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Psyco di Alfred Hitchcock: viaggio nella mente di Norman Bates

Dopo aver attraversato con La donna che visse due volte uno dei punti più bassi della sua filmografia dal punto di vista commerciale (fortunatamente compensato dalla successiva rivalutazione da parte di critica e cinefilia) ed essersi ampiamente ripreso con il successivo Intrigo internazionale, il 60enne Alfred Hitchcock si trova a un punto di svolta della propria carriera. La fortuna economica derivante dalla serie televisiva Alfred Hitchcock presenta e l’autorevolezza garantitagli dal segno indelebile lasciato nella storia del cinema coi suoi thriller gli permettono di ampliare i suoi orizzonti e battere nuove strade. Grazie al suo fiuto e a un pizzico di fortuna, in questo momento propizio Hitchcock si imbatte in un semisconosciuto romanzo di Robert Bloch, liberamente basato sulla vita del serial killer Ed Gein, dal quale nasce nel 1960 Psyco, ultimo suo lavoro in bianco e nero e inizio della leggenda dell’inquietante personaggio di Norman Bates.

La tragica e terrificante vicenda di Norman è centrale non soltanto per la filmografia di Hitchcock, a cui si riallaccia costantemente per temi e atmosfere, ma per la storia del cinema tutto, che trovò con Psyco un fondamentale punto di incontro fra autorialità e genere. Proprio in Psyco riscontriamo infatti i primi vagiti di un cinema dell’orrore distante dalle atmosfere gotiche e dalla paranoia fantascientifica che avevano contraddistinto gli anni ’50, più psicologico ma non meno viscerale e fortemente legato alla contemporaneità. Facile inoltre riscontrare in Psyco e nella figura di Norman, assassino folle ma al tempo stesso metodico, misterioso e brutale, i prodromi dello slasher, che negli anni ’70 sarebbe prepotentemente salito alla ribalta grazie a maestri come John Carpenter e a icone del genere come Michael MyersJason VoorheesFreddy Krueger.

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Basta cercare di mettere nero su bianco, in poche parole, la trama di Psyco per rendersi conto di quale meravigliosa anomalia sia questo lavoro di Hitchcock. L’avvenente segretaria Marion Crane (interpretata dalla star dell’epoca Janet Leigh, madre della Jamie Lee Curtis che con Halloween – La notte delle streghe diventerà una delle più celebri e amate scream queen dell’horror), impegnata in una relazione complicata con il piccolo imprenditore Sam Loomis (non a caso, nome del personaggio di Donald Pleasence nel film di Carpenter), scappa da Phoenix portando con sé una valigetta contenente 40.000 dollari, affidatale dal suo datore di lavoro. Dopo essere sfuggita alla curiosità di un poliziotto, a causa delle pessime condizioni climatiche la donna decide di ripararsi al Bates Motel, gestito dall’impacciato e apparentemente gentile Norman, con cui comincia a conversare amabilmente.

No, non siete vittime di un’improvvisa amnesia cinematografica e sì, stiamo parlando dello stesso film. Se non ricordate granché di tutto ciò che ho scritto sopra è perché il cuore di Psyco è effettivamente da tutt’altra parte. Hitchcock compie infatti tre memorabili azzardi con una singola soluzione narrativa, uccidendo la sua protagonista a metà del racconto (con la celeberrima scena della doccia), trasformando la valigetta coi soldi nel più lampante MacGuffin della storia del cinema e dando il via a un film completamente diverso dal thriller a sfondo sentimentale che aveva configurato nella prima parte. Un racconto incentrato sulla psicologia di quell’umile e dimesso gestore di motel, che con il passare dei minuti scopriremo invece essere un assassino seriale, drammaticamente segnato da un rapporto tossico con la madre, possessiva e autoritaria, e disturbato mentalmente al punto da sdoppiarsi in lei, e nei suoi panni uccidere le donne piacenti che incontra.

Il sublime lavoro che Hitchcock fa sulla suspense, trascinandoci lentamente nel labirinto della mente di Norman, è accompagnato da uno sforzo altrettanto importante dal punto di vista registico. Il tema del doppio, che nel già citato La donna che visse due volte ha trovato il proprio apice all’interno della filmografia del cineasta britannico, è declinato nuovamente in Psyco, sia su Norman che su Marion. Il racconto è costellato di specchi. Specchi attraverso cui i personaggi si guardano, ma che dal punto di vista dello spettatore restituiscono un’immagine sdoppiata di Marion e Norman, che richiama la loro stessa dualità. Con il passare dei minuti, emerge la scissione interiore di Bates nella madre e nel figlio succube di lei, mentre in Marion la contrapposizione è fra la donna ligia ai propri principi e al proprio lavoro e un’aspirante dark lady, ladra e amante di un uomo sposato.

Hitchcock ci suggerisce continuamente queste caratteristiche attraverso archetipi visivi tanto semplici quanto efficaci. Il colore del reggiseno di Marion passa dal bianco al nero, accompagnando così la sua trasformazione da brava a cattiva ragazza, mentre Norman, anche quando gli indizi sulle sue turbe mentali non sono ancora evidenti, è spesso inquadrato dal basso verso l’alto, con una parte di volto illuminata e una in ombra, accompagnato da oggetti minacciosi e da angoli acuti, che richiamano la spigolosità della sua anima. Evidente inoltre l’archetipo rappresentato dalla casa isolata accanto al Bates Motel, simile per struttura agli imponenti castelli gotici tanto cari al cinema dell’orrore, abitato dal vero e proprio fantasma di Psyco, cioè la madre Norma, mummificata in cantina ma ancora viva attraverso le azioni di Norman, che dialoga continuamente con lei imitando la sua voce e si traveste da lei nel momento in cui compie i suoi efferati delitti.

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Il miglior amico di un ragazzo è la propria madre, dice Norman a Marion. Frase che anticipa il sinistro risvolto della sua personalità, ma che esplicita anche il complesso di Edipo attorno a cui ruota Psyco. Come rivelato nelle battute finali del racconto, dopo la prematura morte della madre, Norman ha sviluppato un rapporto morboso e simbiotico con la madre, avvelenato dall’autoritarismo di lei e dalla gelosia di lui. Una vera e propria dipendenza psicologica, che l’ha portato a rifiutare il nuovo compagno della madre e a prendere l’agghiacciante decisione di uccidere entrambi, simulando un caso di omicidio-suicidio per coprire le proprie tracce. Il senso di colpa di Norman non è però morto con la madre, e ogniqualvolta il giovane incontra una donna per cui prova attrazione, la castrante figura materna riaffiora in lui, portandolo a eliminare fisicamente chiunque possa sottrarlo al suo amore.

La latente aggressività di Norman deflagra brutalmente in momenti come quello già citato della doccia, scena madre di Psyco nonché uno degli assassinii più celebri dell’intera storia del cinema. Un capolavoro di tecnica cinematografica, girato in una settimana e composto da più di 70 stacchi di inquadratura, esaltato dalla colonna sonora di Bernard Herrmann, che sembra richiamare i versi degli uccelli in fase di attacco, cari a Norman per la sua passione per la tassidermia e allo stesso Hitchcock, dal momento che il suo successivo lavoro sarà proprio Gli uccelli. Una sequenza che lascia lo spettatore privo di punti di riferimento, che cambia il corso di Psyco e che, per stessa ammissione del regista a Truffaut nel fondamentale Il cinema secondo Hitchcock, è stata l’elemento del romanzo di Bloch che gli ha dato la spinta decisiva per realizzare il progetto:

Credo che la sola cosa che mi sia piaciuta, che poi mi ha convinto a fare il film, sia stato il modo improvviso in cui si commette l’omicidio sotto la doccia; è del tutto imprevisto ed è questo che mi ha interessato.

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La mano che accoltella ripetutamente Marion è quella di Norman, ma nella mente dell’uomo chi commette gli omicidi è sempre la madre. A riprova di questo fatto, non c’è soltanto il travestimento del protagonista, che si svela negli ultimi minuti di Psyco, ma anche altri piccoli dettagli, come la mano che brandisce il coltello: mano destra, nonostante Norman, nella sua versione quieta e apparentemente inoffensiva, sia evidentemente mancino. Un meccanismo noto in psicologia con il termine di identificazione proiettiva, che permette al protagonista di rimuovere le sue azioni, scaricarle sulla sua proiezione della madre defunta e mantenere una sorta di equilibrio nella sua follia, che lo porta addirittura a proteggere la figura materna occultando i cadaveri in un laghetto vicino.

Psyco ci mostra quindi in maniera raggelante che il male è in chiunque, e che ogni persona, dopo anni di traumi, abusi psicologici e repressione dei propri istinti, può trasformarsi in una bestia assetata di sangue e in una spietata macchina di morte. Non servono mostri, esperienze soprannaturali, riti e incantesimi: il male convive con noi e ci passa continuamente accanto, anche nella tranquillità di una discreta stanza di motel.

Psyco ha aperto la strada a una moltitudine di horror psicologici (Blood Feast, Gli invasati, Lo strano vizio della signora Wardh, Black Christmas) e ad altri celebri serial killer cinematografici, come i protagonisti di Non aprite quella porta, Il silenzio degli innocenti e Deranged – Il folle, che non a caso condividono con il lavoro di Hitchcock l’ispirazione dalla vera vita di Ed Gein, responsabile di vari delitti, mutilazioni e atti necrofili fra gli anni ’40 e ’50. Ma è facile anche riscontrare tratti della personalità di Norman Bates in altri sublimi cattivi cinematografici, come Travis Bickle di Taxi Driver e Alex DeLarge di Arancia meccanica, altrettanto importanti nella rappresentazione del disagio psichico e della violenza latente nella società.

Dopo poco meno di due ore di follia e violenza, il vero miracolo di Psyco consiste nel farci addirittura provare compassione per un serial killer, nonostante i suoi atroci delitti e il suo raccapricciante sguardo finale, che con un maestoso lavoro subliminale di Hitchcock sfuma per pochi fotogrammi sulla testa mummificata della madre, alla quale sono affidate le parole che concludono questa pietra miliare del cinema:

È doloroso che una madre debba pronunciare parole che condannano il proprio figlio, ma non posso permettere che loro mi credano capace di commettere un assassinio. Ora lo rinchiuderanno, come avrei dovuto fare io quando era bambino. È sempre stato cattivo e ora aveva intenzione di dire che ero stata io ad uccidere quelle ragazze e quell’uomo, come se io potessi fare un’altra cosa all’infuori di star seduta immobile e guardar fisso come uno di quei suoi uccellacci impagliati. Loro sanno che io non posso alzare neppure un dito… e non mi muoverò! Me ne starò seduta qui tranquilla, nel caso che loro sospettassero di me. Probabilmente ora mi stanno sorvegliando, ma lasciamoli fare. Farò vedere loro che specie di persona sono. Non scaccerò nemmeno quella mosca. Spero che mi stiano osservando, così vedranno. Vedranno e sapranno. E diranno a tutti: “Ma se lei non farebbe male neppure ad una mosca!”

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