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Figlio di un preservativo bucato: omosessualità, razzismo e musica jazz

Giugno, mese di Pride. È il momento di tirar fuori dall’armadio – pun intended – quei pezzi di cultura pop LGBTQ+ che magari al tuo amico etero – ma sì, ce l’abbiamo tutti, seguiamo il consiglio di Lupo Alberto – sfuggono dal suo consueto radar.

Nel fumetto mainstream, così come nel campo dell’entertainment audiovisivo, c’è una certa consolidata tendenza a ritenere la tematica LGBTQ+ al più una parentesi collaterale per mettere in evidenza (ostentare?) il progressismo o il semplice adeguamento a nuove esigenze commerciali di una determinata produzione (sì Iceman e sì Marvel, dico a voi. Ma tranquilli, lo dico senza polemica, mi serviva solo un esempio noto!): nel caso di “voci dirette” delle stesse persone LGBTQ+, per quanto la produzione a fumetti offra sicuramente outlet maggiori e più diversificati rispetto al cinema o alla tv, questi entrano nella logica secondo cui, quando l’argomento è la tematica LGBTQ+ (insomma, se si parla principalmente di protagonisti gay, lesbiche, bisex, transgender e i personaggi eterosessuali cisgender fanno da contorno) possano essere degne di interesse solo per il suo pubblico di riferimento.

Il che è un peccato mortale soprattutto nel caso di opere che mescolano efficacemente le carte, sfruttando molteplici punti di vista e rendendosi universali, allargando il discorso sul rifiuto e sull’intolleranza ad ogni sua manifestazione, anche e soprattutto quella nei confronti di noi stessi.

Figlio Di Un Preservativo Bucato di Howard Cruse (traduzione abbastanza libera di Stuck Rubber Baby, Magic Press, 2012 per l’edizione più recente) viene pubblicato per la prima volta nel 1995 come risultato di una lunga e travagliata gestazione. L’autore, all’epoca quarantunenne, era già un cartoonist undergound noto negli USA per aver fondato, nel 1979, la pubblicazione antologica Gay Comix e per aver creato una strip, Wendel, considerata la prima a portare una prospettiva gay non stereotipata in un fumetto di ampia diffusione nell’America degli anni ‘80 di Reagan e delle prime avvisaglie dell’epidemia di HIV. La commissione per un graphic novel di ampio respiro gli venne dalla DC tramite una divisione, la Piranha Press, nata per accogliere autori più alternativi (anche se poi finirà per essere pubblicata in un’ulteriore sottodivisione, la Paradox Press, dopo che la prima chiuse per mancanza di riscontri commerciali). A Cruse, forte della sua circoscritta ma riconosciuta fama, fu data completa libertà, ma l’impegno sul lungo termine e la complessità del suo stile occuparono ben più tempo e risorse del previsto (quattro anni invece dei due pianificati), tanto che fu costretto – oltre a chiedere aiuti economici a diverse fondazioni ed a questo scopo richiedere lettere di referenze, fra gli altri, a Will Eisner e Scott McCloud – ad inventarsi una sorta di autofinanziamento vendendo le singole tavole dell’opera ancor prima che fossero disegnate.

Una doppia dimensione al racconto: intimo e corale

Il risultato di questo immenso sforzo uscì nel 1995 (le sue 210 pagine arrivarono il Italia nel 2001). La fatica, più che fisica, si rivelò soprattutto emotiva, in quanto il tono scelto da Cruse fu molto più serio e drammatico dei suoi lavori precedenti, attingendo da ricordi personali sia suoi (in effetti la storia è semi-autobiografica) che dei molti amici a cui chiese consiglio.

 La storia di Toland Polk, negli anni ‘60 dell’immaginaria cittadina di Clayfield, Alabama, ci viene raccontata da Toland stesso nel presente , che si rivolge ai lettori come a degli amici o dei parenti in un lungo flashback, dando subito una doppia dimensione al racconto: intimo, per la forma di narrazione scelta, e corale, per la densità di personaggi ed avvenimenti.

Lo sfondo è quello dell’America della Bible Belt, fortemente conservatrice, in cui fu più forte e duro a morire (o meglio, a retrocedere…) il razzismo eclatante nelle sue più aberranti manifestazioni – i linciaggi pressoché quotidiani – ma sempre giustificato o sottaciuto dai “bravi cristiani”. Nel frattempo il clima di contestazione mette in crisi l’estabilishment WASP su più fronti: le proteste antimilitariste, il movimento per i diritti civili delle persone di colore e i primissimi segnali di insofferenza all’oppressione (i moti di Stonewall erano ancora di là da venire) della comunità gay americana.

Toland è un ragazzo bianco che fa i conti fin da subito con il rifiuto della propria omosessualità e con i tentativi maldestri e autopunitivi per reprimerla, mentre si circonda di personaggi, come gli amici Mavis e Riley, che si mostrano assai più emancipati nonostante il loro essere una coppia eterosessuale nella loro culla sociale: promuovono l’integrazione, vengono definiti dei “mischia-razze”, e – onta ancora maggiore – frequentano “froci scopa-negri” come Sammy Noone, l’organista di una parrocchia locale, gay e sfacciato ripudiato dal padre.

Toland avrà modo di accedere ad una comunità, quella delle persone di colore di Clayfield, molto più amichevole e tollerante della comunità bianca eterosessuale perché, costantemente mantenuta in uno stato di terrore; qui il tratto pieno di Cruse, debitore a piene mani dell’arte di Robert Crumb, è efficace nel tratteggiare la costante sensazione di persecuzione senza sosta che permea la collettività etero anche nei momenti più leggeri. La community “diversa” di Clayfield, invece, è pregna sia di volontà combattiva che di apertura verso chi mostra amicizia;  accogliente verso l’omosessualità in una sorta di fratellanza comune anche quando persino il bianco ed eterosessuale Toland non è ancora pronto ad accogliere sé stesso .

Il Toland narratore del presente, consapevole di aver avuto l’opportunità sprecata di liberarsi dalle proprie bugie, guarda e racconta con un mix di scherno e tristezza il sé del passato: per codardia, e per il bisogno costante di stare sull’attenti affinché nessuno lo sospettasse gay, ha offerto in cambio solo una diluita e interessata (perché gli consentiva di “fare da turista” senza esporsi in prima persona) solidarietà.


Troppo importante era per lui salvare la propria “dignità”, da non riuscire ad andare oltre la ristretta visuale dei propri tormenti personali. Che risultano ancora più limitanti visto il profluvio di stimoli con cui Cruse riempie il suo racconto: la musica jazz come escapismo “carbonaro” necessario e unificante (nei due locali al centro del racconto, l’Alleysax ed il Rhombus, quest’ultimo gestito da due anziane lesbiche di colore), le manifestazioni oceaniche di Washington, i discorsi di Martin Luther King, le drag queen di Doris Day ed anche i crimini abominevoli del Ku Klux Klan avallati nel modo borghese ed educato da tante “brave” persone come Orley, il marito della sorella di Toland o i suoi stessi genitori, che rispettavano il loro domestico di colore insegnando ai figli a non usare mai la parola “negro” ma trattandolo in fondo come un animale sveglio e ben addestrato.

Le menzogne che raccontiamo a noi stessi danneggiano anche gli altri

Il filo conduttore e la questione che Cruse pone discretamente, nella complessità delle situazioni e dei tanti personaggi che mette in campo, sono essenzialmente questi: le menzogne che raccontiamo a noi stessi danneggiano anche gli altri; c’è un momento in cui l’egoismo nel pensare solo ai nostri problemi personali diventa colpevole cecità nell’accorgersi di quanto gli altri hanno bisogno di noi, e nuoce quindi all’umanità intera; le lotte si combattono comprendendosi a fondo e si vincono insieme.

 Toland si renderà conto dei proprio egotismo, in fondo privilegiato dall’essere maschio, bianco, e “non visibile”, nonostante tenti di camuffarlo da ragionevolezza e nonostante venga messo di fronte ad esso a più riprese da chi gli vuole bene  (soprattutto da Ginger, intelligente e risoluta cantautrice folk con cui Poland, sempre per convincersi di essere “normale”, avrà una storia decisamente significativa) soltanto una volta sopraggiunta l’ennesima tragedia: la sua immedesimazione, tardiva ma totale, con l* vittim* della crudeltà dei bianchi eterosessuali e dell’autorità complice (inserisco gli asterischi per evitarvi spoiler) lo metterà di fronte alle sue responsabilità, facendogli finalmente sentire, più che capire, il peso della sua negligenza.

Il coinvolgente doppio registro (racconto personale e affresco socioculturale) in cui si snoda il romanzo è talmente denso nei dialoghi e nel disegno da prendersi più spazio di quello che gli concede la pagina; la divisione in capitoli ancor più che come in un testo scritto, segna il ritmo degli eventi e ne scandisce il build-up drammatico, come una serie tv pronta e servita per il binge-watching (per chi sospetta che questa storia abbia scarso appeal narrativo); ma il merito formale più importante della storia è il mettere in campo, tramite il suo protagonista-alter ego, diversi punti di vista: Toland è gay e lo sa dall’inizio, è vero, ma finché non giunge alla sua risoluzione interiore agisce e si comporta come un eterosessuale impaurito, evidenziando di fatto tutte le piccole e grandi inconsapevoli mancanze del suo comportamento.

Toland è gay e lo sa dall’inizio, è vero, ma finché non giunge alla sua risoluzione interiore agisce e si comporta come un eterosessuale impaurito.

In un presente segnato di nuovo dalla diffusione del concetto di intersezionalità, Figlio Di Un Preservativo Bucato appare fresco e attuale nonostante i suoi 22 anni (a dirla tutta anche grazie ai tanti premi vinti in tutto il mondo, fra cui l’Eisner Award come Graphic Novel dell’Anno); è un po’ scoraggiante dover leggere di situazioni che paiono scritte per il nostro presente, ma d’altro canto questo aspetto è anche una misura della grandezza e della contemporaneità del linguaggio dell’autore. L’accostamento con Maus* di Art Spiegelman, pietra miliare di – beh, di un po’ tutto – sorto più volte nel corso degli anni non suona peregrino per chi si è imbattuto nell’ambizioso sforzo creativo di Cruse.

”(…)Non è che una persona, innalzando la rabbiosa conoscenza di come sia stata abusata, competa con un’altra per lo status di ‘più abusata’; piuttosto è che dobbiamo conoscere le genealogie dei nostri movimenti, e con quella conoscenza viene la comprensione dell’interdipendenza di tutte le lotte di liberazione. Dobbiamo finalmente accettare e praticare quello che abbiamo detto per decenni, per secoli: la Libertà è possibile solamente quando è di tutti, e la schiavitù in un solo posto significa schiavitù ovunque”. (Dall’introduzione originale di Tony Kushner).

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