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Davide Costa

Scrivo fumetti e altre cose fiche per Walt Disney, Sergio Bonelli e altre case editrici fiche. Ho una newsletter in cui parlo del mio lavoro, Appunti dal tavolino di un bar, a cui potete iscrivervi qua: http://tinyletter.com/DavideCosta

Game of Thrones 06x09 — Il Pag3llone

Quando il Detective Munch incontra Hulk Hogan, il Detective Munch è un uomo svenuto.

Se volete far arrabbiare un wrestler basta che gli chiediate “È tutto finto, no?”. Ai giorni nostri l’idea che i match di wrestling siano uno spettacolo predeterminato è di dominio pubblico, ma la domanda fa saltare i nervi ai wrestler (e ai fan) perché sottintendete che la fatica, le difficoltà e il dolore che provano gli atleti sul ring sia finto. Negli anni ’80 i wrestler erano ancora più sensibili perché si cercava in tutti i modi di mantenere in piedi il confine grigio tra spettacolo e realtà, evitando per esempio di far viaggiare insieme wrestler che erano in competizione tra di loro, e non dichiarando mai apertamente la natura sceneggiata degli incontri.

A volte alcuni giornalisti o alcuni host di programmi tv fanno quella domanda ai wrestler, e a volte i wrestler non reagiscono benissimo. Il 20 marzo del 1985 quella domanda venne posta durante Hot Properties da Richard Belzer ad Hulk Hogan e Mr. T e per Belzer furono dolori tutt’altro che finti. Di sicuro sapete chi sono e che fisico hanno Hogan e Mr. T, ma forse Richard Belzer non è un nome che vi fa scattare al volo una lampadina. Oggi Belzer è sinonimo con il Detective Munch, uno dei protagonisti di Law & Order: Special Victim Unit: alto, longilineo per non dire parecchio magro, ha la faccia di uno che non è esattamente allenato e abituato a lottare. Nel 1985 Belzer, all’epoca uno stand-up comedian in crescita, conduceva un programma TV sulla falsa riga del Dave Letterman show: momenti comici, commento sulle notizie del giorno, ospiti da intervistare. Il 20 marzo gli capitano in studio Hulk Hogan e Mr. T. Dico “capitano” perché Belzer sostiene di non aver mai voluto i due come ospiti ma che gli vennero imposti dalla produzione che voleva sfruttare la fama sempre più grande del duo. Hogan e Mr. T stavano infatti girando in lungo e in largo per fare pubblicità al più grande show di wrestling di tutti i tempi, quel Wrestlemania che avrebbe cambiato per sempre il business del wrestling rendendolo davvro mainstream. Belzer, seppure di malumore, accetta di intervistarli. In studio arriva prima Mr. T, un tipo non proprio facilissimo che prende subito di punta il già immusonito Belzer che sembra non prenderlo sul serio. L’atmosfera sembra rilassarsi quando arriva l’istrionico Hulk Hogan con i suoi due metri e 120 kg di muscoli. Sembra.

L’intervista inizia a scricchiolare dopo pochi secondi, quando Belzer mostra di non avere idea del match che i due stanno pubblicizzando e tratta con evidente sufficienza gli incontri di cui Hogan fa un breve riassunto. Mentre Hogan mantiene il suo tono gioviale e bombastico, un Mr. T bellicosissimo si ingrugnisce sempre più e quando Belzer chiede che gli mostrino una delle loro mosse da wrestler gli dice chiaramente no. Hogan si mostra di nuovo il vero showman sempre in modalità venditore e acconsente, dopo aver detto a un orecchio a Mr. T abbastanza forte da farsi sentire da tutti “Ora lo faccio urlare.”.

Belzer chiede quindi a Hogan di mostragli una delle sue mosse personali ma Hogan declina dicendo “ll pavimento è troppo duro, ti faresti male.”. Quando si dice chiamarsela. Hulk lo mette quindi in una front chin lock, ovvero una presa alla gola nota anche come presa a ghigliottina e Belzer sta al gioco facendosi bloccare nella presa. Passano solo 8 secondi quando Belzer perde i sensi e Hogan, non si sa se perché impanicato o solo perché non si rende conto della situazione, lo lascia andare facendolo cadere a terra come un manichino. La testata che Belzer da contro “il pavimento troppo duro” è così sonora da far reagire il pubblico con un evidente “Gasp!” collettivo. Hogan reagisce, si avvicina a Belzer per controllare come stia dandogli qualche schiaffetto, mentre Mr. T continua a sfotterlo, sempre bellicoso.

Belzer si riprende dopo pochi secondi e in un momento un po’ surreale e un po’ inquietante, che darà modo a molti di chiedersi se fosse tutto preparato, si alza di scatto e con voce spiritata dice “And now, we’ll be right back after this word from you know who!” cioè “E adesso, torneremo subito dopo una parola da voi sapete chi!” mostrando una prontezza di riflessi da professionista rodatissimo. Con uno sguardo chiaramente confuso si gira dando la schiena alla telecamera per andare dietro le quinte, mostrando il colletto di camicia e giacca insanguinati. A questo punto c’è lo stacco pubblicitario.

Quando finisce la pubblicità e si torna in studio non c’è traccia di Belzer. Un assistente si scusa col pubblico per l’incidente, dicendo che Hulk non ha avuto intenzioni cattive e che ora riprenderanno a parlare dei loro match. Il cambio di tono è brusco, ancora di più quando vengono inquadrati Mr. T. e Hulk Hogan: il gigante biondo non è più il bombastico imbonitore di pochi minuti prima ma un uomo che chiede sinceramente scusa dell’accaduto, spiegando che non si era reso conto di quanto Belzer fosse in difficoltà durante la presa e che gli spettatori non dovrebbero mai tentare di replicare quello che atleti professionisti e wrestler fanno in tv. Hogan e Mr. T giustificano poi la loro presenza dicendo che gli era stato detto che tra il pubblico ci sarebbero dovuti essere diversi bambini disabili, e che uno di questi voleva incontrarli prima di morire. Si tratta di pochi minuti imbarazzanti in cui un Hogan messo alle strette cerca di mantenere un tono il più possibile professionale mentre chiede scusa, spinge Wrestlemania e smorza in qualche modo il sempre bellicoso Mr. T che continua a non mostrare nessun segno di aver colto quanto la situazione sia grave per loro. L’ultima inquadratura sui due è un inno all’imbarazzo, due giganti muscolosi con la faccia di due bambini che hanno appena ricevuto una sgridata dal preside.

Se dal punto di vista della pubblicità l’incidente non ebbe poi chissà quale strascico (e c’è da immaginare che succederebbe se capitasse oggi coi social), diede però modo a Belzer di fare causa a Mr. T e Hulk Hogan e sfruttare l’occasione per far parlare del proprio show. Nell’episodio successivo Belzer racconta ai suoi spettatori quanto accaduto mettendo a tacere chi lo stava accusando di essere tutta una burla: per assicurare che la caduta non era preparata mostra a tutti la ferita con i punti di sutura sulla nuca, spiegando anche di aver subito un trauma cranico, aver perso la memoria dell’incidente e di soffrire ora di un danno permanente alla colonna. Il tutto lo porta a fare causa ai due wrestler per 5 milioni di dollari. Tutte le parti però sono riuscite a mettersi d’accordo prima di arrivare in tribunale e negli anni si sono susseguite dichiarazioni diverse sulla cifra che Belzer è riuscito a farsi dare.

Secondo un’intervista rilasciata da lui durante la trasmissione radio di Howard Stern pare che Hogan (non si fa più menzione di Mr. T) abbia dovuto sborsare 400.000 dollari e che con quei soldi Belzer si sia comprato una casa in Francia. Dice di averla chiamata Chez Hogan.

A poche ore da “Vivere di Cultura Pop”

I migliori documentari di sempre vengono omaggiati nelle parodie della serie Documentary Now!

Documentary Now! è una serie tv composta da parodie di documentari più o meno famosi. Attenzione: non si tratta di episodi concatenati che parodiano un singolo documentario o genere, come potrebbe essere American Vandal, ma di episodi singoli da 25 minuti ciascuno, ognuno dedicato a un singolo documentario. Al di là della qualità della serie, che sto amando, quello che mi stupisce è che esista. Mi spiego.

I film documentario non hanno mai raggiunto il successo mainstream dei film di fiction ma, grazie al connubio realtà-finzione che li contraddistingue e permentte una particolare sperimentazione del linguaggio, hanno sempre goduto di un pubblico appassionato e preparato ma parecchio di nicchia. Con questa premessa sembra abbastanza incredibile che Bill Hader, Seth Meyer e Fred Armisen, i creatori della serie, siano riusciti a convincere i produttori a dare vita alla serie. Forse il successo di diverse docu-serie prodotte d Amazon, Netflix (Felice ne ha giusto raccolti alcuni in questo pezzo) e altri produttori negli ultimi anni li ha aiutati a far capire che il documentario è un genere parecchio vitale e pieno di potenziale. O forse li hanno convinti facendoli ridere.

Di sicuro la serie, giunta per ora a due stagioni, ha alcune caratteristiche che devono averla resa appetibile ai produttori: il cast vede sempre Hader e Armisen, due tra i più malleabili comici della loro generazione, come protagonisti, ogni stagione è composta da solo 8 episodi di 25 minuti ciascuno e ogni episodio mima in maniera perfetta l’estetica del documentario che parodizza. In un periodo in cui di film e show ce ne sono semplicemente troppi, scegliere di essere concisi può essere una scelta efficace per posizionarsi nel maelstrom di produzioni. Credo però che la scelta sia soprattutto artistica.

Avere solo 8 episodi costringe gli autori a fare una cernita molto serrata dei titoli da omaggiare, e avere solo 25 minuti costringe a tagliare via tutto il superfluo andando al nocciolo di quanto rende davvero interessanti i documentari originali. Togliendo e togliendo, il trio di autori arriva a cogliere i pochi tratti essenziali della storia che vogliono raccontare e soprattutto i piccoli tic e ossessioni dei loro pratogonisti. Ma se questa è solo tecnica e formattazione, quello che rende Documentary Now! una serie da provare è il tono che gli autori hanno deciso di dare agli episodi.

Il terribile trio Hader-Armisen-Meyer decide infatti di rendere ogni episodio il più simile possibile al documentario originale per quanto riguarda la messa in scena: costumi, formato dell’immagine, bianco e nero o colori a seconda del caso, musiche, ritmo e soprattutto l’interpretazione dei personaggi. Proprio quest’ultimo punto risulta, credo, fondamentale nel rendere divertente la serie e creare l’umorismo che permea ogni episodio.

Le canzoni ideate per fare il verso ai Talking Heads dalla finta band Test Pattern non sono affatto male.

Scegliendo di recitare ricalcando il più possibile il carattere e l’intepretazione dei personaggi/persone originali, Hader e Armisen (Meyer rimane sempre dietro le quinte) non sfociano mai nella parodia urlata, sguaiata e clownesca ma giocano sempre sulle sfumature sottilissime affidandosi a quello che è il vero motore del divertimento: la scrittura della serie. Gli autori vanno a calcare con idee, situazioni e parole esagerando giusto uno o due gradini appena più su del materiale d’origine,  riuscendo sempre a trovare il meccanismo comico in idee che sono sì assurde ma raccontate sempre e comunque con il pathos e il realismo di un documentario vero e “serio”.

Tra gli esempi migliori ci possono essere Juan likes rice and chicken e The Globesmen, parodia rispettivamente di Giro Dreams of Sushi e di Salesman. Se nel primo il sushi viene sostituito da un banalissimo piatto di riso al burro e petto di pollo, nel secondo le bibbie vendute nell’originale sono sostituite da prosaici mappamondi che i protagonisti cercano di piazzare lungo gli USA. A non cambiare sono l’ossessione quasi mistica per la preparazione del miglior riso e pollo possibile e le difficoltà pratiche e le crisi esistenziali dei venditori porta a porta, raccontate entrambe con il piglio serio e, beh, documentaristico che ci si aspetterebbe da una storia seria se non quasi drammatica.

Questa fortissima frizione tra tono alto e premessa ridicola, che trovate in ogni episodio, rende Documentary Now! una serie tanto esilarante quanto elegante, grazie di nuovo alla messa in scena curatissima che vi permette di godervi ricostruzioni da veri appassionati anche di pezzi di storia del cinema come Nanook, film che raccontò la vita dell’omonimo eschimese al grande pubblico el 1922. Proprio questa cura quasi ossessiva per l’aderenza al materiale di origine credo potrebbe invogliare gli spettatori a recuperare i documentari veri, un po’ per fare un paragone estetico con le parodie, un po’ perché magari si rimane incuriositi di sapere se gli originali sono più o meno assurdi delle versioni di Documentary Now!.

Il 20 febbraio arriva la terza stagione, dopo una pausa di 3 anni, che godrà di nuovo delle introduzioni in ciascuno episodio di Ellen Mirren, perfetta nel ruolo di host di grandissima classe che presenta la serie con la gravitas che ci si aspetterebbe per un documentario della BBC. Il primo episodio si intitolerà Batsh*t Valley e prenderà spunto da Wild Wild Country e The Source Family.

 

 

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Benvenuti a The Fix, dove due squadre di stand-up comedian cercano di risolvere i problemi della società

Se tutte le nostre attività online fossero pubbliche, probabilmente la convivenza in rete funzionerebbe meglio, soprattutto se la Polizia dell’Internet fosse un verso corpo di agenti pronti ad arrestare gli utenti al primo segno di maleducazione.

Se Internet fosse molto molto più lento è probabile che certi comportamenti ossessivi online subirebbero un rallentamento fisiologico: se ci volessero due minuti per caricare un’immagine, controllereste di continuo i social?

Queste due soluzioni vengono proposte nel primo episodio di The Fix, un panel show prodotto da Netflix di cui trovate online la prima stagione e che si prefigge di trovare una soluzione efficace ad alcuni problemi della società contemporanea: l’uso dei social media, il gap negli stipendi tra uomini e donne, immigrazione, riscaldamento globale e altri. Il tutto, però, ridendo e facendo ridere il pubblico. A proporre le soluzioni sono infatti due squadre di stand-up comedian i cui capitani sono  DL Hughley e Katherine Ryan, mentre a condurre il gioco troviamo Jimmy Carr.

Il trio di comici fissi che reggono le fila della trasmissione è un bel mix internazionale. DL Hughley calca i palchi dagli anni ’90 ed è considerato tra i maggiori comici della black culture, Katherine Ryan è una comica canadese che risiede da più di 10 anni in Inghilterra, dove ha collaborato più volte con il londinese Jimmy Carr in alcuni panel show.

Per dare modo al pubblico in studio e a casa di farsi un’idea più precisa dei problemi affrontati in ciascun episodio, The Fix gode dalla presenza di Mona Chalabi, giornalista specializzata nell’analisi di dati che racconta dettagli meno noti, più curiosi o sorprendenti su temi che pensiamo di conoscere bene. Ad esempio: pare che, mediamente, passiamo più tempo a interagire giornalmente sui social media che con i nostri cari. O che in germania ci sono più morti per autosoffocamento masturbatorio che per armi da fuoco.

Le soluzioni proposte dai comici come quelle in apertura di questo articolo partono quindi da assunti logici che vengono poi estremizzati per assurdo, per quanto l’idea di rendere obbligatoria l’iscrizione alla NRA di tutti i cittadini americani, così da avere tra le fila anche minoranze di ogni tipo che possano spingere a un uso più inclusivo e consapevole delle armi, ha la sua logica.

Le tematiche affrontate, i dati riportati da Mona e le soluzioni esagerate proposte possono dar modo al pubblico di ragionare in maniera un po’ diversa dal solito su problemi difficili, ma la vera attrattiva del programma sta nell’unire tutti questi aspetti grazie all’umorismo. Lo show mischia momenti che sono stati chiaramente scritti e concordati ad altri in cui i vari ospiti improvvisano sul momento, capitanati da Jim Carr che riesce a cogliere al volo gli spunti giusti e sobillare gli animi dei suoi ospiti. In più lungo i 10 episodi di questa prima stagione si alternano un totale di 16 stand-up comedian diversi che, grazie a un casting azzeccato, coprono un ampio spettro di voci sia per stile che per background. In questo modo non solo si ha modo di assistere a dialoghi tra coppie inaspettate in cui l’alchimia è palpabile ma si ha pure modo di conoscere artisti magari nuovi, un modo come un altro per provare vari stand-up e scoprirne magari uno nuovo da seguire.

 

 

 

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Nemmeno Techno Viking può cancellare il ricordo di Techno Viking dall’Internet

Techno Viking è con buona probabilità il protagonista più sfuggente di uno dei meme più noti in assoluto. Se l’identità di diversi meme molto popolari non solo è stata rivelata negli anni ma ha dato modo ai protagonisti di sfruttare la notorietà con successi più o meno grandi (penso a Laina “Overly Attached Girlfriend” Morris, Tay “Chocolate Rain” Zonday o Grumpy Cat), quella di Techno Viking è ancora avvolta nel più fitto mistero. Mistero che è voluto proprio da Techno Viking stesso, che da diversi anni sta facendo di tutto per mantenere l’anonimato e limitare la sua notorietà il più possibile. Ma andiamo con ordine.

Nel 2000 a Berlino si tenne la parata di musica elettronica chiamata Fuck Parade. Tra i partecipanti c’è anche Matthias Fritsch, videomaker che decide di registrare un video dell’evento che chiama Kneecam No 1, perché si lega una telecamera a un ginocchio e inizia a registrare quello che capita dietro il furgone su cui sta seduto. Il video dura 4 minuti circa e vi invito a guardarlo, perché solo guardandolo potete cogliere il misto di carisma e assurdità del protagonista che affascinò Fritsch per primo, e la rete in un secondo tempo.

Il video di Fritsch gira inizialmente solo tra appassionati, rimbalzando di mail in mail e di forum in forum, e nel circuito dei festival dedicati ai corti in cui Fritsch lo mostra. Gli spettatori sono affascinati dal video per un semplice motivo: le azioni del muscoloso protagonista sembrano così perfette da sembrare costruite a tavolino, ma al contempo talmente assurde e sopra le righe da sembrare genuine. Lo stesso Fritsch ha sempre risposto a chi lo accusasse di spacciare un video sceneggiato per vero che il materiale non è in nessun modo alterato e che quanto mostrato è del tutto frutto del caso, punto che diventa essenziale negli anni successivi.

The Techno Viking doesn’t dance to the music, the music dances to the Techno Viking. Il video viene poi messo online nel 2001 dallo stesso Fritsch ma per parecchio se lo filano in pochissimi appassionati di bizzarrie, in anni in cui Internet iniziava a diffondersi ma era ancora qualcosa per smanettoni e addetti ai lavori. Solo nel 2006 Kneecam No 01 inizia la sua ascesa virale, passando prima per un sito dedicato al porno, poi per quell’incubatore di meme che è 4chan per arrivare successivamente su Break.com dove viene rinominato Hall Hail the Techno Viking. Da lì in poi si tratta di una crescita costante che lo rende uno dei video virali più noti del periodo, dando vita a una serie infinita di remix e omaggi che lo consacrano a meme, grazie anche alla nascita e crescita di Youtube su cui arriva tra la fine de 2006 e l’inizio del 2007. Fritsch inizia a raccogliere alcuni degli infiniti meme che fioccano in rete: fumetti, poster, remake del video originale (qua una raccolta di alcuni omaggi), videogiochi vecchi e nuovi che lo citano per allestire una mostra con lo scopo di riflettere sul senso stesso dei meme, della replicabilità dell’immagine e sul rapporto tra realtà e racconto, facendone anche del merchandising come magliette e poster. Poi arriva il 2009 e con lui una causa legale contro Fritsch da parte di Techno Viking.

Techno Viking, di cui non si conosce nulla nome compreso, accusa Fritsch di aver usato la sua immagine senza aver chiesto il suo consenso. Chiede a Fritsch di non diffondere più il video online e di modificare il merchandise, cosa che Fritsch fa, limitandosi a mostrare il video solo durante lezioni e incontri legati a eventi artistici. Le cose sembrano appianarsi tra i due ma nel 2012 Techno Viking fa contattare di nuovo Fritsch da un avvocato. Questa volta chiede che il video non venga diffuso in alcun modo e di cessare la vendita di ogni tipo di merchandise, oltre a richiedere un risarcimento su quanto guadagnato da Fritsch negli anni.

Your offering pleases Techno Viking! Il processo che ne parte è lungo e complesso a arriva a una conclusione che, per certi versi, scontenta entrambe le parti. Il giudice decide che Techno Viking ha diritto a parte dei proventi guadagnati da Fritsch negli anni, ma una percentuale non troppo grande perché non ha deciso di fare causa all’artista subito, rimanendo in silenzio dal 2009 al 2012 mentre il meme esplodeva ovunque online. Il giudice decide inoltre che la difesa tentata da Fritsch, ovvero il considerare il video originale un’opera d’arte e per questo non censurabile, non sta in piedi perché per ammissione dello stesso artista il video non è stato manipolato in alcun modo ma si tratta di una semplice ripresa video senza alterazioni o interventi in post-produzione.

Proprio su questo punto fa leva l’avvocato di Techno Viking: Fritsch avrebbe sfruttato, senza consenso, i diritti sulla personalità e immagine del suo cliente a fini di lucro e non per motivi artistici. Inoltre secondo Techno Viking la fama che gliene è derivata gli avrebbe portato problemi e fastidi nella sua vita privata. Come capita quasi con ogni meme, Internet si è messo a caccia dell’uomo dietro la maschera, pensando di averlo scovato più volte. Tra gli “accusati” più noti di essere Techno Viking c’è stato, per esempio, il lottatore di MMA Keith Jardine che, per divertimento, ha confessato di essere davvero lui, per essere poi sbugiardato dall’avvocato del vero Techno Viking.

All hail Techno Viking! Il giudice decide inoltre che Fritsch, in caso desideri usare ancora il video Kneecan No 1, è obbligato a oscurare la figura di Techno Viking da ogni singolo frame in cui appare. Il fatto che ormai Internet e i suoi utenti si siano appropriati del meme rendendo inutile la censura del video originale sembra non avere peso nella scelta del giudice, che obbliga inoltre Fritsch a pagare circa dieci mila euro di danni a Techno Viking.

Negli anni successivi al processo Fritsch ha girato un documentario dedicato alla vicenda che risulta una visione molto curiosa a causa proprio delle restrizioni legali a cui è sottoposto quando si tratta di Techno Viking. Nel documentario, Fritsch ha raccolto decine e decine di esempi dei remix e omaggi con protagonista Techno Viking, oltre ovviamente a Kneecam No 1, il video originale, dove però l’uomo è stato cancellato digitalmente lasciando la sua silhouette nera.

Si tratta di un video a sua volta affascinante in cui l’assenza del protagonista lo rende per l’ennesima volta presente e inconfondibile: ogni sua movenza è riconoscibile, ogni sua pausa attrae l’attenzione e quando punta accusatorio il dito indicando il colpevole fuori scena non si può fare a meno di riempire quel vuoto con il suo sguardo di ghiaccio. Non che glielo andrei a dire: Techo Viking non ha approvato questo articolo su Techno Viking.

 

 

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