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Dunkirk: conta solo l’azione

Un film che come un giardino zen delinea la sua bellezza attraverso l’essenzialità della forma, ma che non rinuncia a una struttura barocca

“Per seguire la Via il samurai deve mantenere l’attenzione sul momento presente e non vacillare, non avere pensieri mondani né essere schiavo delle passioni. Ogni istante è importante e quindi è necessario concentrarsi sempre sul momento presente” Yamamoto Tsunetomo

Uomini di cui non conosciamo il passato e il futuro, azione che parla da sola, che non si spiega con le parole, ma con i gesti, dialoghi ridotti all’osso, al limite del film muto, pure immagini in movimento accompagnate da un tema sonoro ossessionate, come all’alba della cinematografia o nel pieno della nouvelle vague, una trama che non ha bisogno di niente, perché in questo film la storia è la Storia.

Questo è Dunkirk, un film profondamente zen in cui tutto ciò che non è essenziale viene lasciato fuori. Non ci interessa sapere chi erano questi uomini prima che apparissero sullo schermo né abbiamo bisogno di spiegazioni, tutto ciò che ci serve è di fronte ai nostri occhi, ripreso nella magnificenza di una pellicola da 70mm che ci ricorda come mai il cinema è una cosa e vedersi le serie TV sullo schermo del computer è un’altra.

Un film che ha molto in comune con un altro capolavoro che metteva il proprio genio a servizio più del come che del cosa: Fury Road. In entrambi i casi parliamo di viaggi quasi circolari, trame ridotte all’osso, personaggi conosciuti in media res e di immagini e suoni che prendono a schiaffi le sinapsi.

Ma Dunkirk è soprattutto Nolan, quel Nolan che ama i colori freddi e che si trova a sua agio sia nei campi lunghi che nei primissimi piani in stile western, in cui la mossa di un sopracciglio vale più di una pagina di dialoghi, che lascia a Zimmer il compito di sottolineare le immagini con una colonna sonora forse non particolarmente brillante ma adeguatamente assillante, fatta di ticchettii che si insinuano piano piano nel cervello e sembrano sabotare il ritmo del nostro cuore.

Ma soprattutto è il Nolan ossessionato dal tempo e dai suoi incastri, dalla sua non linearità. In Dunkirk arriva al suo punto più alto un discorso iniziato con Following, esploso con Memento e portato avanti in Inception e Interstellar.

Il film si basa su tre elementi: terra, acqua e aria, con tre differenti linee temporali, una settimana, un giorno, un’ora e tre “protagonisti”, un soldato che vuole scappare in ogni modo da Dunkirk, un uomo di mezza età alla guida di una barchetta che cerca di fare la sua parte e un pilota. Queste differenze vengono chiarite nei primi minuti, poi la successione degli eventi si spezzetta, si piega, si incastra e si mescola come i palazzi nei sogni di Di Caprio, per poi rivelarsi nel suo finale, mostrandoci il trucco, come in The Prestige. Capire il puzzle non sarà sempre facile, anzi, rappresenta forse l’unica sfida di un film che per il resto è estremamente asciutto (nonostante le molte scene acquatiche) nella sua rappresentazione.

Attorno alle figure cardine ruotano una serie di personaggi che a volte si incontreranno, a volte, presi come sono a cercare di sopravvivere in uno dei momenti più cruciali della storia moderna.

Con pochissimi elementi su cui appoggiarsi per comprendere, allo spettatore non resta altro che vedere e sentire: le urla dei soldati che hanno paura di morire nella stiva di una nave silurata, i laconici dialoghi tra piloti che decidono quale nemico abbattere, l’incredibile vista di 300.000 persone in fila su una spiaggia che ogni tanto si accucciano per evitare un bombardamento, sperando di potersi rialzare. Ogni immagine ha senso, ogni parola non è detta invano, ogni momento conta come gli altri.

Per il cinema di oggi, in cui la trama è tutto, il dialogo definisce il personaggio, lo spiegone è la regola e il pubblico guarda con la lente ai “buchi di sceneggiatura” ci troviamo di fronte a qualcosa di estremo e sperimentale, ovviamente per quanto riguarda i blockbuster, un’operazione che giusto uno come Nolan si poteva permettere.

Il risultato è un film di pura azione, intesa non solo come cose che esplodono, ma come immagini in movimento, un concentrato di ansia, paura di morire e speranza che Nolan guarda non con l’occhio emozionato e partecipe di uno Spielberg, ma col distacco quasi asettico dell’entomologo: sembra quasi di trovarsi di fronte a un documentario in cui la macchina da presa non parteggia né per il leone, né per la gazzella. Tutti sono importanti, ma nessuno è indispensabile per fare un grande film, quello che una volta avremmo chiamato Kolossal.

Dal punto di vista dello spettatore questo si traduce in una sorta di assedio alle nostre coronarie, non c’è un solo momento che non sia caratterizzato dall’ansia, dalla paura di morire, dal bisogno di fare le cose in fretta, perché la morte è là, presentissima è invisibile. I tedeschi ci sono, ma non li vediamo mai. Come gli indiani di Ombre Rosse sono un’entità invisibile e oppressiva che si manifesta solo nel momento in cui colpisce. Solo alla fine il film decide che finalmente può mollarti la carotide per farti respirare, mentre ti chiedi come hai fatto a reggere così tanti minuti sull’orlo di una crisi di nervi.

I personaggi, raccontati più dai loro gesti che dallo loro parole, sono invece equamente divisi tra due tipi di eroismo: quello “normale” di chi fa il suo dovere e aiuta gli altri, nonostante tutto, come il capitano della barca o il pilota di caccia, incredibilmente interpretato da un Tom Hardy che riesce a trasmettere tutto ciò che serve pur rimanendo tutto il tempo bloccato in un abitacolo e con una maschera per l’ossigeno sulla bocca. E quello di chi sopporta, di chi si arrangia, resiste e cerca comunque di salvarsi con la furbizia e l’egoismo di chi vuole vivere, anche se sarebbe molto più semplice lasciarsi catturare o morire.

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Unica nota stonata, ma parliamo di dettagli da riportare giusto per il gusto di trovare il pelo nell’uovo, è il momento in cui Nolan sul finale decide di allentare un attimo la presa e si concede un momento di realismo magico da film d’azione, sul quale evito di darvi troppi dettagli, quando ci arriverete capirete.

Con Dunkirk ci troviamo di fronte al Cinema, quello bello, fatto con cura, mezzi e capacità, quello che devi vedere nel più grande schermo possibile e che è in grado di spegnere tutto ciò che lo circonda, quello che non si accontenta di essere televisione proiettata sul muro. Siate felici di poter essere i primi a vederlo al cinema e andateci ogni volta che potete.

Capolavoro? Sì.

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Quel pasticciaccio brutto de La Torre Nera

Qualcuno ha dimenticato il volto di suo padre, ma anche del resto della famiglia

Quando sono uscite le prime notizie sull’adattamento de La Torre Nera l’ho difeso a spada tratta da chi lo bollava a priori come una puttanata. Perché la stessa vicenda si può raccontare in mille modi, perché nessuna storia è intoccabile, perché cerco di non giudicare in base alle sensazioni e perché Elba e McConaughey sono attori che stimo.

Ci ho creduto anche quando ho visto Roland lanciarsi nel vuoto e sparare come se fosse in Equilibrium o in un film di John Woo.

Sapevo che non potevo aspettarmi un racconto fedele, sarebbe stato come travasare una botte di vino in un bicchiere. La saga de La Torre Nera è un racconto contorto, esoterico, stratificato e complesso, egualmente diviso tra horror, mito arturiano, western e cyberpunk. Molte delle cose che funzionano su carta sarebbero complicatissime da portare sullo schermo.

D’altronde fin da subito era stato messo in chiaro non sarebbe stata una trasposizione fedele del romanzo, ma un qualcosa che ne prendeva personaggi e suggestioni per dar vita a un lungometraggio che fosse conclusivo, che volendo poteva aprirsi verso una saga cinematografica.

Diciamo che, da quel che ho visto, potremmo anche evitare di menzionare eventuali seguiti, aspettare che il pubblico dimentichi e ripartire fra qualche anno con una bella serie TV di almeno sei o sette stagioni.

Questo è un film che ha dimenticato il volto di suo padre, ma pure di tutti gli altri parenti.

Fondamentalmente ci troviamo di fronte a un racconto fantasy PG-13 per ragazzi in stile “La Storia Infinita” con L’uomo in nero nella parte del Nulla e di Gmork.

I cliché ci sono tutti: il bambino speciale che è la chiave di tutto, ma che i genitori credono pazzo, un mondo parallelo a cui accedere con dei portali e un difensore praticamente invulnerabile, qualche mostro di contorno, demoni in agguato. Su questa impalcatura di base sono stati incollati in maniera frettolosa alcuni elementi del primo capitolo della saga, giusto per dare uno straccio di senso alle varie sequenze in cui Elba spara o McConacoso gigioneggia a fare il cattivone standard, tutto qua. Una roba che cerca di remixare ciò che gli ’80 e ’90 hanno detto sull’argomento senza riuscire ad aggiungere nulla.

Questa forse è l’unica chiave di lettura positiva del film: un racconto fantastico che potrebbe piacere ai ragazzini e forse a qualcuno che non ha letto il libro e ha poco senso critico. Il resto crolla più rumorosamente di quanto non farebbe la Torre.

Dimenticate la gravitas del Pistolero, la complessità del suo personaggio e la sensazione che ogni colpo della sua pistola sia il frutto di un ragionamento profondo. Il Roland del film è fondamentalmente un toro armato e incazzato che si butta a testa bassa contro l’uomo in nero, il quale cerca di rapire bambini in tutto il mondo per lanciare dalla loro testa un raggio laser contro la Torre.

Gli unici aspetti positivi sono, forse, le rappresentazioni visive del Medio-Mondo, la sua desolazione fatta di deserti e strutture di un passato remoto, ma non è niente che un giocatore di Fallout (che viene palesemente citato nei display verdi dei portali) non abbia visto/fatto molto meglio. Poco posso dire sulla recitazione, non avendolo visto in lingua originale, ma il casting dei personaggi principali mi è parso azzeccato. Gli altri si dimenticano subito.

Meno male che alla fine hanno tolto alle pistole quell’effetto “spada laser” azzurrino che rendeva il tutto ancora più posticcio e forzato.

Complice anche la durata abbastanza breve, tutto si muove troppo velocemente, senza darci il tempo di assaporare le cose, di trovare un senso, senza una coesione di fondo. Impossibile anche solo scorgere la complessità di fondo della storia, dei suoi protagonisti del “mondo che è andato avanti”. I rari momenti di tranquillità servono solo per raccontare allo spettatore cosa succederà nelle scene successive, il resto son pistolettate e poco altro. I pochi momenti piacevoli sono quelli di Roland che cerca di ambientarsi nel mondo moderno, ma questo perché il topos narrativo del “tizio di un altro mondo che arriva sulla Terra” funziona sempre.

Sarebbe stato sufficiente condensare il primo libro, catturando quel tanto che bastava della sua essenza per creare una saga che era già comodamente divisa in capitoli, ma si è deciso di proporre una banalissima storia di bene vs male con un bambino nel mezzo che pesca qua e là dall’inizio e dalla fine della saga, incollando pezzi a caso.

Cosa resta allo spettatore dopo la visione? Niente, non una soluzione di regia interessante, non una sequenza d’azione particolarmente originale, tutto scorre frettolosamente, come se il regista e gli attori non vedessero l’ora di concludere. Magari chi non conosceva i libri sarà spinto alla lettura, ma chi li venera cercherà di dimenticare questi 95 minuti il prima possibile, fortunatamente non sarà una missione difficile.

Giudizio finale:

SPOILER PER CHI HA LETTO TUTTI I LIBRI

So che l’avventura di Roland si azzera ogni volta, dunque teoricamente il film inizia là dove finisce il libro, con il pistolero nel deserto che ha ritrovato il corno di Eld, pronto a ripartire, ma fidatevi, per quanto sia un’affascinante chiave di lettura, non cambia niente. Purtroppo resta solo un film bruttino.

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L’incredibile vita di Arnold Schwarzenegger

Un ragazzino austriaco con un piano molto semplice: diventare uno degli uomini più famosi del mondo

I 70 anni di vita di Arnold Schwarzenegger sono stati caratterizzati da un’unica grande costante: ha sempre saputo dove sarebbe voluto essere in futuro. Non sappiamo se tutto ciò che gli è successo sia stato pianificato al 100%, se gli è capitato o se è stato un ripiego di piani ancora più grandiosi, l’unica certezza è che un ragazzino di Thal, Austria, è diventato prima il Bruce Lee del body building, poi uno dei volti più riconoscibili del cinema e infine il governatore di uno degli stati più importanti degli U.S.A.

Questo senza contare le trasmissioni TV, l’impegno per i diritti degli omosessuali, contro il cambiamento climatico e a favore delle Special Olimpics.

Un tratto in comune tra la Quercia Austriaca e un altro action hero, Dolph Lundgren, è la figura paterna problematica. Per Gustav Schwarzenegger, che aveva un passato da militante nel partito nazista (ma privo di crimini di guerra) era infatti normalissimo picchiarlo, tirargli i capelli ed educarlo nel modo più rigido e conformista possibile. Inoltre, spesso lo derideva e lo umiliava di fronte all’altro fratello, Meinhard, il preferito della famiglia. Un disprezzo che nasceva dal sospetto che Arnold non fosse figlio suo. Nonostante lo avesse spinto a praticare sport, il padre lo scherniva soprattutto per il suo sogno di diventare un body builder professionista.

“Mio padre non aveva pazienza nell’ascoltare o capire i problemi degli altri, c’era un muro, un vero e proprio muro”.

Sarà per questo che quando sono morti sia il padre che il fratello, a un solo anno di distanza l’uno dall’altro, Arnold ha disertato entrambi i funerali. Sul perché non sia andato a quello del padre ha più volte cambiato versione. In “Pumping Iron” sostiene fosse per non perdere gli allenamenti, ma in seguito è venuto fuori che si trattava solo di una battuta necessaria per caratterizzare il suo personaggio in maniera più “fredda”.

La madre avrebbe voluto per lui una carriera da venditore, il padre da poliziotto, ma quel ragazzetto di Thal aveva già deciso a 14 anni cosa avrebbe fatto della sua vita. Per fuggire dal padre si rifugiava spesso al cinema e i suoi film preferiti erano quelli di Reg Park, Johnny Weissmuller e Steve Reeves, culturisti prestati al grande schermo che interpretavano uomini forzuti, come Ercole o Sansone.

Il piano era semplice: diventare fortissimo, trasferirsi negli Stati Uniti, fare film e magari sposare una Kennedy.

Per attuarlo fece esattamente ciò che bisogna fare in questi casi: si fece un mazzo così.

Allenarsi diventò per Arnold un’ossessione che andava ben oltre il semplice mantenersi in forma. Durante i fine settimana rompeva il lucchetto della palestra per allenarsi, se saltava una sessione viveva nel rimorso e nello schifo di sé finché non la recuperava.

Il primo passo di Arnold verso la gloria fu il concorso Junior Mr. Europe, nel 1965. A quel tempo svolgeva il servizio militare e chiese il permesso di recarsi alla gara, ma gli fu negato. Partì lo stesso, vinse senza avere idea di come si doveva posare e si beccò una settimana di punizione, ma almeno i suoi superiori capirono che era il caso di supportarlo, concedendogli tempo per allenarsi. Poco dopo riuscì a incontrare Reg Park che gli fece da mentore per molti anni.

D’altronde Arnold era un personaggio decisamente particolare e per particolare intendo un enorme tamarro sbruffone che passava dal fare shopping in mezzo a una tormenta di neve indossando soltanto il costume da gara per impressionare gli altri al perdere una competizione per semplice insicurezza.

Finalmente alla fine degli anni ’60 riesce a farsi notare da Joe Weider, l’inventore di Mr. Olympia, a cui partecipa per la prima volta nel ’69. Si trova di fronte a The Myth, il culturista cubano Sergio Oliva, che per dargli il benvenuto gli fa casualmente notare di essere portatore sano di un dorsale grande più o meno come la Sicilia, oscurando il sole. Arnold perde, ma l’anno dopo si trasferisce in pianta stabile negli Stati Uniti, cambia il suo metodo e conosce il suo storico compagno di allenamento: Franco Columbu. Quella tra Columbu e Arnold è forse una delle storie sportive più belle di sempre, i due a malapena si capivano, ma si sono sempre aiutati e supportati in ogni momento, come veri e propri fratelli d’arme. La maglietta “Arnold Is Numero Uno” che l’attore indossa nella scena in cui fuma la canna gliel’ha regalata Franco.

Da quel momento in poi vincerà per sette volte Mr. Olympia, diventando il più giovane campione e, per molto tempo, l’unico ad averlo fatto per così tante volte.

Gli anni ’70 sono anche quelli dei primi contatti tra Arnold e il mondo del cinema, quello però che spesso sfugge è che non ha iniziato a fare film perché aveva bisogno di soldi. La fama nel body building gli aveva fruttato corsi, contratti di sponsorizzazione che a loro volta gli avevano permesso di fare investimenti nel mondo dell’edilizia insieme a Columbu. Ancora una volta il mito del ragazzone tutto muscoli e niente cervello veniva frantumato da un body builder che sapeva gestire la sua carriera con oculatezza.

L’obiettivo finale era sì diventare un attore, ma alle sue condizioni, non inseguendo qualunque ruolo pur di guadagnare.

Il debutto avviene con Ercole a New York che onestamente non è neanche brutto come concept: Zeus vuole mostrare a Ercole che la Terra è noiosa, quindi lo invia sul posto per fare esperienza, da qua nascono una serie di classici siparietti comici basati sul fatto che Ercole non sa assolutamente niente delle usanze moderne e risolve tutto con la sua forza. Il risultato è un film abbastanza imbarazzante girato con due spiccioli in cui l’Olimpo viene ricavato dentro il Central Park (si sentono i bambini che giocano in sottofondo) e Arnold, che nei credit appare come “Arnold Strong”, viene doppiato per limitare il suo accento austriaco.

Da quel momento inizia ad accaparrarsi qualche parte minore come “uomo d’azione”. È un sicario per Altman ne Il Lungo Addio e si becca un Golden Globe come miglior attore esordiente dopo Il Gigante della Strada nel ’76. D’altronde il ruolo sembra ritagliato sulla sua persona, visto che deve interpretare un body builder coinvolto in loschi traffici che si allena per Mister Universo.

Il salto arrivò con Pumping Iron, da noi L’uomo d’acciaio, un documentario sul body building su cui si basa tutto l’immaginario che ancora oggi abbiamo del culturismo. Insieme a Endless Summer, che fece la stessa cosa per il surf, Pumping Iron ha creato l’iconografia degli Stati Uniti: il corpo come un culto, il surf, la spiaggia, la palestra, l’abbronzatura, il mito di vivere del proprio sogno. Dopo l’uscita del documentario non solo Arnold divenne una stella fuori dalla sua nicchia, ma tutto il movimento del body building diventò parte della cultura di massa.

Tuttavia far conoscere il documentario non fu assolutamente un’impresa semplice perché nessuno era interessato a un film sul culturismo. Chi lo praticava veniva considerato una persona stupida, con tendenze omosessuali e destinato a una vecchiaia col corpo sformato. Insomma, era come oggi fare un documentario sui campionati di Magic. Il film infatti fu girato nel ’75, prima de Il Gigante della Strada, ma uscì solo due anni dopo, sfruttando proprio l’improvvisa attenzione per Schwarzenegger.

Parte dei soldi necessari alla produzione furono infatti ottenuti facendo posare lui e un altro culturista su piattaforme rotanti installate al Whitney Museum, come due moderni Bronzi di Riace.

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Ciò che rende Pumping Iron particolare è che vedendolo puoi già intuire le capacità di Schwarzenegger come comunicatore, nonostante il suo accento. Grazie a lui l’idea di sollevare pesi, assumere steroidi e controllarsi allo specchio in pose assurde diventa una forma d’arte, una ricerca di perfezione. Era una enorme nerd della muscolatura che riusciva, non si sa come, a risultare figo non un pazzo ossessionato dal suo corpo. Il suo messaggio era che potevi essere a tuo agio con le tue ossessioni se eri in grado di parlarne apertamente e spiegare ciò che ti faceva battere il cuore a chi ti guardava con sospetto. Era un uomo che viveva delle sue passioni e non chiedeva scusa a nessuno.

Con questa idea in mente tutto il resto della sua carriera, anche quella politica, assume una connotazione completamente diversa rispetto al semplice “tizio grosso che interpreta tizi grossi al cinema”.

L’idea di Conan (analizzato come si deve su I 400 calci) nasce dalla voglia di saghe e fantastico nata dopo Star Wars e Schwarzenegger è semplicemente l’uomo giusto al momento giusto visto che sembra uscito da una copertina disegnata da Frazetta. Lo fa perché gli piace, non perché ha bisogno di soldi, ne ha già tantissimi grazie agli investimenti immobiliari.

Con Conan potremmo riempire almeno altre cinque pagine, ma anche cercando la sintesi è impossibile non raccontare la storia di quello che doveva essere un film di Oliver Stone pieno di avventure e che viene trasformato da Milius in un romanzo di formazione in cui ogni spadata è la metafora di un uomo che cerca di capire il mondo e sé stesso. Ancora una volta siamo di fronte alla bellezza della cultura pop e delle mille chiavi di lettura possibili.

Così come non si può non citare il fatto che Conan parla per la prima volta al 22esimo minuto, quando dà la sua famosa idea delle cose belle della vita, che Arnold rischiò di essere sbranato dai cani e che usò l’allenamento per il film per vincere il suo ultimo Mr. Olympian, barattando nel frattempo lezioni di recitazione da James Earl Jones con dritte su come tenersi in forma. Cercare di valutare l’impatto di Conan sulla cultura popolare dell’epoca, in particolare su alcune band metal, vorrebbe dire imbarcarsi in un lavoro che farebbe ridere Crom molto forte.

Così come sarebbe assurdo continuare a enumerare i successi di una vita vissuta cercando di essere sempre esattamente dove si vuole essere, facendo ciò che si vuole fare, e a cui ovviamente non sono mancati passi falsi, come il figlio avuto con la governante che ha poi portato al divorzio da Maria Shriver.

La sua rivalità con Stallone, sublimata poi in una splendida amicizia, il suo contendersi con lui e pochi altri il posto al centro del nostro immaginario e la capacità di ritagliarsi ruoli dentro i principali film degli ultimi anni come Predator (dove finse di soccombere a Jesse Ventura in una gara a chi aveva il bicipite più grande), Terminator (per il quale dovette persuadere Cameron che sarebbe stato più convincente nei panni del robot piuttosto che in quelli di Kyle Reese) o Commando.

Ma anche la svolta ironica e meta di Last Action Hero, il ritorno alla grande di True Lies. Il tutto senza mai perdere di vita i propri affari, tipo il Planet Hollywood, da cui si sganciò appena le cose iniziarono ad andare male, o il culto della propria persona, guidando ad esempio la prima Hummer per uso civile.

Fu il suo no a Die Hard a consacrare Bruce Willis come eroe dalla canotta insanguinata e per il ruolo di Hulk gli fu invece preferito il collega e rivale Lou Ferrigno

Va anche detto che in Italia ha sempre avuto ottimi doppiatori, quindi siamo cresciuti con l’idea distorta di un attore dotato anche di una voce affascinante.

Potete anche scuotere la testa di fronte ai film “americanata” pieni di esplosioni e assurdità, potete senza dubbio trovare delle ombre nel suo operato politico e forse anche nella sua vita, ma analizzando la vita di Arnie l’unica certezza è che difficilmente si può sbagliare cercando di imitare la sua etica per il lavoro.

Nella peggiore delle ipotesi diventereste delle ottime persone, in grado di sollevare un’auto, che non hanno portato a termine il sogno della loro vita, c’è di peggio.

Hasta la vista, baby

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Geek Books Volume 2

Orrore, Kaiju, Amiga e vecchie pubblicità di giocattoli

Se volete rendere la vostra libreria un piccolo covo di ricordi, bellezza e nerdismo siete nel posto giusto. Con l’esplosione della cultura pop le biblioteche si sono riempite di libri dedicati a tutto ciò che ci fa battere il cuore. Geekbooks è la rubrica dove eleggiamo i migliori e segnaliamo i peggiori.

The Art of Horror: an illustrated history

Uno pensa che di libri che trattano l’horror dal punto di vista della sua realizzazione visiva ce ne siano a bizzeffe, e invece neanche per idea, visto che The art of Horror: An Illustrated History è uno dei pochi del settore, o almeno, uno dei pochi fatti veramente bene, con un sacco di illustrazioni e una parte critica in grado di offrire al lettore qualcosa in più di una semplice consultazione di immagini.

L’aspetto interessante di questo libro, al di là dell’ottima qualità delle illustrazioni, è il fatto di essere organizzato per tipo di orrore: Zombi, Vampiri, Alieni, Psicopatici, con Lovecraft che ha una parte tutta sua. I testi non essendo la parte principale non scavano più di tanto a fondo, ma c’è qualche perla, come tutta la digressione sulla figura degli zombi nei film horror italiani.

Dal punto di vista visivo c’è un buon bilanciamento tra immagini classiche e illustrazioni moderne, alcune fatte appositamente per il libro. Sfogliando le pagine possiamo trovare locandine, concept, copertine di libri e fumetti, illustrazioni, dipinti, una vera e propria orgia visiva che piacerà all’amante dei vecchi mostri Universal o al fan di Cthulhu, all’illustratore che cerca documentazione e all’appassionato di horror in generale.

Eiji Tsuburaya: Master of Monsters

Ovvero la storia dell’uomo che insieme a Hishiro Honda creò Godzilla, Ultraman e passò tutta la sua vita tra gente vestita con enormi tute di lattice a buttare giù palazzi di cartone. Tsuburaya era il classico genio degli effetti speciali di una volta, se qualcosa non esisteva cercava il modo di inventarselo.

Impaginato con cura, ricco di foto dietro le quinte (personalmente la parte che ho gradito di più) il libro è il frutto di anni di ricerche e di interviste a chi a lavorato con Tsuburaya e ne ripercorre la carriera dagli esordi fino alla morte. Un libro assolutamente fondamentale per gli amanti dei Kaiju Eiga (ovvero i film di giganteschi mostri giapponesi) e per chi ama il cinema nipponico.

A volergli trovare un difetto, questo libro si concentra molto sulla vita del suo protagonista e indugia troppo poco sui dettagli più tecnici e nerdici relativi agli effetti speciali di cui era supervisore. Per fortuna abbonda su quelli creativi, soprattutto per quanto riguarda tutta la progettazione delle sue due più grandi creature: Ultraman e Godzilla. Forse non un libro per tutti, ma se leggete questo blog secondo me state già cercando su internet.

Commodore Amiga: A visual compendium

I ragazzi di Bitmap Books meriterebbero un monumento per l’amore e la passione che mettono nei loro libri e per il fatto di essere tra i pochi a pubblicare volumi dedicati al mondo dei videogiochi ricchi di interviste agli sviluppatori dell’epoca e bozzetti originali. Questo volume dedicato all’Amiga è uno dei loro primi lavori e non passa giorni che qualcuno non lo tiri fuori in una discussione sul retrogaming (se non vi succede è perché non discutete di retrogaming con me).

Commodore Amiga: A visual compendium come dice il nome è fondamentalmente un elenco di immagini e sensazioni visive dei principali giochi usciti per questo storico computer. Per quanto riguarda i testi c’è solo qualche didascalia, inframezzata da piccole interviste e qualche contenuto più corposo. Se cercate un testo puramente critico e ricco di curiosità fareste bene a rivolgervi altrove, magari dai ragazzi di Read Only Books, questa è fondamentalmente una galleria di ricordi da sfogliare, cercando di non piangere di fronte agli sprite o alle copertine di Speecball 2, Kick Off, Moonstone e Toki, mentre i ricordi vi prendono forte a schiaffi. Qualcosa di simile a ArtCade, ma ancora più intenso.

Giochi per giocare — Masters of the Universe/Micronauti, Voltron, Transformers, ecc

Parlando di pure e semplice nostalgia, questi due albi di Retro Repro sono paragonabili a una iniezione direttamente nel collo di pura saudade. Zero testo, zero analisi, solo una mitragliata di pubblicità dell’epoca raccolte da giornali, riviste e cataloghi, ma soprattutto da Topolino. Per adesso sono usciti due volumi, uno dedicato ai giocattoli più in generale, quindi Transformers, Daitarn, ma anche Dino Riders, la linea di Guerre Stellari della Kenner e gli Zoids, e una monografia su tutto il materiale pubblicitario dei Masters.

Rivedere ora queste immagini probabilmente stuzzicherà qualcosa dentro di voi che era addormentato da molto tempo, ma c’è anche del materiale che rivisto oggi fa abbastanza sorridere. Tipo Clamp Champ, uno dei pochi personaggi di colore, che viene apostrofato “bel moretto” da uno sgherro di Hordak.

Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un’esperienza puramente visiva e priva di contenuti, pensata per essere sfogliata a caso ogni tanto quando il mondo diventa troppo brutto. Preso così può essere un qualcosa di divertente, soprattutto da guardare in compagnia, anche se alcune immagini sono ripetute e cambia solo il tipo di font del fumetto e onestamente il prezzo è un po’ alto: 36 euro.

Per avere il volume sui Master contattate direttamente la pagina dell’editore. Se cercate qualcosa di più approfondito c’è il buon vecchio libro sui Masters che consiglio a tutti gli appassionati.

A breve Retro Repro farà uscire un volume simile dedicato alle copertine di vecchi videogiochi per Commodore e Amiga.


Sono presenti dei link referral che permettono a N3rdcore.it di mantenersi e proporre nuovi articoli

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I trailer del Comic Con 2017

Riassuntone globale delle speranze cinematografiche e televisive dei mesi a venire

Adoro quando escono trailer a raffica, in pochi minuti si condensano emozione, speranza, esaltazione, ansia e speculazioni prive di fondamento. I trailer sono la promessa di qualcosa di bello, sono l’albero di Natale pieno di pacchi senza poi dover scoprire che sono pieni di maglioni, guanti e sciarpe.

Dunque, godiamoci questa vigilia pop.

Stranger Things

Dire per l’ennesima volta “va beh è solo strizzatine d’occhio agli anni ‘80” non farà di voi dei fini analisti. Ormai il trucchetto l’abbiamo capito e onestamente non è mai stato nascosto. Stranger Things ha sempre giocato a carte scoperte per quanto riguarda la nostalgia canaglia. L’inizio con Dragon’s Lair è probabilmente il colpo più basso possibile per quanto mi riguarda, ma anche Ghostbusters e l’uso di Thriller sono roba da violazione della Convenzione di Ginevra. Il primo capitolo piacque perché dietro alle strizzatine d’occhio c’erano una storia carina e personaggi interessanti, adesso tutto dev’essere riconfermato con personaggi più grandi, senza effetto novità a giustificando la normalità di ragazzini che dovrebbero rimbalzare tra uno stress post traumatico e l’altro.

Ready Player One

Se esiste una persona in grado di gestire una storia pensata per la generazione a cavallo tra i ’70 e gli ’80 quello è Spielberg e questo trailer pare confermare le aspettative di chi ci credeva. La parte più convincente è senza dubbio il mondo allo sbando post-crisi energetica, mentre la totale libertà di Oasis che forse è un po’ posticcia, permetterà a Spielberg di avere mano libera dal punto di vista creativo per scende totalmente fuori di testa. Il libro si concedeva la libertà di pescare da tutto l’immaginario di un ragazzino di trent’anni fa ed è una sorta di manifesto della cultura del collage e della nostalgia che viviamo oggi, molto probabilmente il film non avrà lo stesso respiro per banali questioni di diritti, ma vedere la DeLorean che corre accanto alle moto di Tron (o Akira? Direi quella, in fondo è rossa) e Freddy Kruger contro i cyborg non può non far saltellare di gioia qualcosa dentro di noi. Sono molto curioso di capire come diavolo gestiranno tutta la parte tecnologica. L’unica rimostranza? Il protagonista non è un nerdino sovrappeso, forse perché ora nerd is the new cool.

Justice League

Il trailer di Batman vs Superman prometteva grandi cose, poi è andata come è andata. L’arrivo in corsa di Joss Whedon che ha la mano buona coi cinecomic, mescolata alle manie di grandezza ed epicità di Snyder potrebbero rappresentare la miscela giusta per il successo. Per il resto, siamo di fronte al classico cliché della Five Man Band: Batman fa il Leader, Wonder Woman è la spalla col carattere opposto (ma potrebbero invertirsi, dopo il film dedicato a Diana è chiaro qual è l’eroe su cui puntare) Acquaman è quello grosso e tamarro, Flash è la spalla comica e Cyborg è l’esperto di tecnologia. La mia impressione è che fondamentalmente la trama sarà “cerchiamo tutti insieme di aiutare Wonder Woman a menare Steppenwolf”. Tutto sembra molto, molto buio, ma con sprazzi di umorismo. Sono fiducioso, se non altro sarà sempre qualcosa di diverso rispetto alla banalità visiva del Marvel Cinematic Universe. Il finale mi fa sperare in Batman che cavalca un tirannosauro, ma credo che sarò deluso.

Westworld

https://www.youtube.com/watch?v=phFM3V_dors

La prima stagione si basava sul grande mistero, sugli enigmi, sull’attesa prima della crisi e su una storia che mescolava presente e passato, ah sì anche su una recitazione incredibile. Per alcuni era uno show lento, per altri era perfetto, c’è chi lo considerava prevedibile e chi sosteneva che semplicemente rispettasse il patto con gli spettatori. La seconda stagione non potrà contare su quasi nessuno dei pilastri narrativi che hanno sostenuto la prima, perché adesso sappiamo tutto. Mancherà anche quel gusto un po’ unico di vedere una storia che riprende alcune meccaniche tipiche dei videogiochi. Ce la farà? Non so, però quel mezzo sorrisetto di Ed Harris basta per collocare Westworld un po’ più in altro delle altre serie in arrivo.

E adesso una rapida occhiata a tutto il resto

The Defenders

Le serie TV Marvel di Netflix hanno molto da farsi perdonare. Il rischio è quello di trovarsi a tifare per il cattivo, capita se utilizzi Sigourney Weaver.

Pacific Rim: Uprsing

Spero onestamente che sia il trailer del videogioco e non del film, perché è brutto anche in chiave “finta pubblicità”. Zero epicità, i mech sembrano fatti con la PS3, speriamo bene.

Inhumans

Freccia Nera è l’unica cosa che mi convince, oltre all’uso di Iwan Rehon come cattivo. Ogni volta che vedo i capelli di Medusa ho una fitta all’intestino.

Thor: Ragnarok

Continua a piacermi il suo mantenersi fra cazzone ed epico, forse in questo trailer è un po’ troppo cazzone e vederlo sparare laseroni accanto a Loki mi ha fatto venire qualche sudore freddo. Ma Hulk mi conforta, sempre, anche quando parla.

Bright

Will Smith in una buddy cop movie in cui al posto del nero e del bianco abbiamo il nero e l’orco. The Shield e Training Day che si mescolano con il fantasy, le streghe, gli orchi, gli elfi e le bacchette magiche. L’idea mi piace, speriamo non venga fuori una vaccata.

Star Trek: Discovery

Il progetto porta il marchio di Fuller, che dopo American Gods ha guadagnato parecchi punti, e anche se poi ha lasciato lo sviluppo la speranza è che l’imprinting sulla serie sia stato forte. Sarà un progetto difficilissimo, perché ambientare una serie moderna prima dell’epoca di Kirk porta con sé più dubbi che certezze. Il tono sembra molto dark, forse troppo.

The Gifted

Ancora una serie sui mutanti, stavolta su ragazzi giovani che devono capire come usare i loro poteri e scappare da chi vuole imprigionarli. Una storia all’ombra degli X-men che per ora non mi entusiasma più di tanto a causa dell’overdose da cinecomic.

Jigsaw

L’enigmista? Ancora? Ma il torture porn non è passato di moda come MySpace?

The Shape of Water

Ameliè che incontra Abe Sapiens che incontra Bioshock. I mostri di Del Toro hanno sempre quel qualcosa più. Lo aspetto con ottimismo.

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Uomini e Topoi

Ovvero, quei trucchetti narrativi che mi fregano sempre e mi portano ad apprezzare un’opera nel 90% dei casi.

Ogni storia ha i suoi trucchetti narrativi visti e rivisti che non annoiano mai perché hanno quel gusto familiare di qualcosa che ci piace. Situazioni che conosciamo benissimo, ma che quando troviamo in un film, un fumetto o una storia possono ancora confonderci. E visto che in questo articolo parliamo di topos narrativi arcinoti ma sempre belli, mi sembrava giusto utilizzare una forma che ormai è diventata un classico di internet: l’articolo in cinque punti.

Lo so, ormai sono diventati come i tormentoni estivi quando arriva settembre. Ecco dunque i cinque topos che mi farebbero venire voglia di leggere persino un racconto pubblicato a puntate su Libero, scritto da Gigi D’Alessio con i disegni di quel vostro cugino bravissimo che vi fa il sito web a metà prezzo.

Divinità e modernità

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Il tema centrale di American Gods e The Wicked + The Divine, due opere estremamente interessanti che affrontano la questione in modo diametralmente opposto. Da una parte il libro di Gaiman diventato una delle serie TV più belle del 2017 vede nelle divinità antiche e nel loro rapporto con la modernità una metafora del tempo che passa e un’occasione per parlare del rapporto dell’uomo di oggi con il divino. Dall’altra il Pantheon di adolescenti trasformati in dei della musica di Kieron Gillen sono il simbolo di un’adolescenza in cui ci si sente onnipotenti o assolutamente inutili, in cui il nostro mondo viene capovolto e dobbiamo trovare una nuova chiave di lettura. Da questo punto di vista mi sono piaciuti anche gli ultimi racconti dell’Ercole Marvel, personaggio tormentato in cerca di un’identità che deve fuggire dall’alcolismo e riguadagnare la fiducia degli Avengers, o tutte le storie in cui Dracula si ritrova nel ventesimo secolo. Le divinità del passato altro non erano che supereroi e l’idea di vederli alle prese con il mondo di oggi mi è sempre piaciuto. E questo ci porta al punto due.

Persone fuori dal loro tempo e contesto

Ash che si ritrova nel medioevo, Wonder Woman che quasi si commuove di fronte a un gelato, Captain America scongelato nel ventunesimo secolo che applica i codici morali degli anni ’40, Javik in Mass Effect che ogni cinque minuti ricorda come ai suoi tempi i Prothean governassero la galassia, Demolition Man, Spock contro i nazisti e tutto Ritorno al Futuro. Non chiedetemi perché ma è una di quelle trovate che su di me ha sempre presa, sia dal punto di vista puramente comico che allegorico. In mano al regista giusto può essere uno strumento potentissimo, ce lo dimostrano Captain Fantastic e la storia di padri che crescono i figli fuori dal consumismo americano, ma riesce persino a rendere piacevole una roba bruttissima che ricordo solo perché sfrutta questo topos: Le ragazze della terra sono facili.

Training montage

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Il classico dei classici, la base dei film d’azione. Il momento in cui il protagonista (e anche l’antagonista) sfidano i propri limiti fisici in vista dello scontro decisivo e tu sei là che li guardi, ti esalti e sei pronto a gustarti l’epilogo. È il classico momento in cui ti senti in colpa perché forse dovresti tornare in palestra, forse perché il tuo cervello per secondo pensa realmente che basti una sessione di allenamento di pochi minuti per battere Ivan Drago. In alternativa il Training Montage può essere sostituito dal suo fratello cattivo: il momento in cui il protagonista si arma, con la telecamera che indugia con misurata lentezza su decine di armi differenti e su dettagli come un colpo che viene messo in canna, un coltello che entra nella fondina e due dita che tracciano una linea nera sotto l’occhio. Stallone e Schwarzenegger da soli detengono il 90% delle quote di questa sezione.

I gruppi

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Quella sporca dozzina, i magnifici sette, il mucchio selvaggio, l’Emobranco, i Goonies, gli Expendables, Voltron, l’equipaggio di Alien: La clonazione, persino Suicide Squad. Ho un debole per i gruppi di personaggi che combattono insieme per una causa comune, soprattutto se si stanno antipatici. Di solito non sono meno di cinque e hanno ruoli ben precisi. C’è un leader, un comandante in seconda che ha il carattere opposto a quello del leader, quello sveglio, la ragazza e non può mancare l’esperto di demolizioni. Ciascuno è particolarmente bravo con un’arma e ci sarà sempre quello che si sacrifica per salvare gli altri o che muore male. Di solito questa morte serve a dare importanza al’ultimo e più importante simbolo narrativo di questa cinquina, forse uno dei più importanti di sempre.

Il mostrone

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Lo Squalo, i draghi, Godzilla, la Regina Aliena, King Kong, il Tirannosauro, il Metal Gear, Moby Dick, insomma una creatura con cui non scendi a patti, per il semplice fatto che non ti capisce o non è umana, un essere molto più forte di te e in grado di annientarti con un colpo solo. Una forza della natura o un esperimento fallito che caccia l’uomo e che si svela piano piano fino a mostrarsi in tutto il suo orribile aspetto o titanica bellezza. I mostri sono uno degli strumenti narrativi più importanti della nostra tradizione. Possono essere l’esempio di tutto ciò che è sbagliato, rappresentare le giuste leggi della natura o semplicemente una forma di vita così lontana da noi da non percepire l’esistenza umana come degna di esistere.

Ogni mostro ha bisogno di almeno due o tre persone a caso di un equipaggio/gruppo di amici/team di ricercatori/gruppo di soldati che devono morire in maniere sempre più splatter e rivelatrici, così da permetterci di intuirne le forme. Questo a meno che non siano una sorta di minaccia sullo sfondo che si scatenerà solo nel finale. Di solito la bravura di un regista sta tutta nello svelare il mostro al momento giusto e nel modo giusto. Troppo presto e il film perde forza, troppo tardi e resti insoddisfatto. Un buon mostro può tenere in piedi una storia da solo, ma ciò che conta non sono tanto i suoi poteri, ma il modo in cui viene ucciso.

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A poche ore da “Vivere di Cultura Pop”

Dubbi, riflessioni, paure e motivazioni di chi sta per parlare in pubblico

Quando mi hanno proposto di parlare della mia esperienza al Campus Party l’ego ha detto subito di sì, poi è arrivata la sua cara amica, l’ansia, che ha prontamente corretto il tiro.

Ma che stai facendo?

Ma chi ti credi di essere?

Ma cosa pensi di poter fare su un palco?”

Domande assolutamente legittime, ma ormai avevo accettato e forse non solo per ego, ma per cercare di tenere fede a un principio che porterò anche nella presentazione: mettersi in difficoltà.

Il mio intervento “Vivere di cultura pop” sarà una chiacchierata di mezz’ora in cui metterò tutto: chi sono, cosa faccio, cosa volevo diventare, cosa sono diventato, perché ritengo che l’analisi della cultura pop sia fondamentale, ma soprattutto cercherò di consigliare le persone di fronte a me su come fare lo stesso cammino.

Quella sarà forse la parte più difficile, perché tendenzialmente odio i guru, odio chi ti dà la soluzione facile, penso che ognuno di noi arrivi dove deve arrivare attraverso percorsi personali.

Che poi lo sappiamo benissimo che questo è un lavoro tosto, pagato come viene pagato che si porta via un sacco di cose, però è così affascinante, è una sirena che ci può portare a sbattere sugli scogli della precarietà e dello sfruttamento. In cui la fortuna conta, ma se pensi che conti solo lei sei già fregato.

Ho sempre odiato chi mi consigliava di cambiare lavoro, magari dalla comodità di un contratto, perché scrivere non mi avrebbe dato niente, perché avrei fatto la fame. Tuttavia sento la responsabilità enorme di essere realistico, di motivare senza illudere.

In più, mettiamoci un’ansia cronica di parlare in pubblico, del non ritenersi mai all’altezza del compito, ma a volte l’unico modo per imparare le tecniche di sopravvivenza è perdersi nel bosco e cercare di uscirne.

Stamattina il caldo e l’ansia mi hanno svegliato alle sei, così ho potuto limare la presentazione e iniziare a ripetermela, a me piace, spero piacerà.

Campus Party sembra una cosa bellissima, una di quelle che tutti i ragazzi dovrebbero fare, perché ti danno la spinta e l’entusiasmo necessari per andare avanti in un mondo che prima di darti qualcosa ha bisogno di consumare quelle energie.

E se balbetto? E se parlo troppo veloce? E se mi blocco? E se scivolo sul sudore e trascino il palco con me in una rovinosa caduta?

Che poi magari alla fine non c’è nessuno, o magari solo gente che si alzerà, dimenticandosi tutto, mentre io penserò di aver fatto chissà che cosa.

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Spider-Man: Homecoming — la recensione

Tra voglia di crescere e paura di bruciarsi, l’ennesimo remake dell’Uomo Ragno è una commedia di formazione con uno dei migliori cattivi Marvel

Cosa sono gli adulti quando sei alle soglie dell’adolescenza? Figure noiose che ti dicono cosa devi fare, che ti frenano mentre vorresti spaccare il mondo che ti parlano e non ti capiscono, lontane come Captain America che impartisce lezioni di morale in televisione. Allo stesso tempo però ti regalano giocattoli bellissimi e aneli disperatamente la loro attenzione perché ti facciano fare “le cose dei grandi” tipo bere la schiuma della birra, guidare la macchina nel parcheggio o combattere negli Avengers.

Questo il succo di Spider-man: Homecoming, freschissimo ed ennesimo remake dell’Uomo Ragno che si libera del fardello dei suoi predecessori per mostrarci un Peter Parker ragazzino, goffo sia nei combattimenti che a scuola e perennemente diviso tra il fare la cosa giusta e quella conveniente, con e senza maschera.

D’altronde se c’è un eroe più vicino al mondo dei ragazzi quello è Spider Man, gli altri sono adulti in costume alle prese con complessi irrisolti, alcolismo, turbe psichiche, lutti mai elaborati. Peter è l’unico eroe che porta un fardello simile, ma sulle spalle di una persona che ha (o aveva) quasi la stessa età di chi lo legge.

Spider-Man: Homecoming è dunque un ottimo film per ragazzi che fila liscio liscio, prendendosi forse più tempo del dovuto in alcuni momenti, ma mantenendo sempre alta l’asticella sull’entusiasmo e senza sbandare troppo con la trama.

Al centro di tutto c’è infatti l’incredibile energia di Peter Parker, uno che improvvisamente si è trovato a lottare con gli Avenger e parlare con Tony Stark in persona, che avverte il freno di una vita comune, fatta di compiti e gare di nozionismo e le tentazioni di un mondo fantastico per cui non è ancora pronto.

Da questo punto di vista il titolo è perfetto. L’Homecoming nel mondo americano è il ballo di fine anno, quel momento in cui i ragazzi sono chiamati a vestirsi come adulti e comportarsi come tali, una sorta di ballo delle debuttanti (che spesso coincide con la famigerata “prima volta”).

Nonostante la leggerezza di fondo, Peter Parker è di fatto l’emblema della giovinezza, anzi della giovinezza di oggi, fatta di video diari, ansie sociali, tecnologie potenti ma usate male, adulti che spesso sono l’esempio sbagliato e un mondo che non vede l’ora di sapere tutto di te, in cui non vorresti tuffarti a testa bassa, ma che in qualche modo devi respingere.

Dall’altra parte l’avvoltoio di Keaton, contrappasso ironico di Birdman, è lo specchio dell’uomo della strada che subisce le gesta degli eroi e non ci sta, che per rimanere a galla di un mondo fatto di dei decide, novello Icaro, di farsi dio a sua volte sfruttando il proprio ingegno. Il sottoprodotto di chi agisce per fare del bene, ma a inavvertitamente crea il male. Nonostante una certa confusione nello scontro finale, finalmente abbiamo un antagonista degno, carismatico, sfaccettato e che mette in scena scontri interessanti.

Purtroppo dal punto di vista visivo anche questa volta ci troviamo di fronte all’episodio di una lunga serie TV ambientata al cinema, da questa pastoia non si sfugge e probabilmente non ne sfuggiremo mai.

Al netto di queste considerazioni, il maggior pregio di Spider Man: Homecoming sta nel suo saper rimanere nel mezzo tra la commedia e il racconto di formazione, tra la simbologia e il divertimento. Tra voglia di dirti tutto e capacità di tenersi del materiale per i film successivi, offrendo un film che pur non cercando l’ossessiva aderenza al fumetto riesce comunque a cogliere l’essenza dell’arrampicamuri.

L’unico momento in cui si capisce che da grandi poteri derivano grandi responsabilità è arrivato durante l’anteprima, quando uno dei protagonisti parla di un film porno e in sala un bambino ha chiesto “mamma, cos’è un film porno?”.

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Rassegnatevi, siamo Fantozzi

Il personaggio di Paolo Villaggio non ha solo descritto gli italiani, insultandoli mentre loro ridevano, gli ha insegnato a parlare

Fantozzi è come Godzilla, un gigante che espone i nostri peccati, che da piccolo guardi perché ti fa ridere (o perché ami i mostri che distruggono palazzi) e che da grande apprezzi perché scopri che sotto c’era molto di più.

Prima ancora che si iniziasse a parlare di cultura pop in Italia, Villaggio con Fantozzi la stava inventando, creando un lessico, un modo di parlare, una mimica e una serie di personaggi che raccontavano ciò che stava succedendo in Italia tra gli anni 70 e gli 80, il culto della fabbrica, le vacanze al mare, il grigiore eletto a vanto, la Milano grigia, la Roma maneggiona, la venerazione dei potenti, la rivalsa dell’uomo comune sulla cultura, la voglia di fuggire dagli impegni con la signorina Silvani, la meschinità di schiacciare quello sotto e servire quello sopra, la consapevolezza che il sistema, alla fine, vince sempre.

E poi maschere come quella del ragionier Calboni, forse il personaggio che è invecchiato meglio è che ancora è specchio delle fanfaronate da social, dell’italiano che una volta chiamava quattro taxi e spendeva i soldi degli altri e oggi si fa un selfie in discoteca come se fosse Dan Bilzerian.

Spesso ci lamentiamo del fatto che l’Italia è una provincia culturale degli Stati Uniti, che mode, stili e linguaggi ci sono stati imposti, ma non esiste film, fumetto o racconto americano che possa arrivare anche solo eguagliare l’impatto avuto da Fantozzi sulla nostra società. Un impatto che dura nonostante quel mondo sia ormai quasi del tutto scomparso, divorato dalle stesse forze che l’hanno creato. Posto fisso, pensione, tredicesima, casa di proprietà, oggi Fantozzi sarebbe un privilegiato.

La cagata pazzesca, il rutto libero, chi ha fatto palo? 92 minuti di applausi, le visioni mistiche, il congiuntivo a caso, l’accento svedese, coglionazzo, come è umano lei, il megadirettore galattico, il triplo filotto reale ritornato con pallino. Paolo Villaggio ci ha insegnato a parlare e secondo me non ce ne siamo neanche resi conto.

La sua genialità è aver mostrato agli italiani quanto facevano schifo, quanto erano tristi, grigi e meschini, ma facendoli ridere così tanto che non se ne rendevano conto. Quando esultiamo insieme a Fantozzi per il suo giudizio sulla Corazzata Potëmkin (pardon Kotiomkin) siamo semplicemente dei mediocri che godono della loro mediocrità, se invece ci scandalizziamo forse siamo proprio quei boriosetti da cahier di cinemà che prendeva in giro. La comicità di Villaggio era senza via d’uscita. (anche se secondo me molti lo hanno scoperto, e poi apprezzato, grazie a quella battuta).

L’unica differenza tra il Fantozzi di ieri e quello di adesso sta nel fatto che oggi direbbe a tutti di aver apprezzato la terza stagione di Twin Peaks.

Il nostro obiettivo adesso è tramandare tutto questo, perché di lui non restino solo le parole senza un significato, come quando da ragazzini lo imitavamo a pappagallo per far ridere la classe.

Se un giorno vostro figlio vi chiederà chi è Fantozzi, voi fategli vedere tutta la parte del torneo di biliardo, probabilmente avrete pochi minuti della sua attenzione, ma dovrebbero bastare a incuriosirlo.

Qua è riassunta tutta la filosofia fantozziana. Si parte col Catellani “Gran Maestro dell’ufficio raccomandazioni e promozioni” che professa di essere uno partito dal basso. Poi c’è tutta la parte la parte comica e surreale delle lezioni di biliardo, dei gessetti mangiati, del fingere una relazione per nascondere la verità.

Si arriva alla partita e il montaggio è degno di uno scontro di boxe. I 38 “coglionazzo” e “il suo è culo, la mia è classe” sono cazzotti nello stomaco dello spettatore, che tifa per Fantozzi e si sente come sua moglie. Finalmente arriva il riscatto dell’uomo servile che improvvisamente diventa leone e nel farlo tratta male Filini, forse l’unico amico della sua vita, perché Fantozzi è di fondo un debole che non vede l’ora di diventare forte per umiliare a sua volta.

E mentre assistiamo compiaciuti al suo riscatto non ci rendiamo conto che Fantozzi sta di fatto condannandosi da solo nell’unico momento in cui gli bastava essere sé stesso e subire una delle tante umiliazioni della sua vita. Il comico si mescola col tragico, la risata con la tristezza…

E poi prende la vecchia.

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CineComic Fest — intervista a Giorgio Viaro

Il direttore di Best Movie racconta il festival genovese dedicato a cinema e fumetto con Recchioni, Zerocalcare e Spiderman: Homecoming

Dal 5 al 9 luglio a Genova si terrà il Cine&Comic Fest, nuova e interessante manifestazione genovese che analizza il rapporto tra film e fumetti attraverso incontri con personalità del calibro di Roberto Recchioni e Zerocalcare, ma anche anteprime di lusso come quella dedicata a Spiderman: Homecoming, Monolith e Nemesi.

Sull’argomento ho fatto quattro chiacchiere (in rete, perché il fortunato si trova in Nuova Zelanda sul set di Mortal Engines, nuovo film di Peter Jackson) con Giorgio Viaro, organizzatore della manifestazione e direttore di Best Movie, probabilmente la rivista cinematografica più in salute del panorama italiano.

Cosa rappresenta per te il Cine&ComicFest, sia a livello personale che generale? Quali sono state le tappe più importanti per renderlo realtà?

Cine&Comic nasce dalla volontà di Porto Antico, e in particolare di un amico di lunga data — Luciano Bernardini — di creare a Genova un evento pop di richiamo nazionale all’interno della rassegna EstateSpettacolo. Doveva essere legato soltanto al cinema, ma data la congiuntura che stiamo vivendo e le mie passioni, ho pensato che declinarla così, incentrandola sui cinecomic, fosse l’idea migliore, anche perché un festival tutto dedicato ai cinecomic in Italia non esisteva. E non mi risulta niente di simile nemmeno altrove, ma potrei sbagliarmi. Vista la conferenza stampa di Lucky Red di questi giorni, con i titoli annunciati, come il film di animazione di Golem, e l’attenzione che le distribuzioni hanno subito manifestato per l’evento, penso che la scelta possa rivelarsi vincente.

https://www.instagram.com/p/BVyrOP-gq6_/?taken-by=gviaro

Come è cambiato in questi anni il ruolo del recensore cinematografico?

Troppe opinioni, nessuna opinione. Oggi il recensore deve essere molto più un mediatore che un giudice, qualcuno che aiuta il lettore a identificare il suo spazio di interesse e approfondimento sui vari media.

Come si resta al passo coi tempi, con i linguaggi e con le mode, senza perdere sé stessi?

Credo che la prospettiva sia contraria: sono lo studio dei tempi e dei loro linguaggi che dovrebbero aiutarci a restare noi stessi. Non puoi imporre la tua visione del mondo al mondo stesso, sarebbe un atto di megalomania intellettuale. Restare aperti e vigili mi pare la cosa migliore.

Ormai il nome cinecomic è diventato quasi dispregiativo, qual è il tuo rapporto con questo genere?

Cinecomic ormai significa tante cose diverse: al Cine&Comic Fest avremo un esperimento italiano multimediale come Monolith, un film d’autore come Nemesi, un blockbuster tout court come Spider-Man: Homecoming e uno sui generis, virato al noir, come Logan nella versione in bianco e nero. Al punto in cui siamo arrivati disprezzare i cinecomic sarebbe come disprezzare l’horror o i documentari, una presa di posizione senza senso.

Sono le serie Tv a essersi fatte cinema o è il cinema ad essersi avvicinato alle serie TV?

C’è una convergenza, e il paradiso è che oggi c’è molto più serialità al cinema che in TV, e molto più cinema sul piccolo schermo che su quello grande. Il Marvel Cinematic Universe è pura serialità, Glow è un film di 5 ore. Ed è solo un esempio tra mille.

Cosa manca al cinema italiano oggi?

Il cinema italiano si sta ritrovando, la mutazione generazionale ha i suoi tempi, non bisogna avere fretta.

Sempre parlando di evoluzioni, come ti poni di fronte alle ibridazioni con la realtà virtuale, il cinema interattivo o, in alcuni casi, i videogiochi?

Mi sa che ci sto ancora pensando. Ma quando ho visto Carne Y Arena non mi è sembrato cinema da nessun punto di vista. Se superi la dittatura dell’inquadratura, stai facendo altro. Detto questo, amo la sperimentazione linguistica in qualsiasi campo.

Di tutti i grandi insiemi della cultura pop qual è quello che ti fa abbassare le difese e ti fa diventare un semplice fan?

Mi è molto difficile assumere quel tipo di posizione. Ci sono autori che mi fanno quell’effetto, da Louis CK a James Gray, passando per Zerocalcare e, che ne so, certi cantautori italiani. Ma non riuscirei a ridurla a un contenitore specifico, a un media. (ndR non è vero, sappiamo come Giorgio Reagisce ai Funko Pop)

Come ti spieghi questo enorme strapotere di una cultura pop che qualche anno fa sarebbe stata roba per nerd?

La cultura pop è debordata, ha trovato infinite strade per comunicarsi e compensato una certa disillusione politica ed economica generazionale, trasformando tutti in nerd.

Recchioni e ZeroCalcare sono caratterialmente agli opposti, ma entrambi due storie di successo, come li hai coinvolti? Cosa vorresti che portassero al Cine&Comic Fest?

Sono due persone che conosco ormai da un po’ e alle quali mi lega, se non un’amicizia — termine di cui non è mai bene abusare, anche perché ci frequentiamo pochissimo — una grande ammirazione per il loro talento e la loro etica professionale. MI hanno dato subito la loro disponibilità quando ancora il festival era soltanto un’idea. La loro diversità caratteriale è naturalmente una ricchezza ulteriore.

Il legame tra cinema e fumetto è l’unione più cinematograficamente importante degli ultimi anni? Quanto durerà?

Lo è per distacco, seguita direi dalle nuove, infinite forme del documentario. Durerà credo ancora a lungo. Almeno speriamolo, sennò tocca cambiare nome al Festival!