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Bello The Batman, ma dov'è Bruce Wayne?

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Raccontare il Cavaliere Oscuro solo attraverso la maschera, a discapito dell'uomo, significa tradire il personaggio. Perché oltre il mantello c'è molto di più.

Se c'era una cosa che nella macchina dell'hype per The Batman mi aveva sinceramente catturato, era la promessa di un Bruce Wayne diverso dal passato. Un recluso, aveva più volte ripetuto Matt Reeves, una figura disperata, pronta a tutto pur di portare avanti la sua crociata. Addirittura è stato agitato il fantasma di Kurt Cobain, con quella "Something in the way" che si sposa perfettamente con il mood della pellicola.

 

Eppure la bat-caverna ha partorito un pipistrello piccolo piccolo: di Bruce Wayne, in The Batman, c'è ben poco.

 

E non è solo questione di screentime, di una comparazione in termini di minuti e secondi tra l'uomo e la maschera. Ma della scarsa importanza che questo film sceglie, coscientemente, di dare al lato umano dell'eroe. Sia chiaro: sono totalmente a favore della scelta di Reeves di non rimestare, per l'ennesima volta, le origini traumatiche del personaggio. Batman ormai ha più di ottant'anni, fa parte dell'immaginario comune planetario e se qualcuno non ne conosce le origini, oggi ha tutte le risorse per colmare il vuoto.

Mi chiedo però che senso abbia scegliere Robert Pattinson per interpretare un personaggio "doppio", togliendo poi spazio e respiro a quella parte che, complice anche l'assenza della maschera, avrebbe potuto sfruttare davvero le capacità dell'attore britannico.

 

Di Bruce Wayne, in questo film, sappiamo pochissimo e quel poco che sappiamo, lo sappiamo male. Fatta eccezione per un monologo interiore pur ben riuscito, e qualche indizio sparso qua e là, Wayne sembra completamente dissolto nella sua identità eroica, impegnato a riguardare, e registrare su un diario, le sue esperienze da Batman.

 

Per il resto, è vero, fa una vita da recluso, tanto che le sue apparizioni pubbliche suscitano grande scalpore. Ma è proprio segando il rapporto di osmosi e dualità tra Bruce e Batman, e quello pubblico/privato con Gotham City, città co-protagonista del film, che si fa un torto non tanto al mito, ma a ciò che Batman può essere e rappresentare.

Il mio, sia chiaro, non è un giudizio cinematografico tout-court. Del film in quanto tale ha già discusso, e bene, Francesco Tanzillo proprio su queste colonne. Né si può chiedere a Matt Reeves, nel giro di un pur (per me) troppo lungo film, di sintetizzare 80 anni di sfumature spesso complesse. Ma Bruce Wayne non è solo un "macguffin" al contrario, la vittima passiva di un trauma che serve solo da agnello sacrificale per la nascita di un eroe e del suo mito. Bensì sua parte integrante, senza la quale Batman certo non può nascere ma nemmeno continuare a esistere. Non è allora un caso che le tre ultime, grandi, "run" del Cavaliere Oscuro, gestite dalle sapienti mani di Grant Morrison, Scott Snyder e Tom King, si siano ampiamente occupate di rispondere a una domanda: perché Bruce Wayne è Batman? E perché, soprattutto, continua a esserlo, nonostante tutto?

Partiamo proprio dall'opera della premiata ditta Snyder e Capullo, alla quale il plauso del pubblico va (giustamente) per l'invenzione della Corte dei Gufi e per il terrificante showdown finale col Joker in Endgame. Ma se si osserva attentamente, passando anche per Zero Year, la run di Snyder è un continuo lavoro di decostruzione della figura di Batman e del suo mito, partendo proprio dai Gufi, un nemico che risulta terrificante per le sue radici secolari nel ventre di Gotham, ma anche perché per lungo tempo è sfuggito proprio agli occhi del Pipistrello, universalmente (fuori e dentro le pagine) ritenuto tra le menti più acute del pianeta.

 

Snyder lo costringe così a giocare in difensiva, a reinventarsi contro un nemico terribile quanto sfuggente. Lo stesso avviene con Joker poco dopo, determinato a distruggere lo status quo che lo lega a Batman e a spezzare definitivamente il loro, malato, legame simbiotico.

batman endgame

Ma è subito dopo che arriva forse il passaggio più importante, e catartico, di tutta la run. Con Batman fuori dai giochi, tocca a Jim Gordon diventare un nuovo Pipistrello, stavolta meccanizzato e in piena regola con la legge.

 

Batman è morto, perché Bruce Wayne ha perso la memoria della sua vita precedente. Per una decina di numeri, Snyder ci mostra un Bruce libero dal trauma che lo ha tormentato fin dall'infanzia, inconsapevole della sua vita passata, innamorato di una donna, deciso ad essere felice e ad aiutare Gotham attraverso mezzi molto più tradizionali.

 

È qualcosa di semplice eppure stupefacente, quasi innaturale, perché non siamo abituati a vederlo così. E ancora più felice è Alfred, che finalmente sente di aver ritrovato quel bambino, di fatto suo figlio, e di vederlo libero dai suoi fantasmi. Peccato che non sia destinato a durare. Perché Gotham precipita nel caos a causa di Bloom, un antagonista inquietante che sta terrorizzando tutta la città, trasformandone i cittadini in mostri assetati di sangue. Nonostante tutto, qualcosa riaffiora nella mente di Bruce, non tanto ricordi precisi, quanto la sensazione di aver vissuto un'altra vita. E la consapevolezza, in ogni caso, di dover fare qualcosa per salvare la sua città.

Il numero 48 si conclude con un Alfred terrorizzato: qualcuno sta bussando alla porta con forza, ma a sfondarla non è un nemico, non è Bloom. Bensì proprio Bruce, che chiede, anzi, ordina, al maggiordomo di fargli vedere la caverna. Alfred temporeggia, tenta di dissuaderlo, gli spiega in lacrime che finalmente stava per intraprendere una vita felice, quella che si meritava da sempre. Che del caos che attanaglia Gotham se ne prenderà cura qualcun altro, ed è qui che Bruce lo ferma.

 

Io sono Batman, dice.

 

A quel punto Alfred cede, lo porta nella caverna e gli spiega che il "vecchio" Bruce aveva ideato un sistema che avrebbe reso Batman eterno: un macchinario per creare un suo clone, di farlo crescere fino all'età di 27 anni e poi di trasformarlo in Batman bombardandolo con tutti i traumi che avevano colpito il piccolo Bruce. Un esperimento folle, che sarebbe fallito perché secondo i test nessun altro essere umano potrebbe sostenere il peso di quei momenti orribili. Ed è proprio il "nuovo" Bruce che, nonostante tutto, sceglie di sottoporsi a questa tortura. Non per caso, non per intercessione divina, non perché costretto, ma per scelta.

 

Un momento che, a chi ama questo personaggio, farà scendere più di qualche lacrima.

Batman Snyder 2

E non si può certo ignorare l'importanza del lato umano nella lunga, complessa ed emozionale run di Tom King. Tra i momenti chiave, nel numero 24 c'è un dialogo con Gotham Girl, uno dei personaggi creati ad-hoc per questa storia. In cerca di una guida, di qualcuno che le dica cosa fare dei suoi poteri, la ragazza chiede consiglio a Batman. Che le spiega, senza mezzi termini, che tutto questo non è un gioco. Che lui non è Batman perché gli piaccia esserlo, ma perché semplicemente lo è. Che sente di non poter sfuggire a questo destino, che tutto ciò non lo rende felice ma che, nonostante tutto, ci prova ad esserlo.

 

E che a farlo fallire è una dannata paura, la paura che quel trauma possa ripetersi altre cento, mille volte. "Se tutto quello che ho visto non mi spaventasse, allora sarei pazzo. Ma non lo sono, ed è per questo che sono spaventato".

 

Poche pagine dopo ci sarà un altro momento storico, ossia la proposta di matrimonio che Bruce fa a Selina. Un secondo voto, un secondo "per sempre" dopo quello già giurato nella lotta al crimine. Ed è attorno a questa forte volontà di Batman di essere felice anche in quanto Bruce Wayne che si dipana poi il resto della run, fino al confronto con la versione Flashpoint di Thomas e la morte di Alfred, necessaria, secondo King, a dimostrare come Bruce è in grado di reagire, da adulto, in maniera diversa a un trauma molto simile a quello della sua infanzia.

batman Gotham girl

La stessa importanza di Bruce Wayne traspare anche dai sette anni in cui al timone c'è stato sua maestà Grant Morrison. Sette anni di storie che hanno strizzato l'occhio ai lettori enciclopedici, rimescolando e reinventando decine di oscure citazioni, con il chiaro, quanto folle e strampalato, intento di rendere "canonica" ogni epoca fumettistica del Cavaliere Oscuro, da quella più camp a quella più seriosa.

 

Morrison mette sulla graticola Batman, lanciandolo nelle grinfie del Guanto Nero e del diabolico, in tutti i sensi, Dottor Hurt. Ma ancora una volta è Bruce Wayne, nei fatti successivi a Crisi Finale, col suo viaggio nel tempo orchestrato da Darkseid, a dimostrare che non c'è Batman senza di lui, in un cerchio narrativo che in qualche modo lega la figura del pipistrello a quella della famiglia proprio per le scelte e le azioni di Bruce nel corso delle epoche.

 

Una struttura circolare, come ogni storia di viaggio nel tempo richiede, che porta poi a Batman Inc., un progetto visionario e quanto mai "contemporaneo" che vede Wayne intento a esportare in giro per il mondo il "metodo Batman". Evidenziando, come anche nel caso di Dick Grayson, che più del costume conta chi c'è sotto la maschera. Ma più di ogni altro aspetto, al centro della run di Morrison c'è il ruolo di Bruce come padre di Damian, nato dalla complicata relazione con Talia, figlia di Ras Al-Ghul.

 

Una relazione complicata, sofferta e nel finale anche tragica, in grado di scoperchiare aspetti emozionali che fino a quel momento nessuno aveva mai toccato, non certo con la stessa determinazione del grande autore scozzese.

Damian Wayne

Che ormai alla fine della sua reggenza, scriveva: "Quattro numeri e avrò finito. Ma lui sarà ancora qui, anche quando io sarò morto e dimenticato; anche dopo che ce ne saremo andati tutti, Batman ci sarà ancora. E' stato un onore e un privilegio passare così tanto tempo in compagnia di uno dei più grandi personaggi della cultura pop, e sarà strano svegliarsi senza avere nella testa la voce calma, autoritaria e ogni tanto anche un po' cinica di Bruce".

 


 

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