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Brit Marling, oltrepassando la Strong Female Lead

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Partendo da un articolo di Brit Marling, analizziamo la necessità di creare personaggi che funzionino secondo valori e percorsi nuovi.

Poco tempo fa, sul New York Times è uscito un articolo firmato da Brit Marling, coautrice e protagonista della serie Netflix The OA. Il pezzo si intola I Don’t Want to Be the Strong Female Lead ed esplora un tema che vorrei vedere discusso sempre più quando si parla di narrazioni contemporanee: come uscire dalla gabbia del viaggio dell’eroe?

Marling riflette sulla necessità di creare personaggi che funzionino secondo valori e percorsi nuovi. È un problema che si pongono tante persone, perché la fiction contemporanea – che sia tv, cinema, gioco o altro – tende a ripetere sempre la stessa struttura. Marling ha già affrontato la questione non in teoria, ma in pratica, con le sue opere.

Mi sono appassionata a Brit Marling nel 2013. All’epoca, prima di Netflix, era un’attrice sconosciuta che si scriveva da sola ruoli da protagonista in piccoli film di fantascienza indie. Quando ho scoperto il suo lavoro, mi ha colpita proprio perché proponeva qualcosa di eccitante e alternativo, in uno spazio che difficilmente era occupato dalle donne. The OA infatti non nasce casualmente: è solo la produzione più recente di due autori, Marling e il socio Zal Batmanglij, con una storia cinematografica alle spalle; una storia che hanno portato alla serialità streaming senza tradire né la propria estetica, né la poetica sviluppata nel corso degli anni.

Con Mike Cahill formavano un trio, in cui era Marling a fare da collante: assieme ai due registi, era lei a scrivere le sceneggiature dei film di cui sarebbe stata la star. Nascono così Another Earth, diretto da Cahill, e Sound of My Voice, diretto da Batmanglij, entrambi del 2011. Sono film realizzati con budget bassissimi e concept altissimi. Hanno l’estetica povera del cinema indipendente, basato su poche immagini fortemente evocative. Nonostante i registi non lavorassero insieme, guardando i loro film si riconosce uno spirito condiviso: sono storie di fantascienza filosofica, permeate di quel misticismo che troviamo anche in The OA.

In Another Earth di Mike Cahill, la vicenda inizia con l’apparizione in cielo di un pianeta speculare al nostro, Terra 2. La comparsa del corpo celeste fa sì che la protagonista Rhoda, interpretata da Marling, si distragga dalla guida della sua auto, causando la morte di alcune persone in un incidente. Quello che segue è il dramma della sofferenza e redenzione di Rhoda, sottolineato dalla presenza continua di Terra 2 che sovrasta l’anonima cittadina americana in cui il film è ambientato.

Sound of My Voice di Zal Batmanglij è un thriller metafisico. Ispirandosi alla vicenda di John Titor dell’internet che fu, Marling e Batmanglij immaginano la storia di Maggie, sedicente viaggiatrice temporale, che sostiene di essere approdata al 2010 viaggiando a ritroso dal 2054. Attorno a lei si forma una setta, di cui Maggie è la santona. Una coppia di documentaristi si infiltra nel suo giro con lo scopo di smascherarla, ritenendola una pericolosa truffatrice, forse una terrorista. Credere a Maggie o non farlo è il focus attorno a cui si sviluppa il loro percorso.

Dopo questi due film, fondamentali per capire la poetica di Marling e dei suoi soci, esce il loro unico titolo minore, The East. Non è terribile, ma gli manca la peculiarità che contraddistingue il resto della loro produzione. Nel 2014 ritroviamo invece la solita impronta in I Origins, diretto da Cahill, che firma da solo una sceneggiatura evidentemente influenzata dagli altri due autori. Il film racconta la ricerca di uno scienziato che lo porta a fare scoperte sulla possibilità della vita oltre la morte. Ancora una volta, anticipando The OA, i temi esistenziali sono declinati in una contaminazione tra fantascienza e misticismo.

The OA è la logica prosecuzione seriale del cinema di Marling, Batmanglij e Cahill. In tutti i loro film incontriamo personaggi messianici, come Prairie, la protagonista di The OA. Come in The OA, i rapporti causali tra gli eventi sono stravolti e la scienza viene introdotta in un territorio melmoso, dove le regole sono ambigue. Come in The OA, ai personaggi sono richiesti atti di fede.  La serie inizia con l’arrivo di una donna misteriosa, scomparsa per anni e poi riapparsa, cambiata. C’è uno scienziato pazzo, c’è un mistero e c’è un racconto nel racconto. Andando avanti, arriviamo al multiverso, ai rompicapi da risolvere aggirando la logica convenzionale (come dice la stessa protagonista: “Non sono pazza, ma penso che la logica sia sopravvalutata”). Sono necessari intuizione, mente aperta e la capacità di affidarsi all’onirico come risorsa.

Nel pezzo per il New York Times, Marling parla di come dopo i suoi primi film fossero arrivate le chiamate ai casting di ruoli che prima nessuno le offriva: donne che sono spie, CEO o magari supereroine. Ecco la categoria della Protagonista-Femmina-Forte menzionata nel titolo. Marling vede in essa caratteristiche universalmente attribuite al potere maschile, e riflette su quali valori rimangano invece esclusi da questo tipo di rappresentazione: l’empatia, la vulnerabilità e la capacità d’ascolto. Mi preme sottolineare come queste divisioni tra maschile e femminile siano totalmente arbitrarie, prive di un fondamento biologico. Ma è innegabile che abitiamo un mondo in cui queste distinzioni vengono spesso compiute, in modo automatico, senza troppa riflessione. Quello che mi interessa davvero del suo discorso è che, secondo Marling, per ottenere un vero equilibrio è necessario associare anche questi valori – empatia, ascolto, vulnerabilità – all’idea di forza.

Marling parla della sua folgorazione per Octavia Butler, cioè la prima scrittrice afroamericana di fantascienza a essere pubblicata nel suo paese – se non la conoscete già, correte a recuperare i suoi romanzi, che stanno iniziando a essere ristampati in Italia. Per Marling, la descrizione dell’empatia come risorsa di sopravvivenza fatta da Butler nella Parabola del seminatore diventa un faro che la guida fuori dagli schemi del viaggio dell’eroe.

In questa resistenza, Marling individua la portata rivoluzionaria del tipo di fantascienza che vuole scrivere lei. Riconoscendo l’importanza della rappresentazione nella nostra vita ordinaria, Marling afferma di non voler essere né la femmina oggettificata, né la quella forte a costo della dominazione, della conquista e della colonizzazione dell’altro. È così che Marling immagina una struttura narrativa aperta a forme nuove. Non è facile, ma penso che nelle due bellissime stagioni di The OA abbia dimostrato che si può fare.

The OA è una serie che a volte viene aspramente attaccata per via di un certo elemento: la presenza di una coreografia usata come apertura di portali tra mondi. Se il concetto di weird espresso da Mark Fisher in The Weird and The Eerie lo vuole connotato dalla sensazione che una certa cosa “non dovrebbe essere lì”, non c’è weirdness più grande di quella provocata dall’introduzione dei movimenti nella vicenda di The OA. È un momento che molti vedono come il salto dello squalo nello show, ma in realtà simboleggia tutto quello di cui si parlava prima.

I movimenti sono assurdi, caricaturali, hanno una carica emozionale che lascia i personaggi nudi, alla mercé del ridicolo, dello sberleffo da parte di chi guarda. Proprio per questo, Marling e Batmanglij li usano per farci compiere lo stesso atto di fede che è richiesto ai personaggi dello show, ponendoci nella loro stessa posizione. La weirdness dei movimenti diventa il fulcro del problema principale che riguarda la figura di Prairie: credere o meno nella verità che ci propone, accettando la forza insita nella sua vulnerabilità. La buona notizia è che tante persone invece di rifiutarla l’hanno accolta a braccia aperte. La cattiva invece è che Netflix alla fine ha cancellato la serie, probabilmente troppo costosa per essere ancora sostenibile; ma sono sicura che Marling e Batmanglij riusciranno a prosperare altrove, magari senza l’interferenza degli algoritmi.

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