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Film e Serie TV

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CineComic Fest — intervista a Giorgio Viaro

Il direttore di Best Movie racconta il festival genovese dedicato a cinema e fumetto con Recchioni, Zerocalcare e Spiderman: Homecoming

Dal 5 al 9 luglio a Genova si terrà il Cine&Comic Fest, nuova e interessante manifestazione genovese che analizza il rapporto tra film e fumetti attraverso incontri con personalità del calibro di Roberto Recchioni e Zerocalcare, ma anche anteprime di lusso come quella dedicata a Spiderman: Homecoming, Monolith e Nemesi.

Sull’argomento ho fatto quattro chiacchiere (in rete, perché il fortunato si trova in Nuova Zelanda sul set di Mortal Engines, nuovo film di Peter Jackson) con Giorgio Viaro, organizzatore della manifestazione e direttore di Best Movie, probabilmente la rivista cinematografica più in salute del panorama italiano.

Cosa rappresenta per te il Cine&ComicFest, sia a livello personale che generale? Quali sono state le tappe più importanti per renderlo realtà?

Cine&Comic nasce dalla volontà di Porto Antico, e in particolare di un amico di lunga data — Luciano Bernardini — di creare a Genova un evento pop di richiamo nazionale all’interno della rassegna EstateSpettacolo. Doveva essere legato soltanto al cinema, ma data la congiuntura che stiamo vivendo e le mie passioni, ho pensato che declinarla così, incentrandola sui cinecomic, fosse l’idea migliore, anche perché un festival tutto dedicato ai cinecomic in Italia non esisteva. E non mi risulta niente di simile nemmeno altrove, ma potrei sbagliarmi. Vista la conferenza stampa di Lucky Red di questi giorni, con i titoli annunciati, come il film di animazione di Golem, e l’attenzione che le distribuzioni hanno subito manifestato per l’evento, penso che la scelta possa rivelarsi vincente.

https://www.instagram.com/p/BVyrOP-gq6_/?taken-by=gviaro

Come è cambiato in questi anni il ruolo del recensore cinematografico?

Troppe opinioni, nessuna opinione. Oggi il recensore deve essere molto più un mediatore che un giudice, qualcuno che aiuta il lettore a identificare il suo spazio di interesse e approfondimento sui vari media.

Come si resta al passo coi tempi, con i linguaggi e con le mode, senza perdere sé stessi?

Credo che la prospettiva sia contraria: sono lo studio dei tempi e dei loro linguaggi che dovrebbero aiutarci a restare noi stessi. Non puoi imporre la tua visione del mondo al mondo stesso, sarebbe un atto di megalomania intellettuale. Restare aperti e vigili mi pare la cosa migliore.

Ormai il nome cinecomic è diventato quasi dispregiativo, qual è il tuo rapporto con questo genere?

Cinecomic ormai significa tante cose diverse: al Cine&Comic Fest avremo un esperimento italiano multimediale come Monolith, un film d’autore come Nemesi, un blockbuster tout court come Spider-Man: Homecoming e uno sui generis, virato al noir, come Logan nella versione in bianco e nero. Al punto in cui siamo arrivati disprezzare i cinecomic sarebbe come disprezzare l’horror o i documentari, una presa di posizione senza senso.

Sono le serie Tv a essersi fatte cinema o è il cinema ad essersi avvicinato alle serie TV?

C’è una convergenza, e il paradiso è che oggi c’è molto più serialità al cinema che in TV, e molto più cinema sul piccolo schermo che su quello grande. Il Marvel Cinematic Universe è pura serialità, Glow è un film di 5 ore. Ed è solo un esempio tra mille.

Cosa manca al cinema italiano oggi?

Il cinema italiano si sta ritrovando, la mutazione generazionale ha i suoi tempi, non bisogna avere fretta.

Sempre parlando di evoluzioni, come ti poni di fronte alle ibridazioni con la realtà virtuale, il cinema interattivo o, in alcuni casi, i videogiochi?

Mi sa che ci sto ancora pensando. Ma quando ho visto Carne Y Arena non mi è sembrato cinema da nessun punto di vista. Se superi la dittatura dell’inquadratura, stai facendo altro. Detto questo, amo la sperimentazione linguistica in qualsiasi campo.

Di tutti i grandi insiemi della cultura pop qual è quello che ti fa abbassare le difese e ti fa diventare un semplice fan?

Mi è molto difficile assumere quel tipo di posizione. Ci sono autori che mi fanno quell’effetto, da Louis CK a James Gray, passando per Zerocalcare e, che ne so, certi cantautori italiani. Ma non riuscirei a ridurla a un contenitore specifico, a un media. (ndR non è vero, sappiamo come Giorgio Reagisce ai Funko Pop)

Come ti spieghi questo enorme strapotere di una cultura pop che qualche anno fa sarebbe stata roba per nerd?

La cultura pop è debordata, ha trovato infinite strade per comunicarsi e compensato una certa disillusione politica ed economica generazionale, trasformando tutti in nerd.

Recchioni e ZeroCalcare sono caratterialmente agli opposti, ma entrambi due storie di successo, come li hai coinvolti? Cosa vorresti che portassero al Cine&Comic Fest?

Sono due persone che conosco ormai da un po’ e alle quali mi lega, se non un’amicizia — termine di cui non è mai bene abusare, anche perché ci frequentiamo pochissimo — una grande ammirazione per il loro talento e la loro etica professionale. MI hanno dato subito la loro disponibilità quando ancora il festival era soltanto un’idea. La loro diversità caratteriale è naturalmente una ricchezza ulteriore.

Il legame tra cinema e fumetto è l’unione più cinematograficamente importante degli ultimi anni? Quanto durerà?

Lo è per distacco, seguita direi dalle nuove, infinite forme del documentario. Durerà credo ancora a lungo. Almeno speriamolo, sennò tocca cambiare nome al Festival!

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L’incredibile vita di James Cameron

Da ragazzino canadese che amava la scienza alla Fossa delle Marianne, passando per i B-Movie. Ritratto di un genio a tutto tondo

Quanto può essere potente un film? Quanto a fondo può penetrare il suo messaggio? Difficile quantificarlo con numeri o statistiche, ma quello di 2001 Odissea nello Spazio fu abbastanza forte da marchiare a fuoco la mente di un ragazzino canadese nato a Kapuskasing, Ontario, nel 1954 ma cresciuto a Chippawa, vicino alle Cascate del Niagara: James Cameron.

Oggi Cameron è un regista, inventore, disegnatore, un genio di stampo rinascimentale in grado di passare senza problemi dal banco di progettazione al tavolo da disegno. Ha all’attivo qualche brevetto, perché quando non è riuscito a trovare ciò di cui aveva bisogno per girare una scena come voleva lui, se l’è inventato, disegna benissimo (il ritratto in Titanic è suo), detiene un Guinness dei primati per le sue esplorazioni degli abissi, ha scritto alcuni dei film più importanti degli ultimi anni e progetta sottomarini.

Beccati questo Leonardo da Vinci.

Ha pure inventato la Regina Aliena, tanto per farci rosicare

La sua ascesa non è stata solo la classica botta di fortuna, ma un ottimo esempio di inclinazioni personali, caso e fortissima determinazione.

I genitori di James Cameron erano una coppia abbastanza rigida nell’educazione, molto attenti all’etica del lavoro e ottimo esempio delle due anime del regista. Il padre era un ingegnere elettrico, la madre un’artista che lo spinse verso la pittura e organizzò persino una sua mostra personale. Il suo più grande interesse, come dichiarato molti anni dopo durante un TED, erano la scienza e la fantascienza. Divorava racconti fantastici e passava gran parte del tempo fuori a raccogliere campioni di tutto, acqua, terreno, animali, piante, per osservarli al microscopio.

“Il mio amore per la fantascienza sembrava rispecchiarsi nel mondo attorno a me, alla fine degli anni ’60 siamo andati sulla Luna e Jacques Costeau stava entrando nei nostri salotti con immagini bellissime di animali e mondi che non immaginavamo neppure. Tutto ciò sembrava entrare in risonanza con le mie passioni”.

A 15 anni il primo contatto con 2001: Odissea nello Spazio. Al termine del film Cameron capisce che avrebbe voluto diventare un regista. Lo guarda così tanto da stare letteralmente male. Cercando di capire come funziona il linguaggio cinematografico prende la Super-8 del padre e inizia a girare piccoli corti. Nel frattempo invece di fare i compiti inizia a scrivere storie di fantascienza. Una in particolare sembra piacergli molto, qualche anno dopo diventerà Abyss.

A un certo punto la famiglia di Cameron cade in un grande classico delle vite nordamericane: il trasferimento a migliaia di chilometri di distanza. Il padre infatti accetta una proposta di lavoro in California, nel cuore ozioso, assolato e privo di grandi prospettive della Orange County.

Questa è forse la sua fase peggiore, quella in cui inizia a mollare e a dare la colpa agli altri.

“Non riuscivo a vedermi nei panni di un regista. Di fatto pensavo che quel tipo di persone nascessero così, come una sorta di sistema di caste. I ragazzini di un paesino canadese non finiscono a dirigere film”.

Al college non riesce a trovare una direzione, gli piace la Fisica, ma anche la Letteratura, vuole fare il biologo marino, ma anche lo scrittore, troppe idee in testa, poco tempo per farle tutte e intanto l’unico attestato che prende è quello per le immersioni. Gli piace l’idea di venire trasportato in altri mondi, come quello subacqueo che vedeva da piccolo, in televisione.

Alla fine decide di studiare fisica, matematica, chimica, tutte cose che adora, ma non è quello che vuole fare da grande, quindi molla e finisce a fare ogni possibile lavoro: camionista, autista di scuolabus, meccanico. Di notte dipinge, fuma marijuana e pensa alla casta dei registi.


Poi improvvisamente la sua vita viene stravolta da un altro film, l’opera di un regista ribelle, che stava anche po’ sulle balle all’Hollywood dell’epoca: Star Wars. Come lo schiaffo in una crisi di panico, come la secchiata d’acqua fredda durante l’incazzatura, l’avventura di Luke Skywalker strappa Cameron dal suo torpore e gli fa capire che il cinema può unire le sue due anime di ingegnere e scrittore, il suo occhio artistico e la sua mano da costruttore.

Ad esaltarlo ancora di più ci si mette la lettura di un libro che diventerà col tempo la pietra angolare di molte carriere cinematografiche e corsi dedicati: La sceneggiatura di Syd Field.

In preda all’entusiasmo, Cameron scrive un soggetto per un cortometraggio di 10 minuti insieme a due amici, recupera i soldi per girarlo da un gruppo di facoltosi dentisti che cercavano un modo per avere sgravi fiscali, affitta tutta l’attrezzatura necessaria e si lancia nell’impresa.

Ero come un dottore che faceva la sua prima appendicectomia dopo averne solo letto sui libri”.

Ovviamente, le prime ore sono un disastro. Dopo aver passato mezza giornata a capire come funzionava la macchina da presa, decide di tornare in studio e smontarla pezzo per pezzo per capire come usarla bene. Una volta appreso ciò che gli interessa, riporta tutto dal noleggiatore e gli chiede dove ha imparato il mestiere, quello gli risponde “ho fatto tutto da solo”.

E allora perché non poteva riuscirci lui?

Da quel momento in poi Cameron trasforma la libreria della Università della California del Sud nella sua seconda casa. Legge ogni libro sul cinema o sugli effetti speciali che riesce a trovare, quando può li fotocopia, altrimenti prende pagine e pagine di appunti. Chiede appunti agli studenti e fa lavorare a suo favore la capacità di cui è più dotato: l’ossessione per qualcosa.

Insomma, si fa un culo così, come tanti prima e dopo di lui, e anche se il progetto dei dentisti naufraga, impara abbastanza cose per bussare da Roger Corman, la leggenda dei film horror e action a basso costo, che inizia a farlo lavorare sul set. D’altronde Corman oltre ad adorare i B-Movie ha sempre avuto l’occhio lungo, visto che tra le sue “scoperte” ci sono anche Demme, Coppola e Scorsese.

Guardiani della Galassia chi?

Inizialmente Cameron si occupa dei modellini in miniatura, ma nel 1980 esordisce come art director di Battle Beyond the Stars che la secolare tradizione italiana di adattamenti a caso traduce con I Magnifici Sette nello Spazio. Il film è anche considerato il debutto ufficiale di James Horner che lavorerà a molte colonne sonore di Cameron, tra cui Aliens, Titanic e Avatar.

Il passo successivo fu lavorare agli effetti special di Fuga da New York e fare il production designer di Galaxy of Terror in cui compare un giovane Robert Englund prima di diventare Freddy Kruger ma del quale ci restano soprattutto alcuni schizzi preparatori che mostrano il talento artistico di Cameron. È in questo periodo che il regista, totalmente focalizzato sul lavoro, divorzia dalla prima moglie.


Il suo rapporto con l’altro sesso sarà sempre abbastanza conflittuale, perché per lui prima viene la sua pazzia del momento, il suo lavoro, il progetto che ha in testa e poi tutto il resto. Forse sono maldicenze, ma dopo cinque matrimoni il dubbio ti viene. In generale, chi ci ha lavorato insieme lo descrive o come un genio meticoloso che ti permette di dare il meglio e che non si risparmia o come un pazzo maniaco incline a scatti d’ira che rende la tua vita un incubo. Probabilmente è entrambe le cose.

Dopo questo primo assaggio di torta, Cameron ne vuole di più, non gli basta partecipare al lavoro degli altri, vuole il volante, che gli viene dato nel 1981 con la regia di Piranha II, aka Piraña Paura. Il suo nome spunta fuori perché il produttore, l’italiano Ovidio Assonitis, cerca un novellino da manovrare, ma il poveretto non sa di avere a che fare col pazzo furioso di cui sopra che oltretutto si trova di fronte una troupe che parla solo italiano e che palesemente non ha i soldi per fare un film decente.

La produzione del film è un disastro, Assonitis e Cameron si scontrano continuamente, il primo vuole inquadrature di ragazze in topless e ha velleità di conduzione, il secondo vuole semplicemente fare un film. Dopo tre settimane viene licenziato, ma resta come aiuto regista. La sua ossessione è tale che pur non avendo accesso alla sala montaggio decide di entrare di nascosto forzando la serratura e montare il film secondo la sua visione, arrabattandosi con l’attrezzatura in italiano.

La leggenda a questo punto narra che tutto lo stress accumulato in quei giorni gli causò un incubo nei giorni di lancio del film, a Roma: un torso metallico che si trascina fuori da un incendio impugnando due coltelli. Non penso di dover sottolineare ulteriormente di cosa stiamo parlando.

Sempre un disegnetto del ragazzo

E mentre aspetta di trovare i soldi di Terminator, Cameron scrive Rambo II e Aliens. Il primo verrà pesantemente riscritto da Stallone, il secondo dovrà aspettare un po’, perché Mr. Ossessione ha finalmente trovato l’accordo giusto per girare il film del suo incubo. Cameron vende la sceneggiatura alla produttrice Gale Anne Hurd per un dollaro, a patto di poter girare il film nel modo che preferisce. I due poi si sposeranno.

Evito di addentrarmi troppo nell’importanza di Terminator nel nostro immaginario collettivo, diciamo solo che il film costò 6,5 milioni di dollari e ne incassò circa 80, diventando probabilmente il film più acclamato del 1984. Un successo che lanciò sia la carriera di Arnold Schawrzenegger, sia quella di Cameron, che trovò pronto ad aspettarlo la poltrona di Aliens.

A questo punto il ragazzino canadese che aveva consumato 2001 Odissea nello Spazio stava rapidamente acquistando velocità, ma invece di accettare proposte di ogni tipo decise nuovamente di girare qualcosa di suo, come voleva lui. Abyss ridefinì il concetto di riprese subacquee, anche grazie al fatto che Cameron inventò una specie di dolly subacqueo che permise al cameraman di manovrare e riprendere facilmente sott’acqua. Quello di Abyss fu uno sforzo umano e produttivo enorme, l’ennesima ossessione che si portò via il suo secondo matrimonio.

Per ottenere gli alieni “acquatici” del film Cameron ha ideato anche un nuovo effetto, il morphing, che lo porta a fondare il suo personale studio di effetti speciali, Digital Domain, e che viene subito riutilizzato in Terminator 2. Finito il film si sposa Linda Hamilton, che lo sopporterà fino all’uscita di Titanic.

Gasatissimo dalla Digital Domain, Cameron decide che è il momento di renderla la numero uno nel campo dell’animazione cinematografica e propone ai soci una storia assurda e fantastica, piena di personaggi creati al computer. Per fortuna Scott Ross, ex Industrial Light and Magic, e Stan Winston riescono a fargli cambiare idea. “Visto che ti piacciono tanto gli abissi, perché non facciamo un film sul Titanic?”. Nel frattempo arriva a tanto così dal dirigere un film su Spiderman e lancia la serie TV Dark Angel, con Jessica Alba.

https://n3rdcore.it/legemonia-culturale-di-titanic-e3e958b821dd

Una volta messi alle spalle undici Oscar e terminata l’eco degli acuti di Celine Dion, Cameron sparisce dalla scena per quasi dieci anni. Ma ovviamente non si sta godendo i suoi soldi, in fondo è pur sempre quel ragazzino che esplorava la natura, quindi decide di scrivere un film sull’esplorazione marziana, usando l’attrezzatura IMAX. Ma non è soddisfatto, quindi chiama l’esperto che lo ha aiutato a girare Abyss e per una decina di anni decide di andare realmente a vedere il Titanic ed esplorare gli abissi con una serie di telecamere 3D steroscopiche che sono poi diventate una sorta di nuovo standard per i film in tre dimensioni, le stesse che userà per dare vita a quel film che gli avevano sconsigliato di fare più di dieci anni prima: Avatar.

La voglia di fare Avatar gli viene dopo aver visto ciò che Peter Jackson aveva fatto con Gollum. L’evoluzione delle motion capture gli apre un mondo e lui ci mette del suo, sviluppando un sistema che gli permette di vedere in tempo reale come sarebbe la scena con gli effetti speciali già applicati.

Con Avatar Cameron ha finalmente l’occasione di creare il suo Star Wars, un mondo enorme, gigantesco, iperdettagliato, sul quale puntare ogni tanto una lente di ingrandimento per raccontare una storia. Lo definisce un “universo frattale” in cui c’è la stessa complessità sia che lo si guardi nel suo insieme, sia che si voglia scendere nel minimo particolare.

https://www.youtube.com/watch?v=SRa2iEdTYIA

Messo alle spalle anche Pandora (solo per il momento, come sappiamo), decide che il record del mondo per il film con l’incasso più alto non gli basta e torna al suo secondo amore: l’esplorazione. Nel 2012 ottiene il Guiness dei primati per essere il primo uomo a scendere nel punto più basso dell’Abisso Challenger, nella Fossa delle Marianne. Ovviamente tutto è stato filmato con le sue telecamere 3D e il sottomarino l’ha progettato lui.

La gente mi chiede come fare il regista e io rispondo che non ci sono due persone che ci arrivano nello stesso modo, che non c’è niente che io possa fare per aiutarli. Qualunque sia il vostro talento, i vostri punti di forza e le vostre debolezze, dovete trovare la strada che funziona per voi. Se dovete chiederlo agli altri forse non lo farete mai e se questo vi fa incazzare andate là fuori e dite ‘Adesso dimostrerò a quel James Cameron là che si sbaglia’”


Se sei in cerca di altre vite incredibili, leggi anche questa:

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Guerre Stellari e Guide Galattiche

Li festeggiamo nello stesso giorno ma Star Wars e La Guida Galattica per Autostoppisti sono esempi diametralmente opposti di vedere la fantascienza

Il 25 maggio è un giorno un po’ particolare per gli amanti della fantascienza, perché è sia il Towel Day, ovvero il giorno in cui si festeggia Douglas Adams e la sua Guida Galattica per autostoppisti, sia il giorno in cui Star Wars debuttò nei cinema.

Questa doppia ricorrenza è l’occasione perfetta per analizzare due opere che hanno profondamente influenzato tutto ciò che è arrivato dopo di loro, ma che col tempo hanno sviluppato col proprio pubblico un rapporto completamente diverso, legato senza dubbio al tono diametralmente opposto delle opere.

Star Wars arrivò nei cinema nel ’77, la Guida Galattica nasce come opera radiofonica l’anno successivo per poi diventare romanzo nel ’79. Da una parte abbiamo una space opera che segue un cammino ben preciso, passando da Flash Gordon, i fumetti di Valerian e Laureline, i cavalieri medievali, Buck Rogers e decine di altre suggestioni distillate nel cervello di George Lucas per diventare, col tempo, uno dei marchi più conosciuti al mondo. Chi non conosce Star Wars o vi sta dicendo una bugia per fare lo snob o ha vissuto gli ultimi 40 anni in coma profondo e in questo caso cercate comunque di volergli bene.

Su Star Wars sono stati scritti decine di libri su come e quanto abbia influenzato la cultura pop e sulle dimensioni del culto che ha generato. Utilizzo la parola culto non a caso, perché gli Star Wars Junkie insieme ai Trekkies sono probabilmente uno dei primi esempi di fandom (fan+kingdom) più rigidi, ortodossi e bizantini. Dietro i bambini vestiti da Darth Vader o Principessa Leia si nascondono padri che hanno discusso per anni sui forum di tutta l’internet su cosa era effettivamente successo a Obi Wan, che odiano profondamente Lucas per aver messo mano a una cosa che lui stesso aveva creato e che organizzano la vita seguendo una semplice dicotomia: fa parte del canone/non fa parte del canone.

Non importa se a volte il tono di Star Wars può sembrare scanzonato, siamo di fronte a un’opera che si prende parecchio sul serio.

Negli anni è diventato qualcosa di immenso, rigido, ramificato, fatto di film ufficiali, libri non ufficiali, fumetti, cartoni animati, giocattoli, videogiochi, un leviatano geek che attira l’attenzione di milioni di persone ogni volta che muove un muscolo. Anche se inizialmente era un’idea innovativa, piratesca e sperimentale, col tempo si è trasformata nella perfetta metafora di un modo di fare cinema “all’americana”, fatto di blockbuster, megaproduzioni e controllo totale sull’opera, merchandising incluso.

Dall’altra parte abbiamo un modo di raccontare la fantascienza concepita secondo canoni assolutamente britannici, ovvero intrinsecamente legata a una vena di umorismo surreale, disincantato e assolutamente geniale che ogni tanto emerge potentemente per dare un senso all’universo narrativo. Non a caso Adams collaborerà con altre due opere che hanno definito il lato britannico della cultura pop: Dr. Who e i Monty Python.

La dimensione del successo non è neanche comparabile, da una parte abbiamo un’enorme villa sulle colline di Los Angeles con piscina, servitù e opere d’arte nel giardino, dall’altra un cottage nella provincia inglese. Star Wars è un fenomeno mondiale da milioni di dollari, la Guida Galattica è qualcosa di conosciuto e diffuso, ma è per geek leggermente più “iniziati”.

Anche perché, escluso un film modesto e alcuni adattamenti per la TV inglese, il corpus principale è composto da tre libri dotati di un humor che prevede un certo tipo di intelligenza vagamente scientifica, tipica del nerd che ride da solo mentre tutti lo guardano male, ma declinata con un gusto per l’aforisma che gli permette di essere ancora invitato alle feste.

Star Wars ha un approccio serio, quasi storiografico e rigoroso, che da una parte rappresenta la bellezza della sua cosmogonia e della sua facilità di accesso (tutti amano una spada laser, senza sapere come funziona) ma presta il fianco a ogni possibile incongruenza, puntualmente sanata con spiegazioni e voli pindarici dai fan. La Guida Galattica per autostoppisti fa dell’assurdità la sua forza più grande. Ma attenzione, perché è un’assurdità con un funzionamento scientifico spiegato con estrema serietà e divertimento. A Luke Skywalker e soci chiediamo di risolvere le situazioni facendo affidamento sul coraggio e al massimo sulla Forza, per la Guida invece è importante che se ne esca con l’intelligenza e ridendo, senza però perdere l’assurda coerenza interna.

L’ironia e il nonsense della Guida legati alla passione di Adams per la scienza hanno permesso infatti al romanzo di sfruttare soluzioni che solo lo scrittore poteva pensare e rendere scientificamente plausibili. Devi spiegare come mai tutti nello spazio parlano inglese? Inventi il pesce babele. Hai bisogno di una spiegazione su come mai un’astronave si trova in un posto e riesca a trarre d’impaccio i protagonisti? Ecco che la Cuore d’Oro ha un motore ad improbabilità descritto nei minimi dettagli. La stessa risposta alla vita, l’universo e tutto quanto in fondo anticipa alcune considerazioni degli scienziati che studiano le origini dell’universo, i quali spesso si chiedono non tanto che risposta ottenere, ma quale sia la domanda giusta.

I fan della Guida sono gente decisamente meno ortodossa e talebana di quelli Star Wars, nonostante il suo creatore sia deceduto mentre l’universo di Lucas continua a espandersi inglobando o scartando ciò che torna più comodo dal punto di vista narrativo commerciale.

La spiegazione forse la possiamo trovare nel diverso tono di due opere nate a poca distanza l’una dall’altra ma che non si sono mai influenzate, pur condividendo molto probabilmente buona parte dei fan e una certa filosofia di fondo. In entrambi i casi parliamo di universi enormi, pieni di razze, religioni, culture e mondi differenti.

Ma da una parte Star Wars vede la giustificazione e la spiegazione del suo mondo come qualcosa di necessario per soddisfare il cultisti più esigenti, ponendo al centro di tutto l’elemento umano (in fondo è una lunga saga familiare) e raccontando una storia abbastanza classica e priva di grandi metafore sociali

, dall’altra la Guida si diverte proprio a trovare un senso nel nonsense, nello spiegarci in maniera scientifica come funziona un motore a improbabilità, rendendo l’essere umano una piccola particella di un mondo più grande, più folle, in cui la nostra contemporaneità è costantemente presa in giro.

Se per un amante di Star Wars la venerazione al limite del religioso è tutto, spesso perché quella storia fa parte della sua intoccabile infanzia, per un fan della Guida è assolutamente impossibile prendersi sul serio.

D’altronde ti restano poche alternative quando il tuo autore fa esplodere la Terra nelle prime pagine.

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Guardiani della Galassia Volume 2 — Recensione

Dopo averci colti di sorpresa Star Lord e compagnia cercano di bissare il successo tra risate e qualche lacrimuccia

Di cosa stiamo parlando?

Guardiani della Galassia Volume 2 è il secondo film di James Gunn dedicato a un gruppo di personaggi abbastanza secondari nel grande universo Marvel che sono saliti alla ribalta dopo il successo della prima pellicola. Oltre alle facce note di Star Lord, Gamora, Drax, Groot, Rocket Raccoon, Yondu e Nebula, in questo capitolo debuttano Mantis, un’aliena in grado di percepire e influenzare i sentimenti altrui e Kurt Russel nei panni di Ego ovvero, se avete i visto il trailer, il padre di Star Lord.

Ah sì, c’è anche Stallone, ma non esaltatevi troppo.

Ok, ma com’è?

Fondamentalmente è un film comico con qualche scena d’azione che nasconde temi abbastanza interessanti dietro un sacco di battutine e la tendenza a non prendersi mai sul serio. Avete presente quella fase della crescita in cui ogni momento anche solo vagamente profondo viene immediatamente sdrammatizzato con una risata perché ti rendi conto che le cose stanno cambiando e l’unico modo che hai per gestire tutto è l’ironia?

Guardiani della Galassia Volume 2 è fondamentalmente un diciottenne che sente sul collo il fiato dell’età adulta, ma che probabilmente finirà a cazzeggiare in sala studio a Scienze Politiche, tra una sigaretta e una lettura veloce degli appunti. Un po’ come il suo pubblico di riferimento.

Sul piatto, celati sotto tonnellate di gag ben riuscite, ci sono temi come la crescita, il rapporto con i propri genitori, la fiducia in se stessi, la ricerca della propria strada, l’amicizia, la fratellanza. Il personaggio di Mantis per esempio è fondamentalmente il simbolo dell’empatia, in grado di placare la mente di Ego, un essere supremo in preda a un delirio di onnipotenza, ma è anche quella che parla buffo e che viene presa in giro da Drax.

Ogni tipo di approfondimento viene alleggerito fino alle ultime battute, in cui tutto il carico emotivo accumulato dal film in maniera quasi impercettibile esplode violentemente e, vi avverto, rischiano seriamente di sudarvi gli occhi.

Perché questo sotto sotto è il classico film sulla famiglia fatta non di sangue, ma di persone che ti scegli (in questo è molto più Disney che Marvel) e in cui le trame più belle e interessanti sono quelle parallele alla principale, dedicata a Star Lord. Il non detto fra Gamora e Nebula, le schermaglie fra Drax e Mantis e i traumi irrisolti di Yondu e Rocket sono la vera spina dorsale del racconto.

Un altro aspetto singolare è che pur essendo all’apparenza un film d’azione pieno di scene abbastanza movimentate, quasi mai vediamo il gruppo combattere assieme. Nei geniali titoli di testa l’azione si svolge tutta alle spalle di Baby Groot (meno odioso del previsto) e ci vieni quasi negata, mentre nel resto del film, escludendo il finale, gli scontri sono quasi sempre a bordo di astronavi.

Effetti speciali? Bene, ma non benissimo. Tutta la parte sul pianeta di Ego è volutamente barocca, ma anche tremendamente posticcia, il resto è invece ordinaria amministrazione Marvel. La colonna sonora, che nel primo era quasi un personaggio in più, qua rimane piacevole, ma non sembra altrettanto incisiva, manca forse il pezzo giusto per consacrarla del tutto.


Insomma, bello o brutto?

Ovviamente manca l’effetto sorpresa del primo, che spuntava dal nulla con personaggi abbastanza sconosciuti al grande pubblico. Ora l’estetica è sdoganata, l’uso di musica retro sa di vecchio e in generale alcune cose che prima sembravano fresche adesso appaiono forzate, ma è tutto sommato un film estremamente divertente, privo di cali di ritmo, che riesce a tenere in piedi una trama abbastanza esile che si sfilaccia un po’ troppo e scorre molto meno fluida del primo film.

Tutto si regge su un paio di idee che potrebbero tranquillamente far parte di una puntata di Star Trek che nasconde fondamentalmente un metaforone sulla crescita. D’altronde parliamo di un film in cui alla fine si combatte contro un padre che si chiama EGO e in cui ogni componente del gruppo rappresenta una fase della nostra vita.

Pollice alto per quanto riguarda la visione artistica colorata ai limiti del pacchiano, anche se l’estetica Laser in stile ’80 comincia un po’ a tirare troppo la corda, bene le scene d’azione, tranne il combattimento finale, sembra preso da Dragon Ball ed è in totale contrapposizione col tema generale dei Guardiani, inoltre, dimostra la generale evanescenza dei cattivi Marvel. Peccato, perché la regia, a partire dai titoli di testa, dimostra una certa personalità.

Nel generale equilibrio tra i vari personaggi, su tutti spunta Drax, vera e propria anima comica del film, seguito da Rocket Raccoon, entrambi deputati a riportare ogni situazione sui binari dell’ironia. Baby Groot si conferma invece macchina per il marketing e i pupazzetti, onestamente non vedo l’ora che cresca e torni a essere una specie di quercia spaccatutto.

Tuttavia la sua figura si rivela estremamente efficace nell’evidenziare il punto di vista di Gunn sulla storia, soprattutto nella sequenza iniziale. Il piccolo Groot è un bambino che gioca a stare con i grandi, senza curarsi di problemi e conseguenze, che un po’ si cura di ciò che accade attorno a lui, un po’ balla per i fatti suoi. Una filosofia che riesce a trasformare anche lo scontro più drammatico in un momento di avventura scanzonata.

Insomma, al netto di qualche difetto che lo posiziona sotto il primo Guardiani della Galassia 2 è un ottimo fumetto in movimento. C’è ritmo, si ride, si spara, esplodono un sacco di cose e alla fine parte anche la lacrimuccia. Senza dubbio nel panorama del Marvel Cinematic Universe i Guardiani sono una delle parti più in forma. Bene così e avanti col terzo.

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L’incredibile vita di Dolph Lundgren

La storia di un uomo che non voleva farsi menare dal padre e ha finito per picchiare Van Damme

Nel 2009 dei ladri entrano in una villa in Spagna, legano la donna che è al suo interno e si fanno consegnare soldi e preziosi. Nel corso della razzia i topi d’appartamento si imbattono in una foto del padrone di casa: Dolph Lundgren
 
 A quel punto decidono di interrompere immediatamente il furto e scappare. Un po’ di tempo dopo la refurtiva ricomparirà magicamente di fronte alla porta di casa, perché nessuno vuol fare incazzare uno svedese di quasi due metri che conosce le arti marziali, anche se è solo una stella del cinema d’azione sulla via del tramonto.
 
Lundgren, insieme a Stallone e Schwarzenegger ha rappresentato per anni il classico stereotipo di Hollywood del tipo grande, grosso e un po’ stupido. L’attore specializzato in film d’azione privo di alcuna dote messo là solo perché funzionale all’ennesima pellicola guardata con sufficienza da chi pensa che il vero cinema sia soltanto autorialità, dialoghi e piani sequenza. Un ragazzotto tonto ma funzionale.

Ma se Stallone e Schwarzenegger hanno saputo col tempo andare oltre lo stereotipo in cui Hollywood li aveva incasellati, Lundgren nell’immaginario collettivo non si è distaccato molto dal “Ti spiezzo in due” che gli ha dato fama mondiale.

Eppure dietro quella faccia scolpita con il piccone si nasconde uno spirito sereno, un uomo di cultura e di grande umorismo. Forse gli è mancato il regista giusto, forse aveva veramente poco da dire al cinema, la mia idea è che forse la sua vita si è rivelata più interessante dei suoi film e quindi gli andava bene così.

Dolph Lundgren è diventato ciò che è diventato per colpa e merito del padre, un ingegnere militare rigido ed estremamente severo e insoddisfatto della propria carriera che si rifaceva su moglie e figli. Questo vuol dire lividi che non vuoi mostrare a scuola, vuol dire un genitore che ti dà del perdente quando vorrebbe dirlo a sé stesso e una cronica mancanza di sicurezza.

Uata!

Questo portò il giovane Dolph ad allenarsi sempre di più nelle arti marziali, così da potersi difendere e dimostrare a suo padre che valeva qualcosa. Chissà che bell’atmosfera si respirava in quei giorni in casa Lundgren, non a caso ben presto se ne andò a studiare prima negli Stati Uniti, poi in Australia.

Il tempo passa e quel ragazzino biondo che sembrava sempre malaticcio diventa una macchina di morte estremamente intelligente, in grado di laurearsi in chimica all’università di Sidney, vincere i campionati europei di karate e pagarsi gli studi facendo il buttafuori. Non so se avete mai visto quanto possono essere grossi e ignoranti gli australiani, ora immaginateli sbronzi, è chiaro o diventi un dio della guerra o non ne esci.

Il prossimo passo della sua fulgida carriera di chimico doveva essere il Massachusetts Institute of Technology, ma proprio mentre faceva il buttafuori in Australia e aveva le valige pronte per Boston fu notato da una ragazza, che si innamorò di lui.

Quella ragazza era Grace Jones.

A New York ci si buttava proprio via dalle risate

Il biglietto per Boston divenne uno per New York e improvvisamente quel giovane ragazzone svedese dotato di un impressionante quoziente intellettivo (si vocifera sia di 160) si ritrovò esattamente dove tutti volevano essere: a ballare nello Studio 54, accanto a Andy Warhol e nel letto di una delle sex symbol del periodo.

Sono gli anni in cui Dolph gira per New York con due pistole nascoste addosso perché la città è piena di criminalità e lui ha paura di essere rapinato, ma vive anche con l’ansia di finire in galera, perché la cosa non era propriamente legale.

Gli anni in cui si compra una Harley e ogni tanto la sfoggia girando per il quartiere a petto nudo, salvo poi rendersi conto di vivere in un quartiere ad alta percentuale gay, e questo, dichiarerà poi in una intervista “spiega come mai pensavo che la gente fosse tutta estremamente gentile con me”.

Lundgren alla Factory di Warhol, appena uscito di palestra

Gli anni in cui poserà per un servizio fotografico di Warhol e scoprirà in seguito che lui e il fotografo avevano fatto una scommessa su chi gli avrebbe fatto togliere più vestiti.

Sono gli anni in cui il suo fisico gli permette una cosa che oggi lo ucciderebbe: bere la sera come se avesse l’imbuto e presentarsi in palestra ancora mezzo sbronzo per allenarsi e continuare a lavorare sul fisico che gli ha permesso di diventare il toy boy di Grace Jones.

Non si sa per quale miracolo, ma Dolph riesce in qualche modo a sopravvivere a tutto questo senza venirne inghiottito e sputato come una vacca in una vasca di piranha.

Ma oltre alla palestra e alla vida loca, decide di dedicarsi anche alla recitazione, d’altronde gli anni ’80 sono il brodo di coltura dei film d’azione che entro breve avrebbero dominato il cinema e plasmato una generazione, era semplicemente perfetto per il ruolo. La sua prima particina è quella di un tirapiedi in 007 Bersaglio Mobile, nella buffissima scena in cui Grace Jones, che gli aveva fatto ottenere la parte, afferra un tizio come se fosse una campionessa di wrestling bionica. Un capolavoro del camp talmente grosso che la recitazione di Walken passa in secondo piano.

Sarà proprio sul set di 007 che Roger Moore conierà la miglior definizione di Dolph Lundgren: “è più grande della Danimarca”.

Per quanto piccola l’esperienza gli piace e pensa che forse è più divertente e redditizio che studiare chimica. Decide quindi di mollare definitivamente gli studi per gettarsi nel mondo del cinema, senza la minima preparazione, e proporsi per un ruolo nel prossimo film di Stallone, che ormai era già una star: Rocky IV

Dopo aver incassato un rifiuto perché troppo alto, Lundgren riesce a spuntarla su 5000 candidati e ottiene la parte di Ivan Drago. Per diventare il miglior prodotto della scienza e della medicina sovietica si allena duramente per cinque mesi e sviluppa con Stallone un discreto feeling, tanto che molte scene non sono neppure coreografate, ma improvvisate.

Ecco perché durante una scena, preso dall’entusiasmo, dà un pugno così forte che il povero Sly dev’essere ricoverato al termine della ripresa con la pressione a 260 e il cuore che batte fortissimo.


Per fortuna dopo quattro giorni è di nuovo in piedi e Dolph Lundgren diventa improvvisamente una star di Hollywood senza aver alcuna idea di cosa debba fare a parte guardare male qualcuno e fare mosse di boxe o karate (ad oggi si ricorda ancora a memoria tutto il combattimento finale).

“C’è una scena del film che esprime perfettamente come mi sentivo: quella in cui Ivan Drago è sulla piattaforma idraulica che lo rivelerà al mondo. Si sente terrorizzato, ma deve anche apparire fiero, sicuro e preparato. Ciò che Drago prova è molto simile a ciò che provavo in quel periodo. Ero solo un ragazzino che cercava di far credere agli altri di aver diritto di stare là, che ero a mio agio, ma nella mia testa era tutto un “Ma che diavolo sta succedendo?”.

Dopo il ruolo di Ivan Drago la sua vita cambierà completamente. In neanche 90 minuti passò dall’essere il manzo di Grace Jones alla persona con cui la gente voleva farsi le foto se passeggiavano per strada (e infatti lei lo mollerà). Da quel momento si lancerà verso ruoli sempre più interessanti e, ovviamente, che mettono in mostra le sue doti fisiche, tipo quello per un film tratto da un franchise importante, un film che sarà un successo sicuro: Master of the Universe!

Il risultato lo conoscete bene, se così non fosse guardate qua.

Dopo la batosta dei Masters, la carriera di Lundgren prenderà una strana piega, diventerà una sorta di feticcio action per amanti del genere, ma gli mancherà sempre la zampata vincente. La sua particolarità è che non interpretava solo personaggi in grado di staccare la testa a qualcuno, sembrava realmente in grado di farlo, ed era anche a suo agio con ogni tipo di arma. Universal Soldier e Il Punitore sono forse i suoi film più interessanti, ma perché non citare anche Resa dei conti a Little Tokyo e Red Scorpio?

Negli ultimi anni, grazie al successo di The Expendables, in cui si mangiava ogni scena in cui era presente, s’è pure tolto lo sfizio di dirigere qualche onesto film e la sua figura è stata in parte recuperata, anche dal punto di vista della recitazione. Purtroppo il suo rilancio non è stato in stile “John Travolta dopo Pulp Fiction”, la sua parte nell’ultimo dei Coen è stata tagliata, ma rischiamo di vedercelo comparire nel film dedicato ad Aquaman in tutto il suo biondo e teatrale splendore.


Per certi versi è sempre stato la versione allegra di Van Damme. L’attore belga è un tormentato, uno che alla fine ci crede tantissimo e che soffre nel ruolo di stella dell’action che piano piano sta spegnendosi, cerca sempre una conferma della propria grandezza.

Dolph invece sembra portarsi sempre dietro l’aria del ragazzone che girava a torso nudo per un quartiere gay ed era contento perché tutti lo salutavano. Ha la certezza di chi non deve dimostrarsi un cazzo, perché la vita se l’è goduta e ha fatto pace con le proprie ambizioni.

Dolph Lundgren è un monumento alla complessità umana, pensi di avere di fronte un pezzo di marmo col ciuffo biondo, ma se scavi scopri un amante dell’arte, un uomo che non si vergogna di piangere, estremamente autoironico, consapevole del suo ruolo e un grande amante del cinema.

“Oggi ho l’età che Clint Eastwood aveva quando nel 1984 giravo per New York con due pistole nascoste eppure lui sta ancora lavorando, ho un grande rispetto per lui e per come è uscito dal cliché e ha ottenuto il riconoscimento che meritava, forse quando avrò 82 anni non farò i salti mortali, ma se potrò ancora lavorare nel cinema sarò felice”.

E se il prossimo regista di successo fosse un biondone sottovalutato che faceva karate per non farsi picchiare dal padre?

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Fast & Furious 8: The Fate of the Furious: fate largo ai veri supereroi moderni

Cosa sono gli Avengers quando hai la Famiglia?

C’è una serie che da anni è riuscita stipulare un bellissimo patto narrativo col suo pubblico di riferimento, un pubblico che di solito è estremamente puntiglioso, acido e cattivo, ma che di fronte a Fast & Furious è disposto a sospendere incredulità, convenzione di Ginevra e manuale di fisica.

Fast & Furious 8 inizia a Cuba e gli bastano poche cose per entrare nel mood: una bella auto, una ragazza che ancheggia, una corsa all’ultimo secondo con le fiamme che sfondano il finestrino mentre vinci in retromarcia. Il film potrebbe finire dopo 20 minuti e saresti comunque felice così.

Ma quest’anno il tema della famiglia viene ribaltato, da punto di forza e messaggio positivo diventa un peso, diventa ciò che può essere usato contro di te, ma sarà veramente così?

Nessuna saga di supereroi gode al momento dello stesso credito e dello stesso affetto riservato alla Famiglia di Toretto, i suoi sono gli unici film tutti, dal critico al geek, dal giovane al vecchio, vanno per divertirsi e vengono puntualmente ripagati con un prodotto d’intrattenimento perfetto che ogni volta riesce incredibilmente ad alzare l’asticella, rimescolando personaggi, situazioni, suggestioni, senza il peso di “ma nel fumetto era meglio”, “ma nel libro era diverso”.

Grazie a questo stato di grazia gli autori negli anni si sono potuti permettere soluzioni sempre più assurde, che in questo capitolo culminano nel ritenere una Lamborghini sul ghiaccio un’idea sensata, curvare siluri a mani nude e una pioggia di auto.

Di fatto l’unica cosa assurda di questo ottavo capitolo è Michelle Rodriguez che indossa gli stivali fino al ginocchio in mezzo al caldo tropicale di Cuba.

I personaggi di Fast & Furious sono supereroi veri, sono i ghetto Avengers, con un’epica, un codice personale, una logica tutta loro, poteri e personalità ben distinti. I loro costumi sono le auto, che li rispecchiano in tutto e per tutto, funzionava per i G.I Joe, funziona per loro. Toretto avrà sempre una muscle car, The Rock una Jeep, Statham un’auto inglese, magari una Jaguar e così via.

In Fate of the Furious il legame tra uomo e macchina diventa ancora più raffinato, sono i loro esoscheletri potenziati, si muovono come facessero parkour, riescono persino a farci a cazzotti e diventano lo scudo che ti salva quando tutto è perso.

L’esempio più evidente di questa filosofia è la scena del trailer in cui Toretto viene tenuto fermo nella sua auto da quattro rampini come se fosse una belva in gabbia che urla, sbuffa e ringhia, prosegue quando le auto a guida autonoma diventano come gli zombi di un film post-apocalittico, citando Bad Boys II, fino alla sequenza del sottomarino, che riprende le suggestioni di Ottobre Rosso per trasformarsi un vero e proprio mostro di fine livello.


Se proprio vogliamo trovare un difetto, anzi, due, facciamo tre, ormai il pubblico è abbastanza maturo per vedere sullo schermo hacker che fanno qualcosa di diverso dal picchiettare su una tastiera mentre dicono cose incomprensibili. Per la serie questo è un capitolo particolarmente cupo, quindi manca un po’ il momento stiloso, la riccanza, il glamour, l’uso di location spettacolari ed eccessive in cui ti senti fuori luogo anche se sei Briatore. Se vogliamo essere pignoli è scarso il bilanciamento fra azione in auto e a piedi: c’è una bellissima scena in prigione e poi quasi niente fino agli ultimi minuti. Guarda caso entrambi segmenti sono quasi totalmente a cura si Statham.

Ottimo invece l’equilibrio tra serietà, azione e humor, in particolare è incredibile come The Rock riesca a passare dall’uno all’altro risultando sempre e comunque sensato.

Per il resto, abbiamo il giovane Eastwood che fa il panchinaro di lusso e inizia a ricavarsi un posto come nuovo Paul Walker, Statham che ricorda al mondo il suo DNA di attore action, trasudando carisma, prendendo da John Woo e John Wick e riuscendo persino a farti ridere. Infine, Charlize Theron, perfida ma troppo filosofica e lontana dall’azione, avrei preferito per lei un ruolo più evoluto rispetto al solito super hacker con accesso a tutto.

Non il miglior capitolo, ma una buona transizione verso una nuova trilogia, abbastanza da farti chiedere: “Quando arriva il 9?”.

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Excalibur, vedi alla voce “esagerare”

Storia e analisi di un film che contribuì a rilanciare il genere fantasy

Da ragazzino ero un secchione (ma va?) e amavo due cose in particolare: la mitologia greca e il ciclo arturiano. La prima mi era rimasta attaccata leggendo un libro per bambini chiamato “Storie della storia del mondo”, il secondo era merito di “La spada nella roccia” della Disney.

Una volta approdato in quella fase dell’adolescenza in cui ripudi tutto ciò che è infantile perché devi dimostrare che sei cresciuto, non so come mai entrai in contatto con Excalibur, un film uscito nell’anno in cui ero nato e che sulla copertina della VHS mostrava una spettacolare immagine di un tizio che ti guardava serissimo e una spada, non male.

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Excalibur è un favoloso polpettone di due ore e mezza che condensa tutte le avventure di Artù, dal concepimento ad opera di quello che probabilmente è il padre col nome più figo della storia, Uther Pendragon, alla morte per mano del figlio Mordred. Nel mezzo c’è tutta la storia di un mondo che passa lentamente dal paganesimo al cristianesimo e abbandona il suo lato più selvaggio e magico, rappresentato da Merlino, in favore di una scintillante nuova religione alla quale verrà chiesto il conto da Morgana.

Tra i meriti del film ricordiamo l’aver ufficialmente sdoganato i Carmina Burana come musica solenne e tenebrosa con cui girare scene d’azione e l’aver dato ad attori sconosciuti o noti solo in patria un palcoscenico internazionale come Liam Neeson, qua praticamente al debutto insieme a Gabriel Byrne, Hellen Mirren e Patrick Stewart.

Boorman voleva che il pubblico si concentrasse sulla storia, non sugli attori. Excalibur fu anche il suo ritorno in sella, perché dopo Un tranquillo weekend di Paura aveva inanellato la combo Zardoz+L’esorcista II che non furono propriamente dei successi al botteghino.

Per uno spettatore cresciuto a peplum, scontri epici e battaglie campali ma tendenzialmente ordinate, la visione di Excalibur era una sorta di rivelazione, un po’ come assaggiare una bistecca dopo anni di cotolette, come vedere la Battaglia di Anghiari prendere vita di fronte ai tuoi occhi.

Scontri bui, pieni di fango, urla, Wagner e sangue, con gente che si muove lenta e impacciata in armature enormi (con cui tra l’altro riesce miracolosamente a fare sesso senza uccidere la compagna) e urla più per la fatica che per il dolore. Tutto è buio, scuro, fumoso e violento. Gli uomini sono fondamentalmente cavernicoli in armatura mossi solo dai propri istinti verso donne che o li subiscono o li manipolano.

Nella sua follia visionaria, Excalibur rimane comunque molto più simile al vero medioevo di quanto possa raccontarti un libro di storia.

In contrasto con tutto questo realismo Boorman schierava un uso esagerato di riflessi e luccichii che in certi momenti trasformano il film in una televendita di argenteria. Le armature scintillano, i gioielli delle donne scintillano, la famigerata capoccia di Merlino scintilla, i denti scintillano, le mura del castello scintillano, persino la natura manda bagliori verdi.

E poi c’è l’armatura finale di Mordred che è un capolavoro del camp e lo trasforma in una specie di David di Michelangelo dorato e vendicativo (estetica ripresa ne Il Gladiatore), o l’affascinante litania della Magia del Fare recitata da Merlino in una specie di inglese arcaico: Analnathrakt Udvas Bethod Dokiel Dien-ve.

In italiano vuol dire più o meno “Per il respiro del drago, per la magia della vita e della morte, io ti ordino di fare” e sappiate che è stata anche utilizzata da Undertaker per alcune sue entrate in scena.

Nella versione italiana il doppiaggio con un registro solenne rende tutte le interpretazioni uniformi e azzeccate, ma in lingua originale Excalibur diventa uno spettacolare campionario di overacting assurdo ed enfatico. Basta ascoltare gli spezzoni di questo articolo per essere investiti da un treno di gente che sembra uscita da Boris.

La Mirren sembra sul palco alla recita del liceo, la maggior parte dei cavalieri parla come se fossero usciti ora da un corso di recitazione per posta, si salvano in corner Neeson, Stewart e Nigel Terry nei panni di Arthur, ma a volte anche loro strappano un sorriso.

Su tutti svetta Nicol Williamson, ovvero Merlino, che gigioneggia passando dal falsetto alla declamazione teatrale, alternando ritmi, toni, timbri e accenti e conferendo al personaggio un’anima mutevole, sfuggente e misteriosa, un po’ mago potentissimo, un po’ giullare di un altro mondo che si diverte nel contemplare le stranezze degli umani. Se il film porta a casa il risultato è merito anche suo.

Come molte produzioni gigantesche e sperimentali, d’altronde Boorman è lo stesso che ritenne necessario vestire Sean Connery come un viados in Zardoz, Excalibur non ebbe assolutamente vita facile, per colpa del cast e perché si rivelò costoso come giocare all’autoscontro con le Ferrari.

I produttori della United Artists odiavano Williamson perché si erano trovati male in passato, ma Boorman si impuntò perché lo riteneva talentuoso. Williamson odiava la Mirren perché si era trovato male in passato, ma Boorman si impuntò perché i loro dissapori potevano essere funzionali sullo schermo per la rivalità tra Merlino e Morgana.

Non mancarono neppure problemi sul set, che per tutti i mesi di riprese fu funestato da una continua e incessante pioggia. Il che fu perfetto per le battaglie campali e il finale lugubre, ma era un po’ meno bello tutto il resto del tempo, soprattutto quando devi tenere pulite e scintillanti centinaia di armature o girare una scena all’aperto in cui non dovrebbe piovere. A proposito di battaglie campali, quella iniziale dovettero ripeterla TRE volte, perché la luce era sbagliata. Potete immaginare da soli il costo dell’operazione.

Nonostante alcune performance e l’essere fondamentalmente un polpettone proto-fantasy abbastanza lungo, Excalibur spicca e resiste nel nostro immaginario grazie al talento visionario di Boorman in grado di trasmettere sensazioni terribilmente grezze, tetre e terrene, ma anche divine ed eroiche.

Il fascino di un Merlino, più vicino come aspetto a un negromante che a un maghetto Disney, allucinazioni, magie, armature in penombra con forme animalesche (ben prima del Mastino di Game of Thrones), il Graal che scintilla come una visione paradisiaca, corvi che beccano occhi e infine l’uso di Wagner non è casuale, ma legato alla grandiosità eccessiva del Crepuscolo degli dei e del Ragnarok, in cui ogni eroe trova la morte contro la propria nemesi.

Excalibur nacque sull’onda di un ritrovato fascino per il fantasy all’inizio degli anni ’80 che si lega in qualche modo al successo nello stesso periodo di Dungeons & Dragons e ai romanzi di Conan, che arrivò nelle sale l’anno successivo e fece da apripista a un’intera generazione di film come La Storia Infinita, Legend, Labyrinth, La Storia Fantasitca, Willow.

Non male per un film nato dopo che Boorman fallì nell’acquisire i diritti de Il Signore degli Anelli.

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Ma perché i personaggi giapponesi hanno gli occhi tondi?

Un’intricata storia a base di jeep di latta, cyberpunk e kawaii

Whitewashing è una parola spuntata fuori negli ultimi anni per indicare tutte quelle volte in cui un personaggio con origini etniche ben precise viene interpretato dal classico attore bianco per vendere meglio il film a quello che viene ritenuto il principale pubblico di riferimento.

Tilda Swinton che interpreta il maestro del Doctor Strange, Benedict Cumberbatch che fa Khan, Emma Stone che fa la mezza hawaiana e mezza cinese in Aloha e volendo andare molto indietro anche la versione bianca e capellona di Gesù è stata pensata per un pubblico che potesse identificarsi con la figura del Salvatore.

Tuttavia, quando la polemica riguarda un prodotto giapponese, come gli adattamenti di Death Note e Ghost in the Shell, nella discussione viene spesso fuori la frase “I manga sono disegnati con gli occhi tondi perché i giapponesi vorrebbero essere occidentali. I personaggi sono pensati con tratti occidentali e pelle chiara, quindi è normale che gli attori siano occidentali”.

Ebbene questa affermazione è abbastanza sbagliata perché non considera alcuni concetti base della rappresentazione di sé, anche se contiene un piccolo fondo di verità legato alla storia del Giappone dal dopoguerra ad oggi.

Innanzitutto, i mangaka non disegnano i personaggi di anime e manga pensando agli occidentali, ma basandosi su una standardizzazione che si è creata in oltre sessant’anni di storia e si basa su un lento processo di spersonalizzazione razziale.

Tezuka mentre pensa a tutti i soldi che ha fatto

La versione breve è che Osamu Tezuka, padre di Astro Boy e figura influentissima nel mondo dei manga e degli anime, ha iniziato a disegnare i suoi primi personaggi con gli occhi grandi ispirandosi ai personaggi Disney e a Betty Boop. Questo ha imposto uno standard al quale si sono ispirati moltissimi disegnatori, ammiratori e imitatori di Tezuka che perdura ancora oggi.

Tuttavia il motivo per cui Motoko Kusanagi di Ghost in the Shell e moltissimi altri personaggi hanno tratti che ci ricordano gli occidentali è ben più radicato nella storia del Giappone di una semplice ispirazione a Topolino.

Una nazione da ricostruire

Al termine della Seconda Guerra Mondiale il Giappone era fisicamente e mentalmente a pezzi. Una nazione che si riteneva nettamente superiore alle altre e vedeva nella sconfitta militare il più grave dei disonori era stata costretta a firmare una resa umiliante, a spogliarsi del suo esercito e del suo sistema economico. Per non parlare del trauma di aver subito due bombardamenti atomici.

In questo contesto culturale aveva bisogno di ripartire e lo fece partendo dai giocattoli, che furono la spinta iniziale per quello che negli anni 2000 diventò il cosiddetto “Cool Japan”.

Nel libro Millennial Monsters: Japanese Toys and the Global Imagination possiamo leggere che gli artigiani iniziarono a costruire modellini delle Jeep americane utilizzando le lattine delle razioni militari della forza occupante. La scelta di usare come modello chi li aveva sconfitti era l’unica possibile: il Giappone non aveva nessun esercito a cui far riferimento e gli americani non avrebbero altrimenti visto la cosa di buon occhio.


L’uso di materiale di scarto per creare giocattoli è una pratica diffusa in tutto il mondo, ma l’abnegazione nipponica li rese giocattoli desiderati in tutto il mondo, soprattutto negli Stati Uniti.

Le Jeep di latta furono la pietra angolare del nuovo impero economico del Giappone e il Cavallo di Troia per un’ondata di giocattoli pensati per i ricchi bambini americani che non erano certo interessati alle bambole kokeshi (quelle sì che hanno gli occhi a mandorla) ma a prodotti che si ispirassero alla più grande industria culturale del momento: la Disney. Lo stesso motivo che portò agli occhi tondi di Astro Boy (il resto venne preso, anche, da Metropolis), che non a caso fu il primo anime importato e adattato per il pubblico americano.

Paradossalmente, non furono gli Stati Uniti a imporre la propria visione del mondo al Giappone, furono le industrie giapponesi ad appropriarsi dell’immaginario americano per fare un sacco di soldi. Il Whitewashing, o comunque il rimescolamento dell’immaginario giapponese, in questo caso non è un fenomeno legato agli ultimi anni, ma è nato nel momento in cui l’Imperatore Hiroito ha firmato la resa sul ponte della USS Missouri.

Boom economico, crisi e cyberpunk

A cavallo tra gli anni ’70 e gli ’80 il Giappone mise la quinta e diventò una superpotenza economica grazie all’elettronica di consumo, ma i traumi della guerra erano ancora presenti nelle menti dei suoi cittadini, mentre Russia e Stati Uniti iniziavamo un braccio di ferro nucleare di cui solo i giapponesi conoscevano gli effetti.

Furono gli anni in cui il cinema sublimò l’orrore atomico con Godzilla e con i film tokusatsu, ovvero ricchi di effetti speciali. Un’epoca segnata da Kaiju, tutone di gomma, radiazioni che creano mostri e cinema pieni in tutto il mondo.

All’inizio dei ’90 iniziò a serpeggiare la crisi, i bambini restano sempre pù soli mentre i genitori lavorano tutto il giorno, adulti e giovani si rifugiano sempre di più in personaggi fittizi con cui identificarsi e da cui ricevere conforto. Nello stesso periodo esplode a livello mondiale un fenomeno presente nella cultura nipponica fin dagli anni ’70: gli Otaku,

Sono anche gli anni del cyberpunk, della paranoia tecnologica di un futuro spersonalizzante e alieno con megalopoli e transumanesimo. Si estremizzano i temi classici dell’animazione giapponese: bambini prodigio intrappolati in enormi robot o trasformati in cyborg, minacce aliene che ricordavano vagamente i lineamenti occidentali, adolescenti con poteri mentali che distruggono intere città, bambole sessuali, mostri tentacolari e agenti speciali con corpi cibernetici e residui di umanità.

Mokoto Kusanagi non è interessata alle tue polemiche sulla Johansson

Nel frattempo la cifra stilistica del disegno giapponese si canonizza sempre di più attorno alle figure kawaii, ai capelli colorati, al fanservice, agli shonen, agli occhi che si fanno specchio delle emozioni diventando tondi, affilati, definiti o stilizzati in base a ciò che devono comunicare. Un altro dettaglio interessante è il naso, spesso appena accennato nei personaggi orientali e ben pronunciato in quelli occidentali. Tendenzialmente i personaggi di anime e manga non devono rappresentare ciò che hanno intorno, ma topos narrativi e ruoli ben precisi. Così come i Simpson non devono per forza assomigliare agli esseri umani.

Una caratterizzazione che ovviamente ha le sue eccezioni (Dragon Ball col tempo si è indurito sempre di più nel tratto, quasi a simboleggiare la maturità dei protagonisti, mentre altri manga come JoJo o Hokuto no Ken hanno quasi sempre avuto personaggi dagli occhi molto squadrati, in quanto visti come occidentali), si è evoluta nel tratto, perdendo o incrementando i dettagli in base alla moda, ma che tutto sommato resiste fino ad oggi.

In questi anni la spersonalizzazione del cyberpunk, le influenze della tradizione, gli Oni, la magia e le paure atomiche si mescolano con lo stile giapponese, il risultato sono storie in cui l’importanza dei temi e delle metafore è al centro dell’attenzione, mentre la caratterizzazione razziale è sfumata e influenzata da anni e anni di disegno ispirato all’esterno e da una mentalità che parte dal vendere ai bambini americani bambole progettate sul modello Disney.

Anime e manga sono l’espressione del popolo giapponese a livello culturale, ma quasi mai la sua rappresentazione fisica, quella è venuta meno nel corso di anni e anni di espropriazioni e appropriazioni di una cultura diversa alla quale hanno sempre fatto riferimento. Le storie, le ambientazioni, le tematiche sono spesso giapponesi, ma i personaggi vivono in una zona etnicamente grigia decenni di oppressione vengono sublimati e diventano irrilevanti.

Questa dissonanza, questo fallout culturale è molto più forte se visto dall’esterno, ecco perché se chiediamo ai ragazzi giapponesi un parere su Scarlet Johansson che interpreta Motoko Kusanagi ci risponderanno che va benissimo, perché un’attrice giapponese non sarebbe abbastanza “anime”.

Quindi no, i personaggi giapponesi non hanno gli occhi tondi e un’apparenza occidentale perché il Giappone vorrebbe essere occidentale o perché preferiscono i tratti caucasici, è il risultato di un complesso rapporto di appropriazioni, erosioni e influenze.

Un paradosso unico, un cortocircuito secondo il quale disegnando un personaggio in stile manga sto chiaramente citando l’oriente e prendendo dalla loro cultura nipponica, che però a sua volte si ispira all’occidente perché non le era rimasto nient’altro se non qualche lattina vuota.

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Trailer del Superbowl: il Pagellone!

Se come me avete spento la televisione sul 21 a 3 per i Falcons perché vi stava calando la palpebra, “tanto ormai è andata, Brady è cotto”, ma quando stamattina vi siete guardati allo specchio avete trovato la scritta “bravo scemo” sulla fronte c’è solo un modo per farvi tornare il sorriso: guardare i trailer del Superbowl.

Peccato che tra sequel e recuperi nostalgici il materiale non sia poi così interessante.

Stranger Things 2

Dalla seconda stagione mi aspetto tanti di quei colpi bassi da dover indossare una conchiglia protettiva prima di vedere ogni puntata. E il trailer non fa niente per sconfessare questa sensazione, anzi. L’aspetto che però mi interessa di più è l’idea che il Sottosopra arrivi nella realtà e spero tanto che quella specie di Grande Antico che si vede per pochissimi secondi non sia soltanto una visione ma un megamostro. Un teaser che comunque centra l’obiettivo, peccato doversi ibernare fino ad Halloween (e che diamine!!!???!!!).

Voto 8,5 Potevo fare il simpatico dando 11 come voto ma non l’ho fatto, apprezzatelo.

Guardians of the Galaxy 2

Il primo è stato un po’ come raccontare una barzelletta idiota a una donna e scoprire che 1) la barzelletta invece era più carina del previsto 2) sei riuscito a farla ridere così tanto che ora ti sposa. Il secondo film sembra voler ricalcare pari pari lo stesso percorso, battaglie spaziali, gente strana, battutine, Groot e musica vecchia. Il problema è che adesso sappiamo che il film potrebbe essere figo e quindi c‘è un’aspettativa enorme che Gunn sembra voler appagare infilando ancora più di tutto. Sono quasi certo che la tizia con le antenne sarà uno dei cosplay più copiati del prossimo anno. Il trailer in generale ci dice poco.

Voto 7 Cose buffe, alieni e nostalgia, di nuovo.

The Fate of the Furious

Qua si comincia decisamente a ragionare, l’idea di far diventare Toretto cattivo era l’unico modo per uscire da una serie che sembrava non aver più niente da dire dopo il settimo capitolo, quello in cui avete detto alla vostra compagna che vi era entrata una bruschetta nell’occhio. Il critico che è in me dice che si poteva chiudere al capitolo prima, il tamarro invece vuole vedere al rallentatore la scena con la minigun e quella della palla da demolizione.

Voto 8 Sgasate e Toretto il tamarro perfetto

Pirati dei Caraibi: La vendetta di Salazar

Onestamente io non sento il bisogno di un nuovo film dei pirati dei Caraibi più o meno dal secondo capitolo e se fossi il re del mondo approverei una legge in cui puoi colpire fortissimo i cosplayer di Jack Sparrow e uscirne con la fedina penale pulita. Tuttavia nel trailer son stati bravi a giocare sporco con uno che, se esistesse, dovrebbe vincere il premio “Miglior cantante per rendere il tuo trailer intenso, profondo e interessante anche per il critico più difficile”: Johnny Cash.

Voto 6,5 Magari stavolta Jack muore sul serio

Transformers: The Last Knight

Dopo il secondo film ho deciso di avvicinarmi ai film dei Transformers con questo spirito: mi godo i trailer ma evito i film, così mi rimane solo il senso dell’epico e schivo quello del ridicolo. Qua Optimus Prime sembra aver subito la cura Toretto del buono che diventa cattivo e fa l’unica cosa giusta, ovvero menare BumbleBee. A questo giro però il trailer non convince, almeno nel film precedente c’erano i Dinobots, e ciò nonostante era riuscito a essere il peggior film della saga, qua neppure quelli.

Voto 5 AutoroNO!

Ghost in the Shell

Sono cresciuto così tanto a pane e cyberpunk che sono uno dei pochi interessato più al film e alla speranza che rilanci il genere che alla tutina della Johannson. La voglia di far tornare la moda del cyberpunk mi sembra d’altronde l’unico scopo di un film che può solo essere un ricalco meno spettacolare dell’originale. Il trailer comunque ti fa venire voglia di chiederti “Siamo quasi al 2020, dov’è il mio braccio meccanico col lanciarazzi?”

Voto 7,5 Tutine e violenza

Logan

Quando hai fallito così clamorosamente come in Wolverine — L’Immortale la tua unica speranza è travestire un film d’azione da pellicola vagamente sporca e intimista in cui l’eroe appare debole, ma sempre pronto a combattere, e magari in procinto di passare la mano alla prossima generazione. Logan sembra voler essere tutto questo, mescolando Old Man Logan, la morte di Wolverine e altre cose qua e là. Amazing Grace in sottofondo continua la grande tradizione delle musiche calme per contrastare la violenza su schermo. Ho paura che sia solo un gioco di specchi per un film d’azione nella media.

Voto 6,5 Logan sei vecchio, vai a vedere il cantiere dell’Avenger Tower

Baywatch

Tette e stupidità lo renderanno probabilmente un film da guardare previa lobotomia, anche perché The Rock ha il potere di prendersi sulle spalle progetti abbastanza assurdi e trasformarli in qualcosa di godibile semplicemente col suo carisma. Il resto è tutto materiale un tanto al chilo per uomini e donne che andranno al cinema dicendo di farlo per il gusto della nostalgia ma lo faranno solo per il piacere della carne. Nel trailer c’è più o meno tutto ciò che vi serve.

Voto 7 “Cara non è come pensi, è solo nostalgia”

Life

Cosa abbiamo qua? Astronauti che combattono una forma di vita ostile in un ambiente isolato? Claustrofobia? Lanciafiamme e decisioni difficili? Un cast interessante? Life sarebbe un film molto interessante… se non fosse mai uscito Alien! Rimane comunque un boccone molto goloso per chiunque sia vissuto all’ombra dello xenomorfo. Del gruppo di trailer è forse quello che più di tutti mi ha fatto venire voglia di andare al cinema, anche solo per capire come possono giustificare l’assoluta mancanza di norme di sicurezza per distruggere l’alieno semplicemente premendo un bottone.

Voto 9 “Ok ragazzi voglio un reboot di Alien senza chiamarlo Alien”

A Cure for Wellness

A livello puramente tecnico, l’idea di mascherare un trailer come uno spot pubblicitario è senza dubbio la scelta più interessante vista la collocazione del filmato. Sul film in sé c’è poco da dire perché siamo di fronte al classico montaggio veloce creato per mettere ansia, però dietro c’è pur sempre Verbinski eh! La storia parla di un misterioso centro benessere sulle Alpi svizzere che nasconde terribili segreti. Immagino che dopo anni di case stregate, istituti psichiatrici e ospedali bisogna pur inventarsi qualcosa di nuovo, adesso mi aspetto un bell’horror in un villaggio vacanze.

Voto 8 Cavallo di Troia