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Curon: una serie con il look di Netflix e il cuore tutto italiano

Parlando di serie tv italiane, mi piace usare un doppio filtro. Oltre alla valutazione complessiva del prodotto come facente parte del flusso di uscite internazionali, mi pare giusto e costruttivo valutarne anche il peso nel suo panorama nazionale d’origine. Il giudizio complessivo sarà quindi influenzato da entrambi i punti di vista, ed è un metodo che dipende molto dall’approccio di chi guarda, senza dubbio. Il ruolo del contesto produttivo nella critica a uno show può causare disaccordo, ma non sta scritto da nessuna parte che consenso o dissenso debbano essere unanimi, perciò proseguiamo. Per me Curon è un sì.

Curon è la nuova serie tv prodotta da Netflix per l’Italia, ed è il secondo esperimento con la narrazione di genere dopo l’esordio problematico di Luna Nera, che abbiamo discusso ampiamente. La volontà degli ideatori – Ezio Abbate, Ivano Fachin, Giovanni Galassi, Tommaso Matano (peccato, tutti maschi…) – è chiaramente quella di fondere le due vocazioni di cui parlavamo poco fa, internazionalismo e italianità. Da un lato abbiamo infatti una storia in superficie molto tipica per numerosi show contemporanei: una famiglia in difficoltà è costretta a tornare al paese natio della madre, dove però viene tormentata dai segreti sommersi del passato. Lo slogan perfetto per Curon è “si può fuggire da tutto tranne che da se stessi”, che suona molto cliché, se non fosse che nella serie è sviluppato in maniera letterale.

 

Anche tecnicamente ed esteticamente, Curon cerca di allinearsi in maniera evidente allo standard Netflix, soprattutto per quanto riguarda la fotografia, che ricorda quella nordica alla Dark, cosa che non indispettisce dato che l’ambientazione è quella alpina del confine tra Italia e Austria. Altro elemento particolare è la colonna sonora, utilizzata in maniera più dadaista della media nazionale, con brani che non si sentono spesso, tipo Childish Gambino o la divina Myss Keta.

Dall’altro lato, la storia di Anna e dei due figli gemelli Daria e Mauro è sviluppata con strumenti che riportano velocemente alla tradizione del mistero nostrano, oltre a ospitare tematiche culturali proprie della storia italiana, come la rivalità interna tra comunità tipica dei luoghi di confine. Uno dei punti di forza di Curon è l’utilizzo di luoghi e folklore realmente esistenti come base per la costruzione della trama, ricalcata dall’intreccio tra fiction e Storia che ha fatto molte volte la fortuna del cinema di genere italiano, basta pensare al Pupi Avati horror. Curon Venosta è infatti un paese reale della provincia di Bolzano, ha veramente un lago artificiale dove svetta il campanile di una chiesa sommersa, e ospita sul serio la leggenda sul suono di campane fantasma.

Il rincorrersi continuo di rimandi al doppio, alla scissione, agli opposti in Curon è un progetto decisamente ambizioso, che non sempre fila liscio senza inciampi. Il lavoro sui personaggi si serve a tratti di qualche semplificazione frettolosa, come nel caso del padre burbero di Anna, che a volte fa un po’ nonno di Heidi, oppure per Daria, ritratta immediatamente come la più classica delle figlie ribelli dalla faccia tosta e la battuta sempre pronta. Va da sé che semplificare un profilo significa portare a dialoghi poco credibili, il che ci porta al tasto dolente più frequente delle produzioni italiane: la mancanza di naturalezza.

Mi sono trovata contenta della quantità di parolacce tra i giovani di Curon, ma qualche imprecazione non lenisce del tutto l’impostazione ingessata che ancora si nota in numerosi protagonisti. Non è soltanto questione di parole, che comunque sono importanti, ma anche di reazioni, di facce, di corpi nello spazio, spesso guidati al ribasso, come se avessero paura di risultare pacchiani in assenza di controllo. Il che è paradossale se pensiamo ai momenti di overacting, che stonano non tanto per l’intensità del sentimento, ma per il tentativo di renderlo coreografato, e quindi innaturale.

Al netto dei pro e contro che si trovano tendenzialmente in qualsiasi produzione, sono ancora convinta che Curon sia un sì. Perché offre sette puntate di buona tensione, spunti soprannaturali interessanti, molto italiani (in senso positivo, non detto alla Stanis La Rochelle) e un concept tutto dedicato al doppio che echeggia dentro e fuori dallo show. Curon è infatti una serie duplice, con un occhio allo stile internazionale di Netflix e uno alla tradizione di genere italiana, che ha ancora molto da offrire. Spero che questo sdoppiamento di obiettivi non la renda strabica, ma che la accompagni in un seguito dall’equilibrio potenziato e ancora più attento ai dettagli.

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