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Now playing: dalla Folgoluce a The Office il passo è breve

Nessuna estate può ritenersi tale se non è collegata a qualche prodotto dell’intrattenimento, per quanto mi riguarda. Diverso dal tormentone estivo, che ha lo scopo di nascere e morire nel corso di poco più di tre mesi, il mio personale amore è fatto per rimanere.

Ricordo l’estate in Corsica, in cui le passeggiate in spiaggia e le serate in campeggio furono funestate dalla morte di Ned Stark. Oppure le giornate in Grecia, passate insieme ai libri di Carrere. O quella del 2009, in cui fu Ryszard Kapuściński a tracciare la linea. Ci sono intere estati dominate dal ricordo di un videogioco, forse perché collegate a singoli episodi (Cadillacs & Dinosaurs quando aprirono una sala giochi a cinquanta metri da casa e ci passavo le serate con mio fratello o Double Dragon quando mio cugino si accorse che il cabinato al lido dava credito illimitato, se la botta era abbastanza forte) o da quello di una serie tv.

In ognuna di quelle estati io ho messo nel cassetto dei ricordi un prodotto, che ogni tanto mi piace recuperare o che vedo/gioco/leggo di nuovo con grande piacere.

Crescendo, spesso il prodotto in questione è diventato più di uno, su più media: eccoci quindi arrivati a oggi, a questo pezzo in cui provo a riassumere il meglio che ho incontrato sulla mia strada nerd, le milestone che vedrò quando mi volterò indietro e guarderò al 2019 con qualche anno in più sulle spalle.

Libro: La via dei re e Le cronache della folgoluce in generale

Sono un amante del fantasy, sotto (quasi) tutte le forme. Datemi un libro fantasy e ci passerò un’estate su. Datemi una buona saga e mi ci immergerò, parlandone a tutti gli interlocutori possibili.

Nonostante l’enorme quantità di titoli pubblicata negli ultimi tempi, da alcuni anni a questa parte mi sono sentito orfano. Ci sono state belle scoperte – come il weird ad opera di China Melville – o la scrittura di Ursula K. Le Guin, però nulla di cui innamorarsi, su cui passare ogni momento libero, in una febbrile ricerca di tempo di lettura che diventa sempre più spasmodica.

Poi arriva lui, Brandon Sanderson: a me sconosciuto fino alla presentazione delle novità Mondadori dell’inverno scorso, in cui è stata annunciata l’uscita del terzo libro della saga de Le cronache della Folgoluce, sua più grande opera. Ed è stato subito amore.

Il perché è presto detto: Sanderson consegna ai lettori un mondo fatto di storie appassionanti e dolorose, di morte e riscatto, di vendetta e mistero, di divinità capricciose e lame fatte di nebbia. Il tutto confezionato con dei personaggi che si fanno amare al primo capitolo e un mondo vasto e variegato: migliaia di pagine di passioni, duelli, guerre, razze, inganni, nobili, spettri – o entità simili – e uno stile di scrittura che rende immediata l’epicità degli accadimenti.

Non fatevi spaventare dalla mole dei libri – ognuno di oltre mille pagine – o dalla durata dell’opera – la cui fine è prevista, forse, per il 2024 – prendete in mano un libro di Brandon Sanderson e ficcateci dentro il naso. Non vorrete leggere più nulla (almeno) fino alla fine delle vacanze.

Fumetto: Magico Vento, Il ritorno

Sono cresciuto a pane e fumetti, questo lo sapete. Quello che forse non sapete è che se abiti in un paese piccolino, le edicole avranno solo qualche fumetto Bonelli. Quindi sono cresciuto a pane e fumetti Bonelli. Non mi lamento, sia chiaro, ho attraverso l’universo, il sogno, l’incubo, la pianura americana, la giungla sudamericana, le metropoli del passato, del presente e del futuro insieme agli eroi Bonelli e sono stati tutti viaggi splendidi. Qualcuno si è interrotto bruscamente, qualcun altro meno.

È il caso di Magico Vento, creatura di Gianfranco Manfredi, uscita tra il 1997 e il 2010, ambientato intorno alle metà del XIX secolo in un far west a cavallo tra il classico western e l’horror.

Proprio la dimensione sovrannaturale della serie attirò la mia attenzione ai tempi del primo numero e ammetto che il prodotto che mi trovai davanti mi ha dato costanti soddisfazioni. L’evoluzione dei personaggi, con la Storia degli Stati Uniti sullo sfondo, è stata regolare e coerente, pur riuscendo a mantenere un buon timone sugli aspetti più squisitamente orrorifici. Il piacere della lettura stava anche nello scoprire ogni mese che taglio avrebbero deciso di dare alla storia in edicola: portare avanti un fumetto per più di 100 numeri significa sapersi ancorare saldamente al proprio genere di riferimento ma lasciarsi andare anche a qualche sapiente esplorazione.

E così ha fatto Magico Vento, portando con sé i lettori nel giallo, nelle ispirazioni lovecraftiane, nel romanzo storico, financo nel biografico. Lasciando dietro di sé pochissime sbavature.

Ecco il motivo per cui la chiusura della serie regolare non fu accolta benissimo, in casa mia.

Ed ecco perché ritrovarlo in edicola è stata una piacevole sorpresa, un po’ come ritrovare quell’amico del mare che non vedevi da tanto tempo ma con cui hai passato tante estati a giocare prima e a filosofeggiare al tramonto, poi.

Esattamente per lo stesso tipo di paragone, non vorrei una serie regolare di Magico Vento di nuovo in edicola: non potrei dedicarle troppo tempo – o comunque il tempo che meriterebbe – e poi avrei paura che, così come l’amico del mare in inverno, possa rivelarsi una delusione. Quindi ben venga la miniserie, che ci riporta, per un breve momento, alla gloria di più di un decennio fa.

Gioco: Citadels

L’estate, si sa, è il momento dell’anno in cui tutti abbiamo un mazzo di carte nella borsa. Perché capiterà di dover aspettare l’arrivo di qualcosa (il traghetto? Il treno? L’aereo?) o perché è semplicemente un modo rapido e veloce di passare tempo in compagnia.

Personalmente ho passato tante estati a giocare con le classiche carte da scala quaranta, finché – più di venti anni fa – uno dei ragazzi della comitiva si presentò con un mazzo di carte di Magic. Da allora non fu più lo stesso.

Ho imparato che ci sono tanti giochi di carte (quindi leggeri e facilmente trasportabili), ognuno più appassionante dell’altro. Negli anni sono passato dai classici Uno e compagnia bella fino a quelli che più sento come miei, ossia Munchkin e Citadels.

È su quest’ultimo che vorrei soffermarmi, perché l’ho ripreso dopo tanti anni: creato da Bruno Faidutti, Citadels dà al giocatore lo scopo di costruire una città nel più breve tempo possibile. Per farlo, dovrà impersonare a ogni turno un personaggio (Re, Assassino, Mercante, Architetto, Ladro, ecc.) e usarne le specifiche abilità.

Citadels è il giusto dosaggio di strategia e fortuna (che con i giochi di carte un po’ c’entra sempre!) e ha il grande pregio di essere facilmente spiegabile e comprensibile. Caratteristica fondamentale se volete proporlo a dei casual gamers.

Serie tv: The Office

Anche in questo caso sono arrivato in ritardo. In colpevolissimo ritardo.

Complice alcuni giorni da solo a casa, la memoria è andata a questa serie di cui conoscevo solo le centinaia di meme in giro per la rete: avendo tempo a disposizione mi sono lanciato alla sua scoperta.

Non guarderò più i miei colleghi allo stesso modo, perché lo so che in fondo, in ognuno di loro si nasconde un Dwight. O uno Stanley. Magari anche un Toby.

Scherzi a parte, le dinamiche di The Office sono talmente agghiaccianti da fare il giro e diventare divertenti, non il contrario. Le situazioni a cui sono sottoposti i protagonisti non sono molto lontane dalla quotidianità di tanti uffici, gli autori si sono limitati a spingere sul pedale dell’acceleratore rendendo grottesco questo o quell’aspetto, a seconda dei casi.

E quindi ecco temi difficili come l’orientamento sessuale, la privacy, i rapporti tra colleghi, la competizione e la diversità fatti a pezzi sull’altare sacrificale del politicamente scorretto. A esser precisi, in alcuni casi, sull’altare dell’inconsapevolmente politicamente scorretto: perché il personaggio di Michael – interpretato da uno Steve Carrell meraviglioso – ha un’aura candida che lascia sconvolti. O meglio, che mette in fibrillazione i miei neuroni specchio, facendomi vergognare sempre di più a ogni puntata.

Mentre scrivo sto finendo la terza stagione e vorrei riuscire a mettermi in pari entro la fine dell’estate. Poi, magari, chissà, sarà la volta di Parks and Recreations.

 

 

Playlist Nerd - Agosto

Now Playing: playlist nerd che non sapevi di volere ascoltare/leggere/guardare

Agosto, si sa, è il mese delle ferie: la macchina carica, la prova costume dietro l’angolo, le scorte di antizanzare, l’organizzazione scientifica di falò e grigliate, le doverose passeggiate all’aria aperta, l’immancabile scorta di libri e tutto quello che l’immaginario collettivo ha costruito intorno al mese più amato (e odiato) di tutto il calendario.

Nel corso del tempo, a questo elenco si sono aggiunti gli armamentari più o meno ingombranti che la tecnologia ci ha messo a disposizione per godere appieno le meritate vacanze. E quindi, dal Game Boy in poi, i nostri zaini si sono riempiti sempre più di supporti digitali per giocare, ascoltare musica, guardare serie e film, da soli o compagnia.

Quello che non manca mai, speriamo per tutti, è il tempo da dedicare alle proprie passioni. C’è chi approfitta dell’estate per recuperare tutti i libri che non è riuscito a leggere in inverno, chi fa incetta di serie tv vecchie e nuove, chi non si separa mai dalla sua console e chi tira fuori sotto l’ombrellone i giochi da tavolo che ha sperimentato solo al chiuso.

Che voi siate tipi da spiaggia, da montagna o da città, non preoccupatevi, Nerdcore non vi abbandona: il mese di agosto, infatti, non avrà una Core Story dedicata ma sarà lo spazio in cui ogni redattore potrà darvi i suoi personali suggerimenti.

Abbiamo lasciato ampio margine di manovra a tutti, affinché il centro dei consigli fossero solo le passioni che animano la nostra redazione.

Come è ormai consuetudine, questa pagina fungerà da indice, dandovi modo di saltare da un articolo all’altro e, quindi, – speriamo – di trovare il suggerimento più adatto a voi.

Lorenzo Barberis: E fu allora che vidi il pendolo

Alessandro Palladino: Now Playing: dalla Corea ai supereroi corrotti

Felice Garofalo: Dalla Folgoluce a The Office il passo è breve

Anna Sidoti: U suli, u mari, a pleistesc, i telefilm, i tormentoni

Andrea Giovalè: Il corpo umano è composto al 98% da storie

Davide Costa: Quattro storie da ridere per gli ultimi giorni di agosto

 

Godzilla - Immagine in evidenza

Il Godzilla del 1998 o di come Emmerich creò GINO (Godzilla In Name Only)

Il 1998 fu un discreto anno per il cinema. Nelle sale uscirono – e ne cito solo alcuni in ordine di importanza personale – The Truman Show, Paura e delirio a Las Vegas, Salvate il soldato Ryan, The cube, Gatto nero gatto bianco, Train de vie, La sottile linea rossa, Armageddon, Radiofreccia e tanti altri. Insomma per il giovane appassionato di cinema che approfittava dell’uscita del film in questione per godersi una bella serata, c’era tanto materiale in giro.

Certo, molte uscite di quell’anno, una volta riviste da grande, si sono dimostrate piuttosto deboli. Non tutte, alcune sono addirittura migliorate, come ad esempio quel piccolo gioiello interpretativo che è The Truman Show o quel grande lavoro storico e registico che è La sottile linea rossa.

Quando in redazione è stata annunciata la Core Story di maggio, il mio pensiero è andato immediatamente a lui, all’omonimo film che mi ha fatto conoscere Godzilla, quello diretto da Roland Emmerich e che vede, tra i protagonisti Matthew Broderick e Jean Reno. Anche questo, ai tempi, l’ho visto al cinema e ne avevo un ricordo tutto sommato discreto. Per questo mi sono riproposto di rivederlo e recensirlo oggi, a più di vent’anni dal suo esordio.

Prima di lanciarci nell’analisi del film, un po’ di contesto: nel 1998 in Italia avevamo Romano Prodi alla presidenza del Consiglio, mentre negli Stati Uniti scoppiava il sexgate che avrebbe portato all’impeachement di Bill Clinton. Non avevamo ancora assistito al grande shock dell’11 settembre né alla crisi dei mutui subprime. Internet era agli albori e la bolla speculativa delle dot com era lungi dal manifestarsi.

Insomma a parte un minimo di timori sul nuovo millennio che stava per arrivare, il futuro era ancora visto con ottimismo. Lo stesso ottimismo che si vedeva al cinema che infatti, a parte Armageddon, va a pescare in Godzilla l’unico pericolo per la nostra sopravvivenza.

Roland Emmerich è pervaso da questo ottimismo e con grande fiducia in sé stesso e nelle proprie possibilità, decide di lanciarsi nell’adattamento statunitense (quanto piace agli aMMericani prendere del buon materiale di partenza e rimasticarlo per il loro pubblico di riferimento?) di quel gioiello della cinematografia che è stato Godzilla.

In fondo, l’idea era semplice ma efficace: prendi un mostro enorme, mettilo a distruggere una città, aggiungici qualche eroe che si sacrifica e via di fazzoletti pieni di lacrime e portafogli gonfi di soldi.

Tutti sappiamo che è stato così solo in parte.

Mettere in moto la macchina organizzativa per creare un film è una delle cose più complesse che ci siano: migliaia di persone da gestire, centinaia di migliaia di dollari di budget, enormi interessi e relative pressioni in gioco, capricci degli attori, tempi del marketing. Insomma, quando un film va male, non si può certo puntare il dito contro una sola persona. Come quando finisce un rapporto di lunga data, le responsabilità ci sono sempre da entrambi i lati.

Tranne nel caso di Godzilla, in cui l’ego di Emmerich gli fece prendere alcune cantonate clamorose.

Andiamo con ordine: la casa produttrice della serie di film su Godzilla, la giapponese Toho, è sempre stata molto accurata nella descrizione del personaggio e delle sue origini. Godzilla nasce anche per condannare l’uso delle armi atomiche, quindi la sua origine deve essere quella. Inoltre, deve avere delle caratteristiche fisiche ben precise, che vengono condivise con i registi, i direttori degli effetti speciali e ogni altro addetto alla produzione del film, affinché la fedeltà all’originale venga rispettata.

Tutte queste informazioni arrivano anche sulla scrivania del buon Roland che le legge e le scarta come se non fossero mai esistite.

Il suo Godzilla deve essere diverso.

E quindi largo alla “credibilità” scientifica, facendo derivare Godzilla da una specie di iguana natìa della Polinesia francese teatro dei test atomici: il problema vero fu che questa origine pseudo naturale andò a modificare completamente il character design che tanto aveva significato per il successo della serie e che aveva reso Godzilla il kaiju più amato dai cinefili.

Tutto questo non passò inosservato e la Toho sconfessò buona parte del film americano (il mostro verrà ribattezzato “Zilla”, per far capire a tutti che non era l’originale): il mostro protagonista e la sua mancata antropomorfizzazione, la sua origine dichiarata a metà film, la sua capacità di scavare tunnel, tanto per prendere qualche esempio.

Se tutto questo vi sembra solo un ragionare sul sesso degli angeli tipico degli appassionati e degli amanti di uno dei mostri più grossi del cinema, ebbene avete ragione. Le discussioni sulle fattezze di Godzilla sono quisquilie, in fondo, buone per pochi addetti.

Il vero capolavoro fu il film.

Emmerich, dicevamo, ebbe a disposizione un budget milionario, un battage pubblicitario a cui pochissimi avevano mai avuto accesso – tra cui una premiere al Festival di Cannes –  la libertà creativa di chi aveva dei solidi successi di critica e pubblico alle spalle e nonostante tutto questo riuscì a buttare tutto alla ortiche .

Il film che uscì dalle sue mani si attestò su un sostanziale vorrei ma non posso, confermato a maggior ragione dalla visione al giorno d’oggi: da un lato la critica appena accennata alla cattiva gestione delle emergenze da parte della politica (niente di paragonabile a film da batoste sui denti come Robocop, tanto per non allontanarci troppo nel tempo), dall’altro una serie di battutine volte solo a stemperare la presunta tensione sullo schermo e consegnare il film al pubblico delle famiglie. Nessun eccesso, né in termini di violenza fisica né di quella verbale. Solo tanta noia.

Se proprio vogliamo cercare del buono in Godzilla, possiamo ritrovarlo nella scansione dei tempi filmici. La prima parte creava l’attesa del mostro, con qualche segnale della sua presenza: la traccia sui sonar, l’enorme impronta, la tensione della mancata apparizione. La seconda parte, invece, è tutta sulla sorpresa della scoperta delle uova sotto il Madison Square Garden e le relative scene di caccia (in cui l’uomo fa la parte della preda come ci aveva insegnato quattro anni prima Jurassic Park, omaggiato in più di un’occasione). Qui Emmerich è un vero mestierante, prendendo i canoni dei film di mostri e riportandoli pari pari sul grande schermo.

Non basta conoscere gli ingredienti e metterli tutti nella giusta sequenza per avere la cena perfetta, però.

E tutti i premi che il regista naturalizzato statunitense ha ricevuto lo dimostrano: peggior remake, peggior attrice protagonista, nominato come peggior regia, peggior sceneggiatura e peggior film dell’anno.

Rivedere Godzilla non è stato faticoso, per carità. In fondo Emmerich aveva comunque una buona mano.

Il vero problema è che per far partire questo genere di operazioni e dar loro la giusta dignità, la spinta corretta e l’allure esatto ci vogliono gli appassionati.

Mi spiego e chiudo con un parallelo: Quentin Tarantino è stato un grande amante di un certo cinema italiano, ben prima che la critica prendesse gli stessi film riconoscendone il loro valore. Grazie a questo suo amore, Tarantino ha infarcito di citazioni e omaggi ogni suo film, raccontando l’epopea del west con le musiche di Morricone e l’occhio di Leone, la crescita dell’eroe dei film di arti marziali, le indagini alla buona dei poliziotteschi degli anni ’70. La passione del regista di Pulp Fiction si vede in ogni scena, dai dialoghi alle inquadrature, passando per lo stile registico e la scelta della fotografia e tutto questo ha contribuito a creare un suo linguaggio, perfettamente riconoscibile.

Roland Emmerich, invece, per sua stessa ammissione, non ha mai apprezzato i film di Gojira, cercando di distaccarsene per quanto possibile: ecco spiegato il perché del risultato annacquato, che oggi è buono solo per una visione in quelle domeniche pomeriggio di pioggia, quando non sai proprio cosa fare e in realtà sei solo alla ricerca di un sottofondo buono per sonnecchiare.

 

Clicca qui per gli altri articoli della Core Story di maggio.

 

 

Tesseract - Evidenza

La timeline completa del Tesseract nel MCU

Lo scrivo per chi non avesse idea di cosa sia il Tesseract e del suo valore all’interno dell’Universo Marvel: in questo articolo ci saranno degli spoiler su tutti i film, fino a Captain Marvel. Se, quindi, hai deciso finalmente di vedere tutti i film del MCU per la prima volta, arriva fino all’ultima pellicole e solo dopo leggi questo articolo. Per tutti gli altri, che vogliono solo fare un grande recap di quanto accaduto finora, questo è il posto giusto per voi, quindi buona lettura!

Tesseract - 1

Iniziamo dal principio: cos’è il Tesseract? In sostanza, è un cubo che ospita la Gemma dello Spazio, una delle sei favolose Gemme dell’Infinito, unici resti conosciuti di una singolarità che precede il big bang e l’universo come lo conosciamo. La Gemma in questione, del colore blu caratteristico del Tesseract, permette al suo possessore di controllare lo spazio, donandogli, quindi, la facoltà di viaggiare attraverso la galassia all’istante. Inoltre, aspetto non esattamente secondario, è una fonte di potere quasi illimitato.

Questo cubo potentissimo è stato il Macguffin su cui si è basato quasi tutto l’universo cinematografico Marvel, da Captain America: The First Avenger fino all’ultimo capitolo degli Avengers.

Nelle ultime settimane, grazie a Captain Marvel – ambientato negli anni ’90 – è stata rivelata la parte mancante della sua storia.

Tesseract - 2

Per tracciare la vera storia e la cronologia del Tesseract, dobbiamo tornare all’alba della creazione nel MCU.

Millenni fa, la Gemma dello Spazio era ospitata all’interno del Tesseract, un oggetto a forma di cubo che poteva aiutare il possessore a sfruttarne l’energia. Nessuno è sicuro di chi abbia creato questo “cubo cosmico“, o anche esattamente quando. Tutto ciò che si sa è che migliaia di anni fa, è arrivato nelle mani della civiltà asgardiana: il Tesseract, infatti, fu tenuto all’interno della Cripta di Odino e, per ragioni sconosciute, fu portato sulla Terra e lasciato a Tønsberg, in Norvegia, dove era custodito da devoti adoratori di Asgard umani.

Parliamo del 965 d.C.

Durante il primo Thor, in un flashback, assistiamo all’arrivo degli Asgardiani sulla Terra: possiamo solo immaginare che abbiano portato il Tesseract con loro su questo pianeta in quello stesso momento. Stando alle informazioni del film in questione, non ci è dato sapere perché una civiltà così avanzata come quella di Asgard abbia lasciato un artefatto così potente su un mondo così retrogrado. L’ipotesi più accreditata è che pensassero che gli umani fossero troppo primitivi per sfruttare la sua energia, e che nessuno avrebbe pensato di cercarlo nella nostra piccola palla di fango dispersa ai margini dell’universo.

Tesseract - 3

La successiva apparizione del Tesseract avviene in Capitan America: The First Avenger, durante la sequenza di apertura del film, ambientata nel 1942. In quell’occasione, siamo testimoni di come il Tesseract sia stato messo al sicuro in un’antica tomba, da qualche parte in Norvegia. Nel corso del film, l’oggetto viene poi rubato da Johann Schmidt/Teschio Rosso, leader dell’HYDRA, che lo ha usato per potenziare le sue armi per provare a sconfiggere gli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale.

Captain America sconfisse il Teschio Rosso nel 1945 e a quel punto il Tesseract cadde nelle acque dell’Artico, dove fu recuperato dall’inventore Howard Stark.

A questo punto subentra il film Captain Marvel che copre questo buco temporale. Il Tesseract è entrato in possesso dell’Esercito degli Stati Uniti e uno scienziato alieno di nome Mar-Vell, che era un agente sotto copertura sulla Terra, lo stava usando per creare un motore da usare per aiutare i profughi Skrull che il suo popolo, i Kree, aveva cacciato fino a ridurli pericolosamente vicino all’estinzione. Mar-Vell nascose il cubo nella sua stazione spaziale invisibile, lasciata in orbita attorno alla Terra fino al 1995, anno in cui arriva Carol Danvers, lo recupera e lo affida alle sapienti mani dello SHIELD.

In realtà, come la scena post credits di Captain Marvel ci ha raccontato, il Tesseract arriva nelle mani dello Shield dopo essere stato sputato da quell’adorabile alieno che è il Flerken.

Tesseract - 4

Il Tesseract è rimasto dormiente allo SHIELD fino al 2012, anno in cui il principe asgardiano Loki lo ha usato per arrivare sulla Terra, dove lo ha rubato e usato per aprire un wormhole che permettesse ai Chitauri di invadere New York e conquistare la Terra per lui. Loki aveva intenzione, inoltre, di consegnare il Tesseract al suo maestro, l’allora sconosciuto Thanos.

Dopo la Battaglia di New York, Thor portò con sé sia il Tesseract che Loki di nuovo ad Asgard, dove il cubo tornò nella caverna di Odino. Questo passaggio ci porta direttamente al film Thor: Ragnarok. Poco prima che Asgard venga distrutta, Loki si accorge che il contenitore della Gemma dello Spazio è nel caveau e quindi lo ruba di nuovo.
Il Tesseract è rimasto, quindi, tra le grinfie di Loki fino alla scena iniziale di Avengers: Infinity War, quando Thanos ha distrutto la nave asgardiana su cui viaggiavano Thor, Loki e un manipolo di rifugiati, riuscendo a strappare il Tesseract dalle fredde mani del principe degli inganni.

La scena in cui Thanos ha schiacciato il Tesseract e recuperato la Gemma dello Spazio, finita poi sul Guanto dell’Infinito, ha dato inizio all’ultimo corso narrativo del MCU.

Il resto è storia e per saperne la fine ci tocca aspettare ancora un altro mese.

Puoi seguire il resto della Core Story dedicata a Captain Marvel nell’indice.

Captain Marvel OST - Immagine in evidenza

Captain Marvel: un solo film, tante grandi canzoni

Captain Marvel sta riscuotendo il giusto successo, in queste prime settimane di programmazione cinematografica: dopo una partenza ad ostacoli, anche a causa delle inutili e sterili polemiche sul sesso della protagonista, il film sta aprendo la parto della terza fase del Mcu, regalando agli appassionati grandi strizzatine d’occhio e ai neofiti un personaggio a cui affezionarsi.

Uno degli aspetti che hanno fatto impazzire i fan, una volta in sala, è la sua collocazione temporale: Captain Marvel, infatti, è ambientato negli anni ’90. Il che significa Nick Fury da giovane con entrambi gli occhi, l’agente Coulson appena arrivato allo S.H.I.E.L.D., un certo stile nel vestire e soprattutto un grande filone musicale in cui buttarsi a capofitto.
Gli autori, infatti, hanno fatto una selezione musicale molto accurata, lavorando sulle grandi hit dell’epoca – che i fan over trenta riconosceranno già alla prima nota. Gran parte delle canzoni, inutile a dirsi, sono state cantate, arrangiate o suonate da artisti donne, toste, incazzate e coi tagli di capelli che i genitori non avrebbero approvato.

Anche noi, in sala, abbiamo canticchiato e annuito soddisfatti durante la visione del film e quindi eccoci a riproporvi una parte della colonna sonora ufficiale, con tanto di video delle band che vengono citate nell’ultimo film dei Marvel Studios.

Whatta Man” – Salt-N-Pepa feat. En Vogue
Questa canzone del 1993 del gruppo R&B Salt-N-Pepa è un remix del brano del 1963 “What a Man” registrato da Linda Lyndell. Un sound dolce e sinuoso, tanto per cominciare.

 

Only happy when it rains” – ​​Garbage
I Garbage sono stati uno dei gruppi dell’alternative rock più famoso degli anni ’90, e questa canzone, datata 1995, è il secondo singolo estratto dal loro primo album, Garbage.

 

Man on the Moon” – R.E.M.
I R.E.M. sono stati una delle grandi band degli anni ’90, una delle poche che ha deciso, con grande onestà intellettuale, di sciogliersi una volta che hanno sentito di aver esaurito le cose da dire. Un gesto di grande coerenza che ancora oggi fa disperare ben più di un fan. “Man on the Moon” è estratta dall’album Automatic for the People, risalente al 1992. Non è l’unico brano della band statunitense presente in Captain Marvel, infatti, abbiamo riconosciuto anche “Crush with Eyeliner“, del 1994.

 

Waterfalls” – TLC
Le TLC hanno dominato le classifiche del pop all’inizio degli anni ’90 come pochi altri gruppi Hip hop/R&B. Tre donne affiatatissime, un grande lavoro di recupero di un certo sound e diversi premi vinti. Era difficile accendere la radio e non sentirle, a cavallo tra la fine degli anni ’90 e i primi duemila. Waterfalls è un estratto del loro primo album, CrazySexyCool.

 

You Gotta Be” – Des’ree
Una canzone che è diventata iconica, per quanto è stata importante, negli anni ’90. Un video molto affascinante, nella sua semplicità.

 

Come as you are” – Nirvana
Come sottolineare un momento particolarmente importante del film? Come dare ulteriore lustro alla consapevolezza di Captain Marvel? Semplice: con una canzone il cui intro è stampato nella memoria di chiunque abbia ascoltato musica dal 1992 in poi. Sui Nirvana non vi diciamo nient’altro, perché ogni altra parola sarebbe superflua.

 

Just a Girl” – No doubt
Just a girl” è stato il primo singolo estratto dall’album Tragic Kingdom di Gwen Stefani e soci: un successo straordinario, grazie al personalissimo mix di di ska, rock, punk rock californiano e pop. Il ritmo del film, a questo punto, è cresciuto, si è fatto più rapido, l’azione dominata da Captain Marvel impazza sullo schermo e le note di questo pezzo sottolineano quanto sia potente la protagonista. Un bel connubio, visto che il brano è stato scritto per descrivere l’esasperazione con cui sono state descritte e trattate le figure femminili nel corso della storia.

 

Celebrity Skin” – Hole
La chitarra di Courtney Love  e le Hole accompagnano la chiusura del film, ricordando all’incauto spettatore che non solo questo film è un tassello di un piano molto più grande ma che tutto quanto sta per arrivare sarà pesante, veloce e potete come solo un riff di chitarra sa essere. Il miglior modo per lasciare la sala, in attesa del prossimo 24 aprile.

La colonna sonora ufficiale di Captain Marvel è anche su Spotify, ovviamente!

Puoi seguire il resto della Core Story dedicata a Captain Marvel nell’indice.

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