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Star Wars: Episodio 8 Gli Ultimi Jedi - analisi del trailer

Satine Phoenix e TJ Storm a Milano – Il gioco di ruolo per combattere le discriminazioni di genere e scoprire sè stessi

Quando ci hanno comunicato che il DnD Community European Tour avrebbe toccato Milano eravamo entusiasti, un segnale chiaro che il gioco di ruolo non era più solo “una roba da nerd”. Eravamo però un po’ perplessi davanti al nome di una delle special guest star, Satine Phoenix, googlandola non si parlava d’altro che delle sue esperienze come pornostar. Quante cose ignoravamo solo una settimana fa, quante cose abbiamo imparato sulle virtù terapeutiche di Dungeons & Dragons, sull’importanza che riveste nella vita di migliaia di persone vittime di discriminazione e bullismo.

Satine e sul braccio il tatuaggio SELF

Diceva Pirandello nel suo celebre Uno, Nessuno, Centomila: “C’è una maschera per la famiglia, una per la società, una per il lavoro” e mai affermazione sarebbe più azzeccata se cercassimo un aforisma per riferirci a Satine. La famosa giocatrice di ruolo americana ha infatti alle spalle un passato tormentato che fin dall’infanzia l’ha costretta a indossarne molteplici. Quella della figlia abusata dal padre, in famiglia, ma che fuori dalle mura domestiche doveva tacere le molestie per non mettere i genitori in cattiva luce. “Mi facevano sentire in colpa” ci dice lei, tra una lacrima e mille sorrisi, “ma a un certo punto ho capito che non potevo andare avanti così”. Ad appena undici anni Satine tenta il suicidio, esasperata dalla situazione nella quale si trova, ma poi grazie al senso di responsabilità sviluppato con il gioco di ruolo, trova la forza di fermarsi in tempo, scegliendo di continuare a vivere.

La sua fortuna, in quegli anni di solitudine e abbandono, è proprio una scatola blu. Lo scrigno, che i feticisti del vintage ludico sicuramente conoscono, conteneva i manuali del set Expert di Dungeons and Dragons, il gioco di ruolo creato da Gary Gygax e Dave Arneson. Satine inizia così a costruirsi un personaggio a cui è concesso vivere come a lei non è permesso, la sua unica via di fuga, la sua ancora di salvezza.

Avrebbe potuto essere un gioco come tanti, solo un semplice passatempo per evadere dai mostri che combatteva nel mondo reale, e invece no. Come ci ha detto durante l’intervista, “a un certo punto è scattato qualcosa. Nel gioco, se volevo affrontare mostri più forti, dovevo incrementare le mie abilità; all’improvviso ho capito che anche nella vita reale era lo stesso, così ho cominciato a lavorarci su, focalizzandomi sugli aspetti che volevo migliorare.” Prendendosi cura di sé così come si prendeva cura del suo personaggio all’interno del gioco, ha pian piano raggiunto uno stato di consapevolezza e fiducia nelle proprie capacità che le hanno permesso di sconfiggere i suoi demoni.

TJ Storm Master Dungeons & Dragons d’eccezione

Parole di coraggio e speranza quelle pronunciate dall’icona femminile del gioco di ruolo, ma anche di inclusione. Parlando di identità di genere, si è definita decadent, spiegandoci che lei è Satine e che le piace tutto ciò che la fa stare bene, indipendentemente dalle etichette che la società sente l’esigenza di apporvi. Lo stesso vale per la community di Dungeons and Dragons dove si è tutti uguali perché nell’esatto istante in cui ha inizio la sessione spariscono muri, barriere e la paura di essere giudicati. Non importa chi sei né cosa ti piaccia, quando ti siedi al tavolo contano solo classe, razza e allineamento, e poi via a lanciar dadi e affrontare Tarrasque (quei mostri giganti brutti e cattivi che si fa tanta, tanta fatica a sconfiggere). E se qualcuno non fosse d’accordo? “Vai pure, noi restiamo qui; quando ti sentirai pronto potrai tornare e giocare con noi.”

Il gioco di ruolo dimostra di essere un potente strumento di aggregazione per conoscere persone accomunate dalle stesse passioni, ma soprattutto per conoscere meglio sé stessi. Per alcuni giocatori è stato proprio così, Satine ci ha raccontato di alcuni player che, dopo aver utilizzato un certo atteggiamento durante il gioco, hanno poi capito quanto fosse parte integrante del proprio carattere e l’hanno ripreso anche nella vita reale.

TJ coordina il VIP Evening game di DnD

Un mezzo che aiuta nella crescita personale, quindi, ma che infonde anche coraggio per superare situazioni particolari. Parlando di bullismo e molestie, Satine ha citato la tecnica del “combattere un bullo con il bullismo” come qualcosa che è tutto fuorché funzionale. Se si viene molestati o ghettizzati, per quanto verrebbe più facile fuggire o attaccare a propria volta, la tecnica migliore è quella di considerare tutti i punti di vista e tutt’al più archiviarlo come uno spiacevole episodio che non deve segnarci.

Poi è stata la volta di TJ Storm, celebre per le performance in motion capture in film come Godzilla e Captain America: Civil War, che ci ha spiazzato con una sua considerazione. Alla domanda “se potessi tornare a un momento qualunque del tuo passato quale sceglieresti e cosa diresti al TJ del passato?” ha dato una risposta secca, inesorabile “Non ci andrei”, spiegandoci che tutte le difficoltà incontrate durante la vita sono esattamente il motivo per cui è riuscito poi a raggiugere così tanti traguardi. Se avesse saputo prima che ce l’avrebbe fatta, probabilmente non sarebbe stato abbastanza determinato e non avrebbe raggiunto quei risultati che oggi lo rendono fiero e soddisfatto. E di strada in effetti ne ha fatta, passando attraverso famiglie adottive, bullismo per il colore della sua pelle, lezioni di arti marziali per correggere la sua goffaggine, anni di breakdance per pagarsi le lezioni di recitazione prima diventare una celebrità ed entrare per ben tre volte nella Martial Arts Masters Hall of fame.

Francesca Gatti con TJ Storm , Satine Phoenix e le rappresentanti di Asterisco Edizioni e Donne, dadi e dati.

Anche per Satine vale quasi lo stesso discorso: “Non importa quale momento sceglierei, mi direi sempre la stessa cosa: Stai andando alla grande! Continua così: ogni scelta, è la scelta giusta.” Non stupisce quindi che la società di produzione da lei creata, Gilding Light, si ispiri proprio al principio del Kintsukuro, l’arte giapponese di dare nuova vita e bellezza alle cose rotte riparando le crepe con l’oro.

E chi l’avrebbe mai detto che da un evento DnD saremmo tornati a casa con così tante riflessioni sulle virtù terapeutiche del gioco di ruolo e con un messaggio di grande speranza. Ma in fondo hanno proprio ragione Satine e TJ, non importa cosa è accaduto in passato, nulla segna per sempre se non glielo si concede, in ogni momento si può scegliere di ricominciare a vivere, reinventarsi e sognare.

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Chi (non) è Mark Caltagirone e perché ne parlano tutti

Ci sono domande che l’essere umano si pone fin dall’inizio dei tempi: “Chi siamo?”, “Dove andiamo?”, “Perché svolti a destra se hai messo la freccia a sinistra?”, “Come mai quando vado in alta montagna sento più freddo che a valle, se di fatto mi sto avvicinando al Sole?” ma, soprattutto, “Chi diamine è Mark Caltagirone?”.

Ora, probabilmente quest’ultima domanda non sovviene a tutti, soprattutto a chi sia solito bazzicare i programmi di intrattenimento che danno su Mediaset (e questo fa di voi persone che ancora si possono salvare). Tuttavia, se siete personcine fuori dal mondo che grazie a internet hanno smesso di guardare l’attraente scatola magica del salotto, è possibile che vi sia scappato. A me, per esempio, era proprio sfuggito e probabilmente avrei continuato a ignorarne l’esistenza se non mi fossi imbattuta in un certo video su YouTube.

Ogni giovedì alle 14, sul canale di Guglielmo “Willwoosh” Scilla, esce un nuovo video di “Vita Buttata”. Quest’ultimo è un format nel quale lui, il conduttore, in compagnia di un ospite che varia da puntata a puntata, riproduce messaggi vocali mandati dai follower che rispondono alle call to action fatte tramite social (di solito, Facebook). Ogni puntata ha un tema differente e “Gu”, insieme all’ospite, commenta ogni messaggio riprodotto e racconta un aneddoto personale in tema con l’episodio.

Nella puntata uscita giovedì 30 maggio però, per una serie di  problemi tecnici e altri motivi spiegati a inizio video, sulla sedia accanto al conduttore non è seduta alcuna persona visibile. Willwoosh dice però “Sono riuscito a strappare a botta di culo la persona di cui tutti quanti stanno parlando: io sono contentissimo di ospitare, all’interno degli studios de casa mia, Mark Caltagirone!” e poi inizia a parlare con la sedia vuota.

Ora, in molti da bambini hanno avuto (almeno) un amico immaginario (e colgo l’occasione per salutare Gommy, indimenticabile compagna di avventure e viaggi fantastici), ma chi di noi, passati i trent’anni, lo riesumerebbe per co-condurre una puntata incentrata sui messaggi più assurdi mai ricevuti? Esclusa l’opzione del compagno di giochi inventato, ho supposto che Mark Caltagirone fosse uno di quei personaggi che si avvolgono in un alone di mistero per fare aumentare il proprio carisma, un po’ come fanno Liberato, Miss Keta e Marco Barretta. L’ipotesi sembrava sufficientemente soddisfacente, così non ci ho dato peso e sono passata oltre.

Finché nelle storie Instagram del sopracitato Guglielmo non mi sono imbattuta in gag nelle quali parla con Marco “il testimonial della sambuca Molinari” Caltagirone, dove la web star è palesemente da sola. Per quanto sia un ragazzo simpatico e scherzoso, non penso si permetterebbe mai di prendere in giro uno dei suoi ospiti solo per aver scelto di restare nell’ombra. L’unica spiegazione plausibile, era quindi che Mark Caltagirone fosse un nuovo tormentone di cui stavo ignorando l’esistenza.

Fortunatamente però c’è Google, che tutto sa e molto può, al quale mi sono rivolta in cerca di risposte. Ho così scoperto, navigando su Mediasetplay, che la storia di Marco ha inizio nel dicembre 2018, quando una felicissima Pamela Prati si è presentata a Domenica Live al cospetto della regina della domenica pomeriggio, sua maestà, la dottoressa Giò che salva vite solo con espressioni facciali degne di nota, colei che risplende circondata da luci e fari della ribalta: Barbara d’Urso. Alla corte della conduttrice italiana, Pamela ha raccontando di essersi innamorata di un imprenditore edile bello e affascinante, con il quale ha adottato due bambini e che avrebbe sposato da lì a qualche mese.

Poi è iniziata tutta una serie di interviste e apparizioni della showgirl in numerosi programmi e testate, nelle quali ha raccontato del suo amore, dei suoi programmi per il futuro e di una lunga serie di avvenimenti che qui non citeremo perché questo non vuole essere un articolo di gossip ma solo un foglietto illustrativo per comprendere i meme che stanno iniziando a circolare in rete.

 

Infatti, a rendere famosa la coppia Prati-Caltagirone non è stata tanto la notizia delle nozze quanto più la totale assenza del marito. Prima Dagospia, poi tutti gli altri, hanno dato inizio a una caccia all’uomo incalzando la showgirl circa la reale identità di un fidanzato fin troppo timido.

Sotto una pressione così tanto opprimente, a fine maggio l’ex conduttrice de “La sai l’ultima?” si ritrova a confessare in un altro salotto televisivo, quello della Toffanin, che Marco “Mark” Caltagirone, in realtà, non esiste. La poveretta sostiene di essere stata truffata, di essere stata vittima di un raggiro creato da persone a lei molto vicine, si scusa, si strugge e, soprattutto, diventa virale.

Il punto è che dopo così tante versioni e rimescolamenti della stessa vicenda (e sono talmente tanti che su certi siti si parla direttamente di “Pratiful”), essere certi di aver trovato la verità è praticamente impossibile. E se Mark esistesse ma fosse nel programma protezione testimoni e la Prati, pur di proteggere l’amato, scegliesse di immolarsi per lui nella grande gogna del web? E se davvero la poveretta fosse soltanto stata un po’ troppo ingenua e frettolosa, ritrovandosi intrappolata in una vicenda più grande di lei? E se invece fosse tutto un astuto piano calcolato fino al minimo dettaglio solo per ridare un po’ di notorietà a chi, più di vent’anni fa, conduceva programmi come “Scherzi a parte”?

Di sicuro tutto il carrozzone ha giovato all’industria del gossip, alle paginette di meme e a chiunque muoia dalla voglia di vedere qualcuno di famoso cadere, come l’ironia istantanea e lo sciacallaggio sul presunto taccheggio di Marco Carta (poi dimostratosi estraneo ai fatti) hanno dimostrato.

Diceva Oscar Wilde nel suo Dorian Gray “[…] for there is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about” che in italiano è poi divenuto proverbiale come “nel bene o nel male, purché se ne parli”. Non sappiamo se questo sia o meno il caso di Pamela Prati e del suo innamorato, di sicuro nessuno verrà mai a chiederne conto, visto che su questa storia molti hanno campato per giorni; l’unica certezza è che se ora vi imbatterete in meme con Mark invisibili e persone solitarie in sua compagnia, saprete di che si tratta (qualcosa da cui allontanarsi urlando, alla ricerca di cose migliore ndLorenzo).

uhura

Storiemigranti – Tutti hanno una storia da raccontare

C’erano una volta Simone e Nicola, due amici intraprendenti pieni di idee originali e di voglia di metterle in pratica. Quei due ne avevano già combinate di tutti i colori: avevano creato un podcast simpatico, “Il pube in primo piano” e poi un altro buffo, “Power Pizza” (che esce quasi ogni venerdì alle 10.30 su Spreaker); si erano messi in mente di visitare il Giappone, così avevano preso la bicicletta e ci erano andati; lo stesso avevano fatto con le isole Svalbard, glaciali terre nordiche popolate da orsi, e in generale un po’ con tutta l’Islanda, che a quanto pare è visitabile comodamente su due ruote.

Un bel giorno i nostri eroi decisero di cimentarsi in una nuova impresa: collaborare come volontari nei centri gestiti dal Centro di Solidarietà l’Ancora, andando a prestare aiuto nei CAS della zona di Imperia. Per chi non lo sapesse, i CAS sono i Centri di Accoglienza Straordinaria, creati per sopperire temporaneamente alla mancanza di posti nelle strutture ordinarie, qualora ci fosse un ingente numero di persone richiedenti asilo.

Come nel più comune dei racconti, i protagonisti agiscono in trio: nella maggior parte delle avventure passate sono stati accompagnati dal prode Lorenzo, ma la storia che vi voglio raccontare oggi ha a che fare con Andrea Zammataro, il vice-coordinatore Settore migranti presso l’Ancora. Simone, Nicola e Andrea si sono organizzati, hanno creato il progetto nei minimi dettagli e preparato tutti i documenti necessari per potersi cimentare nella nuova impresa. Storiemigranti ne è il risultato: una raccolta di trentadue storie, semplici e vere al pari di questa, che sono state raccontate da trentadue persone venute da lontano a chi le ha volute ascoltare.

Simone Albrigi, noto ai più come Sio, ha dato vita con i suoi disegni semplici e immediati ai racconti narrati dai migranti durante il periodo di volontariato nei CAS.  Non sono tutte testimonianze tristi e strappalacrime come forse qualcuno potrebbe supporre, non c’è nessun desiderio di passare per sconfitti , anzi: la fortissima voglia di vivere che ciascun narratore ha saputo trasmettere al fumettista, emerge da ognuna delle trentadue storie. Molte delle esposizioni motivano il viaggio, spiegando a volte il perché sia stato necessario partire, altre come mai si voglia fare ritorno al più presto; qualcuna è semplicemente un qualcosa di bello che vuole essere condiviso, non per forza realmente accaduto; poche sono testimonianze di condizioni drammatiche, raccontate con la speranza che un domani non lo siano più.

Storiemigranti è realizzato a più mani: le linee di Sio, chiare ed efficaci come sempre, sono corredate dai colori di Davide “Dado” Caporali. I due non sono nuovi alle collaborazioni, dai volumi di Dragorboh alla raccolta Tretrighi abbiamo già avuto le prove di quanto il dinamico duo funzioni bene. Le vignette sono riempite da campiture cariche di tonalità sgargianti che danno vivacità a tutte le trentadue storie; qualche sfumatura per dare spessore all’insieme, ma senza la pretesa di ottenere un risultato verosimile, conservando lo stile “a cartoon” che caratterizza da sempre il fumettista veronese.

La parte migliore di tutta la raccolta però, più delle singole storie, dei disegni e dei colori, sono le foto di Nicola Bernardi. Ciascun fumetto è infatti preceduto da un mezzo busto della persona che l’ha raccontato, che spicca su uno sfondo completamente nero grazie all’ottimo bilanciamento luminoso.  Volti sorridenti, speranzosi, tristi, preoccupati, sorpresi, nascosti e l’elenco degli aggettivi utili a descrivere gli sguardi dei trentadue narratori potrebbe continuare a lungo . Focalizzandosi sullo sguardo catturato e intrappolato nel libro si ha la percezione decisiva di quanto quei viaggi, quelle storie e quelle speranze appartengano a dei reali esseri umani, a delle persone che in quanto tali si aggrappano alla vita con tutta la forza di cui dispongono nonostante tutto. Proprio qui, secondo me, risiede il colpo di genio di Storiemigranti: i racconti non sono firmati da nomi ma da sguardi.

In genere ogni narrazione porta con sé almeno un nome: quello del protagonista o quello dell’autore, anche se spesso compaiono entrambi. Un articolo di giornale, una poesia, un’opera epica o una semplice storia come “C’erano una volta Simone e Nicola” ha con sé l’etichetta che permette di rintracciarla facilmente, così come si fa con le persone, identificate dal proprio appellativo.

L’unico problema è che, abituati come siamo ad ascoltare racconti fin da piccini, è un attimo iniziare a confondere realtà e finzione. Così una storia che non ci tocca da vicino, se troppo drammatica o scomoda, si trasforma velocemente in un qualcosa di verosimile (e perciò di non reale) dal quale è più facile prendere le distanze. Scegliere di firmare le storie con un volto e con uno sguardo concreto sfavorisce il distacco, perché l’etichetta identificativa non è più un nome, fatto di lettere o simboli, ma un insieme di elementi quali occhi, naso, bocca, muscoli contratti, segni del tempo, del sole, della paura e della speranza, che esistono davvero qui e oggi.

Tutto questo è Storiemigranti, il fumetto edito da Feltrinelli e uscito in libreria lo scorso 9 maggio. Le 144 pagine alternano nel lettore momenti di risate ad attimi di occhi lucidi, fornendogli uno spunto di riflessione che possa favorire il dialogo e l’accettazione del prossimo.

Ecco quindi che si conclude un’altra delle storie di Nicola e Simone, che nell’ottobre 2018 hanno deciso di intraprendere una nuova avventura e di raccontarne altre trentadue in Storiemigranti. L’obiettivo è chiaro: lanciare un messaggio di sensibilizzazione rivolto a tutti quanti per ricordare, là dove servisse, che tutti gli esseri umani, prima di essere numeri, dati statistici, “immigrati” o “migranti”, sono persone con una storia da raccontare.

I match di WWE No Mercy 2017

15 Years of Magix, com’è la mostra dedicata alle Winx

Magic Winx!” E chiunque sia stata bambina dal 2004 in poi, sa esattamente cosa comporti questo grido di battaglia.

Bloom che chiude gli occhi e inizia a trasformarsi, avvolta dal potere della fiamma del drago e, subito dopo di lei, tutte le altre fate del Winx Club risplendono negli abiti colorati e glitterati con i quali combattono i cattivi. Stella, Flora, Musa, Tecna e Aisha sono le giovanissime guerriere che insieme a Bloom condividono la vita di tutti i giorni fra le mura del college di Alfea (una sorta di Hogwarts al femminile, con la tecnologia più avanzata e senza quegli aloni dark, tipici dei prodotti targati Warner Bros).

Tuttavia, se anche non ne foste stati appassionati, sono sicurissima che almeno un poco, in questi anni, ne abbiate sentito parlare. Le Winx infatti, nate dalla mente di Iginio Straffi come semplice prodotto di intrattenimento per bambine, sono diventate a tutti gli effetti un fenomeno internazionale che entra di diritto nella cultura pop italiana. Da poco si è conclusa una mostra che ne ha celebrato i 15 anni (pensate che il primo episodio è stato trasmesso su Rai 2 il 28/01/2004) e che ovviamente, da devota fan quale sono, non ho potuto evitare di andare a vedere.

 Da piccola realtà marchigiana, lo studio di animazione Rainbow ha saputo farsi strada nel mondo dei cartoni animati, esordendo con Tommy e Oscar ed esplodendo poi con le Winx. Ad oggi, le avventure delle fate di Magix (la dimensione magica nella quale sono ambientate le vicende) sono state esportate in più di 100 paesi .

La mostra ha raccontato, con tavole originali e bozzetti, l’evoluzione delle giovani avventuriere e di tutto ciò che le riguarda. In primis, gli abiti della primissima trasformazione, quella che per Stella scaturisce dall’anello-scettro all’urlo di “Solaria!” e che per Bloom, adottata da una famiglia di terrestri, avviene spontaneamente solo durante uno scontro in solitaria contro le temibili Trix. Con mio sommo stupore, ho scoperto che in origine il vestito di Stella doveva avere un aspetto differente, che la pelle di Flora doveva essere più scura e, soprattutto, che la tuta viola di Tecna avrebbe dovuto essere verde.

Fra il character design di Bloom Enchantix e Believix (trasformazioni ottenute dalle intrepide protagoniste, rispettivamente, nella terza e quarta stagione) e i disegni preparatori per la serie animata, mi sono ritrovata davanti alla teca contenente le tavole originali dei primi fumetti.

Ora, parlando di Winx nella cultura pop, non si può negare la loro versatilità. Dal cartone animato al fumetto, dai libri ai videogiochi, dagli album di figurine ai giochi da tavolo, dal cinema (ci arrivo tra un attimo) al merchandising più vasto possibile (la mia collezione vantava più di 200 pezzi, dei quali cito: il telefono fisso, lo scendiletto extralarge e una cintura rosa e verde – oggi assolutamente inguardabile, all’epoca inestimabile capo d’alta moda), il fenomeno è approdato in quasi ogni lido. Non sono a conoscenza di un gioco di ruolo a tema, ma la sua esistenza non mi sorprenderebbe troppo.

Molti i cimeli esposti, come il primo fumetto uscito in edicola, un pattino utilizzato nello spettacolo Winx on Ice e un ingente quantitativo di action figures, tutte conservate alla perfezione nella propria scatola. Da quella del principe Sky a quelle delle Trix (Icy, Darcy e Stormy, le antagoniste principali); passando per  Daphne (la sorella segreta di Bloom) e quelle con le trasformazioni più recenti, come Sirenix e Tynix (serie 5 e 7), per i collezionisti c’era da restare a bocca spalancata. Non solo quelli storici però, anche i neofiti avevano di che meravigliarsi: davanti a me c’era una bimba che ha indicato e commentato, con precisione e accuratezza estreme, ogni singola bambola fra le ultime uscite. Le due donne che l’accompagnavano hanno potuto solo tacere e ascoltare, e non fare errori quando interrogate.

Una zona è stata poi riservata all’ottava stagione, il cui primo modulo è stato trasmesso ad aprile su Rai Yoyo e che si concluderà nell’autunno di quest’anno. Esauriti i mondi magici, le fatine di Alfea dovranno affrontare un vecchio nemico (Valtor, l’antagonista-capo della terza stagione) avvalendosi della nuova trasformazione Cosmix, ma grazie all’aiuto di Twinkly, una creaturina fatta di polvere di stelle, riusciranno a portare a termine nuove, emozionanti, avventure intergalattiche.

Infine, vi era una parte di mostra interamente incentrata sui film. Le maxi locandine delle tre pellicole uscite, Il segreto del Regno Perduto (2007), Magica Avventura (2010) e Il mistero degli abissi (2014) facevano da sfondo agli splendidi abiti indossati da Bloom e Sky nel secondo lungometraggio, presenti su due manichini. Parlando di abiti, accanto alle Pixie e ai Cuccioli magici, 7 vestiti spiccavano al centro della stanza.

Sette abiti per sette diverse trasformazioni, fra le quali il Butterflix (introdotto nella settima stagione, ma solo per poche puntate) e il Bloomix (che appare nella sesta stagione, quando la fata di Domino condivide il suo potere con le compagne). Personalmente, ho smesso di essere un’assidua spettatrice già da qualche anno, complici i cambi di orari e di abitudini. Tuttavia, poter ammirare da vicinissimo gli abiti indossati dalle attrici che hanno interpretato le fatine in rappresentazioni musicali quali il Winx Power Music Show o altri spettacoli, mi ha portata a trarre due grosse conclusioni.

La prima è che, qualunque sia la trasformazione scelta, sicuramente non possono mancare i glitter sul vestito. La seconda, è che le Winx sono cresciute con tutti i bambini che come me passavano i pomeriggi a lanciare incantesimi contro nemici immaginari, all’occasione interpretati da animali, parenti o manici di scopa.

Mentre osservavo i tagli sempre più articolati delle vesti, che da una semplice gonnellina e canotta (piene di brillantini) diventano un tripudio di strass e code da sirena in tulle, con pizzi, decori e merletti, ho potuto percepire una vera e propria evoluzione.

Le Winx crescono, ma non perché affrontino cattivi sempre più pericolosi. A farle crescere sono le responsabilità, le quali aumentano man mano che da semplici studentesse diventano custodi di poteri arcani, paladine o regnanti fatte e finite. In tutto questo però, rimangono amiche inseparabili, consapevoli del fatto di poter sempre contare l’una sull’altra.

 Un tema abbastanza banale ma che alla fine, in un tempo come il nostro, nel quale si ricerca sempre un particolare che permetta di spiccare per originalità, forse è proprio la carta vincente.  Con un argomento semplice e spontaneo come l’amicizia che si instaura fra compagni di avventure, misto alla capacità degli autori di saper rinnovare i contenuti e l’aspetto, adattandoli agli sviluppi del contingente, le Winx continuano a piacere e a conquistare un pubblico sempre rinnovato di fatine terrestri, che probabilmente da qualche parte si stanno preparando a uno scontro immaginario, al grido di battaglia di “Magic Winx!”.

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