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Film e Serie TV

Cover Consigli

Now playing: dalla Folgoluce a The Office il passo è breve

Nessuna estate può ritenersi tale se non è collegata a qualche prodotto dell’intrattenimento, per quanto mi riguarda. Diverso dal tormentone estivo, che ha lo scopo di nascere e morire nel corso di poco più di tre mesi, il mio personale amore è fatto per rimanere.

Ricordo l’estate in Corsica, in cui le passeggiate in spiaggia e le serate in campeggio furono funestate dalla morte di Ned Stark. Oppure le giornate in Grecia, passate insieme ai libri di Carrere. O quella del 2009, in cui fu Ryszard Kapuściński a tracciare la linea. Ci sono intere estati dominate dal ricordo di un videogioco, forse perché collegate a singoli episodi (Cadillacs & Dinosaurs quando aprirono una sala giochi a cinquanta metri da casa e ci passavo le serate con mio fratello o Double Dragon quando mio cugino si accorse che il cabinato al lido dava credito illimitato, se la botta era abbastanza forte) o da quello di una serie tv.

In ognuna di quelle estati io ho messo nel cassetto dei ricordi un prodotto, che ogni tanto mi piace recuperare o che vedo/gioco/leggo di nuovo con grande piacere.

Crescendo, spesso il prodotto in questione è diventato più di uno, su più media: eccoci quindi arrivati a oggi, a questo pezzo in cui provo a riassumere il meglio che ho incontrato sulla mia strada nerd, le milestone che vedrò quando mi volterò indietro e guarderò al 2019 con qualche anno in più sulle spalle.

Libro: La via dei re e Le cronache della folgoluce in generale

Sono un amante del fantasy, sotto (quasi) tutte le forme. Datemi un libro fantasy e ci passerò un’estate su. Datemi una buona saga e mi ci immergerò, parlandone a tutti gli interlocutori possibili.

Nonostante l’enorme quantità di titoli pubblicata negli ultimi tempi, da alcuni anni a questa parte mi sono sentito orfano. Ci sono state belle scoperte – come il weird ad opera di China Melville – o la scrittura di Ursula K. Le Guin, però nulla di cui innamorarsi, su cui passare ogni momento libero, in una febbrile ricerca di tempo di lettura che diventa sempre più spasmodica.

Poi arriva lui, Brandon Sanderson: a me sconosciuto fino alla presentazione delle novità Mondadori dell’inverno scorso, in cui è stata annunciata l’uscita del terzo libro della saga de Le cronache della Folgoluce, sua più grande opera. Ed è stato subito amore.

Il perché è presto detto: Sanderson consegna ai lettori un mondo fatto di storie appassionanti e dolorose, di morte e riscatto, di vendetta e mistero, di divinità capricciose e lame fatte di nebbia. Il tutto confezionato con dei personaggi che si fanno amare al primo capitolo e un mondo vasto e variegato: migliaia di pagine di passioni, duelli, guerre, razze, inganni, nobili, spettri – o entità simili – e uno stile di scrittura che rende immediata l’epicità degli accadimenti.

Non fatevi spaventare dalla mole dei libri – ognuno di oltre mille pagine – o dalla durata dell’opera – la cui fine è prevista, forse, per il 2024 – prendete in mano un libro di Brandon Sanderson e ficcateci dentro il naso. Non vorrete leggere più nulla (almeno) fino alla fine delle vacanze.

Fumetto: Magico Vento, Il ritorno

Sono cresciuto a pane e fumetti, questo lo sapete. Quello che forse non sapete è che se abiti in un paese piccolino, le edicole avranno solo qualche fumetto Bonelli. Quindi sono cresciuto a pane e fumetti Bonelli. Non mi lamento, sia chiaro, ho attraverso l’universo, il sogno, l’incubo, la pianura americana, la giungla sudamericana, le metropoli del passato, del presente e del futuro insieme agli eroi Bonelli e sono stati tutti viaggi splendidi. Qualcuno si è interrotto bruscamente, qualcun altro meno.

È il caso di Magico Vento, creatura di Gianfranco Manfredi, uscita tra il 1997 e il 2010, ambientato intorno alle metà del XIX secolo in un far west a cavallo tra il classico western e l’horror.

Proprio la dimensione sovrannaturale della serie attirò la mia attenzione ai tempi del primo numero e ammetto che il prodotto che mi trovai davanti mi ha dato costanti soddisfazioni. L’evoluzione dei personaggi, con la Storia degli Stati Uniti sullo sfondo, è stata regolare e coerente, pur riuscendo a mantenere un buon timone sugli aspetti più squisitamente orrorifici. Il piacere della lettura stava anche nello scoprire ogni mese che taglio avrebbero deciso di dare alla storia in edicola: portare avanti un fumetto per più di 100 numeri significa sapersi ancorare saldamente al proprio genere di riferimento ma lasciarsi andare anche a qualche sapiente esplorazione.

E così ha fatto Magico Vento, portando con sé i lettori nel giallo, nelle ispirazioni lovecraftiane, nel romanzo storico, financo nel biografico. Lasciando dietro di sé pochissime sbavature.

Ecco il motivo per cui la chiusura della serie regolare non fu accolta benissimo, in casa mia.

Ed ecco perché ritrovarlo in edicola è stata una piacevole sorpresa, un po’ come ritrovare quell’amico del mare che non vedevi da tanto tempo ma con cui hai passato tante estati a giocare prima e a filosofeggiare al tramonto, poi.

Esattamente per lo stesso tipo di paragone, non vorrei una serie regolare di Magico Vento di nuovo in edicola: non potrei dedicarle troppo tempo – o comunque il tempo che meriterebbe – e poi avrei paura che, così come l’amico del mare in inverno, possa rivelarsi una delusione. Quindi ben venga la miniserie, che ci riporta, per un breve momento, alla gloria di più di un decennio fa.

Gioco: Citadels

L’estate, si sa, è il momento dell’anno in cui tutti abbiamo un mazzo di carte nella borsa. Perché capiterà di dover aspettare l’arrivo di qualcosa (il traghetto? Il treno? L’aereo?) o perché è semplicemente un modo rapido e veloce di passare tempo in compagnia.

Personalmente ho passato tante estati a giocare con le classiche carte da scala quaranta, finché – più di venti anni fa – uno dei ragazzi della comitiva si presentò con un mazzo di carte di Magic. Da allora non fu più lo stesso.

Ho imparato che ci sono tanti giochi di carte (quindi leggeri e facilmente trasportabili), ognuno più appassionante dell’altro. Negli anni sono passato dai classici Uno e compagnia bella fino a quelli che più sento come miei, ossia Munchkin e Citadels.

È su quest’ultimo che vorrei soffermarmi, perché l’ho ripreso dopo tanti anni: creato da Bruno Faidutti, Citadels dà al giocatore lo scopo di costruire una città nel più breve tempo possibile. Per farlo, dovrà impersonare a ogni turno un personaggio (Re, Assassino, Mercante, Architetto, Ladro, ecc.) e usarne le specifiche abilità.

Citadels è il giusto dosaggio di strategia e fortuna (che con i giochi di carte un po’ c’entra sempre!) e ha il grande pregio di essere facilmente spiegabile e comprensibile. Caratteristica fondamentale se volete proporlo a dei casual gamers.

Serie tv: The Office

Anche in questo caso sono arrivato in ritardo. In colpevolissimo ritardo.

Complice alcuni giorni da solo a casa, la memoria è andata a questa serie di cui conoscevo solo le centinaia di meme in giro per la rete: avendo tempo a disposizione mi sono lanciato alla sua scoperta.

Non guarderò più i miei colleghi allo stesso modo, perché lo so che in fondo, in ognuno di loro si nasconde un Dwight. O uno Stanley. Magari anche un Toby.

Scherzi a parte, le dinamiche di The Office sono talmente agghiaccianti da fare il giro e diventare divertenti, non il contrario. Le situazioni a cui sono sottoposti i protagonisti non sono molto lontane dalla quotidianità di tanti uffici, gli autori si sono limitati a spingere sul pedale dell’acceleratore rendendo grottesco questo o quell’aspetto, a seconda dei casi.

E quindi ecco temi difficili come l’orientamento sessuale, la privacy, i rapporti tra colleghi, la competizione e la diversità fatti a pezzi sull’altare sacrificale del politicamente scorretto. A esser precisi, in alcuni casi, sull’altare dell’inconsapevolmente politicamente scorretto: perché il personaggio di Michael – interpretato da uno Steve Carrell meraviglioso – ha un’aura candida che lascia sconvolti. O meglio, che mette in fibrillazione i miei neuroni specchio, facendomi vergognare sempre di più a ogni puntata.

Mentre scrivo sto finendo la terza stagione e vorrei riuscire a mettermi in pari entro la fine dell’estate. Poi, magari, chissà, sarà la volta di Parks and Recreations.

 

 

Cover-Definitiva

Now Playing: dalla Corea ai supereroi corrotti

Questo mese abbiamo voluto lasciare la Core Story da parte, proprio perché il caldo torrido e le fresche spiagge hanno chiamato ognuno di noi redattori. Dal canto mio l’estate non è solo un periodo in cui abbronzarsi la pelle, ma è anche la bellezza di quei pochi mesi di attività meno intensa nei quali posso coltivare le mie passioni e hobby lontano dalle deadline e dal logorio della vita quotidiana. Finalmente posso spararmi quella serie che tanto mi attirava, oppure gustarmi uno dei blu-ray che ho acquistato e ignorato durante l’anno, magari davanti a una bella ciotola di popcorn rigorosamente di sottomarca.

Qui su N3rdcore i miei pezzi vi hanno dato un’idea più o meno precisa di alcune delle mie passioni, tra gli anime giapponesi e i drama coreani. Se da un lato c’è quest’aria orientale, dall’altro nelle nostre Core Story mi sono permesso di infiltrarmi nelle quinte di film e serie tv, illustrandovi i processi artistici rimasti nell’ombra delle opere o sugli scaffali pieni di artbook. I consigli che seguiranno saranno un po’ uno specchio di queste mie trattazioni, proprio perché nutro la speranza di fornirvi nuove prospettive su show o libri o film che difficilmente raggiungono il pubblico, perfino quando si parla di appassionati. Senza nulla togliere al fascino del mainstream dei colleghi di Popcore, la roba veramente gustosa si trova sempre nel posto in cui non si va mai a cercare.

Consiglio Drama: Lawless Lawyer

Qualche tempo fa vi avevo parlato di Memories of Alhambra: un drama coreano sulla realtà virtuale ambientato a Granada, un perfetto entry point per tutti i curiosi che voglio assaggiare qualcosa di orientale ma non troppo all you can eat. Capisco però che Memories of Alhambra possa avere un’impostazione a volte confusionaria e troppo tech, focalizzandosi sul virtuale e andando a perdere un po’ quel feeling caratteristico che ci si aspetterebbe da uno show asiatico. Nel caso vi manchi davvero l’aria di Seoul, ho però un’altra bella serie da proporvi come alternativa, specialmente per tutti quelli di voi che adorano la pura azione e la lotta alla criminalità.

Lawless Lawyer, disponibile gratuitamente su Rakuten Viki a patto di sopportarne le pubblicità, è la storia di due avvocati che per volere del fato si ritrovano a dover combattere contro un’intera città corrotta in tutte le sue amministrazioni, dalla TV alla finanza. Naturalmente uno scenario simile, con omicidi e sparatorie quasi ogni giorno, richiede un approccio che va ben oltre le regole e la legalità. Un metodo abbracciato dallo studio IL-legale (sì, si chiama proprio così) e dal protagonista Bong Sang Pil. A metà tra il legal thriller e la storia da gangster, Lawless Lawyer è tanto leggero da guardare quanto profondo e stratificato, rendendolo perfino perfetto da guardare sotto l’ombrellone.

I suoi punti forti sono infatti due: un cast stellare pieno di attori dalla carriera solida (e bellissimi) e la dualità tra il carisma del protagonista e quello dell’antagonista. Non ho mai visto, finora, un drama con una rivalità così intensa e vissuta, quasi da manga shonen per certi versi.

Mi ha coinvolto fino all’ultimo secondo e ci sono stati parecchi colpi di scena che hanno evitato il calare dell’attenzione, nonostante una prevedibilità a volte lampante. Per il resto, non c’è davvero niente fuori posto e la montagna russa di emozioni tipiche da drama è una delle più leggere che ci possano essere, tarata quasi appositamente per un pubblico dal palato poco abituato. La storia d’amore poi è molto dinamica, le musiche accattivanti e la resa scenica votata all’esagerazione. Insomma, non manca proprio nulla!

Consiglio Libro: Loop

Dato che vi ho sempre parlato di artbook e illustrazioni, perché non fondere la narrativa e il disegno digitale nel consigliarvi una delle opere più particolari su cui abbia messo mano?

Loop è un libro “illustrato” di Simon Stalenhag, un artista che ha creato un vero e proprio metaverso dove negli anni ’80 la Svezia e l’America possiedono due enormi acceleratori di particelle che hanno cambiato per sempre lo scenario tecnologico. In questo mondo che non è mai esistito, robot giganti e altre creature camminano per le campagne svedesi, vivendo scenari di vita normale mentre sullo sfondo campeggiano gigantesche strutture di metallo. La forza di Stalenhag è proprio quella di fondere un tratto realistico con elementi fantascientifici sapientemente dosati, creando quella sensazione di essere davanti a un ecosistema allo stesso tempo plausibile e immaginifico.

Oltre a essere una bellissima raccolta di immagini sul tema, Loop nello specifico è un vero e proprio libro che racconta la storia della Svezia di questi fittizi anni ’80, spiegandoci cosa è successo dopo la Seconda Guerra Mondiale, la vita vicino all’acceleratore di particelle e tutti gli avvenimenti più importanti di quella Terra. La maestria con cui Stalenhag descrive questo viaggio è pazzesca, tanto da sembrare che le parole sulla carta siano veramente una cronistoria di un futuro che abbiamo mancato per un soffio. Parte di questo effetto è dovuta all’utilizzo dell’infanzia e dell’adolescenza, tanto marcata che è possibile paragonarla a Stranger Things o ai Goonies, giusto per continuare il discorso nostalgia intavolato a luglio.

Se mai accettaste il mio consiglio, vi suggerisco di accompagnare la lettura con le musiche composte sempre dallo stesso artista, disponibili gratuitamente su Spotify e Bandcamp (quest’ultimo ha anche uno spazio per delle offerte libere). E se vi piacerà quello che troverete in Loop, comprendendo abbastanza l’inglese potrete anche farvi un giro con The Electric State: la storia di una ragazza e del suo robot in viaggio in un’America ormai ridotta allo sbando dopo che tutta la popolazione è rimasta letteralmente ipnotizzata dalla realtà virtuale. Quando ci poserete gli occhi, non riuscirete più a togliervi dalla testa quello scenario.

Consiglio Videogioco: Fire Emblem Three Houses

Se si parla di mondo orientale, non si può non pensare a Nintendo e a Nintendo Switch, mio acquisto più che recente. Lo so, arrivo tardi alla festa, ma non potevo mancare Fire Emblem Three Houses, una delle mie serie preferite in assoluto.

Il gioco in questione è uno strategico a fasi dove gli eserciti alleati e nemici si scontrano su campi di battaglia pieni di soldati, maghi, arcieri e chi più ne ha ne metta. Il vero carattere del gioco è basato sulla sua narrazione e sul modo in cui il cast interagisce con il vostro alter-ego, fattori ancora più rilevanti in Three Houses.

Come suggerisce il nome, il vostro compito sarà quello di scegliere una casata e seguirla sia in una fase scolastica, dove voi sarete i professori, sia negli eventi che seguiranno 5 anni dopo l’inizio del gioco. Un racconto lungamente basato sul tempo e sui legami, perfettamente in grado di coinvolgere emotivamente anche il più distaccato tra i menefreghisti.

Oltre a essere un ottimo gioco ammirato dalla critica nazionale e internazionale, lo consiglio proprio perché credo sia l’esperienza che più mancava su Nintendo Switch, soprattutto in relazione ai marchi storici di Nintendo. Il modo in cui è stato costruito Three Houses è inoltre molto amichevole nei confronti dei totali neofiti di Fire Emblem, rendendolo un inizio più che ottimo per chi se ne voglia approcciare.

Per i “men of culture” lì fuori che mi leggono, sappiate che Three Houses è pieno zeppo di papabili waifu e husbando a vostra disposizione. Ammetto però che l’assenza della stirpe creabile dei capitoli per Nintendo 3DS mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca, ma il team di sviluppo si è fatto ampiamente perdonare con le eccellenti storie dei tre leader.

Consiglio Serie: The Boys

Tra le altre cose, sono un grande fan del Marvel Cinematic Universe come metà del globo, però ammetto che le serie TV sui supereroi non mi hanno mai convinto molto. Giusto Powerless e Titans mi hanno lasciato qualcosa di più, mentre le altre le ho già dimenticate amabilmente, soprattutto quella falsa sui superpoteri che misero su PlayStation Video. Mi vengono i brividi solo a ripensarci.

Dato che TUTTI mi consigliavano The Boys e il periodo estivo mi ha fornito più tempo, me la sono divorata per bene e, dio mio, quanto è stato difficile staccarsi dalle puntate per tornare agli impegni della vita. Al netto dei criticoni della rete pronti a dissacrare qualsiasi cosa sia basata su un fumetto e non rispetti le pagine 1:1, l’ho trovata estremamente brillante e con un cast eccezionale. Patriota (Anthony Starr) e Billy Butcher (Karl Urban) sono sicuramente le mie due scelte d’eccellenza, ma fatico a trovare anche solo un membro che abbia fatto un lavoro pessimo o mediocre. Forse giusto Queen Meeve non mi ha convinto molto, lasciandomi a bocca asciutta nonostante qualche accenno di retroscena interessanti.

La serie, per chi non conoscesse il nome The Boys e avesse vissuto in un’isola deserta fino alla lettura di questo pezzo, parla di un gruppo di uomini che, per un motivo o per un altro, finiscono per tentare di distruggere una società multinazionale in completo controllo di un esercito di supereroi dallo stampo classico. Quest’ultimi salvano le persone, fanno sponsor, campagne, pubblicità e rendono felici gli azionisti guadagnando miliardi su miliardi, ma in realtà dietro la tutina e il mantello si nasconde corruzione, vizi, droga, crimini e tutto ciò che compone la schifezza della società moderna. Uno specchio dei giorni nostri, pieno di denunce al sistema consumistico e allo stile di vita americano.

Non è la prima volta che vediamo il tema dei paladini della giustizia trattato in questo modo, ma tra tutte le trasposizioni seriali The Boys è un pinnacolo senza precedenti. Alcune scene, come l’aereo dell’episodio 4, non fatico a definirle indimenticabili oltre che iconiche, tanto da possibilmente definire le future trattazioni di queste tematiche. In particolar modo, il maggior merito di The Boys – a mio giudizio – è quello di riuscire a essere crudo al punto giusto, senza strafare con il gore o usando escamotage visivi giusto per creare sensazionalismo tra le pagine dei tabloid. Al giorno d’oggi è difficile trovare la dose corretta per lo splatter, il che la dice lunga sulla regia della serie.

Considerando che è uscita di recente ed è disponibile su Amazon Prime Video, non c’è davvero nessuna scusa per non mettersi comodi e vederla. Ora, per favore, datemi la seconda stagione.

Consiglio Film: Train to Busan

Chiudiamo con la Corea e lo splatter grazie a Train to Busan, uno dei film più famosi del filone orientale a tema zombie.

Se lo conoscevate di nomea e non lo avete mai visto perché “non so, i film coreani sono strani”, sappiate che avete commesso l’errore più grave della vostra vita. Se invece non abbiate idea del perché un film sugli zombie si chiami treno per Busan e pensate a un errore di scambio alla stazione Termini, lasciate che vi illumini.

Train to Busan è una pellicola abbastanza diretta (battuta non intenzionale) dove un intero treno carico di passeggeri finisce per essere l’unica salvezza da un’appena scoppiata apocalisse zombie. Davvero, il disastro comincia proprio quando le porte del treno si chiudono, anche perché un’infetta riesce anche ad entrare in un vagone proprio per il rotto della cuffia del segnale acustico. Da qui, come spettatori seguiremo le vicende dei pendolari all’interno del treno, in particolar modo concentrandoci sul protagonista interpretato dall’eccellente Gong Yoo che i più ferrati ricorderanno anche per Goblin: lo show che rappresenta l’eccellenza dei drama.

La storia del film è classica e non propone niente di nuovo sotto al sole degli zombie, tuttavia l’ambientazione e le dinamiche sociali che presenta sono abbastanza forti da dargli un feeling originale e tutto suo, utilizzando il treno come specchio di ciò che accadrebbe fuori dai suoi vagoni. Metteteci un pizzico di sano legame familiare, scene da testosterone qui e lì, sacrifici vari ed eroismo in pillole ed ecco che avrete la perfetta formula del film di zombie coreano più in voga. Ah, naturalmente nessuno vuole evitare di menzionare l’eccellente fattura con cui il trucco e gli effetti speciali riescono a creare dei veri e propri cadaveri viventi. Train to Busan è già vecchiotto, ma le sue idee possono essere riviste anche nella più recente serie Netflix Kingdom.

Per quanto sia disponibile in italiano in streaming o negli archivi del Blockbuster sotto casa fallito diversi anni fa, vi consiglio di ignorare quel doppiaggio orribile fuori sincro e gustarvelo con i sottotitoli. Forse un po’ impegnativo da vedere al tavolino del bar dello stabilimento, specialmente se non avete mai ascoltato il coreano in vita vostra, ma è un’ottima occasione per farsi una bella serata a base di pizza e film. Non scordatevi le birre ghiacciate!

Re Leone - Anteprima

Il Re Leone tra antropologia e cinema: Disney e il paradigma della regalità

“Un’unione rituale dei sessi doveva simboleggiare, e perciò produrre, la fecondazione della natura. Ma, fra i coltivatori di grano almeno, il dramma della fertilità doveva assumere una forma più individualizzata che non nei rituali dei selvaggi. Da un ciclo di miti e di pratiche culturali ampiamente diffusi fra i popoli dell’Asia Minore e del bacino mediterraneo, si è dedotto che il matrimonio cerimoniale si venne restringendo a una coppia scelta. Poiché l’attore maschio impersona il grano (o la vegetazione in generale) e per qualche tempo assume la funzione di capo: egli diventa “re del grano”. Ma, come il grano egli dev’essere sotterrato e risorgere. Nella società umana ciò significa che egli deve essere ucciso e sostituito da un successore giovane e vigoroso”.

Sono le parole dell’archeologo Vere Gordon Childe, nella sua opera di massimo valore e diffusione, ‘Il progresso del mondo antico’, a guidarci nell’avventura di individuare una ricostruzione del paradigma regale all’interno del complesso narrativo de Il re Leone, classico animato Disney che oggi torna in una versione graficamente aggiornata – con uso ‘realistico’ della computer graphics – ma virtualmente identica, nella struttura e nei punti salienti, al film che l’ha preceduta nel 1994.

Non è una grande novità. Il paradigma del re che muore e risorge, la sostituzione generazionale (di solito con il figlio del re stesso), l’ordalia e il duello per conquistare il ruolo, sono tutti schemi noti, che trovano riscontro in tantissimi miti e riti dell’antichità così come nelle moderne narrazioni che le riecheggiano, dall’alternanza di Osiride e Horus nel mondo egizio al Rex Nemorensis del bosco di Nemi, passando per il percorso dalla barbara natura all’accettazione dell’istituto della regalità di grandi personaggi del cinema e della letteratura moderna, da King Kong – e il senso di quel ‘King’ si perde purtroppo sempre nella percezione non anglofona del nome della ‘grande scimmia’, risultando solo come un onomatopeico suono che ricorda il rumore di tamburi selvaggi – a Conan il barbaro, a Macbeth, ad Aragorn, tutti i re passano attraverso un percorso di prove e tentativi che li portano spesso un passo avanti e due indietro, e che riproducono in forma personale e sintetica un percorso che tutta l’umanità ha compiuto dalla casuale ricerca della sopravvivenza attraverso la caccia e la raccolta, passando per la costituzione di un gruppo sociale organizzato, fino alla messa in piedi di un sistema che potesse garantire la sopravvivenza e la buona convivenza del gruppo stesso, ovvero verso l’accettazione di un ordine costituito di cui la regalità è una delle forme primigenie e più conosciute.

Regalità è cultura, ma anche ‘coltura’, visto quanto la sua nascita istituzionale è legata, come abbiamo visto, ai culti del grano. Eppure, i due concetti si inseguono senza coincidere, ed è proprio l’aspetto pre-culturale (e pre-colturale) che ci interessa del film Disney, dato che i protagonisti sono degli animali, animali cacciatori, quindi appartenenti a un mondo selvaggio, precedente a quello della coltivazione dei campi, sebbene umanizzati e antropomorfizzati, e quindi portatori di simboli, metafore e modi di pensare che sono invece prettamente ‘culturali’ e ‘civili’.

È un punto di incontro, dato che anche l’animalità, e la sua rappresentazione, hanno una forte valenza mistica e religiosa.

Non c’è ancora “regalità” nei vari “signori degli animali” di epoca paleolitica, che aveva però un ruolo magico di intermediario con gli uomini, e sugli animali manteneva comunque sovranità. La buona riuscita della battuta di caccia era soggetta pertanto alla sua volontà, nel rispetto delle norme tribali. Il ‘signore degli animali’ pertanto assicurava l’uccisione della selvaggina, in numero necessario alla sopravvivenza della tribù.

Ne Il Re leone, diventa così interessante la figura di Rafiki, che è uno sciamano ed è intermediario tra varie forze della natura, ma dato che tutto si gioca sul piano dell’animalità egli – non a caso una scimmia, l’animale da cui l’uomo discende – fa da protagonista sacrale nel rito che connette gli animali ‘regali’, più vicini all’uomo, e quelli più selvaggi, che necessitano una guida oppure la rifuggono, così come lo fa con il vasto territorio che i regnanti devono governare e rendere fruibile per loro, culturale, prendendo quello che è necessario ma al contempo rispettandolo nel ‘cerchio della vita’. Non a caso, il primo atto compiuto da Rafiki nel film è l’esposizione del piccolo erede del territorio stesso, perché re e natura si confrontino, in una posizione dove il re sia però predominante, ovvero, dall’alto della rupe sacra.

Tornando all’umanità. Secondo Lucien Lévy-Bruhl, i cacciatori primitivi immaginano che ogni specie animale abbia un “fratello maggiore” grande e potente, che appare in sogno per annunciare buona caccia a spese dei suoi “fratelli minori”, e tutti i “fratelli maggiori” hanno a loro volta un unico “fratello maggiore” che è, per l’appunto, il “signore degli animali”. A forza di assistere, per generazioni e generazioni, alla ripetizione di un’azione mimica e rituale avente per protagonista un personaggio sempre uguale, ma interpretato da attori diversi, si fissa nell’immaginazione del gruppo l’idea che quel personaggio sia sempre esistito nei primordi, o esista ancora, immortale come il rito, in un mondo non accessibile all’uomo. A sua volta il “signore degli animali”, non avendo in età pre-agricola buche o solchi da cui emergere dal sottosuolo finisce facilmente per collocarsi in alto, in cielo, come il “cacciatore celeste” nominato in un inno all’arcobaleno dai pigmei Bumbuti, che segue la mandria delle nuvole come un gruppo di elefanti spaventati e attacca le sue prede con il suo tuono terrificante (parafrasi da ‘L’uomo a due anime’, importante testo di filosofia teoretica di Antonio Capizzi).

In quest’ottica di recitazione rituale, in cui sono gli uomini a interpretare, attraverso vesti e camuffamenti sacrali il “signore degli animali”, diventa interessante notare come, spogliato delle sue valenze mistiche, il discorso si ritrovi perfettamente integrato nella modernità del racconto cinematografico.

Noi vediamo sullo schermo animali, ma a interpretarli, con le loro voci a seguire il disegno animato a mano oppure la cgi, sono uomini, attori che si calano in ruoli che restano immutabili e preordinati a ogni successiva visione.

Ben si presta, dunque, Il Re Leone, alla trasposizione teatrale in forma di musical (in scena a Broadway dal 1997), dove attori dal look africaneggiante indossano maschere ed elementi tribali – ottima scelta di scenografi e costumisti – per entrare nei panni di Simba, Scar e Mufasa, proprio come se fossero, oltre che antichi “signori degli animali”, anche sacerdoti e operatori sacrali a cui il pubblico deve “credere” per fede (e si intende, per “sospensione dell’incredulità”, che è la fede dello spettatore cinematografico e teatrale).

Rafiki, in tutto questo, a teatro è spesso interpretato da una donna. Non conta sul piano della percezione, perché il personaggio non ha specifiche connotazioni sessuali e a venire fuori è sempre il ruolo e la maschera. Eppure conta, perché la donna è simbolicamente legata alla fertilità, alla terra e alla natura stessa, oltre che alla magia che serve per indirizzare il raccolto, e dunque l’interpretazione femminile diventa un’ulteriore strizzata d’occhio al grado di innaturale ‘civilizzazione’ di personaggi che dovrebbero vivere il territorio come elemento ‘subito’ dove procacciarsi il cibo con i propri mezzi piuttosto che come elemento dato e controllabile come un regno umano dove viga un ordine sociale costituito. E’ una forzatura, chiaramente, metaforica, ma è anche uno degli elementi più belli del film (e del musical). Se il leone deve mangiare un’antilope – recita un celebre dialogo – renderà poi il favore alla natura quando il suo corpo decomposto si tramuterà in erba, che le antilopi mangeranno. E’ il cerchio della vita, ed è alla base delle regole dei regnanti.

Quali sono, dunque, gli elementi costitutivi di una figura regale?

Al principio, come abbiamo visto, il re aveva molto di magico. Gli antichi regnanti erano soprattutto sciamani. Una monarchia può essere instaurata dall’oggi al domani, come fa indebitamente il malvagio Scar. Ma non la regalità. La regalità viene da lontano e precede ogni regime politico. Il re non governa per volontà sua o del territorio, ma grazie a una forza sovrumana di predestinazione. L’associazione tra un regnante e un animale in cima alla catena alimentare è materia archetipica e non è certo il film Disney a fondarla. Tra l’altro, molte sono le similitudini, spesso messe in luce dai detrattori, tra il film della casa di Topolino e il manga-anime di Osamu Tezuka Kimba – Il leone bianco. Ma non importa, in ottica antropologica i miti non si ‘copiano’, piuttosto si evolvono convergendo l’uno nell’altro. Ma c’è un elemento sostanziale da mettere in campo.

Un animale non ha la coscienza di cosa siano la politica e la religione, e non può sapere cosa significhi la parola ‘re’. Un leone è semplicemente un leone, caccia e vive finché può finché non sopraggiunga una malattia, la morte o un essere ancora più sopra la catena (purtoppo spesso è il cacciatore umano) a interrompere il suo flusso. Non diciamo ‘flusso’ a caso: è la visione della vita che hanno Timon e Pumba, contrastante con il ‘cerchio’ caro a Mufasa. Un leone in natura non teorizza di cerchi della vita o di re precedenti che lo guardino dalle stelle.

Un leone è un leone. Simba, Mufasa e Scar sono personaggi umani travestiti da leoni, e dunque devono e possono avere legami sociali e familiari, politica e religione a orientarli. La ‘credenza’ in una discendenza sacra è uno degli elementi più ‘umanizzanti’ dell’intero complesso narrativo, che in effetti Simba abbandonerà (ne parleremo poi) quando gli eventi lo metteranno nella condizione di fare ‘un passo indietro’ nell’evoluzione del suo percorso di re, ma anche di uomo civilizzato, tornando a una forma di vita disorganizzata o organizzata soltanto giorno per giorno, senza pensieri (Hakuna Matata) e basata su una dieta totalmente paleolitica che non prevede la caccia (si de-umanizza, ma soprattutto si de-leonizza, dato che il leone è cacciatore per sua stessa essenza) ma semplicemente la raccolta di larve e piccoli animali, così come quella delle tribù paleolitiche di raccoglitori. Quanto alla coltivazione dei campi, naturalmente, non è minimamente prevista. È normale che sia così, perché mentre si può raccontare attraverso gli animali una storia di caccia – le due esperienze in effetti sono condivisibili tra la nostra e più specie del regno delle bestie – raccontarne attraverso gli animali una di coltivazione e raccolta è assai più forzato, e funziona solo in chiave fantasy o satirica (come avviene ad esempio ne Il viaggio di Arlo, dove si immagina che il meteorite che ha causato l’estinzione dei dinosauri non cada sulla terra e dunque i rettili si evolvano fino al punto di saper coltivare la terra).

Tornando al re. È a suo modo un ‘dio’ tra gli uomini. Superiore per natura prima ancora che per investitura. Come indicano molti dei titoli che ancora oggi si rivolgono ai monarchi. Altezza, grazia, maestà. Lo stesso termine rex, da cui viene il nostro re, nonché l´indiano rahja, deriva da una radice indoeuropea che ha a che fare con il reggere, con il dominare, ma anche con la luccicanza sovrannaturale. Dal re dipende l’ordine politico ma anche quello cosmico. E spesso i re vengono associati alle fiere e nello specifico ai leoni, come nell´Inghilterra di re Riccardo Cuor di Leone o nella Francia di Carlo Martello dove si credeva che un felino non avrebbe mai aggredito un individuo di stirpe reale perché avrebbe istintivamente riconosciuto in lui un suo simile. Al punto che nel Trecento, l´inglese Edoardo III sfidò Filippo VI di Francia a entrare in una gabbia di leoni affamati per certificare il suo sangue blu.

Da Wikipedia: “Nelle scienze etnoantropologiche, si definiscono cacciatori-raccoglitori quelle popolazioni il cui sistema di alimentazione si basa sulla caccia e sulla raccolta. Queste società non praticano alcuna forma di agricoltura o allevamento, ma fanno leva unicamente sull’acquisizione e il prelievo di cibo dalla natura selvatica (sono perciò dette “società acquisitive”). Il sistema di “caccia e raccolta” fu l’unica forma di sostentamento tra gli uomini del paleolitico. In virtù del processo di domesticazione delle piante e degli animali, venne soppiantata, con la rivoluzione neolitica, dall’agricoltura e dall’allevamento. Tuttavia non tutte le società compirono questo passo e comunque non tutte allo stesso momento: portava infatti benefici ma anche svantaggi e non era adatto o conveniente a tutti i territori. Ancora oggi resistono società di cacciatori-raccoglitori in territori dove la presenza delle società agricole o industriali non li ha ancora spinti (pacificamente o con la forza) ad abbandonare l’organizzazione originaria. Tra queste società figurano i Pigmei e i Boscimani africani, i Semang della Malesia, gli indios dell’Amazzonia. Nell’ideologia del materialismo storico, il sistema di caccia e raccolta costituisce la prima sottofase (fase selvaggia) del comunismo primitivo”.

Mettiamo insieme i dati. Il paradigma della regalità dunque si ‘forma’ gradualmente seguendo queste fasi. Dal mago-sciamano che propizia la caccia diventando incarnazione del ‘signore degli animali’ al ‘re grano’ che muore e risorge per i popoli che ‘scelgono’ la via dell’agricoltura e della sedentarietà, al ‘Padre Celeste’ che è alla base delle religioni dei popoli che ‘scelgono’ il nomadismo e la pastorizie, e che con gli agricoltori sedentari sono destinati a reincontrarsi e scontrarsi (culturalmente e non solo) creando sovrapposizioni e sincretismi. Ad esempio Odino e Zeus, che portano la regalità del grano ma anche la sovranità in cielo tipica delle divinità uraniche di matrice nomadica e indo-europea.

Anche ne Il Re Leone i re stanno in cielo, e in una suggestiva scena Mufasa mostra a Simba le stelle, intimandogli di cercare in loro lo sguardo di chi lo ha preceduto, di cui presto anche lui stesso, suo padre, farà parte. La trama porta ad anticipare il ‘passaggio’ – con il finto incidente, di fatto omicidio, messo in atto da Scar ai danni di Mufasa, come nella miglior tradizione shakespeariana. E Shakespeare è qualcuno che di regalità se ne intende – ma morire e passare la corona è destino del re. Morire, si intende, solo fisicamente, perché il re è un’unico re per tutta la sua dinastia, il padre vive nel figlio e il figlio nel padre (e anche questo si esplicita nella scena in cui Simba si guarda riflesso in uno specchio d’acqua riconoscendo i tratti di Mufasa).

Come funzione, il re non può morire. Ogni re è lo stesso re, sepolto e rinato. È lo stesso grano mietuto e colto. Si diventa re solo dopo che il precedente re è morto. Con o senza crudeltà.

Pensiamo, per l’appunto, al Rex Nemorensis: una tradizione di cui troviamo tracce a partire dal saggio Il ramo d’oro di James Frazer, un classico della letteratura del suo genere. Il sacerdote di Diana nel tempio di Nemi era protagonista di un antico culto, considerato inusuale all’interno del contesto storico dell’antica Roma ma, secondo Frazer, ancora molto presente e radicato. Seguendo la sua interpretazione, il rex – che era ovviamente “rex” solo di nome, essendo l’istituto della regalità stato destituito in Roma già da tempo – agiva sulla natura e sulla fertilità grazie ai suoi poteri. Ma, al sopraggiungere della decadenza fisica del re-mago, non più adatto al suo ruolo sociale, la successione veniva determinata dall’uccisione rituale del Rex Nemorensis da parte di uno sfidante, che lo deve sconfiggere in duello dopo aver spezzato il ramo del boschetto di Diana.

Al di là dell’effettiva attendibilità di quanto riportato da Frazer, più volte messa in discussione, non si può negare che il racconto sia estremamente suggestivo, e che trovi moltissimi paralleli e riscontri nel corso di una lunghissima tradizione, che attraverso il mito e la religione arriva fino alla moderna letteratura: da Edipo a Macbeth, il re, per affermarsi, deve uccidere il suo predecessore. A volte è il figlio a uccidere il padre (Edipo), altre volte – più semplicemente, e meno tragicamente – il padre muore di vecchiaia e il figlio lo sostituisce. A volte i miti e i riti ‘censurano’ il parricidio e mettono semplicemente un erede ‘degno’ in condizione di battere il suo predecessore in una sfida o un duello, eliminando il legame di sangue. Il caso de Il Re Leone è interessante, perché Simba al contempo si sostituisce a suo padre e uccide un predecessore, senza però commettere direttamente parricidio. Innanzitutto, il complotto ordito da Scar – fratello indegno di Mufasa che aspira al ‘trono’ – mette il piccolo Simba in condizioni di ‘provocare’ la morte del padre. Per una disobbedienza (istigata da Scar) il cucciolo si trova al centro di una carica di Gnu. Mufasa muore nel tentativo di salvarlo (e anche per l’intervento dello stesso Scar che, in un momento di difficoltà, invece di aiutarlo a risalire su una roccia lo lascia cadere per essere pestato dal branco). Dopodiché, Scar ‘convince’ Simba che la colpa della morte del genitore è sua. Ed è in parte vero: Simba è indirettamente responsabile della morte di Mufasa, e si porta dentro un senso di colpa che lo porta ad allontanarsi dalla sua carica. Simbolicamente è importantissimo.

Ogni erede porta dentro di sé il senso di colpa per la fine dell’impero del suo predecessore, soprattutto se lui ha dovuto ucciderlo. La versione disneyana del parricidio è un incidente, che comunque mantiene ancora tutta la sua funzionalità rituale. Non solo. Quando Simba torna nella sua terra, cresciuto e maturato, deve sconfiggere Scar in un duello, come nella più classica ordalia.

È un duello – grande tocco di originalità della trama – tutto giocato sull’astuzia e sulla persuasione, poiché Scar è un leone debole che sul piano fisico non avrebbe potuto fronteggiare né il vecchio Mufasa né tantomeno il giovane e vigoroso Simba. Proprio sul senso di colpa fa leva il vecchio malvagio vecchio leone, ma Simba stavolta ha i mezzi per superarlo – vedremo a breve come li ha acquisiti – ed assumere finalmente la carica che gli compete, e alla fine ha la meglio.  Non uccide direttamente Scar – il sacrificio rituale, naturalmente, è andato scomparendo con il progredire della civilizzazione e con l’acquisizione di una ‘morale’, che nasce proprio dall’incontro-scontro della cultura nomadica e di quella sedentaria – ma in un modo o nell’altro il re indegno finisce comunque vittima delle proprie stesse macchinazioni e viene sbranato da un gruppo di Iene che ha tradito, e che lo tradiscono a sua volta.

Insomma, Simba è due volte erede: del re degno Mufasa, morto prima di lui e di cui dovrebbe essere il naturale successore, e del re indegno Scar, da lui sconfitto in duello come il Rex Nemorensis.

Ma come dicevamo, prima di diventare ‘re’ Simba deve evolversi, deve tornare all’origine. Il leone è un animale cacciatore. Il suo essere completo e compiuto si basa su questo.

Il Re Leone non può che essere un ‘re cacciatore’, che però sappia al contempo anche rispettare la natura. Ma nel periodo del suo esilio, quando non sa gestire il suo senso di colpa e dunque, di fatto, seppellire il proprio padre e il lutto per la sua perdita, c’è un momento di stallo. Il re non può risorgere se quello precedente non viene sepolto (e paradossalmente ma non contraddittoriamente ricordiamoci che le credenze religiose occidentali sono frutto di un mix tra i culti agricoli e misterici della terra e l’incontro con la religione celeste dei pastori –in questo caso, ascende anche al Cielo).

Simba acquisisce il suo ruolo anche facendo un passo indietro, se non più di uno, nel percorso evolutivo.

Incontra Timon e Pumbaa, suricato e facocero che vivono in simbiosi campando alla giornata, dedicandosi semplicemente alla raccolta di quello che trovano, proprio come se fossero due esponenti della pre-civiltà paleolitica. Timon è la mente, non intelligente né organizzato ma furbo abbastanza per sopravvivere e trovare quello che serve. Pumbaa è il corpo, forte e muscoloso ma anche puzzolente e petomane, simbolo di un modo di vivere ‘di pancia’, legato alla terra, al legame, al concime, alle larve e a tutto quello che ha a che fare con il ‘basso’, compresi gli istinti di natura scatologica. Se nella versione del 1994 la canzone che rappresenta i due personaggi si interrompeva prima che Pumbaa pronunciasse la parola ‘scorreggiare’, il film odierno la lascia invece pronunciare a piena voce (è uno dei pochi cambiamenti rispetto al canovaccio base), al che sia chiaro il concetto. È una tendenza, quella a evidenziare questo genere di istanze, che coinvolge un po’ tutto il cinema commerciale degli ultimi anni (si vedano anche, ad esempio, i cinecomic con protagonisti i supereroi, che vengono ‘umanizzati’ e desacralizzati anche attraverso l’insistenza su ciò che prima era considerato ‘tabù’, ovvero il campo semantico dell’urinamento, della defecazione e delle relative flatulenze, anche se quasi mai sono gli eroi stessi a esserne implicati, ma piuttosto i cattivi o i personaggi di contorno, con le eccezioni delle eruttazioni dirette di Thor e dell’urina nell’armatura di Iron Man e Ant-Man, risolte con una gag).

Ma nel caso di Pumbaa diventa particolarmente significativo, sfruttando anche una presunta caratteristica ‘biologica’ dell’animale facocero.

Ad ogni modo, Timon e Pumbaa insegnano a Simba che per poter vivere bisogna innanzitutto sopravvivere. Se ne infischiano della politica – non conoscono, tra l’altro, la vera provenienza del loro amico, avvicinato più per ‘convenienza’, dato che è utile avere un leone al proprio fianco, che per vero sentimento amicale – ridono in faccia, pur senza cattiveria, alle credenze religiose del cucciolo – in un momento in cui lui stesso è in dubbio – e lo portano a mangiare, in una scena divertentissima, nel cavo di un tronco d’albero, pieno di insetti e piccoli animali, “viscidi ma saporiti”. Insomma, tutto è pronto. Non c’è bisogno dalla caccia, della fatica, del lavoro, dell’ordine. Non c’è bisogno del re. È il Paradiso Terrestre, il “Ti bastan poche briciole” (se sai accontentarti) che era anche il motto di un altro celebre personaggio prima letterario e poi Disneyano, l’orso Baloo de Il libro della Jungla. Nemmeno le antilopi hanno più paura di Simba, ma nemmeno gli sono amiche. In una linea di dialogo della versione 2019, una di loro lo sbeffeggia, amichevolmente, dicendo “mi hai spaventato, pensavo fossi un leone vero”.

Per questo il ‘ritorno del re’ al suo ruolo non può che essere anche un ritorno alla caccia, ma a un metodo di caccia controllato e pensato per durare, contrastante il dominio di Terrore di Scar e delle Iene che invece devastano il territorio senza pensare alle risorse e al futuro, una sorta di versione cruda dell’’Hakuna Matata’ che però ha riscontri macabri e terrorizzanti, al contrario del simpatico ‘andare alla giornata’ che rievoca la coppia Timon-Pumbaa.

Quando l’equilibrio è ristabilito e il re indegno è cacciato, Simba può finalmente sedere sul trono che gli spetta (simbolicamente, è la rupe della sua ‘esposizione’ iniziale) circondato da famiglia, amici e sudditi, e celebrare l’arrivo di un nuovo ‘successore’, che ripristina il principio di alternanza e di discendenza patrilineare, che è appunto quello ‘scelto’ dalle civiltà nate dall’incontro tra pastori nomadi e agricoltori sedentari dove ha prevalso la tradizione pastorale. In alcune società con un marcato dislivello matrilineare, invece, il ruolo che si riferisce al padre in altre società può essere assunto dallo zio materno che diventa il “padre sociale” dei figli della sorella. Qui abbiamo uno ‘zio’ paterno disfunzionale (Scar) che anche se non è direttamente associabile a una forma di discendenza avunculare, rappresenta comunque un’interruzione del cerchio di alternanza ‘padre/figlio’ nel ruolo del re. Questo cerchio, culturalissimo, esattamente come il naturale ‘cerchio della vita’, non può essere interrotto, anche perché i due sembrano nel film indissolubilmente legati. Se si interrompe il cerchio della cultura regale, anche la natura ne esce devastata. Quando Simba celebra il suo erede, celebra non solo la regalità, ma anche la vita, perché in quel momento, il cerchio della vita viene rinsaldato, e perfino Timon e Pumbaa, che fino a quel momento non ci avevano mai creduto, esultano insieme a Rafiki per la rifondazione del regno.

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