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Psyco di Alfred Hitchcock: viaggio nella mente di Norman Bates

Dopo aver attraversato con La donna che visse due volte uno dei punti più bassi della sua filmografia dal punto di vista commerciale (fortunatamente compensato dalla successiva rivalutazione da parte di critica e cinefilia) ed essersi ampiamente ripreso con il successivo Intrigo internazionale, il 60enne Alfred Hitchcock si trova a un punto di svolta della propria carriera. La fortuna economica derivante dalla serie televisiva Alfred Hitchcock presenta e l’autorevolezza garantitagli dal segno indelebile lasciato nella storia del cinema coi suoi thriller gli permettono di ampliare i suoi orizzonti e battere nuove strade. Grazie al suo fiuto e a un pizzico di fortuna, in questo momento propizio Hitchcock si imbatte in un semisconosciuto romanzo di Robert Bloch, liberamente basato sulla vita del serial killer Ed Gein, dal quale nasce nel 1960 Psyco, ultimo suo lavoro in bianco e nero e inizio della leggenda dell’inquietante personaggio di Norman Bates.

La tragica e terrificante vicenda di Norman è centrale non soltanto per la filmografia di Hitchcock, a cui si riallaccia costantemente per temi e atmosfere, ma per la storia del cinema tutto, che trovò con Psyco un fondamentale punto di incontro fra autorialità e genere. Proprio in Psyco riscontriamo infatti i primi vagiti di un cinema dell’orrore distante dalle atmosfere gotiche e dalla paranoia fantascientifica che avevano contraddistinto gli anni ’50, più psicologico ma non meno viscerale e fortemente legato alla contemporaneità. Facile inoltre riscontrare in Psyco e nella figura di Norman, assassino folle ma al tempo stesso metodico, misterioso e brutale, i prodromi dello slasher, che negli anni ’70 sarebbe prepotentemente salito alla ribalta grazie a maestri come John Carpenter e a icone del genere come Michael MyersJason VoorheesFreddy Krueger.

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Basta cercare di mettere nero su bianco, in poche parole, la trama di Psyco per rendersi conto di quale meravigliosa anomalia sia questo lavoro di Hitchcock. L’avvenente segretaria Marion Crane (interpretata dalla star dell’epoca Janet Leigh, madre della Jamie Lee Curtis che con Halloween – La notte delle streghe diventerà una delle più celebri e amate scream queen dell’horror), impegnata in una relazione complicata con il piccolo imprenditore Sam Loomis (non a caso, nome del personaggio di Donald Pleasence nel film di Carpenter), scappa da Phoenix portando con sé una valigetta contenente 40.000 dollari, affidatale dal suo datore di lavoro. Dopo essere sfuggita alla curiosità di un poliziotto, a causa delle pessime condizioni climatiche la donna decide di ripararsi al Bates Motel, gestito dall’impacciato e apparentemente gentile Norman, con cui comincia a conversare amabilmente.

No, non siete vittime di un’improvvisa amnesia cinematografica e sì, stiamo parlando dello stesso film. Se non ricordate granché di tutto ciò che ho scritto sopra è perché il cuore di Psyco è effettivamente da tutt’altra parte. Hitchcock compie infatti tre memorabili azzardi con una singola soluzione narrativa, uccidendo la sua protagonista a metà del racconto (con la celeberrima scena della doccia), trasformando la valigetta coi soldi nel più lampante MacGuffin della storia del cinema e dando il via a un film completamente diverso dal thriller a sfondo sentimentale che aveva configurato nella prima parte. Un racconto incentrato sulla psicologia di quell’umile e dimesso gestore di motel, che con il passare dei minuti scopriremo invece essere un assassino seriale, drammaticamente segnato da un rapporto tossico con la madre, possessiva e autoritaria, e disturbato mentalmente al punto da sdoppiarsi in lei, e nei suoi panni uccidere le donne piacenti che incontra.

Il sublime lavoro che Hitchcock fa sulla suspense, trascinandoci lentamente nel labirinto della mente di Norman, è accompagnato da uno sforzo altrettanto importante dal punto di vista registico. Il tema del doppio, che nel già citato La donna che visse due volte ha trovato il proprio apice all’interno della filmografia del cineasta britannico, è declinato nuovamente in Psyco, sia su Norman che su Marion. Il racconto è costellato di specchi. Specchi attraverso cui i personaggi si guardano, ma che dal punto di vista dello spettatore restituiscono un’immagine sdoppiata di Marion e Norman, che richiama la loro stessa dualità. Con il passare dei minuti, emerge la scissione interiore di Bates nella madre e nel figlio succube di lei, mentre in Marion la contrapposizione è fra la donna ligia ai propri principi e al proprio lavoro e un’aspirante dark lady, ladra e amante di un uomo sposato.

Hitchcock ci suggerisce continuamente queste caratteristiche attraverso archetipi visivi tanto semplici quanto efficaci. Il colore del reggiseno di Marion passa dal bianco al nero, accompagnando così la sua trasformazione da brava a cattiva ragazza, mentre Norman, anche quando gli indizi sulle sue turbe mentali non sono ancora evidenti, è spesso inquadrato dal basso verso l’alto, con una parte di volto illuminata e una in ombra, accompagnato da oggetti minacciosi e da angoli acuti, che richiamano la spigolosità della sua anima. Evidente inoltre l’archetipo rappresentato dalla casa isolata accanto al Bates Motel, simile per struttura agli imponenti castelli gotici tanto cari al cinema dell’orrore, abitato dal vero e proprio fantasma di Psyco, cioè la madre Norma, mummificata in cantina ma ancora viva attraverso le azioni di Norman, che dialoga continuamente con lei imitando la sua voce e si traveste da lei nel momento in cui compie i suoi efferati delitti.

Psyco

Il miglior amico di un ragazzo è la propria madre, dice Norman a Marion. Frase che anticipa il sinistro risvolto della sua personalità, ma che esplicita anche il complesso di Edipo attorno a cui ruota Psyco. Come rivelato nelle battute finali del racconto, dopo la prematura morte della madre, Norman ha sviluppato un rapporto morboso e simbiotico con la madre, avvelenato dall’autoritarismo di lei e dalla gelosia di lui. Una vera e propria dipendenza psicologica, che l’ha portato a rifiutare il nuovo compagno della madre e a prendere l’agghiacciante decisione di uccidere entrambi, simulando un caso di omicidio-suicidio per coprire le proprie tracce. Il senso di colpa di Norman non è però morto con la madre, e ogniqualvolta il giovane incontra una donna per cui prova attrazione, la castrante figura materna riaffiora in lui, portandolo a eliminare fisicamente chiunque possa sottrarlo al suo amore.

La latente aggressività di Norman deflagra brutalmente in momenti come quello già citato della doccia, scena madre di Psyco nonché uno degli assassinii più celebri dell’intera storia del cinema. Un capolavoro di tecnica cinematografica, girato in una settimana e composto da più di 70 stacchi di inquadratura, esaltato dalla colonna sonora di Bernard Herrmann, che sembra richiamare i versi degli uccelli in fase di attacco, cari a Norman per la sua passione per la tassidermia e allo stesso Hitchcock, dal momento che il suo successivo lavoro sarà proprio Gli uccelli. Una sequenza che lascia lo spettatore privo di punti di riferimento, che cambia il corso di Psyco e che, per stessa ammissione del regista a Truffaut nel fondamentale Il cinema secondo Hitchcock, è stata l’elemento del romanzo di Bloch che gli ha dato la spinta decisiva per realizzare il progetto:

Credo che la sola cosa che mi sia piaciuta, che poi mi ha convinto a fare il film, sia stato il modo improvviso in cui si commette l’omicidio sotto la doccia; è del tutto imprevisto ed è questo che mi ha interessato.

Psyco

La mano che accoltella ripetutamente Marion è quella di Norman, ma nella mente dell’uomo chi commette gli omicidi è sempre la madre. A riprova di questo fatto, non c’è soltanto il travestimento del protagonista, che si svela negli ultimi minuti di Psyco, ma anche altri piccoli dettagli, come la mano che brandisce il coltello: mano destra, nonostante Norman, nella sua versione quieta e apparentemente inoffensiva, sia evidentemente mancino. Un meccanismo noto in psicologia con il termine di identificazione proiettiva, che permette al protagonista di rimuovere le sue azioni, scaricarle sulla sua proiezione della madre defunta e mantenere una sorta di equilibrio nella sua follia, che lo porta addirittura a proteggere la figura materna occultando i cadaveri in un laghetto vicino.

Psyco ci mostra quindi in maniera raggelante che il male è in chiunque, e che ogni persona, dopo anni di traumi, abusi psicologici e repressione dei propri istinti, può trasformarsi in una bestia assetata di sangue e in una spietata macchina di morte. Non servono mostri, esperienze soprannaturali, riti e incantesimi: il male convive con noi e ci passa continuamente accanto, anche nella tranquillità di una discreta stanza di motel.

Psyco ha aperto la strada a una moltitudine di horror psicologici (Blood Feast, Gli invasati, Lo strano vizio della signora Wardh, Black Christmas) e ad altri celebri serial killer cinematografici, come i protagonisti di Non aprite quella porta, Il silenzio degli innocenti e Deranged – Il folle, che non a caso condividono con il lavoro di Hitchcock l’ispirazione dalla vera vita di Ed Gein, responsabile di vari delitti, mutilazioni e atti necrofili fra gli anni ’40 e ’50. Ma è facile anche riscontrare tratti della personalità di Norman Bates in altri sublimi cattivi cinematografici, come Travis Bickle di Taxi Driver e Alex DeLarge di Arancia meccanica, altrettanto importanti nella rappresentazione del disagio psichico e della violenza latente nella società.

Dopo poco meno di due ore di follia e violenza, il vero miracolo di Psyco consiste nel farci addirittura provare compassione per un serial killer, nonostante i suoi atroci delitti e il suo raccapricciante sguardo finale, che con un maestoso lavoro subliminale di Hitchcock sfuma per pochi fotogrammi sulla testa mummificata della madre, alla quale sono affidate le parole che concludono questa pietra miliare del cinema:

È doloroso che una madre debba pronunciare parole che condannano il proprio figlio, ma non posso permettere che loro mi credano capace di commettere un assassinio. Ora lo rinchiuderanno, come avrei dovuto fare io quando era bambino. È sempre stato cattivo e ora aveva intenzione di dire che ero stata io ad uccidere quelle ragazze e quell’uomo, come se io potessi fare un’altra cosa all’infuori di star seduta immobile e guardar fisso come uno di quei suoi uccellacci impagliati. Loro sanno che io non posso alzare neppure un dito… e non mi muoverò! Me ne starò seduta qui tranquilla, nel caso che loro sospettassero di me. Probabilmente ora mi stanno sorvegliando, ma lasciamoli fare. Farò vedere loro che specie di persona sono. Non scaccerò nemmeno quella mosca. Spero che mi stiano osservando, così vedranno. Vedranno e sapranno. E diranno a tutti: “Ma se lei non farebbe male neppure ad una mosca!”

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Pupi Avati a Ravenna per Il Signor Diavolo: “Il male è ovunque”

Venerdì 23 agosto il pubblico di Ravenna ha potuto incontrare e celebrare un vero e proprio maestro del cinema italiano. In un’anticipazione del Ravenna Nightmare Film Festival, rassegna dedicata al lato oscuro del cinema, nella prestigiosa cornice del Cinema City, Pupi Avati ha presentato il suo ultimo lavoro Il Signor Diavolo, attualmente nelle sale italiane. Ad accompagnarlo sono stati lo scrittore romagnolo Eraldo Baldini e il direttore artistico del festival letterario GialloLuna NeroNotte Nevio Galeati.

Avati ha così introdotto Il Signor Diavolo: Siamo in un momento di grande crisi e difficoltà per il cinema italiano, che produce quasi esclusivamente commedie sul presente, con una panchina molto corta, perché i cast di questi film sono più o meno sempre gli stessi. E anche i risultati, non sono quei grandi risultati che dava la nostra commedia di costume, ma sono riscontri molto modesti. Oggi il mercato è in mano per l’80% al cinema americano. Quando si guardano le classifiche, molti weekend nei primi 10 posti per incasso, non ci sono film italiani. Succede, ed è tremendo. Quando cominciai a fare cinema io, in Italia si producevano 350 film all’anno, quasi uno al giorno. Film di tutti i generi: drammatici, d’amore, musicali, western, e ovviamente horror, che venivano venduti in tutto il mondo. Improvvisamente, non si è più fatto nulla. Ci si è ridotti a fare questo cinema di commedia, sul presente, con dinamiche uguali a quelle che trovi a casa tua. Le cinematografie più evolute, come quella nordamericana, hanno continuato invece a fare film sul futuro, sul passato. Non hanno paura, allargano la dimensione. Quando sono andato a proporre questo film, con la definizione di gotico rurale, o gotico padano, i produttori mi hanno detto quasi tutti di no. Ho avuto ben sette no prima di trovare un distributore che mi finanziasse il film, cioè Rai Cinema insieme a 01 Distribution. Due sere fa ero a Bologna, ieri a Comacchio, stasera a Ravenna: trovo sempre sale piene. Cè quindi una potenzialità per questi generi, non è vero che il pubblico italiano li rifiuta. Se confortate me, confortate anche altri miei colleghi ad avere coraggio e a fare film di fantasia, uscendo dai confini angusti di una realtà un po’ triste, nella quale siamo costretti a vivere.

Il Signor Diavolo

Pupi Avati a Ravenna per Il Signor Diavolo

Dopo la proiezione del film, Avati si è lasciato andare ad alcune importanti riflessioni sul suo ultimo film e sul contesto socio-culturale in cui è ambientato, cioè l’Italia dei primi anni ’50, dominata dalla Democrazia Cristiana e da una tradizione rurale ancora fortissima.

Io avverto una sorta di nostalgia per quel periodo, ha esordito Avati. Quel periodo buio, cupo, tetro, in cui la Chiesa stessa ha ottenuto la figura carismatica del parroco di campagna. Io nel 1952, in cui è ambientato il film, ero già ragazzo, e per motivi bellici sono stato sfollato in campagna. I gesuiti dicevano “Dateci un bambino nei primi cinque anni della sua vita e sarà nostro per sempre”. Questa cultura contadina mi ha nutrito, una cultura terrorizzante, in cui si andava a letto in stanze buie. Il Signor Diavolo è infatti un film sulla paura del buio, che è una paura atavica, ancora oggi attuale. Un bambino di oggi ha ancora paura del buio, non è che perché ha visto Il re leone ne è stato affrancato.

Come in molti altri lavori di Avati, primo fra tutti La casa dalle finestre che ridono, ne Il Signor Diavolo gli uomini di chiesa rivestono un ruolo fondamentale, e per certi versi inquietante. Il prete è depositario di misteri, ha sentenziato Avati, cammina a un’altezza a metà fra terra e cielo. Una volta saliva su quei pulpiti, che adesso non si vedono più. Saliva lassù e ti raccontava cose che andavano oltre Dante Alighieri: l’Inferno, i peccati, la dannazione. Questa educazione ci ha portato ad avere un senso di colpa. Adesso il demonio non è più candidabile, ma non vuol dire che il male non ci sia. Io per esempio sono una persona profondamente invidiosa, non sopporto i successi altrui. Preferisco gli insuccessi altrui che i successi miei. Quando sono andato a confessarmi a San Pietro ho detto che sono deluso dal sacramento della confessione, perché confesso sempre i soliti peccati, cioè l’invidia e l’egoismo. Io infatti sono invidioso e dò solo il superfluo, mentre invece il cristianesimo dice che devi dare anche l’essenziale. Il confessore mi ha detto che non avevo bisogno di essere confessato, ma di uno psichiatra.

Il senso de Il Signor Diavolo, per il regista è molto chiaro: L’assunto del film, al di là del buio, è che il male è ovunque. Il male è in noi e in tutti gli altri. Il male è persino nel bambino meno sospettabile. Come è chiara del resto il ruolo del funzionario Momentè, chiamato a indagare su misteriosi eventi che coinvolgono la Chiesa in Veneto. La figura del forestiero Momentè, culturalmente distante anni luce dai protagonisti, induce identificazione dello spettatore, perché anche lui viene da quel mondo lì. Questi personaggi finiscono sempre male perché mi assomigliano. Io sono un perdente, non lo dico con civetteria. Sono un perdente e sono sedotto dagli inadeguati, da chi cerca la felicità ma non la vede mai arrivare. Io ho 80 anni e i miei titoli di coda non sono lontani, quindi posso fare i conti con la mia vita, e mi rendo conto che innanzitutto non ho fatto il film della vita, il che è anche positivo perché mi fa sperare che io lo possa ancora fare. Essere insoddisfatti produce energia. Io vedo tanta gente soddisfatta di di se stessa, pacificata col mondo. Io non li invidio, e penso che il nostro dovere sia dare quello che di te ti è stato dato, come nella parabola dei talenti. I miei protagonisti sono sempre personaggi con problemi, con grandi sogni che non si realizzano, ma che continuano ad avere fino alla fine.

Pupi Avati ha poi spaziato sulla sua personale idea di fede, e, più in generale, sulla speranza. La mia fede non è autentica. Io voglio credere, io penso che Dio sia indispensabile perché vedo un livello di ingiustizia così diffuso, non tanto a livello pubblico, ma in persone accanto a me. Persone che nascono nel dolore e muoiono nel dolore, nate nell’ingiustizia e morte nell’ingiustizia. Io vado in chiesa e prego Dio di esistere, perché non credo più a un’istituzione che possa penetrare in ambiti privati e restituire giustizia, ci vuole qualcuno dall’alto. Questo proselitismo laico, per il quale mi si deve convincere a non credere, per quanto riguarda me, lo posso anche sopportare, ma per altre persone, che non hanno altro che l’aspettativa del dopo, non lo posso accettare. Quando ti muore un figlio,come puoi permettere di dire a qualcuno che non c’è altro? Io penso che sia profondamente ingiusto privare le persone di aspettative e di sogni. Ai miei ragazzi dico di fare sogni, anche ambiziosi, perché magari non si realizzeranno, ma sarà sempre meglio morire inseguendo un sogno che rassegnarsi al fatto che non succeda niente. Io vedo i miei figli 40enni e i miei nipoti che sono già rassegnati, rinunciatari. Non confidano nel fatto che la vita possa essere qualcosa di orrendo ma anche di straordinario. Io 50 anni fa vedevo bastoncini di pesce. Improvvisamente mi sono trovato a vedere 8½ e sono andato al Bar Margherita a dire a tutti di vederlo. Quando tutti lo videro, dissi: ci proviamo? Bellocchio ha fatto un capolavoro come I pugni in tasca con 38 milioni! Ero come Gesù con gli apostoli, stavo facendo la squadra. Era meraviglioso. Quella sera lì è nata una storia. Siamo stati tutti a Piazza Minghetti a prendere nomi dei registi e abbiamo mandato migliaia di lettere, ma non ci ha risposto nessuno. Poi un giorno, nella buca della posta ho trovato una lettera. L’ho presa e sopra ho visto il mittente più autorevole che si potesse desiderare: Ennio Flaiano. Ci aveva risposto Ennio Flaiano! Aspetto la sera per aprirla con tutti gli altri. Vado al bar, la apriamo, tiriamo fuori il foglio e c’era scritto: “Non scrivetemi più!”.

Dopo un breve accenno ai progetti successivi a Il Signor Diavolo, (Oggi ho incontrato il sindaco di Ravenna, una settimana fa quello di Firenze, perché abbiamo da molti anni l’intenzione di fare un film su Dante) e una carezza alla sua terra (Io ho presentato il film solo in Emilia-Romagna per vigliaccheria, perché sento che è una zona con molta amicizia nei miei confronti. Qui io sento di parlare una lingua a me amica), Avati ha commentato i primi incoraggianti risultati de Il Signor DiavoloLa prima sera mi sono arrivati 313 risultati, cioè le 313 sale dov’è il film. Io adesso vado in albergo e mi trovo 313 situazioni, poi mi confronto con mio fratello. Il risultato di ieri sera non era né Il Re leone, né Fast and Furious, ma era il terzo risultato. Ed è un risultato per il quale Rai Cinema stamattina si è congratulata. Ed è la prova che essere così negativi su un genere è un errore. Non soltanto un genere, ma tutti i generi. Evidentemente noi non abbiamo tante tecnologie, però i film “de paura”, con atmosfere, li sappiamo fare. Qui i pochi effetti che ci sono li ha fatti Sergio Stivaletti, con cose molto semplici, e se il film funziona non è certo per quelli. Il Signor Diavolo non è fondato sugli effetti speciali. Se noi abbiamo avuto un trasteverino come Sergio Leone che si è inventato il western, con sfrontatezza, vuol dire che possiamo permetterci di essere più coraggiosi e di non ripiegarci sulla commediola. Siamo dentro a una sorta di grande ricatto, per cui le altre cinematografie spaziano, mentre noi no. Il cinema italiano a Venezia avrà titolini, mentre si spenderanno tanti soldi per esaltare il cinema americano.

Il regista ha poi concluso l’incontro, al termine del quale ha ricevuto la notizia della morte del suo attore feticcio Carlo Delle Piane, con una toccante riflessione sulla sua carriera e sulla sua vita. Per Il Signor Diavolo non voglio parlare di prodotto finale, direi più sintesi momentanea. Quando fai un film ci metti dentro tutto quello che hai fatto prima. Come dice Proust, il futuro si trasforma in passato. Cominci ad avere nostalgia del passato e a un certo punto dell’ellisse della tua vita, in cui il fisico si indebolisce, i ricordi prendono il sopravvento. Il tuo io però percorre una traiettoria completamente diversa. La fine dell’ellisse è la vecchiaia, che è misteriosa e affascinante, perché produce la nostalgia della tua adolescenza. Torni ad avere la voglia di essere figlio e tenere per mano i tuoi genitori. Da vecchio percepisco i bambini come non li ho mai percepiti, perché fra un vecchio e una bambino c’è una sintonia profonda, grazie a un sentimento che ci rende migliori: la vulnerabilità. Le persone più vulnerabili sono le migliori. Più uno è vulnerabile, più capisce l’altro. Io sento che invecchiando sono diventato molto più percettivo su tutto ciò che ci circonda. E sento che la fine del mio viaggio si dovrebbe concludere in quella cucina di Via San Vitale 5, dove mi aspettavano i miei genitori per la cena.

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C’era una volta a… Hollywood: la nostalgica favola di Quentin Tarantino

Che cosa ci si può aspettare da un film di Quentin Tarantino? Tante le possibili risposte a questa domanda: dialoghi taglienti e coloriti, violenza insistita e mai edulcorata, narrazione non lineare, citazioni e omaggi a tutta la storia del cinema, e molto altro ancora. Tutte risposte valide, ma che in qualche modo limitano e incasellano l’estro di uno dei più grandi registi viventi, nonché uno dei pochi che, nell’era della bulimia dell’audiovisivo, ha ancora l’autorevolezza di catturare l’attenzione incondizionata di ogni tipologia di spettatore. Giunto al suo nono film C’era una volta a… Hollywood, il penultimo prima dell’annunciato ritiro, Tarantino ha il potere e il credito per fare tutto ciò che vuole, ma non rinuncia a quello che forse è il vero tratto distintivo delle sue opere, cioè la voglia di stupire lo spettatore, utilizzando il cinema e i suoi personaggi per esplorare il mondo e la società.

Come in Bastardi senza gloria e Django Unchained, Tarantino sceglie nuovamente di scatenare la sua fantasia fra i meandri della storia. Dopo l’ucronia dell’uccisione di Hitler all’interno di un cinema parigino e la vendetta di Django Freeman nei confronti del malvagio schiavista Calvin Candie, il regista statunitense ambienta la sua opera più intima e personale nella Los Angeles del 1969, città simbolo dell’industria cinematografica, ma anche teatro del celebre eccidio di Cielo Drive, perpetrato dalla setta guidata da Charles Manson, in cui perse la vita all’ottavo mese di gravidanza Sharon Tate, attrice e moglie di Roman Polanski. La vicenda della Tate, interpretata dall’eterea di Margot Robbie, è utilizzata da Tarantino come crocevia di storie e personaggi, fra cui spiccano l’attore in declino Rick Dalton e il suo stunt-man/tuttofare Cliff Booth, magistralmente impersonati da Leonardo DiCaprio e Brad Pitt.

C'era una volta a... Hollywood

I tre protagonisti di C’era una volta a… Hollywood si muovono fra le pieghe di un periodo fondamentale per la crescita e la formazione di Tarantino, che, da classe 1963, si approcciava proprio in quegli anni alla magia del cinema che lui stesso ha poi alimentato. Un periodo fatto di radicali cambiamenti culturali e sociali, in cui il cinema narrativo classico si apprestava a cedere il passo al rinnovamento della Nuova Hollywood, e il movimento hippy procedeva ad alta velocità verso la perdita della sua verginità, sotto i colpi della guerra del Vietnam e dell’ondata di sdegno generata dai crimini della famiglia Manson. Morte e resurrezione, declino e riscatto, tradizione e cambiamento diventano così i perni su cui Tarantino costruisce un racconto debordante, fatto di continui mutamenti di registro e di temi, di un costante andirivieni di personaggi e di uno smisurato amore per il cinema.

Tarantino ci mostra e ci fa vivere una Hollywood che non c’è più, fatta non soltanto di star, con i loro festini e i loro capricci, ma anche e soprattutto di persone che vivono alla giornata e si arrabattano quotidianamente per guadagnarsi il loro piccolo posto nell’industria. È questo il caso dei registi, alla ricerca del meglio dei propri attori, dei loro assistenti, alle prese con i problemi che ogni giorno capitano sul set, e anche di Rick Dalton, che dopo un luminoso avvio di carriera in una serie televisiva western si trova sulla soglia dei 40 anni, con qualche acciacco di troppo e soprattutto con la necessità di confrontarsi con i mutamenti di pubblico e produzione, con la prospettiva del mancato approdo nella Hollywood che conta, vista quasi come un miraggio, e addirittura dell’onta della retrocessione negli spaghetti western italiani, da lui considerati poco più che spazzatura.

C'era una volta a... Hollywood

Un eroe imperfetto e decadente, che ha bisogno dell’aiuto di Cliff Booth (a sua volta escluso dal giro che conta per delle inquietanti voci sul suo passato) non soltanto per le scene più pericolose, ma anche per le sue necessità nella vita quotidiana, come un passaggio in auto per il lavoro o la risoluzione di un problema all’antenna. Fra i due non c’è né astio né invidia, ma si crea invece la complicità di chi sa che non può fare a meno dell’altro e di chi ha in comune più fallimenti che successi e più dipendenze che passioni.

Come sempre, Tarantino gioca con i suoi personaggi e con le loro fragilità, prendendosi tutto il tempo che gli serve per digressioni nella routine giornaliera e per scampoli di vita da set, che ci regalano anche la sequenza più divertente di C’era una volta a… Hollywood, con l’incontro/scontro fra Cliff e un macchiettistico Bruce Lee, e uno strepitoso momento di recitazione, con il quale DiCaprio prenota già una nomination ai prossimi Oscar. Intorno ai protagonisti, ruota una fauna di personaggi stravaganti, impersonati anche per pochi minuti da interpreti di assoluto valore come Al Pacino, Bruce DernDamian LewisKurt Russell, Michael Madsen, Dakota Fanning e Zoë Bell, e soprattutto Margot Robbie, meno presente su schermo rispetto a quanto ipotizzabile, ma fondamentale nell’economia della narrazione.

C'era una volta a... Hollywood

Sharon Tate, emblema di quella Hollywood apparentemente irraggiungibile, ma distante solo un portone dalla villa di Rick Dalton, si muove soave per Westwood Village, dando a Tarantino l’opportunità di mettere in scena il suo proverbiale feticismo del piede ma anche l’occasione per un toccante lavoro metacinematografico, con la rampante star che partecipa a una proiezione diurna di Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm, guardando se stessa sullo schermo e traendo piacere dal riscontro positivo del pubblico per la sua performance. La medesima necessità di approvazione di cui ha bisogno Dalton, che trova in un confronto con una professionale attrice bambina la strada per rimettere nuovamente al centro di tutto la passione per il suo mestiere, stupendo i colleghi addetti ai lavori come non era più da tempo abituato a fare.

Questo continuo dualismo fra ciò che succede dentro e davanti allo schermo, attraverso inserti autoconclusivi, può essere superficialmente scambiato per la mancanza di una vera e propria trama, ma serve invece a Tarantino per dare vita a quello che è il cuore di C’era una volta a… Hollywood, cioè la nostalgia per un’epoca unica e irripetibile dell’industria cinematografica, pulsante e divistica ma allo stesso tempo fortemente umana, e un malinconico ragionamento sullo scorrere del tempo e sui cambiamenti che esso impone. Proprio in questo aspetto, l’ultimo lavoro di Tarantino trova un contatto tangibile con il suo più importante punto di riferimento, quel Sergio Leone evocato esplicitamente con il C’era una volta del titolo (richiamo a C’era una volta il West e C’era una volta in America) e implicitamente con la menzione di Sergio Corbucci, elogiato come secondo miglior regista di spaghetti western, ovviamente dopo il maestro romano.

C'era una volta a... Hollywood

In quello che può essere visto come una sorta di testamento cinematografico, punto esclamativo di una carriera che in cuor nostro speriamo che Tarantino non abbia davvero intenzione di concludere con il suo prossimo decimo lavoro, il regista mette tutto se stesso, rischiando persino di deludere gli spettatori in cerca di una costante tensione e delle scariche di violenza che hanno contraddistinto la sua filmografia. Ma l’azione, come del resto il finale, che lo stesso cineasta ha insistentemente chiesto di mantenere per quanto possibile segreto, è solo una diretta conseguenza di un impianto narrativo in cui l’imperfezione di Dalton e Booth, il mutamento di Hollywood e il sinistro affioramento di Charles Manson sono solo tessere di un puzzle che nobilita la potenza del cinema stesso, visto da Tarantino come mezzo con il quale giocare con la storia e con la realtà, modificandole a seconda delle sue esigenze.

Ma in fondo che cos’è il cinema se non la vita stessa (con le parti noiose tagliate, come disse Alfred Hitchcock) in una versione depurata, migliorata ed eroicizzata? In questo senso, C’era una volta a… Hollywood non è altro che l’adattamento sfrenato e per certi versi disordinato di quello che è il mondo di Tarantino. Un mondo alimentato dalle immagini e dalle storie, in cui le persone comuni, anche le più fragili e mediocri, hanno la stessa importanza delle star e, con o senza le luci dei riflettori, possono a loro modo trasformarsi in eroi.

C'era una volta a... Hollywood

Ricollegandoci alla domanda iniziale, che cosa bisogna aspettarsi da C’era una volta a… Hollywood? La risposta più banale è anche quella più azzeccata: nulla. Nulla, se non la viscerale passione di un regista perdutamente innamorato del suo lavoro e di quel mondo che l’ha cresciuto e cullato, portandolo a diventare uno dei più grandi cantori moderni delle virtù e delle contraddizioni dell’animo umano. Nulla, se non un cinema crepuscolare, lontano dalla divertita brutalità degli esordi di Tarantino, ma allo stesso tempo perfettamente coerente con un percorso artistico che l’ha portato a rileggere gli ultimi due secoli di storia, fino ad arrivare a un passo dai nostri giorni. Nulla, se non un nuovo memorabile racconto a cui lasciarsi totalmente andare, con la gioia per ciò che fortunatamente abbiamo e con un pizzico di malinconia per ciò che invece è passato e irripetibile.

C’era una volta a… Hollywood arriverà nelle sale italiane il 18 settembre, distribuito da Sony.

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