Captain Marvel: la multi-recensione

Captain Marvel è la protagonista della nostra prima Core Story e per l’occasione abbiamo deciso di scrivere una recensione multipla in continuo aggiornamento.

Con i contributi di:

Lorenzo Fantoni – Più in alto, più veloce, più lontano

Loretta Da Costa Perrone – L’importanza della sorellanza

Felice Garofalo – Il giusto punto di vista

Eva Cabras – Captain Marvel non è qui per farsi degli amici

Il parere di Lorenzo – Più in alto, più veloce, più lontano

Più in alto . Rialzarsi dopo ogni caduta, non accettare il no imposto dalla società, rispondere alle provocazioni lavorando ancora più sodo e, se necessario rispondere in maniera fulminea. Questi sono i valori universali di Captain Marvel, valori che parlano a milioni di ragazzi e ragazze che vedranno questi film e che mostrano fin da subito come il paventato terrore di un film “troppo femminista” fossero semplicemente i lamenti di chi proietta su valori di uguaglianza il proprio bisogno di dominare l’altro.

Carol Danvers non fa ciò che fa per dimostrare di essere migliore dei maschi, non lo fa svalutando gli altri o ribaltando i cliché tra chi salva e chi viene salvato. Lo fa perché è ciò che vuole fare.  Tra lei e Samantha Cristoforetti non c’è poi tanta differenza , entrambe sono donne che hanno semplicemente fatto ciò che volevano, senza chiedere alcuno sconto e presentandosi come modelli positivi in quanto tali e non per il loro genere. Poter fare ciò che vuoi vuol dire essere liberi dal pregiudizio altrui, ed è proprio nella liberazione che troviamo i temi che si intrecciano maggiormente con la narrazione di una eroina pensata per essere d’esempio soprattutto a una nuova generazione di ragazze.

D’altronde il background del personaggio, escludendo la sua versione maschile, ha sempre raccontato la storia di donne forti e libere, lontana dalle categorizzazioni canoniche. Chi oggi dice che questo personaggio “è troppo maschile”, chi fa battute sulle forme o sulla tuta continua a perpetrare lo stereotipo di una donna che dev’essere come dice lui.

A un mondo di uomini che cercano di controllarla, di limitarla, di farla giocare secondo le loro regole, per evitare di venire battuti dal suo potere, Captain Marvel risponde “Ho combattuto tutta la vita con le mani dietro la schiena, cosa potrò fare adesso che sono libere?”.

Per farlo, la classica origin story dell’eroe viene ribaltata da un personaggio che ha già sviluppato i propri poteri, ma deve ricordarsi chi è per poter avere una piena consapevolezza di quanto sia forte e di quanto sia stata inconsapevolmente frenata. Una inversione di tendenza estremamente gradita, perché se c’è una cosa di cui non abbiamo più bisogno è l’ennesimo viaggio dell’eroe che finalmente usa i suoi poteri solo negli ultimi trenta secondi di film. Ma se c’è una cosa di cui Captain Marvel aveva bisogno era proprio questo tipo di viaggio, sia dal punto di vista ispirazionale, sia per raccontarsi a una platea che in gran parte non sapeva bene chi fosse. Il risultato è che ciò che avrebbe dovuto in teoria affossare il film in un gorgo di polemiche e accuse di essere dei social justice warrior è invece la sua vera grande forza.

Più veloce. Ecco, è proprio la velocità, anzi il ritmo a mancare in un film che ha visto continue scritture e riscritture, che  fatica in certi momenti ad amalgamare tutte le sue anime: l’azione, la favola morale e l’ironia.  Le scene d’azione sono forse il punto più basso: poco ritmate, nonostante i No Doubt, non spettacolari come ci si aspetterebbe. Il risultato è che, nonostante il carisma di Captain Marvel, soprattutto in versione spaziale crestata, il personaggio non esplode come vorremmo e resta un bel pezzo dance in cui manca il momento in cui alzi realmente le mani al cielo. Di certo non si può dire si può dare la colpa alla Larson, che è arrivata a spingere una jeep in salita per prepararsi al compito che l’attendeva e che riesce a dare al personaggio il carisma le faccette buffe (e quelle incazzate) di cui ha bisogno.

Parlando di faccette buffe: dopo ogni film Marvel siamo sempre qua a lamentarci dei momenti ironici spesso fuori luogo che vengono poi riproposti anche nel film successivo. È evidente che non ci ascoltano e che a qualcuno vanno bene, ormai toccherà scendere a patti con questa idea, perché tra battute sul WiFi (nel ’95? Complimenti agli adattatori italiani) e siparietti tra Nick Fury (qua più giovane, scanzonato e rilassato) e il gatto la situazione è spesso imbarazzante (oppure la adorerete, dipende da voi).  Il tono anni ’90 è pienamente mantenuto sia nella colonna sonora, piena di pezzi di cantanti dell’epoca , da Gwen Stefani alle TLC, ma anche nelle strizzatine d’occhio nostalgiche a cabinati di Street Fighter e Magliette dei NIN, per culminare in una costruzione che è in tutto e per tutto quella di action movie dell’epoca, sempre a metà tra l’eroico e il messaggio salvifico, che sostituisce protagonisti maschili spaccatutto e ironiche spalle e antagonisti femminili con loro contrario. Cinematograficamente siamo insomma nella media per questo tipo di produzioni, di sicuro non tra le prime tre posizioni dell’MCU, ma con qualche tassello messo al suo posto che fa piacere, al di là di un problema di retcon incollata con lo sputo.

La rappresentazione è un fenomeno importantissimo.

Più lontano. La rappresentazione è un fenomeno importantissimo. Ho sempre apprezzato film, serie tv, fumetti e libri con personaggi maschili e femminili senza alcun problema, ma è ovvio che se mi guardo dentro ci sono delle figure che tendenzialmente mi hanno fatto dire “vorrei essere così” e sono quasi sempre degli uomini. Chi pensa che sia un falso problema probabilmente parla dal calduccio di una cultura pop che lo ha sempre coccolato e difeso, che lo ha messo al centro delle sue storie, storie che da sempre guardano al contesto politico (non a caso gli action hero di trent’anni fa fanno parte dell’edonismo reaganiano) che oggi hanno bisogno non di eroi muscolari a petto nudo che ammazzano i russi, ma di  personaggi che parlino a un mondo nuovo, diverso, plurale, un mondo in cui ci sia spazio per tutti. 

Tutti, non solo noi, non solo chi magari ha letto fumetti per 40 anni, ma anche chi si affaccia oggi e ha il nostro stesso diritto di sognare ed emozionarsi, anzi, ancora di più.

Captain Marvel acquista in questo senso un valore che è maggiore della somma delle sue parti, un seme scagliato nella mente di milioni di ragazzi e soprattutto ragazze, che un giorno potrebbe far germogliare in loro il coraggio, la fiducia e la forza di cui questo mondo ha sempre più bisogno. Un giorno anche loro cadranno e, forse, ripensando alle mille volte in cui Carol Danvers si è rialzata, si rimetteranno in piedi.

Il parere di Loretta – l’importanza della sorellanza

Mi è capitato spesso nella vita di sentirmi dire prima, quando ero una bimba, “Sei una femminuccia, non si fanno queste cose!”, “Quello lo possono fare solo i ragazzi!”, e più recentemente “Sei troppo emotiva”, “Devi controllare meglio le tue emozioni altrimenti non andrai lontano” e non ho mai capito il perché di quest’ultimo suggerimento perché sì, mi arrabbio, manifesto le mie emozioni senza troppi filtri ma non colpisco nessuno a suon di pugni fotonici. Questo per dire che a tutte le donne è capitato almeno una volta di deludere le speranze di genitori, amici, fidanzati, parenti che non sapevamo nemmeno di avere e insegnanti su quello che si aspettassero da noi in quanto femmine e il nostro reale modo di voler stare al mondo.

Anche Carol Danvers, protagonista dell’ultimo lavoro targato Marvel, se l’è sentito dire più di una volta e fino a un certo punto ha anche creduto che controllare e reprimere le sue emozioni fosse la cosa giusta per tutti. Poi, grazie anche all’aiuto dell’amica Maria Rambeu, riscopre la sua vera natura, conosce la sua potenza e la libera diventando la super eroina più potente di tutti i tempi.

Facciamo un passo indietro. All’inizio del film conosciamo Vers (Carol) già con dei superpoteri ma non sappiamo da dove vengano e perché li debba controllare. Durante una missione andata male precipita sul pianeta Terra e conosce Nick Fury, un agente dello S.H.I.E.L.D. che possiede ancora entrambi gli occhi (siamo nel 1995) e, visto che la donna non ha nessun ricordo del suo passato, cerca e trova una persona che potrebbe aiutarla a venirne a capo: Maria Rambeau.

Questo ci dimostra quanto sia importante la solidarietà femminile.

Il rapporto tra le due è, per me, un punto chiave del film perché sono più che amiche. Sono una famiglia. Colpisce come la figlia di Maria, Monica, accolga immediatamente, dopo anni in cui avevano perso le sue tracce, la «zia» con grande gioia e non esiti a tirare fuori le foto a dimostrare che fossero davvero una famiglia, il giubbotto di Carol che ha conservato per tutti quegli anni in cui l’ha creduta morta e indossato lei stessa sporcandolo amorevolmente di ketchup.

Scopriamo così quello che hanno vissuto insieme: l’addestramento militare in un mondo di soli uomini, la possibilità di pilotare un aereo che viene negata a entrambe per il solo fatto di essere femmine ma anche gli abbracci e l’amore reciproco che Maria non esita a dimostrare all’amica ritrovata.

Questo ci dimostra quanto sia importante la solidarietà femminile, la sorellanza, le amiche che ti ricordano chi sei, che ti abbracciano, ti accolgono e ti sostengono senza chiederti spiegazioni, senza giudicarti. E quanto sia altrettanto importante allontanarci da chi ci vuole diverse, meno emotive, più controllate secondo non si sa quale criterio.

 Captain Marvel ci ricorda anche che bisogna sempre rialzarsi , come fa Carol da una vita, chiunque tu sia e qualunque cosa tu voglia fare per poter andare più in alto, più lontano, più veloce.

Il parere di Felice – Il giusto punto di vista

Cinque minuti dopo essermi seduto in sala per vedere Captain Marvel, sono stato bersaglio dell’incubo peggiore di ogni cinefilo: dietro di me si è seduta una famigliola con due bambine. Mentre cercavo in sala un punto altrettanto buono per godermi l’ultimo film del MCU, nella mia mente si affacciavano scenari catastrofici di continue domande fatte dalle bimbe ai genitori, sbuffi di noia, calci sullo schienale della mia poltrona e capricci vari. Stavo seriamente prendendo in considerazione i posti laterali in alto perché meglio vedere un film decentrato che non riuscire a seguirlo per niente, quando tra una chiacchiera e l’altra, in sala è arrivato il buio e il film è iniziato.

In quel momento è cominciata la magia del cinema.

E non parlo di quanto accadeva sullo schermo (ci arrivo tra poco), ma di quanto avveniva alle mie spalle. O meglio di quanto NON avveniva. Non un fiato, non una domanda, non un capriccio. Silenzio assorto e religiosa attenzione.

E quindi mi sono dedicato anche io a Captain Marvel.

Fin dai primi minuti, il film urla a tutto schermo la sua diversità dal canone a cui ci ha abituato la Marvel in questi ultimi anni. Non più una prima parte dedicata alla origin story del personaggio ma un eroe già formato, seppur con una consapevolezza parziale dei propri poteri. Non più la Terra al centro dell’universo narrativo ma una partenza intergalattica. E potrei andare avanti così per un po’.

Trovarsi a cavallo tra la fase 2 e la fase 3 del grande affresco del Mcu ha dato alla casa delle idee alcune libertà creative: la scelta di raccontare la storia di Carol Denvers e tutto quello che è accaduto ben prima dell’arrivo degli Avengers va in questo senso, così come tutte le strizzatine d’occhio ai fan della prima ora che si divertiranno a vedere Fury da giovane e l’agente Coulson alle prime armi.

Un personaggio in cui immedesimarsi, una eroina da ammirare, un esempio da seguire. E non mi pare poco, di questi tempi.

Captain Marvel ha il duplice pregio di poter divertire chi già conosce a menadito le storie da cui è tratto il film o tutte le precedenti pellicole del Mcu ma soprattutto di coinvolgere le nuove leve che troveranno in Carole Denvers un’eroina tosta, decisa, intelligente e molto, molto potente.

Il paragone che mi è immediatamente balzato in mente è quello con la nuova trilogia di Guerre Stellari che ha avuto il compito di portare le nuove generazioni nel meraviglioso universo narrativo che fu creato da George Lucas nel lontano 1977. Riuscendoci in maniera egregia, secondo me.

Le reazioni di una parte della fan base scommetto che saranno le stesse: indignazione per il tono scanzonato del rapporto tra la Denvers e Fury, sopracciglia sollevate per le coreografie deludenti dei combattimenti, scuotimento di teste per la poca fedeltà ai fumetti, alzatine di spalle per la retcon a cui siamo chiamati ad assistere.
So che le reazioni saranno queste perché sono state le mie non appena è tornata la luce in sala.

Al contempo, però, quando mi sono girato per mettere la giacca, ho visto le due bambine che erano dietro di me: una stava dormendo – e vabbè, era piccola piccola – ma l’altra  era ancora gasatissima e si rimirava tra le mani la spilla dorata con l’emblema di Captain Marvel.  E allora ho messo a tacere il nerdaccio dentro di me perché in fondo anche io mi sono divertito volando insieme a Carol Denvers (che bomba quel costume, a proposito!), esaltato quando l’ho vista rialzarsi senza colpo ferire e annuito felice quando ho realizzato che gli autori avevano creato un gran bel personaggio femminile.

Un personaggio in cui immedesimarsi, una eroina da ammirare, un esempio da seguire. E non mi pare poco, di questi tempi.

Il Parere di Eva – Captain Marvel non è qui per farsi degli amici

In inglese esiste una bellissima parola usata spesso per definire le donne che hanno smesso di sentirsi in debito per ogni diritto che viene loro concesso: unapologetic, letteralmente che non ha intenzione di scusarsi. Captain Marvel è una supereroina totalmente unapologetic, che si prende senza chiedere il permesso la strafottenza e il senso di superiorità di tantissimi colleghi maschi. Certo,  finché lo fa Tony Stark stanno tutti in brodo di giuggiole, ma la possibilità che a rinunciare alla gentilezza possa essere una femmina ha causato talmente tanti travasi di bile da poterci riempire una piscina olimpionica . Il bello di Captain Marvel, che cinematograficamente qualche difetto ce l’ha, è quindi il lancio di un personaggio femminile che è riuscito a generare fermento e scompiglio. Se Wonder Woman era un manifesto, Captain Marvel è una marcia con lancio di molotov.

Il primo elemento che salta all’occhio nella rappresentazione di Vers è senza dubbio il look. Con buona pace della supereroina amazzone di Patty Jenkins, con la quale il paragone è inevitabile, la tuta integrale della futura Captain Marvel ha effettivamente l’aria di essere utile durante il combattimento, così come lo scenografico casco, che finalmente se ne sbatte di mantenere i capelli in morbide onde setose. Magari i capelli di Wonder Woman sono come quelli di Sansone, ma  che bello vedere ogni tanto qualche ciocca scomposta , o non vederne affatto.

In seguito a un’imboscata intergalattica, Vers viene scaraventata sulla Terra nell’anno 1995. Qui viene espressa in tutto il suo splendore la personalità unapologetic della protagonista, che si lancia all’inseguimento del nemico senza curarsi granché dei civili presenti. Dà una spallata a una vecchietta e non ha certo tempo di fermarsi a chiedere scusa, Vers è una guerriera, ha una missione, e non è in città per socializzare. Se ne frega di rimanere anonima, di rassicurare la popolazione, di non creare troppo disagio. Che prospettiva rinfrescante, soprattutto se unita alla completa mancanza di storyline sentimentale.

Sarebbe bastato un attimo, uno sguardo languido o una battuta ambigua, per trasformare il rapporto tra Vers e il suo mentore Yon-Rogg nell’ennesimo will-they-won’t-they. Invece, la relazione tra i due rimane saldamente sui binari della dinamica di potere tra insegnante e allieva, superiore e matricola, con sfumature di sopraffazione che vengono ridefinite soltanto quando Vers comprende il proprio vero potenziale.

Nel percorso di scoperta dell’identità di Captain Marvel troviamo l’eco di un’altra grande protagonista dalla forza inarrestabile, la Vanya della serie tv The Umbrella Academy, nonché dell’omonimo fumetto di Gerald Way e Gabriel Bá.  Entrambe vengono ingannate dai propri superiori, vengono convinte di non avere il controllo sulla propria emotività, che è invece la chiave per sbloccare tutta la maestosa potenza di cui sono capaci .

Mentre Vanya scopre troppo tardi di essere stata incatenata ed esplode in un turbine di rabbia, Vers incanala le proprie imperfezioni umane in un fuoco dominato da incrollabile forza di volontà. Raggiunto l’apice di consapevolezza, Vers diventa irraggiungibile, anche iconograficamente gloriosa, fiera, magnifica. L’emozione nel vedere una donna con un così dirompente potere al centro della narrazione è qualcosa che aspettavamo da tempo. Wonder Woman ce ne aveva dato un assaggio, Captain Marvel ne ha fatto un ottimo primo piatto.

 

Puoi seguire il resto della Core Story dedicata a Captain Marvel nell’indice.

 

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