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Break Point, dov'è il punto di rottura del tennis?

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La serie Netflix corregge il tiro in corsa. Perché la chiave per essere vincenti non è sul campo: è nella testa dei giocatori

Dopo il successo di Drive To Survive, docuserie dedicata soprattutto ai retroscena della Formula1, Netflix ci riprova: gli stessi produttori tentano di bissare col tennis, con un approccio inedito (fin qui) che mescola giustamente il circuito maschile ATP con quello femminile WTA. Spiace dirlo, ma per Break Point il risultato non è lo stesso della F1. Per due ragioni: una legata al format, una allo spirito che ha animato la scrittura e il montaggio di questa serie.

Iniziamo dalle differenze, in realtà piuttosto ovvie per chi è appassionato, tra F1 e tennis. Innanzi tutto il mezzo: nelle corse automobilistiche, soprattutto quelle di livello mondiale, la macchina conta parecchio. Se guidi una Mercedes, una Ferrari o una Red Bull, avrai decisamente più chance di vincere un Gran Premio: se punti al titolo mondiale, poi, la macchina giusta è indispensabile. Una racchetta, invece, sul campo da tennis conta ma solo fino a un certo punto: più che altro si sceglie lo strumento giusto per dimensioni e geometrie che esaltino lo stile di gioco di ciascun atleta, lo stesso vale per l'incordatura. Ma la questione finisce lì.

Uno contro tutto

Altro aspetto cruciale è la solitudine del tennista: non ci sono comunicazioni radio in campo, non c'è una squadra di tattici che decide quando effettuare il pit stop e quali pneumatici montare. In campo scendono letteralmente due gladiatori, che si contenderanno la vittoria a suon di colpi di diritto e di rovescio, in una sfida soprattutto mentale: conta tenere a freno la paura, concentrarsi sulla propria strategia di gioco, dimenticarsi un errore e passare al punto successivo in pochi secondi. Alle tue spalle non c'è una squadra, al massimo c'è un allenatore e un preparatore atletico: ma soltanto chi raggiunge i vertici delle classifiche può permettersi questo tipo di supporto.

Ed è proprio qui la differenza che penalizza Break Point rispetto a Drive To Survive: il glamour che da sempre circonda il Circus, legato indissolubilmente al fascino di guardare 20 esseri umani che rischiano la vita a oltre 350 chilometri all'ora, non si sposa con la fatica che un tennista deve fare per ore e ore sul campo, sotto il sole, per portare a casa un match. Un torneo dura una settimana, due nel caso di un grande slam, c'è una lunga attesa tra un match e il successivo: la tensione che si respira è diversa, non c'è la frenesia del weekend di gara della F1. Ed ecco che viene meno uno degli strumenti che ha reso tanto appassionante la docuserie Netflix sulle auto, e rende questa (almeno per ora) decisamente meno intrigante.

Il tennis non è la F1

Altro aspetto cruciale sono i retroscena: Drive To Survive funziona benissimo perché consente di dare un'occhiata dietro le quinte del Circus, di ascoltare frasi e scoprire fatti che di solito non sono pubblici. Abbiamo assistito per quattro stagioni (la quinta è in arrivo) alle riflessioni ad alta voce dei Team Principal che decidevano chi appiedare e a chi garantire un sedile, abbiamo saputo qualcosa di più dei pensieri dei piloti anche di uno nei confronti dell'altro. Non c'è invece lo stesso velo di segretezza sul circuito ATP e WTA: gli stati d'animo, le rivalità, sono per lo più palesi e note agli addetti ai lavori così come al pubblico. C'è molto meno da svelare di quanto non ci sia parlando di F1.

Per quanto, dopo il primo episodio, si percepisca chiaramente il tentativo di correggere il tiro e parlare di più dell'aspetto intimo del tennista e della tennista, manca qualcosa. Chi non hai mai visto una partita per intero riuscirà a percepire fino a un certo punto le meccaniche che condizionano il risultato: basta un quindici che va per il verso sbagliato per smontare un intero match, gli stessi giocatori di una vittoria o una sconfitta ricordano il punto che ha fatto la differenza nel bene o nel male. C'è troppo tempo dedicato a quanto succede fuori dal campo, probabilmente, rispetto a quanto dovrebbe essere dedicato a raccontare come 52 settimane l'anno di viaggi, sacrifici, allenamenti, siano tutte vanificate o consacrate da uno scambio di 15 secondi sul campo. Forse un racconto più efficace di cosa significhi davvero essere un tennista era riuscito con Untold, nell'episodio dedicato a Mardy Fish.

Per chiudere il discorso, infine, al racconto di Break Point mancano i protagonisti delle ultime stagioni e quelli che sono probabilmente a oggi i tennisti più importanti della storia. Mancano Roger Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic: manca la star, non basta la presenza di Maria Sharapova che commenta ogni tanto. Mentre la F1 è stata raccontata a ridosso di un cambiamento poi rivelatosi importante, il nuovo regolamento tecnico, il tennis odierno non ha ancora un nuovo re e una nuova regina. Forse tra gli uomini sarà Carlos Alcaraz, che però (spoiler alert!) ha avuto un fine 2022 davvero tormentato. Tra le donne c'è Ons Jabeur. Ma lo vedremo più avanti se saranno meteore o se passeranno alla storia. Magari lo scopriremo nella seconda parte della serie, che arriverà a giugno del 2023.

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