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La speciale normalità di Harry Dean Stanton

Sulla Nostromo di Alien c’è un personaggio che più di tutti incarna la favolosa banalità di un futuro possibile che rende la potenza visiva del film ancora attuale: Brett.

Brett è un meccanico che vuole semplicemente far funzionare le cose e guadagnare il più possibile, con un occhio ai bonus in busta paga, potrebbe trovarsi su un cacciatorpediniere durante la Seconda Guerra Mondiale, nel mondo post nucleare di Mad Max o in una delle prima fabbriche della Rivoluzione Industriale.

Brett è la normalità, è l’umanità sporca di grasso col cappellino consumato e il giramento di palle continuo, Brett è uno degli esempi più semplice della grandezza di Harry Dean Stanton.

Stanton se n’è andato a 91 anni, lasciandosi alle spalle centinaia di film, alcuni ruoli memorabili, una vita poco pubblicizzata, “uno o due figli” (parole sue), l’amore per Rebecca deMornay, i flirt con Nastassja Kinsky, Debbie Harry e molte frasi che sarebbero un ottimo tatuaggio.

“Mangio solo per poter fumare e rimanere in vita”

Il caratterista nel cinema è un po’ come la senape nell’hotdog o il formaggio sulla pasta, un elemento di contrasto che col suo sapore arricchisce la portata principale. È il mediano che ti fa l’assist, l’asta del saltatore.

I bravi caratteristi sanno che raramente avranno molto spazio sullo schermo, quindi infondono nei loro personaggi qualcosa in più, che sia il tono della voce, la presenza scenica, una battuta particolare, una forza che in qualche modo deve rapire l’attenzione dello spettatore, totalmente concentrata sulla star o sull’azione del momento.

Harry Dean Stanton non funzionava così, la sua era una grandezza basata sulla sottrazione. Riusciva a rubare la scena perché spariva dentro di essa, se la portava dietro, risucchiando tutto e ciò che restava eri tu. La sua forza era riuscire a mantenere una parvenza di normalità anche nelle situazioni più assurde, ogni suo personaggio diventava un ponte fra il film e lo spettatore perché viveva i film come un uomo comune.

“Di solito interpreto me stesso. Qualunque trauma o conflitto psicologico stia attraversando in quel momento cerco di metterlo nel mio ruolo. A volte è abbastanza difficile farcela, ma a volte funziona. Se ciò che sento non corrisponde ai dilemmi del personaggio, allora non faccio il film.”

Così è stato per Alien, così era in Christine, Fuga da New York e Fuoco cammina con me, ma anche in ruoli maggiori, come Paris, Texas. C’era sempre qualcosa di assolutamente “normale” in lui, una forte ma impercettibile connessione col pubblico che gli consentiva di rendere credibile qualunque situazione.

La sua cifra riesce a emergere persino un cinecomic, gli bastano poche battute, un’aria dimessa e qualche gesto per spiegarci tutta l’umanità e il conflitto interiore di Hulk. Peccato che questa scena sia stata rimossa, ma forse era veramente troppo “autoriale” per gli Avenger.

Stanton rappresenta una razza particolare di attori, quelli che sbocciano tardi, che non hanno fretta, fino alla fine dei suoi 50 anni ha sempre fatto cose minori, era la classica comparsa con la faccia da western che mettevi sullo sfondo di una serie di cowboy per rendere il tutto più credibile. Si è svelato al mondo con la stessa lentezza della sua parlata, proprio grazie a un western: Le Colline Blu, scritto dal suo amico Jack Nicholson, per il quale fu anche testimone di nozze e persona da cui rifugiarsi quando il matrimonio si concluse.

Un altro suo grande amico fu Bob Dylan, conosciuto sul set di Pat Garret e Billy the Kid, i due erano soliti andare spesso in macchina e suonare assieme, d’altronde la musica era il secondo amore di Stanton.

Un’altra sua grande passione erano le filosofie orientali, che si legano perfettamente alla sua recitazione che potremmo tranquillamente definire zen e alla scarsità di informazioni sulla sua vita personale.

ALIEN, Harry Dean Stanton, 1979, TM & Copyright (c) 20th Century Fox Film Corp. All rights reserved.

Stanton credeva nel vuoto, nel nulla prima e dopo l’esistenza, nell’accettare ciò che accade e nell’assoluta vacuità delle ansie umane. Quando una volta Marlon Brando gli chiese un parere su di sé, lui rispose “tu sei niente”, ma non perché non lo stimasse, per il semplice fatto che “Realizzare che sei niente è saggezza, realizzare che sei tutto è amore”.

Forse lo capiremo meglio dopo aver visto Lucky, film in cui interpreta un ateo novantenne che ha tutta l’impressione di essere il suo ultimo lascito. La sensazione che si  prova scavando nei suoi ricordi è quella di trovarsi di fronte a uno dei suoi personaggi: gente che le ha viste tutte e porta sulle spalle i ricordi di una vita che si nascondono tra le rughe e dietro un paio d’occhi che sembrano sempre chiederti perché ti senti tanto speciale, quando tutto ciò che resta dopo è il vuoto.

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Dylan Dog: Il Bianco e il Nero

Cosa è un uomo senza le sue paure? Se tutti gli altri sono mostri e tu non lo sei chi è il mostro?

Dylan che cita IT che cita Neil Young con la celebre frase “Fuori dal blu, dentro il nero”. Dylan che inizia a vedere macchie scure che gli altri ignorano, come Bev Marsh nel suo bagno, Dylan che improvvisamente si trova faccia a faccia con l’uomo nero.

Le storie di Dylan Dog si possono dividere in grandi sottogeneri, ci sono quelle action, tipo il crossover con Dampyr, quelle con un profondo risvolto sociale, l’escapismo puro, quelle che portano avanti la sua storia e così via. Il Bianco e il Nero è uno di quei racconti metafisici in cui tutte i personaggi che ruotano attorno a Dylan: Ghost, Groucho, Bloch, Rania, si fanno da parte e lasciano spazio a una storia che si concentra su due temi importanti: la paura e la crescita.

Come in Il mio nome è leggenda, e coerente col tema della mostruosità dell’umano, Dylan si trova in un mondo pieno di creature orribili e questo lo rende automaticamente l’unico mostro in città, un mostro dotato di un potere terribile per un mondo che vive di paure: la gentilezza.

Come puoi aiutare qualcuno che si fa male ogni volta che cerchi di avvicinarti per curarlo? Come visualizzare un mondo che prende vita solo se pensi alle tue paure più grandi senza venirne divorato? Cosa succede quando ti affidi così tanto alla paura da non riuscire più a farne a meno?

La risposta è in una storia di Paola Barbato che in teoria doveva essere solo di 24 pagine, ma in cui il fascino per l’atmosfera, il tema e i dialoghi erano tali che alla fine si è trasformata in un albo completo. La bellezza di Il Bianco e il Nero è che non c’è una sola pagina, una sola vignetta e un solo dialogo che vadano sprecati, tutto è costantemente in bilico tra farsa e tragedia, tra temi interessanti (le paure ci definiscono così come tutto ciò che ci piace, senza non siamo umani) e situazioni paradossali, tra dialoghi divertenti e frasi pesanti come macigni.

Per illustratr tutto questo poche scelte potevano essere migliori di Corrado Roi, anzi forse nessuna lo sarebbe stata, perché la sua capacità di giocare con i chiaroscuri e con le sfumature si rivelano fondamentali per tratteggiare un mondo dell’uomo nero che ricorda Bacon, Giger, Bruegel e Bosch. Quando invece il tratto si fa sottile, quasi come un disegno a matita, allora possiamo apprezzare l’espressività del suo Dylan, la sua bravura nel definirlo sia con molti dettagli che con poche ombre scavate in un bianco abbacinante. D’altronde parliamo di uno dei più grandi disegnatori italiani e una delle colonne portanti di Dylan Dog, non poteva essere altrimenti.

Per quanto riguarda la copertina di Cavenago c’è poco da dire se non che è l’ennesima conferma di un artista che sa rendere unico ogni albo, che la sua scelta come copertinista è stata decisamente felice e che il suo lavoro in questo numero è stato grandioso, visto come è riuscito a rendere un tocco dello stile di Roi senza perdere la sua identità.

Il Bianco e il Nero è una storia appassionante che miscela molto bene gravitas e divertimento, con una spruzzata di metafumetto e tavole ricche di mostri.

E ricordate che mostro viene da monstrum, ovvero prodigio o meraviglia.

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Dunkirk: conta solo l’azione

Un film che come un giardino zen delinea la sua bellezza attraverso l’essenzialità della forma, ma che non rinuncia a una struttura barocca

“Per seguire la Via il samurai deve mantenere l’attenzione sul momento presente e non vacillare, non avere pensieri mondani né essere schiavo delle passioni. Ogni istante è importante e quindi è necessario concentrarsi sempre sul momento presente” Yamamoto Tsunetomo

Uomini di cui non conosciamo il passato e il futuro, azione che parla da sola, che non si spiega con le parole, ma con i gesti, dialoghi ridotti all’osso, al limite del film muto, pure immagini in movimento accompagnate da un tema sonoro ossessionate, come all’alba della cinematografia o nel pieno della nouvelle vague, una trama che non ha bisogno di niente, perché in questo film la storia è la Storia.

Questo è Dunkirk, un film profondamente zen in cui tutto ciò che non è essenziale viene lasciato fuori. Non ci interessa sapere chi erano questi uomini prima che apparissero sullo schermo né abbiamo bisogno di spiegazioni, tutto ciò che ci serve è di fronte ai nostri occhi, ripreso nella magnificenza di una pellicola da 70mm che ci ricorda come mai il cinema è una cosa e vedersi le serie TV sullo schermo del computer è un’altra.

Un film che ha molto in comune con un altro capolavoro che metteva il proprio genio a servizio più del come che del cosa: Fury Road. In entrambi i casi parliamo di viaggi quasi circolari, trame ridotte all’osso, personaggi conosciuti in media res e di immagini e suoni che prendono a schiaffi le sinapsi.

Ma Dunkirk è soprattutto Nolan, quel Nolan che ama i colori freddi e che si trova a sua agio sia nei campi lunghi che nei primissimi piani in stile western, in cui la mossa di un sopracciglio vale più di una pagina di dialoghi, che lascia a Zimmer il compito di sottolineare le immagini con una colonna sonora forse non particolarmente brillante ma adeguatamente assillante, fatta di ticchettii che si insinuano piano piano nel cervello e sembrano sabotare il ritmo del nostro cuore.

Ma soprattutto è il Nolan ossessionato dal tempo e dai suoi incastri, dalla sua non linearità. In Dunkirk arriva al suo punto più alto un discorso iniziato con Following, esploso con Memento e portato avanti in Inception e Interstellar.

Il film si basa su tre elementi: terra, acqua e aria, con tre differenti linee temporali, una settimana, un giorno, un’ora e tre “protagonisti”, un soldato che vuole scappare in ogni modo da Dunkirk, un uomo di mezza età alla guida di una barchetta che cerca di fare la sua parte e un pilota. Queste differenze vengono chiarite nei primi minuti, poi la successione degli eventi si spezzetta, si piega, si incastra e si mescola come i palazzi nei sogni di Di Caprio, per poi rivelarsi nel suo finale, mostrandoci il trucco, come in The Prestige. Capire il puzzle non sarà sempre facile, anzi, rappresenta forse l’unica sfida di un film che per il resto è estremamente asciutto (nonostante le molte scene acquatiche) nella sua rappresentazione.

Attorno alle figure cardine ruotano una serie di personaggi che a volte si incontreranno, a volte, presi come sono a cercare di sopravvivere in uno dei momenti più cruciali della storia moderna.

Con pochissimi elementi su cui appoggiarsi per comprendere, allo spettatore non resta altro che vedere e sentire: le urla dei soldati che hanno paura di morire nella stiva di una nave silurata, i laconici dialoghi tra piloti che decidono quale nemico abbattere, l’incredibile vista di 300.000 persone in fila su una spiaggia che ogni tanto si accucciano per evitare un bombardamento, sperando di potersi rialzare. Ogni immagine ha senso, ogni parola non è detta invano, ogni momento conta come gli altri.

Per il cinema di oggi, in cui la trama è tutto, il dialogo definisce il personaggio, lo spiegone è la regola e il pubblico guarda con la lente ai “buchi di sceneggiatura” ci troviamo di fronte a qualcosa di estremo e sperimentale, ovviamente per quanto riguarda i blockbuster, un’operazione che giusto uno come Nolan si poteva permettere.

Il risultato è un film di pura azione, intesa non solo come cose che esplodono, ma come immagini in movimento, un concentrato di ansia, paura di morire e speranza che Nolan guarda non con l’occhio emozionato e partecipe di uno Spielberg, ma col distacco quasi asettico dell’entomologo: sembra quasi di trovarsi di fronte a un documentario in cui la macchina da presa non parteggia né per il leone, né per la gazzella. Tutti sono importanti, ma nessuno è indispensabile per fare un grande film, quello che una volta avremmo chiamato Kolossal.

Dal punto di vista dello spettatore questo si traduce in una sorta di assedio alle nostre coronarie, non c’è un solo momento che non sia caratterizzato dall’ansia, dalla paura di morire, dal bisogno di fare le cose in fretta, perché la morte è là, presentissima è invisibile. I tedeschi ci sono, ma non li vediamo mai. Come gli indiani di Ombre Rosse sono un’entità invisibile e oppressiva che si manifesta solo nel momento in cui colpisce. Solo alla fine il film decide che finalmente può mollarti la carotide per farti respirare, mentre ti chiedi come hai fatto a reggere così tanti minuti sull’orlo di una crisi di nervi.

I personaggi, raccontati più dai loro gesti che dallo loro parole, sono invece equamente divisi tra due tipi di eroismo: quello “normale” di chi fa il suo dovere e aiuta gli altri, nonostante tutto, come il capitano della barca o il pilota di caccia, incredibilmente interpretato da un Tom Hardy che riesce a trasmettere tutto ciò che serve pur rimanendo tutto il tempo bloccato in un abitacolo e con una maschera per l’ossigeno sulla bocca. E quello di chi sopporta, di chi si arrangia, resiste e cerca comunque di salvarsi con la furbizia e l’egoismo di chi vuole vivere, anche se sarebbe molto più semplice lasciarsi catturare o morire.

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Unica nota stonata, ma parliamo di dettagli da riportare giusto per il gusto di trovare il pelo nell’uovo, è il momento in cui Nolan sul finale decide di allentare un attimo la presa e si concede un momento di realismo magico da film d’azione, sul quale evito di darvi troppi dettagli, quando ci arriverete capirete.

Con Dunkirk ci troviamo di fronte al Cinema, quello bello, fatto con cura, mezzi e capacità, quello che devi vedere nel più grande schermo possibile e che è in grado di spegnere tutto ciò che lo circonda, quello che non si accontenta di essere televisione proiettata sul muro. Siate felici di poter essere i primi a vederlo al cinema e andateci ogni volta che potete.

Capolavoro? Sì.

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Quel pasticciaccio brutto de La Torre Nera

Qualcuno ha dimenticato il volto di suo padre, ma anche del resto della famiglia

Quando sono uscite le prime notizie sull’adattamento de La Torre Nera l’ho difeso a spada tratta da chi lo bollava a priori come una puttanata. Perché la stessa vicenda si può raccontare in mille modi, perché nessuna storia è intoccabile, perché cerco di non giudicare in base alle sensazioni e perché Elba e McConaughey sono attori che stimo.

Ci ho creduto anche quando ho visto Roland lanciarsi nel vuoto e sparare come se fosse in Equilibrium o in un film di John Woo.

Sapevo che non potevo aspettarmi un racconto fedele, sarebbe stato come travasare una botte di vino in un bicchiere. La saga de La Torre Nera è un racconto contorto, esoterico, stratificato e complesso, egualmente diviso tra horror, mito arturiano, western e cyberpunk. Molte delle cose che funzionano su carta sarebbero complicatissime da portare sullo schermo.

D’altronde fin da subito era stato messo in chiaro non sarebbe stata una trasposizione fedele del romanzo, ma un qualcosa che ne prendeva personaggi e suggestioni per dar vita a un lungometraggio che fosse conclusivo, che volendo poteva aprirsi verso una saga cinematografica.

Diciamo che, da quel che ho visto, potremmo anche evitare di menzionare eventuali seguiti, aspettare che il pubblico dimentichi e ripartire fra qualche anno con una bella serie TV di almeno sei o sette stagioni.

Questo è un film che ha dimenticato il volto di suo padre, ma pure di tutti gli altri parenti.

Fondamentalmente ci troviamo di fronte a un racconto fantasy PG-13 per ragazzi in stile “La Storia Infinita” con L’uomo in nero nella parte del Nulla e di Gmork.

I cliché ci sono tutti: il bambino speciale che è la chiave di tutto, ma che i genitori credono pazzo, un mondo parallelo a cui accedere con dei portali e un difensore praticamente invulnerabile, qualche mostro di contorno, demoni in agguato. Su questa impalcatura di base sono stati incollati in maniera frettolosa alcuni elementi del primo capitolo della saga, giusto per dare uno straccio di senso alle varie sequenze in cui Elba spara o McConacoso gigioneggia a fare il cattivone standard, tutto qua. Una roba che cerca di remixare ciò che gli ’80 e ’90 hanno detto sull’argomento senza riuscire ad aggiungere nulla.

Questa forse è l’unica chiave di lettura positiva del film: un racconto fantastico che potrebbe piacere ai ragazzini e forse a qualcuno che non ha letto il libro e ha poco senso critico. Il resto crolla più rumorosamente di quanto non farebbe la Torre.

Dimenticate la gravitas del Pistolero, la complessità del suo personaggio e la sensazione che ogni colpo della sua pistola sia il frutto di un ragionamento profondo. Il Roland del film è fondamentalmente un toro armato e incazzato che si butta a testa bassa contro l’uomo in nero, il quale cerca di rapire bambini in tutto il mondo per lanciare dalla loro testa un raggio laser contro la Torre.

Gli unici aspetti positivi sono, forse, le rappresentazioni visive del Medio-Mondo, la sua desolazione fatta di deserti e strutture di un passato remoto, ma non è niente che un giocatore di Fallout (che viene palesemente citato nei display verdi dei portali) non abbia visto/fatto molto meglio. Poco posso dire sulla recitazione, non avendolo visto in lingua originale, ma il casting dei personaggi principali mi è parso azzeccato. Gli altri si dimenticano subito.

Meno male che alla fine hanno tolto alle pistole quell’effetto “spada laser” azzurrino che rendeva il tutto ancora più posticcio e forzato.

Complice anche la durata abbastanza breve, tutto si muove troppo velocemente, senza darci il tempo di assaporare le cose, di trovare un senso, senza una coesione di fondo. Impossibile anche solo scorgere la complessità di fondo della storia, dei suoi protagonisti del “mondo che è andato avanti”. I rari momenti di tranquillità servono solo per raccontare allo spettatore cosa succederà nelle scene successive, il resto son pistolettate e poco altro. I pochi momenti piacevoli sono quelli di Roland che cerca di ambientarsi nel mondo moderno, ma questo perché il topos narrativo del “tizio di un altro mondo che arriva sulla Terra” funziona sempre.

Sarebbe stato sufficiente condensare il primo libro, catturando quel tanto che bastava della sua essenza per creare una saga che era già comodamente divisa in capitoli, ma si è deciso di proporre una banalissima storia di bene vs male con un bambino nel mezzo che pesca qua e là dall’inizio e dalla fine della saga, incollando pezzi a caso.

Cosa resta allo spettatore dopo la visione? Niente, non una soluzione di regia interessante, non una sequenza d’azione particolarmente originale, tutto scorre frettolosamente, come se il regista e gli attori non vedessero l’ora di concludere. Magari chi non conosceva i libri sarà spinto alla lettura, ma chi li venera cercherà di dimenticare questi 95 minuti il prima possibile, fortunatamente non sarà una missione difficile.

Giudizio finale:

SPOILER PER CHI HA LETTO TUTTI I LIBRI

So che l’avventura di Roland si azzera ogni volta, dunque teoricamente il film inizia là dove finisce il libro, con il pistolero nel deserto che ha ritrovato il corno di Eld, pronto a ripartire, ma fidatevi, per quanto sia un’affascinante chiave di lettura, non cambia niente. Purtroppo resta solo un film bruttino.

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L’incredibile vita di Arnold Schwarzenegger

Un ragazzino austriaco con un piano molto semplice: diventare uno degli uomini più famosi del mondo

I 70 anni di vita di Arnold Schwarzenegger sono stati caratterizzati da un’unica grande costante: ha sempre saputo dove sarebbe voluto essere in futuro. Non sappiamo se tutto ciò che gli è successo sia stato pianificato al 100%, se gli è capitato o se è stato un ripiego di piani ancora più grandiosi, l’unica certezza è che un ragazzino di Thal, Austria, è diventato prima il Bruce Lee del body building, poi uno dei volti più riconoscibili del cinema e infine il governatore di uno degli stati più importanti degli U.S.A.

Questo senza contare le trasmissioni TV, l’impegno per i diritti degli omosessuali, contro il cambiamento climatico e a favore delle Special Olimpics.

Un tratto in comune tra la Quercia Austriaca e un altro action hero, Dolph Lundgren, è la figura paterna problematica. Per Gustav Schwarzenegger, che aveva un passato da militante nel partito nazista (ma privo di crimini di guerra) era infatti normalissimo picchiarlo, tirargli i capelli ed educarlo nel modo più rigido e conformista possibile. Inoltre, spesso lo derideva e lo umiliava di fronte all’altro fratello, Meinhard, il preferito della famiglia. Un disprezzo che nasceva dal sospetto che Arnold non fosse figlio suo. Nonostante lo avesse spinto a praticare sport, il padre lo scherniva soprattutto per il suo sogno di diventare un body builder professionista.

“Mio padre non aveva pazienza nell’ascoltare o capire i problemi degli altri, c’era un muro, un vero e proprio muro”.

Sarà per questo che quando sono morti sia il padre che il fratello, a un solo anno di distanza l’uno dall’altro, Arnold ha disertato entrambi i funerali. Sul perché non sia andato a quello del padre ha più volte cambiato versione. In “Pumping Iron” sostiene fosse per non perdere gli allenamenti, ma in seguito è venuto fuori che si trattava solo di una battuta necessaria per caratterizzare il suo personaggio in maniera più “fredda”.

La madre avrebbe voluto per lui una carriera da venditore, il padre da poliziotto, ma quel ragazzetto di Thal aveva già deciso a 14 anni cosa avrebbe fatto della sua vita. Per fuggire dal padre si rifugiava spesso al cinema e i suoi film preferiti erano quelli di Reg Park, Johnny Weissmuller e Steve Reeves, culturisti prestati al grande schermo che interpretavano uomini forzuti, come Ercole o Sansone.

Il piano era semplice: diventare fortissimo, trasferirsi negli Stati Uniti, fare film e magari sposare una Kennedy.

Per attuarlo fece esattamente ciò che bisogna fare in questi casi: si fece un mazzo così.

Allenarsi diventò per Arnold un’ossessione che andava ben oltre il semplice mantenersi in forma. Durante i fine settimana rompeva il lucchetto della palestra per allenarsi, se saltava una sessione viveva nel rimorso e nello schifo di sé finché non la recuperava.

Il primo passo di Arnold verso la gloria fu il concorso Junior Mr. Europe, nel 1965. A quel tempo svolgeva il servizio militare e chiese il permesso di recarsi alla gara, ma gli fu negato. Partì lo stesso, vinse senza avere idea di come si doveva posare e si beccò una settimana di punizione, ma almeno i suoi superiori capirono che era il caso di supportarlo, concedendogli tempo per allenarsi. Poco dopo riuscì a incontrare Reg Park che gli fece da mentore per molti anni.

D’altronde Arnold era un personaggio decisamente particolare e per particolare intendo un enorme tamarro sbruffone che passava dal fare shopping in mezzo a una tormenta di neve indossando soltanto il costume da gara per impressionare gli altri al perdere una competizione per semplice insicurezza.

Finalmente alla fine degli anni ’60 riesce a farsi notare da Joe Weider, l’inventore di Mr. Olympia, a cui partecipa per la prima volta nel ’69. Si trova di fronte a The Myth, il culturista cubano Sergio Oliva, che per dargli il benvenuto gli fa casualmente notare di essere portatore sano di un dorsale grande più o meno come la Sicilia, oscurando il sole. Arnold perde, ma l’anno dopo si trasferisce in pianta stabile negli Stati Uniti, cambia il suo metodo e conosce il suo storico compagno di allenamento: Franco Columbu. Quella tra Columbu e Arnold è forse una delle storie sportive più belle di sempre, i due a malapena si capivano, ma si sono sempre aiutati e supportati in ogni momento, come veri e propri fratelli d’arme. La maglietta “Arnold Is Numero Uno” che l’attore indossa nella scena in cui fuma la canna gliel’ha regalata Franco.

Da quel momento in poi vincerà per sette volte Mr. Olympia, diventando il più giovane campione e, per molto tempo, l’unico ad averlo fatto per così tante volte.

Gli anni ’70 sono anche quelli dei primi contatti tra Arnold e il mondo del cinema, quello però che spesso sfugge è che non ha iniziato a fare film perché aveva bisogno di soldi. La fama nel body building gli aveva fruttato corsi, contratti di sponsorizzazione che a loro volta gli avevano permesso di fare investimenti nel mondo dell’edilizia insieme a Columbu. Ancora una volta il mito del ragazzone tutto muscoli e niente cervello veniva frantumato da un body builder che sapeva gestire la sua carriera con oculatezza.

L’obiettivo finale era sì diventare un attore, ma alle sue condizioni, non inseguendo qualunque ruolo pur di guadagnare.

Il debutto avviene con Ercole a New York che onestamente non è neanche brutto come concept: Zeus vuole mostrare a Ercole che la Terra è noiosa, quindi lo invia sul posto per fare esperienza, da qua nascono una serie di classici siparietti comici basati sul fatto che Ercole non sa assolutamente niente delle usanze moderne e risolve tutto con la sua forza. Il risultato è un film abbastanza imbarazzante girato con due spiccioli in cui l’Olimpo viene ricavato dentro il Central Park (si sentono i bambini che giocano in sottofondo) e Arnold, che nei credit appare come “Arnold Strong”, viene doppiato per limitare il suo accento austriaco.

Da quel momento inizia ad accaparrarsi qualche parte minore come “uomo d’azione”. È un sicario per Altman ne Il Lungo Addio e si becca un Golden Globe come miglior attore esordiente dopo Il Gigante della Strada nel ’76. D’altronde il ruolo sembra ritagliato sulla sua persona, visto che deve interpretare un body builder coinvolto in loschi traffici che si allena per Mister Universo.

Il salto arrivò con Pumping Iron, da noi L’uomo d’acciaio, un documentario sul body building su cui si basa tutto l’immaginario che ancora oggi abbiamo del culturismo. Insieme a Endless Summer, che fece la stessa cosa per il surf, Pumping Iron ha creato l’iconografia degli Stati Uniti: il corpo come un culto, il surf, la spiaggia, la palestra, l’abbronzatura, il mito di vivere del proprio sogno. Dopo l’uscita del documentario non solo Arnold divenne una stella fuori dalla sua nicchia, ma tutto il movimento del body building diventò parte della cultura di massa.

Tuttavia far conoscere il documentario non fu assolutamente un’impresa semplice perché nessuno era interessato a un film sul culturismo. Chi lo praticava veniva considerato una persona stupida, con tendenze omosessuali e destinato a una vecchiaia col corpo sformato. Insomma, era come oggi fare un documentario sui campionati di Magic. Il film infatti fu girato nel ’75, prima de Il Gigante della Strada, ma uscì solo due anni dopo, sfruttando proprio l’improvvisa attenzione per Schwarzenegger.

Parte dei soldi necessari alla produzione furono infatti ottenuti facendo posare lui e un altro culturista su piattaforme rotanti installate al Whitney Museum, come due moderni Bronzi di Riace.

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Ciò che rende Pumping Iron particolare è che vedendolo puoi già intuire le capacità di Schwarzenegger come comunicatore, nonostante il suo accento. Grazie a lui l’idea di sollevare pesi, assumere steroidi e controllarsi allo specchio in pose assurde diventa una forma d’arte, una ricerca di perfezione. Era una enorme nerd della muscolatura che riusciva, non si sa come, a risultare figo non un pazzo ossessionato dal suo corpo. Il suo messaggio era che potevi essere a tuo agio con le tue ossessioni se eri in grado di parlarne apertamente e spiegare ciò che ti faceva battere il cuore a chi ti guardava con sospetto. Era un uomo che viveva delle sue passioni e non chiedeva scusa a nessuno.

Con questa idea in mente tutto il resto della sua carriera, anche quella politica, assume una connotazione completamente diversa rispetto al semplice “tizio grosso che interpreta tizi grossi al cinema”.

L’idea di Conan (analizzato come si deve su I 400 calci) nasce dalla voglia di saghe e fantastico nata dopo Star Wars e Schwarzenegger è semplicemente l’uomo giusto al momento giusto visto che sembra uscito da una copertina disegnata da Frazetta. Lo fa perché gli piace, non perché ha bisogno di soldi, ne ha già tantissimi grazie agli investimenti immobiliari.

Con Conan potremmo riempire almeno altre cinque pagine, ma anche cercando la sintesi è impossibile non raccontare la storia di quello che doveva essere un film di Oliver Stone pieno di avventure e che viene trasformato da Milius in un romanzo di formazione in cui ogni spadata è la metafora di un uomo che cerca di capire il mondo e sé stesso. Ancora una volta siamo di fronte alla bellezza della cultura pop e delle mille chiavi di lettura possibili.

Così come non si può non citare il fatto che Conan parla per la prima volta al 22esimo minuto, quando dà la sua famosa idea delle cose belle della vita, che Arnold rischiò di essere sbranato dai cani e che usò l’allenamento per il film per vincere il suo ultimo Mr. Olympian, barattando nel frattempo lezioni di recitazione da James Earl Jones con dritte su come tenersi in forma. Cercare di valutare l’impatto di Conan sulla cultura popolare dell’epoca, in particolare su alcune band metal, vorrebbe dire imbarcarsi in un lavoro che farebbe ridere Crom molto forte.

Così come sarebbe assurdo continuare a enumerare i successi di una vita vissuta cercando di essere sempre esattamente dove si vuole essere, facendo ciò che si vuole fare, e a cui ovviamente non sono mancati passi falsi, come il figlio avuto con la governante che ha poi portato al divorzio da Maria Shriver.

La sua rivalità con Stallone, sublimata poi in una splendida amicizia, il suo contendersi con lui e pochi altri il posto al centro del nostro immaginario e la capacità di ritagliarsi ruoli dentro i principali film degli ultimi anni come Predator (dove finse di soccombere a Jesse Ventura in una gara a chi aveva il bicipite più grande), Terminator (per il quale dovette persuadere Cameron che sarebbe stato più convincente nei panni del robot piuttosto che in quelli di Kyle Reese) o Commando.

Ma anche la svolta ironica e meta di Last Action Hero, il ritorno alla grande di True Lies. Il tutto senza mai perdere di vita i propri affari, tipo il Planet Hollywood, da cui si sganciò appena le cose iniziarono ad andare male, o il culto della propria persona, guidando ad esempio la prima Hummer per uso civile.

Fu il suo no a Die Hard a consacrare Bruce Willis come eroe dalla canotta insanguinata e per il ruolo di Hulk gli fu invece preferito il collega e rivale Lou Ferrigno

Va anche detto che in Italia ha sempre avuto ottimi doppiatori, quindi siamo cresciuti con l’idea distorta di un attore dotato anche di una voce affascinante.

Potete anche scuotere la testa di fronte ai film “americanata” pieni di esplosioni e assurdità, potete senza dubbio trovare delle ombre nel suo operato politico e forse anche nella sua vita, ma analizzando la vita di Arnie l’unica certezza è che difficilmente si può sbagliare cercando di imitare la sua etica per il lavoro.

Nella peggiore delle ipotesi diventereste delle ottime persone, in grado di sollevare un’auto, che non hanno portato a termine il sogno della loro vita, c’è di peggio.

Hasta la vista, baby

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