tra voglia di crescere e paura di bruciarsi, l’ennesimo remake dell’Uomo Ragno è una commedia di formazione con uno dei migliori cattivi Marvel

Cosa sono gli adulti quando sei alle soglie dell’adolescenza? Figure noiose che ti dicono cosa devi fare, che ti frenano mentre vorresti spaccare il mondo che ti parlano e non ti capiscono, lontane come Captain America che impartisce lezioni di morale in televisione. Allo stesso tempo però ti regalano giocattoli bellissimi e aneli disperatamente la loro attenzione perché ti facciano fare “le cose dei grandi” tipo bere la schiuma della birra, guidare la macchina nel parcheggio o combattere negli Avengers.

Questo il succo di Spider-man: Homecoming, freschissimo ed ennesimo remake dell’Uomo Ragno che si libera del fardello dei suoi predecessori per mostrarci un Peter Parker ragazzino, goffo sia nei combattimenti che a scuola e perennemente diviso tra il fare la cosa giusta e quella conveniente, con e senza maschera.

D’altronde se c’è un eroe più vicino al mondo dei ragazzi quello è Spider Man, gli altri sono adulti in costume alle prese con complessi irrisolti, alcolismo, turbe psichiche, lutti mai elaborati. Peter è l’unico eroe che porta un fardello simile, ma sulle spalle di una persona che ha (o aveva) quasi la stessa età di chi lo legge.

Spider-Man: Homecoming è dunque un ottimo film per ragazzi che fila liscio liscio, prendendosi forse più tempo del dovuto in alcuni momenti, ma mantenendo sempre alta l’asticella sull’entusiasmo e senza sbandare troppo con la trama.

Al centro di tutto c’è infatti l’incredibile energia di Peter Parker, uno che improvvisamente si è trovato a lottare con gli Avenger e parlare con Tony Stark in persona, che avverte il freno di una vita comune, fatta di compiti e gare di nozionismo e le tentazioni di un mondo fantastico per cui non è ancora pronto.

Da questo punto di vista il titolo è perfetto. L’Homecoming nel mondo americano è il ballo di fine anno, quel momento in cui i ragazzi sono chiamati a vestirsi come adulti e comportarsi come tali, una sorta di ballo delle debuttanti (che spesso coincide con la famigerata “prima volta”).

Nonostante la leggerezza di fondo, Peter Parker è di fatto l’emblema della giovinezza, anzi della giovinezza di oggi, fatta di video diari, ansie sociali, tecnologie potenti ma usate male, adulti che spesso sono l’esempio sbagliato e un mondo che non vede l’ora di sapere tutto di te, in cui non vorresti tuffarti a testa bassa, ma che in qualche modo devi respingere.

Dall’altra parte l’avvoltoio di Keaton, contrappasso ironico di Birdman, è lo specchio dell’uomo della strada che subisce le gesta degli eroi e non ci sta, che per rimanere a galla di un mondo fatto di dei decide, novello Icaro, di farsi dio a sua volte sfruttando il proprio ingegno. Il sottoprodotto di chi agisce per fare del bene, ma a inavvertitamente crea il male. Nonostante una certa confusione nello scontro finale, finalmente abbiamo un antagonista degno, carismatico, sfaccettato e che mette in scena scontri interessanti.

Purtroppo dal punto di vista visivo anche questa volta ci troviamo di fronte all’episodio di una lunga serie TV ambientata al cinema, da questa pastoia non si sfugge e probabilmente non ne sfuggiremo mai.

Al netto di queste considerazioni, il maggior pregio di Spider Man: Homecoming sta nel suo saper rimanere nel mezzo tra la commedia e il racconto di formazione, tra la simbologia e il divertimento. Tra voglia di dirti tutto e capacità di tenersi del materiale per i film successivi, offrendo un film che pur non cercando l’ossessiva aderenza al fumetto riesce comunque a cogliere l’essenza dell’arrampicamuri.

L’unico momento in cui si capisce che da grandi poteri derivano grandi responsabilità è arrivato durante l’anteprima, quando uno dei protagonisti parla di un film porno e in sala un bambino ha chiesto “mamma, cos’è un film porno?”.

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Rassegnatevi, siamo Fantozzi

Il personaggio di Paolo Villaggio non ha solo descritto gli italiani, insultandoli mentre loro ridevano, gli ha insegnato a parlare

Fantozzi è come Godzilla, un gigante che espone i nostri peccati, che da piccolo guardi perché ti fa ridere (o perché ami i mostri che distruggono palazzi) e che da grande apprezzi perché scopri che sotto c’era molto di più.

Prima ancora che si iniziasse a parlare di cultura pop in Italia, Villaggio con Fantozzi la stava inventando, creando un lessico, un modo di parlare, una mimica e una serie di personaggi che raccontavano ciò che stava succedendo in Italia tra gli anni 70 e gli 80, il culto della fabbrica, le vacanze al mare, il grigiore eletto a vanto, la Milano grigia, la Roma maneggiona, la venerazione dei potenti, la rivalsa dell’uomo comune sulla cultura, la voglia di fuggire dagli impegni con la signorina Silvani, la meschinità di schiacciare quello sotto e servire quello sopra, la consapevolezza che il sistema, alla fine, vince sempre.

E poi maschere come quella del ragionier Calboni, forse il personaggio che è invecchiato meglio è che ancora è specchio delle fanfaronate da social, dell’italiano che una volta chiamava quattro taxi e spendeva i soldi degli altri e oggi si fa un selfie in discoteca come se fosse Dan Bilzerian.

Spesso ci lamentiamo del fatto che l’Italia è una provincia culturale degli Stati Uniti, che mode, stili e linguaggi ci sono stati imposti, ma non esiste film, fumetto o racconto americano che possa arrivare anche solo eguagliare l’impatto avuto da Fantozzi sulla nostra società. Un impatto che dura nonostante quel mondo sia ormai quasi del tutto scomparso, divorato dalle stesse forze che l’hanno creato. Posto fisso, pensione, tredicesima, casa di proprietà, oggi Fantozzi sarebbe un privilegiato.

La cagata pazzesca, il rutto libero, chi ha fatto palo? 92 minuti di applausi, le visioni mistiche, il congiuntivo a caso, l’accento svedese, coglionazzo, come è umano lei, il megadirettore galattico, il triplo filotto reale ritornato con pallino. Paolo Villaggio ci ha insegnato a parlare e secondo me non ce ne siamo neanche resi conto.

La sua genialità è aver mostrato agli italiani quanto facevano schifo, quanto erano tristi, grigi e meschini, ma facendoli ridere così tanto che non se ne rendevano conto. Quando esultiamo insieme a Fantozzi per il suo giudizio sulla Corazzata Potëmkin (pardon Kotiomkin) siamo semplicemente dei mediocri che godono della loro mediocrità, se invece ci scandalizziamo forse siamo proprio quei boriosetti da cahier di cinemà che prendeva in giro. La comicità di Villaggio era senza via d’uscita. (anche se secondo me molti lo hanno scoperto, e poi apprezzato, grazie a quella battuta).

L’unica differenza tra il Fantozzi di ieri e quello di adesso sta nel fatto che oggi direbbe a tutti di aver apprezzato la terza stagione di Twin Peaks.

Il nostro obiettivo adesso è tramandare tutto questo, perché di lui non restino solo le parole senza un significato, come quando da ragazzini lo imitavamo a pappagallo per far ridere la classe.

Se un giorno vostro figlio vi chiederà chi è Fantozzi, voi fategli vedere tutta la parte del torneo di biliardo, probabilmente avrete pochi minuti della sua attenzione, ma dovrebbero bastare a incuriosirlo.

Qua è riassunta tutta la filosofia fantozziana. Si parte col Catellani “Gran Maestro dell’ufficio raccomandazioni e promozioni” che professa di essere uno partito dal basso. Poi c’è tutta la parte la parte comica e surreale delle lezioni di biliardo, dei gessetti mangiati, del fingere una relazione per nascondere la verità.

Si arriva alla partita e il montaggio è degno di uno scontro di boxe. I 38 “coglionazzo” e “il suo è culo, la mia è classe” sono cazzotti nello stomaco dello spettatore, che tifa per Fantozzi e si sente come sua moglie. Finalmente arriva il riscatto dell’uomo servile che improvvisamente diventa leone e nel farlo tratta male Filini, forse l’unico amico della sua vita, perché Fantozzi è di fondo un debole che non vede l’ora di diventare forte per umiliare a sua volta.

E mentre assistiamo compiaciuti al suo riscatto non ci rendiamo conto che Fantozzi sta di fatto condannandosi da solo nell’unico momento in cui gli bastava essere sé stesso e subire una delle tante umiliazioni della sua vita. Il comico si mescola col tragico, la risata con la tristezza…

E poi prende la vecchia.

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CineComic Fest — intervista a Giorgio Viaro

Il direttore di Best Movie racconta il festival genovese dedicato a cinema e fumetto con Recchioni, Zerocalcare e Spiderman: Homecoming

Dal 5 al 9 luglio a Genova si terrà il Cine&Comic Fest, nuova e interessante manifestazione genovese che analizza il rapporto tra film e fumetti attraverso incontri con personalità del calibro di Roberto Recchioni e Zerocalcare, ma anche anteprime di lusso come quella dedicata a Spiderman: Homecoming, Monolith e Nemesi.

Sull’argomento ho fatto quattro chiacchiere (in rete, perché il fortunato si trova in Nuova Zelanda sul set di Mortal Engines, nuovo film di Peter Jackson) con Giorgio Viaro, organizzatore della manifestazione e direttore di Best Movie, probabilmente la rivista cinematografica più in salute del panorama italiano.

Cosa rappresenta per te il Cine&ComicFest, sia a livello personale che generale? Quali sono state le tappe più importanti per renderlo realtà?

Cine&Comic nasce dalla volontà di Porto Antico, e in particolare di un amico di lunga data — Luciano Bernardini — di creare a Genova un evento pop di richiamo nazionale all’interno della rassegna EstateSpettacolo. Doveva essere legato soltanto al cinema, ma data la congiuntura che stiamo vivendo e le mie passioni, ho pensato che declinarla così, incentrandola sui cinecomic, fosse l’idea migliore, anche perché un festival tutto dedicato ai cinecomic in Italia non esisteva. E non mi risulta niente di simile nemmeno altrove, ma potrei sbagliarmi. Vista la conferenza stampa di Lucky Red di questi giorni, con i titoli annunciati, come il film di animazione di Golem, e l’attenzione che le distribuzioni hanno subito manifestato per l’evento, penso che la scelta possa rivelarsi vincente.

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Come è cambiato in questi anni il ruolo del recensore cinematografico?

Troppe opinioni, nessuna opinione. Oggi il recensore deve essere molto più un mediatore che un giudice, qualcuno che aiuta il lettore a identificare il suo spazio di interesse e approfondimento sui vari media.

Come si resta al passo coi tempi, con i linguaggi e con le mode, senza perdere sé stessi?

Credo che la prospettiva sia contraria: sono lo studio dei tempi e dei loro linguaggi che dovrebbero aiutarci a restare noi stessi. Non puoi imporre la tua visione del mondo al mondo stesso, sarebbe un atto di megalomania intellettuale. Restare aperti e vigili mi pare la cosa migliore.

Ormai il nome cinecomic è diventato quasi dispregiativo, qual è il tuo rapporto con questo genere?

Cinecomic ormai significa tante cose diverse: al Cine&Comic Fest avremo un esperimento italiano multimediale come Monolith, un film d’autore come Nemesi, un blockbuster tout court come Spider-Man: Homecoming e uno sui generis, virato al noir, come Logan nella versione in bianco e nero. Al punto in cui siamo arrivati disprezzare i cinecomic sarebbe come disprezzare l’horror o i documentari, una presa di posizione senza senso.

Sono le serie Tv a essersi fatte cinema o è il cinema ad essersi avvicinato alle serie TV?

C’è una convergenza, e il paradiso è che oggi c’è molto più serialità al cinema che in TV, e molto più cinema sul piccolo schermo che su quello grande. Il Marvel Cinematic Universe è pura serialità, Glow è un film di 5 ore. Ed è solo un esempio tra mille.

Cosa manca al cinema italiano oggi?

Il cinema italiano si sta ritrovando, la mutazione generazionale ha i suoi tempi, non bisogna avere fretta.

Sempre parlando di evoluzioni, come ti poni di fronte alle ibridazioni con la realtà virtuale, il cinema interattivo o, in alcuni casi, i videogiochi?

Mi sa che ci sto ancora pensando. Ma quando ho visto Carne Y Arena non mi è sembrato cinema da nessun punto di vista. Se superi la dittatura dell’inquadratura, stai facendo altro. Detto questo, amo la sperimentazione linguistica in qualsiasi campo.

Di tutti i grandi insiemi della cultura pop qual è quello che ti fa abbassare le difese e ti fa diventare un semplice fan?

Mi è molto difficile assumere quel tipo di posizione. Ci sono autori che mi fanno quell’effetto, da Louis CK a James Gray, passando per Zerocalcare e, che ne so, certi cantautori italiani. Ma non riuscirei a ridurla a un contenitore specifico, a un media. (ndR non è vero, sappiamo come Giorgio Reagisce ai Funko Pop)

Come ti spieghi questo enorme strapotere di una cultura pop che qualche anno fa sarebbe stata roba per nerd?

La cultura pop è debordata, ha trovato infinite strade per comunicarsi e compensato una certa disillusione politica ed economica generazionale, trasformando tutti in nerd.

Recchioni e ZeroCalcare sono caratterialmente agli opposti, ma entrambi due storie di successo, come li hai coinvolti? Cosa vorresti che portassero al Cine&Comic Fest?

Sono due persone che conosco ormai da un po’ e alle quali mi lega, se non un’amicizia — termine di cui non è mai bene abusare, anche perché ci frequentiamo pochissimo — una grande ammirazione per il loro talento e la loro etica professionale. MI hanno dato subito la loro disponibilità quando ancora il festival era soltanto un’idea. La loro diversità caratteriale è naturalmente una ricchezza ulteriore.

Il legame tra cinema e fumetto è l’unione più cinematograficamente importante degli ultimi anni? Quanto durerà?

Lo è per distacco, seguita direi dalle nuove, infinite forme del documentario. Durerà credo ancora a lungo. Almeno speriamolo, sennò tocca cambiare nome al Festival!

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L’incredibile vita di James Cameron

Da ragazzino canadese che amava la scienza alla Fossa delle Marianne, passando per i B-Movie. Ritratto di un genio a tutto tondo

Quanto può essere potente un film? Quanto a fondo può penetrare il suo messaggio? Difficile quantificarlo con numeri o statistiche, ma quello di 2001 Odissea nello Spazio fu abbastanza forte da marchiare a fuoco la mente di un ragazzino canadese nato a Kapuskasing, Ontario, nel 1954 ma cresciuto a Chippawa, vicino alle Cascate del Niagara: James Cameron.

Oggi Cameron è un regista, inventore, disegnatore, un genio di stampo rinascimentale in grado di passare senza problemi dal banco di progettazione al tavolo da disegno. Ha all’attivo qualche brevetto, perché quando non è riuscito a trovare ciò di cui aveva bisogno per girare una scena come voleva lui, se l’è inventato, disegna benissimo (il ritratto in Titanic è suo), detiene un Guinness dei primati per le sue esplorazioni degli abissi, ha scritto alcuni dei film più importanti degli ultimi anni e progetta sottomarini.

Beccati questo Leonardo da Vinci.

Ha pure inventato la Regina Aliena, tanto per farci rosicare

La sua ascesa non è stata solo la classica botta di fortuna, ma un ottimo esempio di inclinazioni personali, caso e fortissima determinazione.

I genitori di James Cameron erano una coppia abbastanza rigida nell’educazione, molto attenti all’etica del lavoro e ottimo esempio delle due anime del regista. Il padre era un ingegnere elettrico, la madre un’artista che lo spinse verso la pittura e organizzò persino una sua mostra personale. Il suo più grande interesse, come dichiarato molti anni dopo durante un TED, erano la scienza e la fantascienza. Divorava racconti fantastici e passava gran parte del tempo fuori a raccogliere campioni di tutto, acqua, terreno, animali, piante, per osservarli al microscopio.

“Il mio amore per la fantascienza sembrava rispecchiarsi nel mondo attorno a me, alla fine degli anni ’60 siamo andati sulla Luna e Jacques Costeau stava entrando nei nostri salotti con immagini bellissime di animali e mondi che non immaginavamo neppure. Tutto ciò sembrava entrare in risonanza con le mie passioni”.

A 15 anni il primo contatto con 2001: Odissea nello Spazio. Al termine del film Cameron capisce che avrebbe voluto diventare un regista. Lo guarda così tanto da stare letteralmente male. Cercando di capire come funziona il linguaggio cinematografico prende la Super-8 del padre e inizia a girare piccoli corti. Nel frattempo invece di fare i compiti inizia a scrivere storie di fantascienza. Una in particolare sembra piacergli molto, qualche anno dopo diventerà Abyss.

A un certo punto la famiglia di Cameron cade in un grande classico delle vite nordamericane: il trasferimento a migliaia di chilometri di distanza. Il padre infatti accetta una proposta di lavoro in California, nel cuore ozioso, assolato e privo di grandi prospettive della Orange County.

Questa è forse la sua fase peggiore, quella in cui inizia a mollare e a dare la colpa agli altri.

“Non riuscivo a vedermi nei panni di un regista. Di fatto pensavo che quel tipo di persone nascessero così, come una sorta di sistema di caste. I ragazzini di un paesino canadese non finiscono a dirigere film”.

Al college non riesce a trovare una direzione, gli piace la Fisica, ma anche la Letteratura, vuole fare il biologo marino, ma anche lo scrittore, troppe idee in testa, poco tempo per farle tutte e intanto l’unico attestato che prende è quello per le immersioni. Gli piace l’idea di venire trasportato in altri mondi, come quello subacqueo che vedeva da piccolo, in televisione.

Alla fine decide di studiare fisica, matematica, chimica, tutte cose che adora, ma non è quello che vuole fare da grande, quindi molla e finisce a fare ogni possibile lavoro: camionista, autista di scuolabus, meccanico. Di notte dipinge, fuma marijuana e pensa alla casta dei registi.


Poi improvvisamente la sua vita viene stravolta da un altro film, l’opera di un regista ribelle, che stava anche po’ sulle balle all’Hollywood dell’epoca: Star Wars. Come lo schiaffo in una crisi di panico, come la secchiata d’acqua fredda durante l’incazzatura, l’avventura di Luke Skywalker strappa Cameron dal suo torpore e gli fa capire che il cinema può unire le sue due anime di ingegnere e scrittore, il suo occhio artistico e la sua mano da costruttore.

Ad esaltarlo ancora di più ci si mette la lettura di un libro che diventerà col tempo la pietra angolare di molte carriere cinematografiche e corsi dedicati: La sceneggiatura di Syd Field.

In preda all’entusiasmo, Cameron scrive un soggetto per un cortometraggio di 10 minuti insieme a due amici, recupera i soldi per girarlo da un gruppo di facoltosi dentisti che cercavano un modo per avere sgravi fiscali, affitta tutta l’attrezzatura necessaria e si lancia nell’impresa.

Ero come un dottore che faceva la sua prima appendicectomia dopo averne solo letto sui libri”.

Ovviamente, le prime ore sono un disastro. Dopo aver passato mezza giornata a capire come funzionava la macchina da presa, decide di tornare in studio e smontarla pezzo per pezzo per capire come usarla bene. Una volta appreso ciò che gli interessa, riporta tutto dal noleggiatore e gli chiede dove ha imparato il mestiere, quello gli risponde “ho fatto tutto da solo”.

E allora perché non poteva riuscirci lui?

Da quel momento in poi Cameron trasforma la libreria della Università della California del Sud nella sua seconda casa. Legge ogni libro sul cinema o sugli effetti speciali che riesce a trovare, quando può li fotocopia, altrimenti prende pagine e pagine di appunti. Chiede appunti agli studenti e fa lavorare a suo favore la capacità di cui è più dotato: l’ossessione per qualcosa.

Insomma, si fa un culo così, come tanti prima e dopo di lui, e anche se il progetto dei dentisti naufraga, impara abbastanza cose per bussare da Roger Corman, la leggenda dei film horror e action a basso costo, che inizia a farlo lavorare sul set. D’altronde Corman oltre ad adorare i B-Movie ha sempre avuto l’occhio lungo, visto che tra le sue “scoperte” ci sono anche Demme, Coppola e Scorsese.

Guardiani della Galassia chi?

Inizialmente Cameron si occupa dei modellini in miniatura, ma nel 1980 esordisce come art director di Battle Beyond the Stars che la secolare tradizione italiana di adattamenti a caso traduce con I Magnifici Sette nello Spazio. Il film è anche considerato il debutto ufficiale di James Horner che lavorerà a molte colonne sonore di Cameron, tra cui Aliens, Titanic e Avatar.

Il passo successivo fu lavorare agli effetti special di Fuga da New York e fare il production designer di Galaxy of Terror in cui compare un giovane Robert Englund prima di diventare Freddy Kruger ma del quale ci restano soprattutto alcuni schizzi preparatori che mostrano il talento artistico di Cameron. È in questo periodo che il regista, totalmente focalizzato sul lavoro, divorzia dalla prima moglie.


Il suo rapporto con l’altro sesso sarà sempre abbastanza conflittuale, perché per lui prima viene la sua pazzia del momento, il suo lavoro, il progetto che ha in testa e poi tutto il resto. Forse sono maldicenze, ma dopo cinque matrimoni il dubbio ti viene. In generale, chi ci ha lavorato insieme lo descrive o come un genio meticoloso che ti permette di dare il meglio e che non si risparmia o come un pazzo maniaco incline a scatti d’ira che rende la tua vita un incubo. Probabilmente è entrambe le cose.

Dopo questo primo assaggio di torta, Cameron ne vuole di più, non gli basta partecipare al lavoro degli altri, vuole il volante, che gli viene dato nel 1981 con la regia di Piranha II, aka Piraña Paura. Il suo nome spunta fuori perché il produttore, l’italiano Ovidio Assonitis, cerca un novellino da manovrare, ma il poveretto non sa di avere a che fare col pazzo furioso di cui sopra che oltretutto si trova di fronte una troupe che parla solo italiano e che palesemente non ha i soldi per fare un film decente.

La produzione del film è un disastro, Assonitis e Cameron si scontrano continuamente, il primo vuole inquadrature di ragazze in topless e ha velleità di conduzione, il secondo vuole semplicemente fare un film. Dopo tre settimane viene licenziato, ma resta come aiuto regista. La sua ossessione è tale che pur non avendo accesso alla sala montaggio decide di entrare di nascosto forzando la serratura e montare il film secondo la sua visione, arrabattandosi con l’attrezzatura in italiano.

La leggenda a questo punto narra che tutto lo stress accumulato in quei giorni gli causò un incubo nei giorni di lancio del film, a Roma: un torso metallico che si trascina fuori da un incendio impugnando due coltelli. Non penso di dover sottolineare ulteriormente di cosa stiamo parlando.

Sempre un disegnetto del ragazzo

E mentre aspetta di trovare i soldi di Terminator, Cameron scrive Rambo II e Aliens. Il primo verrà pesantemente riscritto da Stallone, il secondo dovrà aspettare un po’, perché Mr. Ossessione ha finalmente trovato l’accordo giusto per girare il film del suo incubo. Cameron vende la sceneggiatura alla produttrice Gale Anne Hurd per un dollaro, a patto di poter girare il film nel modo che preferisce. I due poi si sposeranno.

Evito di addentrarmi troppo nell’importanza di Terminator nel nostro immaginario collettivo, diciamo solo che il film costò 6,5 milioni di dollari e ne incassò circa 80, diventando probabilmente il film più acclamato del 1984. Un successo che lanciò sia la carriera di Arnold Schawrzenegger, sia quella di Cameron, che trovò pronto ad aspettarlo la poltrona di Aliens.

A questo punto il ragazzino canadese che aveva consumato 2001 Odissea nello Spazio stava rapidamente acquistando velocità, ma invece di accettare proposte di ogni tipo decise nuovamente di girare qualcosa di suo, come voleva lui. Abyss ridefinì il concetto di riprese subacquee, anche grazie al fatto che Cameron inventò una specie di dolly subacqueo che permise al cameraman di manovrare e riprendere facilmente sott’acqua. Quello di Abyss fu uno sforzo umano e produttivo enorme, l’ennesima ossessione che si portò via il suo secondo matrimonio.

Per ottenere gli alieni “acquatici” del film Cameron ha ideato anche un nuovo effetto, il morphing, che lo porta a fondare il suo personale studio di effetti speciali, Digital Domain, e che viene subito riutilizzato in Terminator 2. Finito il film si sposa Linda Hamilton, che lo sopporterà fino all’uscita di Titanic.

Gasatissimo dalla Digital Domain, Cameron decide che è il momento di renderla la numero uno nel campo dell’animazione cinematografica e propone ai soci una storia assurda e fantastica, piena di personaggi creati al computer. Per fortuna Scott Ross, ex Industrial Light and Magic, e Stan Winston riescono a fargli cambiare idea. “Visto che ti piacciono tanto gli abissi, perché non facciamo un film sul Titanic?”. Nel frattempo arriva a tanto così dal dirigere un film su Spiderman e lancia la serie TV Dark Angel, con Jessica Alba.

https://n3rdcore.it/legemonia-culturale-di-titanic-e3e958b821dd

Una volta messi alle spalle undici Oscar e terminata l’eco degli acuti di Celine Dion, Cameron sparisce dalla scena per quasi dieci anni. Ma ovviamente non si sta godendo i suoi soldi, in fondo è pur sempre quel ragazzino che esplorava la natura, quindi decide di scrivere un film sull’esplorazione marziana, usando l’attrezzatura IMAX. Ma non è soddisfatto, quindi chiama l’esperto che lo ha aiutato a girare Abyss e per una decina di anni decide di andare realmente a vedere il Titanic ed esplorare gli abissi con una serie di telecamere 3D steroscopiche che sono poi diventate una sorta di nuovo standard per i film in tre dimensioni, le stesse che userà per dare vita a quel film che gli avevano sconsigliato di fare più di dieci anni prima: Avatar.

La voglia di fare Avatar gli viene dopo aver visto ciò che Peter Jackson aveva fatto con Gollum. L’evoluzione delle motion capture gli apre un mondo e lui ci mette del suo, sviluppando un sistema che gli permette di vedere in tempo reale come sarebbe la scena con gli effetti speciali già applicati.

Con Avatar Cameron ha finalmente l’occasione di creare il suo Star Wars, un mondo enorme, gigantesco, iperdettagliato, sul quale puntare ogni tanto una lente di ingrandimento per raccontare una storia. Lo definisce un “universo frattale” in cui c’è la stessa complessità sia che lo si guardi nel suo insieme, sia che si voglia scendere nel minimo particolare.

https://www.youtube.com/watch?v=SRa2iEdTYIA

Messo alle spalle anche Pandora (solo per il momento, come sappiamo), decide che il record del mondo per il film con l’incasso più alto non gli basta e torna al suo secondo amore: l’esplorazione. Nel 2012 ottiene il Guiness dei primati per essere il primo uomo a scendere nel punto più basso dell’Abisso Challenger, nella Fossa delle Marianne. Ovviamente tutto è stato filmato con le sue telecamere 3D e il sottomarino l’ha progettato lui.

La gente mi chiede come fare il regista e io rispondo che non ci sono due persone che ci arrivano nello stesso modo, che non c’è niente che io possa fare per aiutarli. Qualunque sia il vostro talento, i vostri punti di forza e le vostre debolezze, dovete trovare la strada che funziona per voi. Se dovete chiederlo agli altri forse non lo farete mai e se questo vi fa incazzare andate là fuori e dite ‘Adesso dimostrerò a quel James Cameron là che si sbaglia’”


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Guerre Stellari e Guide Galattiche

Li festeggiamo nello stesso giorno ma Star Wars e La Guida Galattica per Autostoppisti sono esempi diametralmente opposti di vedere la fantascienza

Il 25 maggio è un giorno un po’ particolare per gli amanti della fantascienza, perché è sia il Towel Day, ovvero il giorno in cui si festeggia Douglas Adams e la sua Guida Galattica per autostoppisti, sia il giorno in cui Star Wars debuttò nei cinema.

Questa doppia ricorrenza è l’occasione perfetta per analizzare due opere che hanno profondamente influenzato tutto ciò che è arrivato dopo di loro, ma che col tempo hanno sviluppato col proprio pubblico un rapporto completamente diverso, legato senza dubbio al tono diametralmente opposto delle opere.

Star Wars arrivò nei cinema nel ’77, la Guida Galattica nasce come opera radiofonica l’anno successivo per poi diventare romanzo nel ’79. Da una parte abbiamo una space opera che segue un cammino ben preciso, passando da Flash Gordon, i fumetti di Valerian e Laureline, i cavalieri medievali, Buck Rogers e decine di altre suggestioni distillate nel cervello di George Lucas per diventare, col tempo, uno dei marchi più conosciuti al mondo. Chi non conosce Star Wars o vi sta dicendo una bugia per fare lo snob o ha vissuto gli ultimi 40 anni in coma profondo e in questo caso cercate comunque di volergli bene.

Su Star Wars sono stati scritti decine di libri su come e quanto abbia influenzato la cultura pop e sulle dimensioni del culto che ha generato. Utilizzo la parola culto non a caso, perché gli Star Wars Junkie insieme ai Trekkies sono probabilmente uno dei primi esempi di fandom (fan+kingdom) più rigidi, ortodossi e bizantini. Dietro i bambini vestiti da Darth Vader o Principessa Leia si nascondono padri che hanno discusso per anni sui forum di tutta l’internet su cosa era effettivamente successo a Obi Wan, che odiano profondamente Lucas per aver messo mano a una cosa che lui stesso aveva creato e che organizzano la vita seguendo una semplice dicotomia: fa parte del canone/non fa parte del canone.

Non importa se a volte il tono di Star Wars può sembrare scanzonato, siamo di fronte a un’opera che si prende parecchio sul serio.

Negli anni è diventato qualcosa di immenso, rigido, ramificato, fatto di film ufficiali, libri non ufficiali, fumetti, cartoni animati, giocattoli, videogiochi, un leviatano geek che attira l’attenzione di milioni di persone ogni volta che muove un muscolo. Anche se inizialmente era un’idea innovativa, piratesca e sperimentale, col tempo si è trasformata nella perfetta metafora di un modo di fare cinema “all’americana”, fatto di blockbuster, megaproduzioni e controllo totale sull’opera, merchandising incluso.

Dall’altra parte abbiamo un modo di raccontare la fantascienza concepita secondo canoni assolutamente britannici, ovvero intrinsecamente legata a una vena di umorismo surreale, disincantato e assolutamente geniale che ogni tanto emerge potentemente per dare un senso all’universo narrativo. Non a caso Adams collaborerà con altre due opere che hanno definito il lato britannico della cultura pop: Dr. Who e i Monty Python.

La dimensione del successo non è neanche comparabile, da una parte abbiamo un’enorme villa sulle colline di Los Angeles con piscina, servitù e opere d’arte nel giardino, dall’altra un cottage nella provincia inglese. Star Wars è un fenomeno mondiale da milioni di dollari, la Guida Galattica è qualcosa di conosciuto e diffuso, ma è per geek leggermente più “iniziati”.

Anche perché, escluso un film modesto e alcuni adattamenti per la TV inglese, il corpus principale è composto da tre libri dotati di un humor che prevede un certo tipo di intelligenza vagamente scientifica, tipica del nerd che ride da solo mentre tutti lo guardano male, ma declinata con un gusto per l’aforisma che gli permette di essere ancora invitato alle feste.

Star Wars ha un approccio serio, quasi storiografico e rigoroso, che da una parte rappresenta la bellezza della sua cosmogonia e della sua facilità di accesso (tutti amano una spada laser, senza sapere come funziona) ma presta il fianco a ogni possibile incongruenza, puntualmente sanata con spiegazioni e voli pindarici dai fan. La Guida Galattica per autostoppisti fa dell’assurdità la sua forza più grande. Ma attenzione, perché è un’assurdità con un funzionamento scientifico spiegato con estrema serietà e divertimento. A Luke Skywalker e soci chiediamo di risolvere le situazioni facendo affidamento sul coraggio e al massimo sulla Forza, per la Guida invece è importante che se ne esca con l’intelligenza e ridendo, senza però perdere l’assurda coerenza interna.

L’ironia e il nonsense della Guida legati alla passione di Adams per la scienza hanno permesso infatti al romanzo di sfruttare soluzioni che solo lo scrittore poteva pensare e rendere scientificamente plausibili. Devi spiegare come mai tutti nello spazio parlano inglese? Inventi il pesce babele. Hai bisogno di una spiegazione su come mai un’astronave si trova in un posto e riesca a trarre d’impaccio i protagonisti? Ecco che la Cuore d’Oro ha un motore ad improbabilità descritto nei minimi dettagli. La stessa risposta alla vita, l’universo e tutto quanto in fondo anticipa alcune considerazioni degli scienziati che studiano le origini dell’universo, i quali spesso si chiedono non tanto che risposta ottenere, ma quale sia la domanda giusta.

I fan della Guida sono gente decisamente meno ortodossa e talebana di quelli Star Wars, nonostante il suo creatore sia deceduto mentre l’universo di Lucas continua a espandersi inglobando o scartando ciò che torna più comodo dal punto di vista narrativo commerciale.

La spiegazione forse la possiamo trovare nel diverso tono di due opere nate a poca distanza l’una dall’altra ma che non si sono mai influenzate, pur condividendo molto probabilmente buona parte dei fan e una certa filosofia di fondo. In entrambi i casi parliamo di universi enormi, pieni di razze, religioni, culture e mondi differenti.

Ma da una parte Star Wars vede la giustificazione e la spiegazione del suo mondo come qualcosa di necessario per soddisfare il cultisti più esigenti, ponendo al centro di tutto l’elemento umano (in fondo è una lunga saga familiare) e raccontando una storia abbastanza classica e priva di grandi metafore sociali

, dall’altra la Guida si diverte proprio a trovare un senso nel nonsense, nello spiegarci in maniera scientifica come funziona un motore a improbabilità, rendendo l’essere umano una piccola particella di un mondo più grande, più folle, in cui la nostra contemporaneità è costantemente presa in giro.

Se per un amante di Star Wars la venerazione al limite del religioso è tutto, spesso perché quella storia fa parte della sua intoccabile infanzia, per un fan della Guida è assolutamente impossibile prendersi sul serio.

D’altronde ti restano poche alternative quando il tuo autore fa esplodere la Terra nelle prime pagine.