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Berserk, amico mio, sei cambiato tu o sono cambiato io?

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Cosa succede quando il fumetto che ti ha accompagnato negli anni rabbiosi dell'adolescenza prende una strada diversa dalla tua?

Metti l'impossibile: metti riassumere Berserk. “Cazzate” direbbe qualcuno di voi: “C'è un tizio nerboruto che gira per il mondo alla ricerca di vendetta, perché un tizio mingherlino e vagamente efebico gli ha violentato la donna”. Ecco qui, fatto e finito. Berserk in un'esplosione di banalità come raramente se ne potrebbero scrivere, leggere e concepire.

Invece spiegare Berserk non è semplice, perché come per ogni opera di ampio impatto culturale, parliamo di un qualcosa che va oltre la traccia narrativa, ed affonda le sue radici più in profondità, direttamente nei lettori, nella misura in cui quei lettori stanno seguendo le avventure di Gatsu e compagni da un trentennio, talvolta accusando una stanca da manuale, come se quel benedetto viaggio lo stessimo affrontando con il Cavaliere Nero per eccellenza. Vai a capire poi, se questo è, o meno, il progetto metatestuale più subdolo della storia del fumetto.

Caro amico Berserk

Quando penso a Berserk, penso ad un amico. Nella misura in cui mi rendo conto di dover affrontare il cambiamento del manga di Kentaro Miura nello stesso modo in cui ho dovuto affrontare il cambiamento di un caro amico nel corso degli anni che mi hanno portato dall'inizio della pubertà (che poi è il periodo in cui ho cominciato a leggere il manga) sino ad oggi. La cosa curiosa, e ancora una volta diremo “metatestuale” (a patto che si concordi che è la parola più brutta del mondo) è che “il modo in cui le persone cambiano” è poi uno dei temi centrali di buona parte dell'opera, da Gatsu a Grifis, passando a Caska ed a chiunque altro in questo manga abbia dovuto avere a che fare con sé stesso e con l'idea che aveva di sé.

E così quando un amico cresce ti senti pervaso da sensazioni molto contrastanti. Da una parte quel tuo amico è sempre la persona con cui sei cresciuto e con cui hai condiviso un mare di cazzate, di serate, di pessime decisioni. Dall'altro però senti che uno dei due, o tutti e due, cominciate a prendere strade che si discostano dai progetti originali, dall'amicizia nata su base scolastica, sulla fanciullezza, e potreste – ma non è certo un obbligo – cominciare a manifestare i primi sintomi di una scollatura. “Ognuno per la sua strada”, perché è così che funziona il mondo, ed una persona che magari ti sembrava in un modo, finisce per diventare tutto quello in cui te non credi, e non rivedendoti più in quell'amico, in quella condivisione di goliardia, finisce che ti perdi.

Berserk mi ha fatto lo stesso effetto. Nel 1989 il manga di Kentaro Miura parte con innaturale prepotenza, come se il suo autore fosse mosso da sentimenti ferini tenuti per troppo tempo nel profondo delle sue interiora. Berserk parte incazzato, come il suo protagonista, e se ne frega poco di restare confinato entro le mura del buon gusto. È sporco, animalesco e fottutamente cinico. È un manga arrabbiato, che coniuga tematiche ancora oggi taboo, ed una potenza visiva pomposa e coinvolgente. C'era la violenza, c'erano il dolore e la rabbia e una quantità immane di sangue e budella. Qualcosa in Miura lo aveva spinto a raccontare la violenza più malevola, più ammaliante, più gotica e tormentata, priva di qualunque formula di redenzione e questo ci ha eccitati tutti.

Ci siamo arrapati a leggere Berserk, non tanto per il sesso esplicito (sempre e rigorosamente ad uso e consumo della storia), ma perché era un'opera che “se ne fotte”, sintesi perfetta di una rabbia repressa e giovanile che, ammettiamolo, ha animato buona parte dell'adolescenza dal 1960 ad oggi, e che in Berserk trovava voce per mezzo della più raffinata arte manga. Non denuncia, non politica, solo la rabbia, che è poi tutto quello che capisce e parla un teenager da cui, immagino, la presa assurda che ha avuto l'opera sulle generazioni che l'hanno letta dall'89 in giù.

Dal design dei nemici, ricopiati apertamente dai meravigliosi Cenobiti di Clive Barker, sino al continuo inserimento di contenuti sessuali espliciti, senza temere di rappresentare la violenza della guerra, dello stupro e della morte, Berserk fa piazza pulita di qualunque cosa sia stata narrata prima, rifacendosi alla racconto più tipicamente medieval fantasy, ma arricchendolo di un ricchissimo immaginario horror, che lo trasforma in breve tempo nella dark novel per antonomasia, concorrendo assieme al solo Bastard!, altra grande vittima della lungaggine tipica degli autori giapponesi.

Un atto di (mala)fede

Al di là della violenza, tuttavia, Miura comincia pian piano a snocciolare, subdolamente, una miriade di tematiche diverse, dall'ambizione alla ricerca di sé stessi, passando per l'amore fisico e spirituale, sino alla religione ed al senso della fede. La ricerca di sé stessi, che passi attraverso il mondo materiale o quello spirituale, in particolare, porta avanti alcuni degli aspetti più intriganti di alcuni personaggi rendendo, in particolare, la combriccola della Squadra dei Falchi, il più colorato e interessante gruppo di personaggi secondari dell'opera.

Curioso il lavoro speso da parte di Miura per sfaccettare così tanto e così bene un mucchio di vera e propria carne da cannone. Eppure, anche in quel senso si capisce la profondità di Berserk, che ti lascia affezionare a personaggi che ben presto sacrificherà sull'altare dell'ambizione di Grifis, affinché sia più forte nella testa del lettore, l'idea di quanto sia potente il desiderio del Falco Bianco di trascendere l'umano per toccare il divino. Non per sete di potere in sé, ma per ambizione, per essere di più: per avere tutto, subito, sacrificando qualunque cosa per la propria passione.

E così Miura trasforma il principe del campo di battaglia nel protagonista di una versione rovesciata della Passione biblica, dove il termine assume il significato di un supplizio da manuale, con Grifis martoriato e praticamente reso irriconoscibile agli occhi dei suoi cari, come un Cristo che si fa martire per la salvezza del mondo. La sintesi è la medesima, ma è il senso ultimo che è diverso: come il martirio di Anticristo, Grifis si laverà dei suoi peccati per purificare il mondo... nel male e per il male.

Miura, che già da qualche pagina stava introducendo nella sua opera il concetto di “fede”, fa esplodere il tema tra le mani con una potenza visiva e narrativa da manuale, facendo culminare la “resurrezione” del suo anticristo con uno stupro efferato e violento che spezzerà la psiche di Gatsu e della sua amata, Caska. La situazione degenere, il sangue e le morti degli amatissimi Falchi, rendono la conclusione del primo arco narrativo di Berserk un atto letterario memorabile, tale che anche delle tre trasposizioni animate prodotte, sia la prima che quella suddivisa in tre lungometraggi si fermano esattamente qui, come se l'opera fosse finita, fatta e compiuta in concomitanza alla fine della Saga dell'Età dell'oro.

La fine dell’Età dell’Oro

Non è un caso: è questo il momento di massimo splendore dell'opera. Poi le cose cambiano, e non lo fanno in meglio. All'inizio Berserk cerca di mantenersi costante, quanto meno nella sua ricercatezza visiva e nella proposizione di una violenza che non deve mai e poi mai fare i conti con i limiti imposti dal taboo. Gli stupri si susseguono, le morti di bambini e innocenti pure, ma tutto avviene in modo quasi meccanico. Persino il sesso acquista un senso diversa e da strumento per una narrazione potente (e prepotente) diventa pian piano un gioco di fan service con la fetta più pruriginosa dei lettori.

E così Berserk si trasforma, e da opera cupa e pseudo gotica diventa un vero e proprio racconto fantasy, carico di violenza, sì ma senza quella rabbia (preziosa) che ne aveva tenuto insieme i pezzi. Gatsu stesso comincia ad accusare i colpi di un'evoluzione psicologica che, per quanto caratterizzata, finisce per banalizzare il personaggio e Grifis, inaspettatamente risorto (di nuovo) nell'aspetto di un araldo del bene, finisce per diventare un personaggio vuoto, un fantoccio, un pupo siciliano prestato ad eventi che sembrano trasposti dal desiderio del fan più sciatto e masochista.

Le domande si accumulano, ma non arrivano le risposte, e in un gioco a chi ce l'ha più lungo (il mostro, di solito) la battaglia tra bene e male, e tra uomo e Dio, comincia ad assumere i tratti di una guerra tra pupazzi, in cui – ad essere onesti – cominciano a non essere più chiare né le motivazioni, né i nemici. È Grifis il nemico? O magari è il popolo dei Barkilaka? Se non loro forse i Kushan? O forse nessuno di questi ed il vero nemico era e resta La Mano di Dio? Tra intrighi di corte, portali magici, morti che non restano morti, Berserk comincia a sprecare quanto di buono aveva costruito in anni ed anni di carriera.

I nuovi personaggi con ampio potenziale, come Farnese o Serpico, finiscono per essere inghiottiti da un mare di comparse poco memorabili, mettendo da parte ogni spirito di contraddizione che, all'esordio, li aveva resi grandi. I siparietti comici, un tempo assegnati a Pak per stemperare, per quanto possibile, la folle violenza di Gatsu, diventano un must di ogni numero, appesantiti dal carico aggiunto di Isidoro, dapprima ambizioso ladruncolo, poi nulla più che una versione alternativa dell'elfo, giusto un tantino più piagnucoloso.

Berserk si dimentica di sé stesso, comincia a girare in tondo, a prolungare immotivatamente il raggiungimento di eventi che invece sono lì, a portata di mano (uno su tutti l'arrivo nella tanto agognata Terra degli Elfi) e mette da parte il suo animo più cupo e animalesco, e realmente innovativo, per uniformarsi ad un racconto banalmente fantastico il cui unico vezzo, o se vogliamo “piacevole capriccio” è quello di una ricerca artistica e di una perizia nella costruzione del disegno che oggi più che mai può fare scuola.

Attingendo da Bosch, Doré e Escher, Miura trasforma molte delle sue tavole in autentici tributi all'arte europea, divertendosi a mescolare lo stile surrealista dei succitati artisti al suo tratto cupo, frenetico, che fa un abuso spropositato ma ricercato, del nero e delle tonalità di grigio. E così Berserk, quanto meno, diviene un punto di riferimento artistico, ma ne risulta comunque cambiato, se non peggiorato sicuramente “diverso”. È l'icona punk metal che ad un certo punto si disintossica, cambia vita e che quasi intimorita da una vita di droga e abusi (dirà qualcuno “giustamente”) si converte per diventare un raffinato collezionista e espositore d'arte, che se ne sta lì nella sua galleria, con quel tuo amico che oggi ti sembra cambiato in peggio, a disquisire in vestaglia e pipa di noce, su quanto sia silenzioso il motore della sua Tesla. Fanculo!

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