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Ann VanderMeer

Ann VanderMeer, il New Weird e Le visionarie

Uno spettro si è aggirato nella fantascienza moderna ed è la penna di Ann VanderMeer.

Così come lo spettro paventato da Karl Marx nel famoso incipit del Manifesto del Partito Comunista avrebbe dovuto portare il proletariato verso la coscienza di classe e la successiva rivoluzione, allo stesso modo Ann VanderMeer è stata in questi anni la Deus ex machina di un certo tipo di pubblicazioni, scoprendo nuovi autori e facendo sorgere interi filoni e generi narrativi.

Ann VanderMeer

Il lavoro dei sogni

La VanderMeer lavora da ormai svariati decenni come editrice, prima come fondatrice della Buzzcity Press e poi all’interno della rivista Weird Tales – di cui è stata la seconda editor donna.

[Giusto per dare una rinfrescata a chi non mastica fantascienza a colazione, Weird Tales ha lanciato autori del calibro di Ray Bradbury e H.P. Lovecraft, mica bruscolini.]

Ann VanderMeer arriva a Weird Tales quando, secondo le parole del suo editore, la rivista doveva approdare finalmente e a pieno titolo del 21° secolo: il lavoro di editor della sezione fiction le viene offerto alla luce della sua esperienza decennale tra Buzzcity e l’uscita di svariate antologie di genere (Best American Fantasy, New Weird anthology, un’antologia a tema Steampunk e una sui Pirati), curate insieme a suo marito Jeff, indimenticato autore della Trilogia dell’area X (da cui è stato tratto un dimenticabilissimo film).

Come ha dichiarato in più occasioni, il lavoro di editor è stato per la VanderMeer il lavoro dei sogni: “Tutto quello che dovevo fare era leggere, selezionare ed editare le storie! Qualcun altro avrebbe fatto il layout della rivista. Qualcun altro si sarebbe preoccupato della pubblicità e degli abbonamenti.

Ed è con questo spirito che Ann si è buttata a capofitto in questa attività, leggendo manoscritti in ogni momento del suo tempo libero – pausa pranzo, spostamenti verso il lavoro, sere, fine settimana –, arrivando quindi a selezionare gli autori che avrebbero dovuto traghettare Weird Tales verso l’età moderna.

Piccola nota a margine: tutto questo è stato fatto nei ritagli di tempo, perché l’occupazione principale della VanderMeer era, ai tempi, quella di impiegata in un’azienda di software.

Ann VanderMeer e Weird Tales

Premi e premiati

La passione che questa donna ha messo nel lavoro ha dato i suoi frutti nel giro di pochi anni: Weird Tales è ritornata a sfornare talenti, così come ha fatto per tutta la sua vita editoriale: questa attività ha portato la rivista a vincere, nel 2009, il Premio Hugo – il famoso premio organizzato e supervisionato dalla World Science Fiction Society – nella categoria Miglior magazine semiprofessionale o Semiprozine, come indicato dagli organizzatori.

Fun fact: nel corso degli anni molto dei suoi autori hanno vinto un premio Hugo, un Nebula e persino un Pulitzer, ma la rivista stessa non era mai stata nominata. Il pubblico, invece, ne decretò la vittoria ormai dieci anni fa, premiando il duro e appassionato lavoro anche della VanderMeer.

Non contenta di questi risultati, possiamo annoverare tra i suoi traguardi anche quello di aver coniato, insieme al compagno di vita e di lavoro Jeff, il termine New Weird, oggi definito come “un sottogenere della narrativa fantastica […] che si caratterizza per la presenza di elementi fantasy (come la magia) mischiati con altri fantascientifici (come la tecnologia retrofuturistica o futuristica) e horror (come le atmosfere tetre) più o meno forti a seconda dell’opera, per l’abbandonarsi al bizzarro con creature e ambientazioni strane e originali, per il rigetto dei cliché tradizionali del fantasy classico, per la grande attenzione alla verosimiglianza e alla coerenza, per i contenuti allegorici di tipo socio-politico e filosofico.”

Ann e Jeff VanderMeer

Il New Weird, questo sconosciuto

Nel 2007 Ann e Jeff VanderMeer, come scritto più in alto, hanno coniato il termine New Weird, dando al genere fantasy e al sottogenere in questione una nuova linfa. È incredibile come in questi casi la sola definizione di un genere faccia fiorire pubblicazioni, aggregazioni in libreria, intere antologie e frotte di appassionati.

Il primo – e personalmente – più influente autore di questo nuovo genere è lui, Jeff VanderMeer, autore della già citata Trilogia dell’Area X (in italiano edita da Einaudi e impreziosita dalle stupende copertine di Lorenzo Ceccotti, in arte LRNZ). In questa serie di libri, il compagno della VanderMeer ci introduce a un disastro ambientale avvenuto sulla costa degli Stati Uniti, che ha visto apparire una zona (l’area X, appunto) in cui le leggi della fisica e della biologia sono sovvertite da altri fattori. Inquietante come pochi altri autori contemporanei, l’intera saga è percorsa da una serie di simbolismi e metafore della contemporaneità, raccontate con stile e metodo inconsueti.

Altro autore degno di nota, China Miéville è tra i più quotati scrittori della recente corrente weird: le sue opere, che contaminano il settore con incursioni specialistiche nell’urban fantasy e nello steampunk vengono comunemente definite slipstream, a segnalare la sovrapposizione di tematiche, stilemi e topos tipici di più generi. Miéville ha vinto svariati premi, tra cui il Premio Bram Stoker per la sua opera prima, o l’ambito Arthur C. Clarke Award. Oltre al succitato Hugo award, ovviamente.

Senza lanciarci in una dissertazione sugli scrittori che questa categoria coniata da Anna VanderMeer ha prodotto, segnalo anche Steph Swainston – autrice della serie Castle, purtroppo ancora inedita in Italia – che ha rilasciato svariate dichiarazioni molto interessanti sui limiti del genere fantasy (e della commistione tra generi diversi) e sull’importanza di utilizzare il mondo fittizio in cui ha ambientato le sue storie come uno specchio distorto del nostro, per farne risaltare storture, contraddizioni e valori. Il che è anche il fine ultimo di tanta fantascienza, secondo me.

 

Ann VanderMeer - Le visionarie

Le visionarie

In Italia, Ann VanderMeer, oltre al merito di aver scoperto e lanciato fiori di autori, è nota principalmente per essere la curatrice dell’antologia Le Visionarie – Fantascienza, fantasy e femminismo: un’antologia.

Il volume, uscito nel 2018 per Nero editions, raccoglie ventinove racconti di altrettante autrici, la maggior parte dei quali sconosciute al grande pubblico italiano, come Hiromi Goto, Leena Krohn e Nnedi Okorafor.
Uno dei grandi meriti di questo genere di operazioni – e questa antologia in particolare non si sottrae alla casistica – è quello di far scoprire al pubblico dei talenti del settore, che usano la loro bravura nel campo di riferimento per dibattere uno o più temi di importanza cardine per il mondo contemporaneo. Le visionarie, poi, aggiunge a questo il fatto che il tutto venga fatto attraverso la lente della fantascienza e del fantasy e che quindi – potenzialmente – arrivi a gruppi di persone che mai avrebbero aperto una raccolta di saggi sul femminismo (non per cattiveria o disattenzione, ma magari semplicemente per mancanza di interesse o timore reverenziale nei confronti della saggistica).

La curatela di Ann VanderMeer esplode in tutta la sua forza su tre livelli: la scelta delle autrici (che vanno dalle colonne portanti della fantascienza moderna fino alle giovani promesse), la varietà dei generi letterari (perché Le Visionarie racchiude digressioni orrorifiche così come weird, mettendole tutte sotto lo stesso tetto) e la potenza del tema (perché parlare oggi di femminismo è quanto mai necessario e legare la letteratura di genere alla letteratura sul genere è una delle soluzioni narrative più interessanti per un’operazione come questa).

Il volume in questione, quindi, è un’ulteriore medaglietta appuntata al petto di Ann VanderMeer, una professionista al servizio della letteratura fantasy e fantascientifica da tenere d’occhio anche nel prossimo futuro.

Questo articolo fa parte della Core Story di ottobre, dedicata ad Ada Lovelace e a tutto il mondo sommerso del nerdismo al femminile.

Negan Copertina

Negan – Odi et amo

La vita dei sopravvissuti alle apocalissi zombi non è certo tra le più facili: le storie a tema che abbiamo visto e letto ci hanno abituato alle più grosse difficoltà che l’essere umano si sia trovato a fronteggiare.

Al cinema e in letteratura, abbiamo scoperto che – in fondo in fondo – gli zombie sono sempre il minore dei problemi nonché il pretesto che gli autori utilizzano per raccontare la loro critica alla società o i rapporti tra le persone.

Nel caso specifico dei protagonisti di The Walking Dead, la serie a fumetti scritta dal prolifico e talentuoso Robert Kirkman, alle difficoltà legate alla mera sopravvivenza (cercare un rifugio, mangiare, curarsi) si aggiungono tutta una sfilza di antagonisti, uno peggio dell’altro. Rick Grimes & soci sembrano affetti da una strana sindrome che li rende dei magneti umani per le personalità più aberranti che un’apocalisse possa partorire: cannibali, mitomani, egomaniaci violenti e strane gang. I protagonisti della fortunata serie a fumetti riescono, ogni volta, a sconfiggere – più o meno facilmente – l’antagonista in questione e a uscirne intatti, solo con qualche cicatrice in più.

 Poi arriva Negan. 

Nel momento in cui Negan fa la sua apparizione, i sopravvissuti della comunità di Rick stanno sperimentando il contatto con altri gruppi: un momento molto importante per il futuro della società distrutta dalla resurrezione dei morti, perché potrebbe covare il presupposto per ricreare scambi commerciali, rapporti diplomatici e supporto reciproco. Insomma, Rick e la sua gente sono in quel particolare momento di passaggio – delicatissimo e precario – in cui da comunità autarchica e diffidente ci si sta trasformando in società complessa e stratificata.

Un lavoro duro e molto lento che vede Rick & co. impegnati in prima persona: ci sono uomini e donne traumatizzate dal loro passato e con fantasmi che definire ingombranti è un eufemismo che vanno rassicurati sul loro futuro. Fidarsi del prossimo è ancora possibile e dallo scambio con gli altri possono arrivare solo cose positive.

Certo coglioni. Cose positive per me!” direbbe Negan.

Il nostro caro uomo con la mazza ricoperta di fil di ferro se ne frega dei piani e della loro bontà. Lui ha intenzione di godersi ogni attimo di questa nuova, crudele, impostazione del mondo e lo fa nel modo che meglio conosce: con la violenza fisica e psicologica.

 Da lettore, il mio rapporto con Negan è partito con l’odio profondo (i lettori del fumetto e gli spettatori della serie sanno perché). Ho detestato il suo ingresso in scena fatto di grandi spacconate, volgarità senza freno e violenza gratuita. 

Durante le prime interazioni con i protagonisti di The walking dead, avevo seriamente paura. Paura che quel folle – così lo consideravo – armato di una mazza da baseball che chiamava Lucille (ditemi voi se questa non è una cosa che solo uno sciroccato completo farebbe) potesse far deflagrare le sue intenzioni bellicose e mettere così fine alla serie. Diciamoci la verità, nella narrazione moderna non si è mai così tranquilli sul fatto che tutti i protagonisti arrivino vivi alla fine della storia. Quindi, la possibilità che Kirkman avesse deciso di introdurre Negan per chiudere la storia non la consideravo improbabile.

Piano piano, si è fatta strada dentro di me la consapevolezza che Negan fosse il perfetto contraltare di Rick. Se l’ex vice-sceriffo è l’emblema della razionalità a tutti i costi, della ricerca totalizzante del bene per sé e per la sua comunità, Negan è il caotico malvagio che asfalta tutto e tutti, senza alcuna remora e col sorriso sulle labbra. E sapete una cosa? Ha cominciato a piacermi.

Perché Negan ha carisma da vendere.

Questo aspetto l’ho scoperto lungo i tanti numeri che vedono la presenza di Negan come antagonista: se a primo acchito l’uomo con la mazza da baseball può sembrare solo un folle, con il passare delle pagine mi sono reso conto di quanto lucidi fossero i suoi piani. Il fatto che un piano sia incomprensibile secondo la nostra personale visione del mondo non vuol dire che non sia sensato, ecco cosa ho imparato. E lo hanno imparato anche i seguaci di Rick.

Volete creare una serie di scambi fra comunità confinanti? Benissimo, fate pure. Solo che Negan vi chiederà la metà di qualsiasi bene abbiate intenzione di commerciare. Se avete intenzione di contestare questa decisione, verrete distrutti nella maniera più crudele possiate immaginare, resi impotenti e rimessi al vostro posto. E poi dovrete comunque dare la metà dei vostri raccolti a Negan, quindi vi conviene cominciare da subito ed evitarvi il dolore.

 Il carisma di Negan deriva dalla folle e lucida consapevolezza che il mondo è finito e ogni sforzo per ricreare una società degna di questo nome è futile e andrà a scontrarsi contro orde di morti viventi il cui scopo è distruggere tutto e che alla fine, hanno comunque il tempo dalla loro parte. Perché combattere la marea e affaticarsi quando si possono sfruttare i sopravvissuti e vivere quel poco che ci resta alla grande? 

Non fa una piega, eh?

Ditelo a quelli che hanno avuto un incontro ravvicinato con Lucille.

Un altro motivo per cui ho adorato (e ancora adoro) Negan è la sua evoluzione, coerente come poche.

Nella serie regolare di TWD conosciamo il violento e lucido Negan, lo temiamo e stringiamo i denti insieme ai buoni sperando che il ciclone passi nel più breve tempo possibile. E a questo punto cosa fa il buon Kirkman? Tira fuori un numero speciale interamente dedicato a lui e ci spiega le sue ragioni.

Attenzione, il numero in questione (Negan è qui) non è fondamentale ai fini della serie ma ha il grande pregio di essere uno spin off breve curato nei minimi dettagli.

Nel volume a lui dedicato, conosciamo il personaggio prima del ritorno dei morti sulla Terra: a parte l’inevitabile straniamento che ho provato quando mi sono trovato un uomo con le fattezze di Negan ma il carattere di un agnellino, seguire la sua personale discesa negli inferi conclusasi con la creazione di Lucille è stato un inquietante specchio in cui guardare. Robert Kirkman compie un’operazione meravigliosa, raccontandoci quanto sia labile il confine tra la sanità e la follia e quanto impattante possa essere un trauma come una società distrutta sulle persone normali. Normali come me che scrivo o te che leggi. Perché quelli che diventano Rick e guidano i buoni sono pochi, ricordatevi che la maggior parte di noi finirebbe ad allargare le file dell’esercito degli zombi, nella migliore delle ipotesi.

 E quindi mi sono ritrovato a empatizzare con Negan , a comprenderne – in parte, sia chiaro – le ragioni e a dirmi che le alternative a questo percorso verso la lucida folla erano veramente poche.

Infine, l’ultimo motivo per cui mi sono ritrovato a pensare che Negan sia il miglior cattivo possibile è la reazione che ha creato nelle comunità che lo hanno combattuto. Perché, nel momento in cui il lettore si ritrova a detestarlo maggiormente, in quell’attimo in cui stringe i denti sperando che la vendetta arrivi sovrana, quel magnifico narratore che è Kirkman usa questo cattivo da manuale per un’ulteriore svolta nella storia.

E quindi Negan il distruttore diventa la pietra su cui costruire la nuova idea di società, migliore di quella di prima.

 

Questo articolo fa parte delle Core Story di N3rdcore di Settembre

Cover Consigli

Now playing: dalla Folgoluce a The Office il passo è breve

Nessuna estate può ritenersi tale se non è collegata a qualche prodotto dell’intrattenimento, per quanto mi riguarda. Diverso dal tormentone estivo, che ha lo scopo di nascere e morire nel corso di poco più di tre mesi, il mio personale amore è fatto per rimanere.

Ricordo l’estate in Corsica, in cui le passeggiate in spiaggia e le serate in campeggio furono funestate dalla morte di Ned Stark. Oppure le giornate in Grecia, passate insieme ai libri di Carrere. O quella del 2009, in cui fu Ryszard Kapuściński a tracciare la linea. Ci sono intere estati dominate dal ricordo di un videogioco, forse perché collegate a singoli episodi (Cadillacs & Dinosaurs quando aprirono una sala giochi a cinquanta metri da casa e ci passavo le serate con mio fratello o Double Dragon quando mio cugino si accorse che il cabinato al lido dava credito illimitato, se la botta era abbastanza forte) o da quello di una serie tv.

In ognuna di quelle estati io ho messo nel cassetto dei ricordi un prodotto, che ogni tanto mi piace recuperare o che vedo/gioco/leggo di nuovo con grande piacere.

Crescendo, spesso il prodotto in questione è diventato più di uno, su più media: eccoci quindi arrivati a oggi, a questo pezzo in cui provo a riassumere il meglio che ho incontrato sulla mia strada nerd, le milestone che vedrò quando mi volterò indietro e guarderò al 2019 con qualche anno in più sulle spalle.

Libro: La via dei re e Le cronache della folgoluce in generale

Sono un amante del fantasy, sotto (quasi) tutte le forme. Datemi un libro fantasy e ci passerò un’estate su. Datemi una buona saga e mi ci immergerò, parlandone a tutti gli interlocutori possibili.

Nonostante l’enorme quantità di titoli pubblicata negli ultimi tempi, da alcuni anni a questa parte mi sono sentito orfano. Ci sono state belle scoperte – come il weird ad opera di China Melville – o la scrittura di Ursula K. Le Guin, però nulla di cui innamorarsi, su cui passare ogni momento libero, in una febbrile ricerca di tempo di lettura che diventa sempre più spasmodica.

Poi arriva lui, Brandon Sanderson: a me sconosciuto fino alla presentazione delle novità Mondadori dell’inverno scorso, in cui è stata annunciata l’uscita del terzo libro della saga de Le cronache della Folgoluce, sua più grande opera. Ed è stato subito amore.

Il perché è presto detto: Sanderson consegna ai lettori un mondo fatto di storie appassionanti e dolorose, di morte e riscatto, di vendetta e mistero, di divinità capricciose e lame fatte di nebbia. Il tutto confezionato con dei personaggi che si fanno amare al primo capitolo e un mondo vasto e variegato: migliaia di pagine di passioni, duelli, guerre, razze, inganni, nobili, spettri – o entità simili – e uno stile di scrittura che rende immediata l’epicità degli accadimenti.

Non fatevi spaventare dalla mole dei libri – ognuno di oltre mille pagine – o dalla durata dell’opera – la cui fine è prevista, forse, per il 2024 – prendete in mano un libro di Brandon Sanderson e ficcateci dentro il naso. Non vorrete leggere più nulla (almeno) fino alla fine delle vacanze.

Fumetto: Magico Vento, Il ritorno

Sono cresciuto a pane e fumetti, questo lo sapete. Quello che forse non sapete è che se abiti in un paese piccolino, le edicole avranno solo qualche fumetto Bonelli. Quindi sono cresciuto a pane e fumetti Bonelli. Non mi lamento, sia chiaro, ho attraverso l’universo, il sogno, l’incubo, la pianura americana, la giungla sudamericana, le metropoli del passato, del presente e del futuro insieme agli eroi Bonelli e sono stati tutti viaggi splendidi. Qualcuno si è interrotto bruscamente, qualcun altro meno.

È il caso di Magico Vento, creatura di Gianfranco Manfredi, uscita tra il 1997 e il 2010, ambientato intorno alle metà del XIX secolo in un far west a cavallo tra il classico western e l’horror.

Proprio la dimensione sovrannaturale della serie attirò la mia attenzione ai tempi del primo numero e ammetto che il prodotto che mi trovai davanti mi ha dato costanti soddisfazioni. L’evoluzione dei personaggi, con la Storia degli Stati Uniti sullo sfondo, è stata regolare e coerente, pur riuscendo a mantenere un buon timone sugli aspetti più squisitamente orrorifici. Il piacere della lettura stava anche nello scoprire ogni mese che taglio avrebbero deciso di dare alla storia in edicola: portare avanti un fumetto per più di 100 numeri significa sapersi ancorare saldamente al proprio genere di riferimento ma lasciarsi andare anche a qualche sapiente esplorazione.

E così ha fatto Magico Vento, portando con sé i lettori nel giallo, nelle ispirazioni lovecraftiane, nel romanzo storico, financo nel biografico. Lasciando dietro di sé pochissime sbavature.

Ecco il motivo per cui la chiusura della serie regolare non fu accolta benissimo, in casa mia.

Ed ecco perché ritrovarlo in edicola è stata una piacevole sorpresa, un po’ come ritrovare quell’amico del mare che non vedevi da tanto tempo ma con cui hai passato tante estati a giocare prima e a filosofeggiare al tramonto, poi.

Esattamente per lo stesso tipo di paragone, non vorrei una serie regolare di Magico Vento di nuovo in edicola: non potrei dedicarle troppo tempo – o comunque il tempo che meriterebbe – e poi avrei paura che, così come l’amico del mare in inverno, possa rivelarsi una delusione. Quindi ben venga la miniserie, che ci riporta, per un breve momento, alla gloria di più di un decennio fa.

Gioco: Citadels

L’estate, si sa, è il momento dell’anno in cui tutti abbiamo un mazzo di carte nella borsa. Perché capiterà di dover aspettare l’arrivo di qualcosa (il traghetto? Il treno? L’aereo?) o perché è semplicemente un modo rapido e veloce di passare tempo in compagnia.

Personalmente ho passato tante estati a giocare con le classiche carte da scala quaranta, finché – più di venti anni fa – uno dei ragazzi della comitiva si presentò con un mazzo di carte di Magic. Da allora non fu più lo stesso.

Ho imparato che ci sono tanti giochi di carte (quindi leggeri e facilmente trasportabili), ognuno più appassionante dell’altro. Negli anni sono passato dai classici Uno e compagnia bella fino a quelli che più sento come miei, ossia Munchkin e Citadels.

È su quest’ultimo che vorrei soffermarmi, perché l’ho ripreso dopo tanti anni: creato da Bruno Faidutti, Citadels dà al giocatore lo scopo di costruire una città nel più breve tempo possibile. Per farlo, dovrà impersonare a ogni turno un personaggio (Re, Assassino, Mercante, Architetto, Ladro, ecc.) e usarne le specifiche abilità.

Citadels è il giusto dosaggio di strategia e fortuna (che con i giochi di carte un po’ c’entra sempre!) e ha il grande pregio di essere facilmente spiegabile e comprensibile. Caratteristica fondamentale se volete proporlo a dei casual gamers.

Serie tv: The Office

Anche in questo caso sono arrivato in ritardo. In colpevolissimo ritardo.

Complice alcuni giorni da solo a casa, la memoria è andata a questa serie di cui conoscevo solo le centinaia di meme in giro per la rete: avendo tempo a disposizione mi sono lanciato alla sua scoperta.

Non guarderò più i miei colleghi allo stesso modo, perché lo so che in fondo, in ognuno di loro si nasconde un Dwight. O uno Stanley. Magari anche un Toby.

Scherzi a parte, le dinamiche di The Office sono talmente agghiaccianti da fare il giro e diventare divertenti, non il contrario. Le situazioni a cui sono sottoposti i protagonisti non sono molto lontane dalla quotidianità di tanti uffici, gli autori si sono limitati a spingere sul pedale dell’acceleratore rendendo grottesco questo o quell’aspetto, a seconda dei casi.

E quindi ecco temi difficili come l’orientamento sessuale, la privacy, i rapporti tra colleghi, la competizione e la diversità fatti a pezzi sull’altare sacrificale del politicamente scorretto. A esser precisi, in alcuni casi, sull’altare dell’inconsapevolmente politicamente scorretto: perché il personaggio di Michael – interpretato da uno Steve Carrell meraviglioso – ha un’aura candida che lascia sconvolti. O meglio, che mette in fibrillazione i miei neuroni specchio, facendomi vergognare sempre di più a ogni puntata.

Mentre scrivo sto finendo la terza stagione e vorrei riuscire a mettermi in pari entro la fine dell’estate. Poi, magari, chissà, sarà la volta di Parks and Recreations.

 

 

Playlist Nerd - Agosto

Now Playing: playlist nerd che non sapevi di volere ascoltare/leggere/guardare

Agosto, si sa, è il mese delle ferie: la macchina carica, la prova costume dietro l’angolo, le scorte di antizanzare, l’organizzazione scientifica di falò e grigliate, le doverose passeggiate all’aria aperta, l’immancabile scorta di libri e tutto quello che l’immaginario collettivo ha costruito intorno al mese più amato (e odiato) di tutto il calendario.

Nel corso del tempo, a questo elenco si sono aggiunti gli armamentari più o meno ingombranti che la tecnologia ci ha messo a disposizione per godere appieno le meritate vacanze. E quindi, dal Game Boy in poi, i nostri zaini si sono riempiti sempre più di supporti digitali per giocare, ascoltare musica, guardare serie e film, da soli o compagnia.

Quello che non manca mai, speriamo per tutti, è il tempo da dedicare alle proprie passioni. C’è chi approfitta dell’estate per recuperare tutti i libri che non è riuscito a leggere in inverno, chi fa incetta di serie tv vecchie e nuove, chi non si separa mai dalla sua console e chi tira fuori sotto l’ombrellone i giochi da tavolo che ha sperimentato solo al chiuso.

Che voi siate tipi da spiaggia, da montagna o da città, non preoccupatevi, Nerdcore non vi abbandona: il mese di agosto, infatti, non avrà una Core Story dedicata ma sarà lo spazio in cui ogni redattore potrà darvi i suoi personali suggerimenti.

Abbiamo lasciato ampio margine di manovra a tutti, affinché il centro dei consigli fossero solo le passioni che animano la nostra redazione.

Come è ormai consuetudine, questa pagina fungerà da indice, dandovi modo di saltare da un articolo all’altro e, quindi, – speriamo – di trovare il suggerimento più adatto a voi.

Lorenzo Barberis: E fu allora che vidi il pendolo

Alessandro Palladino: Now Playing: dalla Corea ai supereroi corrotti

Felice Garofalo: Dalla Folgoluce a The Office il passo è breve

Anna Sidoti: U suli, u mari, a pleistesc, i telefilm, i tormentoni

Andrea Giovalè: Il corpo umano è composto al 98% da storie

Davide Costa: Quattro storie da ridere per gli ultimi giorni di agosto

 

Godzilla - Immagine in evidenza

Il Godzilla del 1998 o di come Emmerich creò GINO (Godzilla In Name Only)

Il 1998 fu un discreto anno per il cinema. Nelle sale uscirono – e ne cito solo alcuni in ordine di importanza personale – The Truman Show, Paura e delirio a Las Vegas, Salvate il soldato Ryan, The cube, Gatto nero gatto bianco, Train de vie, La sottile linea rossa, Armageddon, Radiofreccia e tanti altri. Insomma per il giovane appassionato di cinema che approfittava dell’uscita del film in questione per godersi una bella serata, c’era tanto materiale in giro.

Certo, molte uscite di quell’anno, una volta riviste da grande, si sono dimostrate piuttosto deboli. Non tutte, alcune sono addirittura migliorate, come ad esempio quel piccolo gioiello interpretativo che è The Truman Show o quel grande lavoro storico e registico che è La sottile linea rossa.

Quando in redazione è stata annunciata la Core Story di maggio, il mio pensiero è andato immediatamente a lui, all’omonimo film che mi ha fatto conoscere Godzilla, quello diretto da Roland Emmerich e che vede, tra i protagonisti Matthew Broderick e Jean Reno. Anche questo, ai tempi, l’ho visto al cinema e ne avevo un ricordo tutto sommato discreto. Per questo mi sono riproposto di rivederlo e recensirlo oggi, a più di vent’anni dal suo esordio.

Prima di lanciarci nell’analisi del film, un po’ di contesto: nel 1998 in Italia avevamo Romano Prodi alla presidenza del Consiglio, mentre negli Stati Uniti scoppiava il sexgate che avrebbe portato all’impeachement di Bill Clinton. Non avevamo ancora assistito al grande shock dell’11 settembre né alla crisi dei mutui subprime. Internet era agli albori e la bolla speculativa delle dot com era lungi dal manifestarsi.

Insomma a parte un minimo di timori sul nuovo millennio che stava per arrivare, il futuro era ancora visto con ottimismo. Lo stesso ottimismo che si vedeva al cinema che infatti, a parte Armageddon, va a pescare in Godzilla l’unico pericolo per la nostra sopravvivenza.

Roland Emmerich è pervaso da questo ottimismo e con grande fiducia in sé stesso e nelle proprie possibilità, decide di lanciarsi nell’adattamento statunitense (quanto piace agli aMMericani prendere del buon materiale di partenza e rimasticarlo per il loro pubblico di riferimento?) di quel gioiello della cinematografia che è stato Godzilla.

In fondo, l’idea era semplice ma efficace: prendi un mostro enorme, mettilo a distruggere una città, aggiungici qualche eroe che si sacrifica e via di fazzoletti pieni di lacrime e portafogli gonfi di soldi.

Tutti sappiamo che è stato così solo in parte.

Mettere in moto la macchina organizzativa per creare un film è una delle cose più complesse che ci siano: migliaia di persone da gestire, centinaia di migliaia di dollari di budget, enormi interessi e relative pressioni in gioco, capricci degli attori, tempi del marketing. Insomma, quando un film va male, non si può certo puntare il dito contro una sola persona. Come quando finisce un rapporto di lunga data, le responsabilità ci sono sempre da entrambi i lati.

Tranne nel caso di Godzilla, in cui l’ego di Emmerich gli fece prendere alcune cantonate clamorose.

Andiamo con ordine: la casa produttrice della serie di film su Godzilla, la giapponese Toho, è sempre stata molto accurata nella descrizione del personaggio e delle sue origini. Godzilla nasce anche per condannare l’uso delle armi atomiche, quindi la sua origine deve essere quella. Inoltre, deve avere delle caratteristiche fisiche ben precise, che vengono condivise con i registi, i direttori degli effetti speciali e ogni altro addetto alla produzione del film, affinché la fedeltà all’originale venga rispettata.

Tutte queste informazioni arrivano anche sulla scrivania del buon Roland che le legge e le scarta come se non fossero mai esistite.

Il suo Godzilla deve essere diverso.

E quindi largo alla “credibilità” scientifica, facendo derivare Godzilla da una specie di iguana natìa della Polinesia francese teatro dei test atomici: il problema vero fu che questa origine pseudo naturale andò a modificare completamente il character design che tanto aveva significato per il successo della serie e che aveva reso Godzilla il kaiju più amato dai cinefili.

Tutto questo non passò inosservato e la Toho sconfessò buona parte del film americano (il mostro verrà ribattezzato “Zilla”, per far capire a tutti che non era l’originale): il mostro protagonista e la sua mancata antropomorfizzazione, la sua origine dichiarata a metà film, la sua capacità di scavare tunnel, tanto per prendere qualche esempio.

Se tutto questo vi sembra solo un ragionare sul sesso degli angeli tipico degli appassionati e degli amanti di uno dei mostri più grossi del cinema, ebbene avete ragione. Le discussioni sulle fattezze di Godzilla sono quisquilie, in fondo, buone per pochi addetti.

Il vero capolavoro fu il film.

Emmerich, dicevamo, ebbe a disposizione un budget milionario, un battage pubblicitario a cui pochissimi avevano mai avuto accesso – tra cui una premiere al Festival di Cannes –  la libertà creativa di chi aveva dei solidi successi di critica e pubblico alle spalle e nonostante tutto questo riuscì a buttare tutto alla ortiche .

Il film che uscì dalle sue mani si attestò su un sostanziale vorrei ma non posso, confermato a maggior ragione dalla visione al giorno d’oggi: da un lato la critica appena accennata alla cattiva gestione delle emergenze da parte della politica (niente di paragonabile a film da batoste sui denti come Robocop, tanto per non allontanarci troppo nel tempo), dall’altro una serie di battutine volte solo a stemperare la presunta tensione sullo schermo e consegnare il film al pubblico delle famiglie. Nessun eccesso, né in termini di violenza fisica né di quella verbale. Solo tanta noia.

Se proprio vogliamo cercare del buono in Godzilla, possiamo ritrovarlo nella scansione dei tempi filmici. La prima parte creava l’attesa del mostro, con qualche segnale della sua presenza: la traccia sui sonar, l’enorme impronta, la tensione della mancata apparizione. La seconda parte, invece, è tutta sulla sorpresa della scoperta delle uova sotto il Madison Square Garden e le relative scene di caccia (in cui l’uomo fa la parte della preda come ci aveva insegnato quattro anni prima Jurassic Park, omaggiato in più di un’occasione). Qui Emmerich è un vero mestierante, prendendo i canoni dei film di mostri e riportandoli pari pari sul grande schermo.

Non basta conoscere gli ingredienti e metterli tutti nella giusta sequenza per avere la cena perfetta, però.

E tutti i premi che il regista naturalizzato statunitense ha ricevuto lo dimostrano: peggior remake, peggior attrice protagonista, nominato come peggior regia, peggior sceneggiatura e peggior film dell’anno.

Rivedere Godzilla non è stato faticoso, per carità. In fondo Emmerich aveva comunque una buona mano.

Il vero problema è che per far partire questo genere di operazioni e dar loro la giusta dignità, la spinta corretta e l’allure esatto ci vogliono gli appassionati.

Mi spiego e chiudo con un parallelo: Quentin Tarantino è stato un grande amante di un certo cinema italiano, ben prima che la critica prendesse gli stessi film riconoscendone il loro valore. Grazie a questo suo amore, Tarantino ha infarcito di citazioni e omaggi ogni suo film, raccontando l’epopea del west con le musiche di Morricone e l’occhio di Leone, la crescita dell’eroe dei film di arti marziali, le indagini alla buona dei poliziotteschi degli anni ’70. La passione del regista di Pulp Fiction si vede in ogni scena, dai dialoghi alle inquadrature, passando per lo stile registico e la scelta della fotografia e tutto questo ha contribuito a creare un suo linguaggio, perfettamente riconoscibile.

Roland Emmerich, invece, per sua stessa ammissione, non ha mai apprezzato i film di Gojira, cercando di distaccarsene per quanto possibile: ecco spiegato il perché del risultato annacquato, che oggi è buono solo per una visione in quelle domeniche pomeriggio di pioggia, quando non sai proprio cosa fare e in realtà sei solo alla ricerca di un sottofondo buono per sonnecchiare.

 

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