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Davide Costa

Scrivo fumetti e altre cose fiche per Walt Disney, Sergio Bonelli e altre case editrici fiche. Ho una newsletter in cui parlo del mio lavoro, Appunti dal tavolino di un bar, a cui potete iscrivervi qua: http://tinyletter.com/DavideCosta

I match di WWE Hell in a Cell 2017 e perché si combattono

I think you should leave with Tim Robinson è lo show comico giusto se vi piace ridere con un filo di disagio

In periodo di sovrapproduzione di serie e film pare sempre più importante tirare fuori un’idea che sia vendibile facilmente, un così detto High Concept comprensibile in poche parole. Oppure fare la scelta opposta: concentrarsi sul come si raccontano le cose, i dettagli su cui concentrarsi e l’atmosfera che si vuole rendere. Tim Robinson direi che ha optato per la seconda opzione creando I think you should leave with Tim Robinson: ha tirato fuori una serie di sei episodi composta da sketch comici che non sono collegati tra di loro, non hanno una singola premessa precisa e la cui caratteristica principale è quella di avere un’atmosfera peculiare apprezzabile solo guardandola.

Per fortuna Netflix continua a produrre non solo storie che seguono schemi precostituiti e che tendono ad assomigliarsi un po’ tutti ma punta ogni tanto su visioni un po’ più personali e fuori dagli schemi. L’uscita dagli schermi di I think you should leave with Tim Robbins credo si possa capire già dai primi sketch del primo episodio che mostrano bene due delle atmosfere principali scelte da Robinson e dagli altri autori per far ridere gli spettatori.

Nel primissimo sketch, interpretato dallo stesso Robbins, quella che è una gag di una semplicità disarmante e brevissima viene allungata fino all’estremo dilatandone i tempi, forte della capacità di Robbins di stare in bilico tra ridicolo e inquietudine nella sua interpretazione. Tutto parte dal classico errore che compiamo ogni tanto: tirare per aprire una porta che in realtà deve essere spinta. Una piccola gaffe imbarazzante che però viene affrontata da Robbins con un’abnegazione invidiabile nel tentativo di negarla in ogni modo.

Nel terzo sketch una premessa stravista come un contest per decretare il bambino più bello degenera velocemente verso territori violenti, sopra le righe e di devianza sessuale, mantenendo però una certa adesione alla realtà irreale dei premi di bellezza e dei reality. Senza voler diventare una vera e propria satira, lo sketch sottolinea alcune storture di quel tipo di contest, virando il tutto all’esagerazione surreale per accumulo.

Lungo tutta la breve serie sono questi gli elementi che la rendono una visione interessante, soprattutto per gli appassionati di comicità a proprio agio quando le battute spingono fino a mettere a disagio i protagonisti delle stesse. Nella scelta dei soggetti, ma soprattutto nella realizzazione, sembra che a Robinson interessi parecchio sottolineare l’imbarazzo che si prova in determinate situazioni sociali quando qualcosa va storto ma si decide di non ammettere l’errore, cercando invece un qualche tipo di giustificazione esterna o di cavarsela in maniera assurda (come lo sketch della porta).

In diverse scene è proprio il disagio creato da una situazione nata in pubblico a creare un forte conflitto tra due o più personaggi, come nello sketch del ristorante in cui Robbins si strozza col cibo rischiando di soffocare ma, a causa dell’imbarazzo, fa finta di nulla sotto gli occhi increduli di un amico. Robinson e gli altri autori decidono di approfondire, ricamare e aggiungere dettagli alla premessa che rende le gag divertente fino a passare in un territorio sottilmente inquietante. In altri casi il divertimento nasce invece dall’equilibrio sottile e ben orchestrato tra la stupidità dell’idea e la serietà della realizzazione, come nello sketch dell’aereo con la presenza di un Will Forte psicopatico e vendicativo, fino alla scoperta delle sue motivazioni ridicole per infastidire Robinson. Non mancano poi sketch semplicemente buffi e surreali come quello sui cavalli selezionati apposta per avere il pene piccolo, con una motivazione tanto ridicola quanto perfettamente legata alla logica maschile.

Di sicuro non è comicità che possa piacere a tutti ma Robinson, già autore tra gli altri per il Saturday Night Live Show, pare chiaramente interessato a tentare strade meno battute per mostrare l’umorismo e l’assurdità nel quotidiano e sembra ben felice della libertà creativa datagli da Netflix. La serie ha poi il vantaggio di essere parecchio breve, sei episodi tra i 15 e i 18 minuti ciascuno, ognuno composto da sketch di diversa lunghezza, perfetta per essere vista in pausa caffè oppure, se vi piglia bene di botto, per spararvela tutta in poco più di 90 minuti. Negli scorsi giorni Netflix ha annunciato il rinnovo per la serie.

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Phoebe Waller-Bridge usa la quarta parete nella seconda stagione di Fleabag per riflettere su umorismo, relazioni e il rapporto tra storie e pubblico.

Sfondare la quarta parete al cinema e in televisione non è esattamente una novità però come spesso accade non è quel che fai ma come lo fai a fare la differenza . Phoebe Waller-Bridge che è creatrice, autrice e interprete di Fleabag sfonda la quarta parete con una padronanza, intento e risultato finale che io trovo parecchio interessante ed efficace. Se nella prima stagione il suo dialogare regolarmente con gli spettatori commentando con sarcasmo e figo distacco quanto le accadeva era molto divertente ma poteva sembrare solo un esercizio di stile, nella seconda stagione questo meccanismo narrativo diventa un aspetto fondamentale della caratterizzazione di Fleabag stessa e del senso tutto della serie . La differenza grossa è tutta nell’arrivo dirompente, o forse riaggregante dato quel che succede, del Prete. Ma prima una piccola preziosa precisazione.

In questo articolo parlo della seconda stagione di Fleabag senza farmi problemi di spoiler, accennando anche alla prima stagione. Insomma, siete avvisati. Se desiderata abbandonare l’articolo, andare su Prime Video a guardarla e tornare, è questo il momento giusto.

Se siete ancora qui, andiamo a iniziare.

 Nella prima stagione viene stabilito da subito come Fleabag dialoghi di continuo con il pubblico , sottolineando di volta in volta l’assurdità delle cose che le accadono oppure quello che prova nei confronti delle persone con cui ha a che fare. La seconda stagione inizia rendendo chiaro che le cose stanno ancora così. Siamo nel bagno elegante di un ristorante parecchio elegante, Fleabag si guarda allo specchio pulendosi del sangue uscitole dal naso, guarda in camera e dice

“Questa è una storia d’amore.”

Nel resto dell’episodio assistiamo a una cena esilarante in cui Fleabag, sua sorella, suo padre e la loro matrigna fanno la conoscenza del Prete che celebrerà le nozze tra il padre e la matrigna. Durante i vari scambi di battute tra i commensali, il padre chiede a Fleabag se il suo piccolo cafe di cui è proprietaria stia andando bene e lei

“Sì. Va bene. Sul serio.”

e una frazione di secondo dopo guarda velocemente in camera sorridendo e dicendo

“Lo è davvero!”

come a rassicurare gli spettatori che la prima battuta non era una menzogna ma che le cose vanno davvero bene.

Questo è solo un esempio fra i mille momenti in cui Fleabag esce dalla conversazione con gli altri personaggi per parlare con noi che la guardiamo , una consuetudine ormai così radicata nella serie che, pur continuando a far ridere e funzionare nel raccontare la storia dettagliando il carattere di Fleabag e il modo in cui si rapporta con gli altri personaggi, viene recepita ormai come norma e non stupisce più come tecnica narrativa in quanto tale.

 Le cose prendono una piega diversa quando lei decide di andare a una sessione di terapia , regalatale dal padre proprio durante la cena del primo episodio;  non può fare a meno di iniziare la sessione con alcune battute  ma la terapista le consiglia di non fare battute, e dice una frase che sottolinea un aspetto di Fleabag che potrebbe sfuggire a una visione distratta.

“Sarebbe meglio non fare battute qui, nel caso che qualcosa possa perdersi nella traduzione umoristica.”

Fleabag risponde

“Oh, non so se sono in grado di farlo.” ridendo.

Un breve scambio che sottolinea il modo in cui lei filtra tutta o quasi la sua esperienza di vita attraverso la lente dell’umorismo  anche per tenere a distanza alcune sue paure e sentimenti.

A quel punto, quando la terapista le chiede come mai si trova lì, senza girarci troppo intorno parla della morte della madre, della distanza da sua sorella e

“Ho passato la maggior parte della mia vita adulta usando il sesso per scansare il vuoto urlante che si trova dentro il mio cuore vuoto.”

La psicoterapeuta dagli avambracci screpolati le pone poi alcune domande secche, tra cui se ha amici, a cui risponde di no, e se è in una relazione, a cui risponde di no. La psicologa riassume tagliente dicendo

“Sei una ragazza senza amici e dal cuore vuoto. Da come tu stessa ti descrivi.”

Colta sul vivo, un po’ stupita, un po’ imbarazzata e un po’ ferita, Fleabag dice di averne, di amici. La terapeuta l’incalza:

“Ah, quindi hai qualcuno con cui parlare?”

“Sì” dice Flebag, facendo l’occhiolino alla camera.

“Oh. E li vedi spesso?

“Sì. Ci sono sempre.” tentenna e guarda in camera sfuggente “Ci sono sempre.”

In questo episodio  l’abbattimento della quarta parete inizia ad assumere una sfumatura diversa per la protagonista , divenendo una parte di lei come personaggio e persona e non più solo un trucco narrativo o un vezzo creativo dell’autrice. Il modo in cui usa l’umorismo come scudo e fuga, il modo in cui parla con i suoi amici uscendo da una discussione in corso sono parti di se tanto quanta la sua sessualità e il dolore che prova. Questa sottolineatura rende ancora più efficace quello che succede durante un dialogo molto sentito tra Fleabag e Il Prete.

Quel sorriso fa vacillare un sacco di sessualità su tutto lo spettro.

 Fin dal primo episodio è evidente che tra i due c’è un grandissimo feeling : entrambi brillanti, entrambi col senso dell’umorismo, tutti e due con famiglie incasinate, tutti e due evidentemente danneggiati. Il desiderio di lei nei confronti di lui non è mai un segreto e dopo poche scene insieme è ormai chiaro a tutti e due che la tensione sessuale tra di loro è fortissima e che Fleabag prova qualcosa di profondo per l’uomo di chiesa più affascinante dai tempi di Uccelli di Rovo. Il Prete le dice chiaro e tondo che tra di loro ci può essere solo amicizia e niente sesso.  A quel punto lei un po’ ferita e amareggiata si gira verso la camera dicendo

“Dureremo solo una settimana come amici.”

E lui le chiede.

“Che è successo?”

“Cosa?”

“Dove sei andata?”

Lui continua dicendo “Sei… sei andata da qualche parte.”

Lei guarda verso di noi confusa e lui

“Ecco. Lì. Dov’è che finisci?

“Da nessuna parte.”

ed è in quel momento che Fleabag, stupita, imbarazzata e quasi allarmata di essere stata vista in quel luogo intimo dal Prete, capisce che il rapporto tra di loro non è solo attrazione fisica.  Per la prima volta qualcuno si rende conto di come lei si perda nei suoi pensieri, per difendersi da sentimenti troppo forti che non vuole la travolgano, fuggendo da un’altra parte e sfogandosi con gli unici amici che abbia, gli spettatori.

Con Il Prete non basta trincerarsi dietro sarcasmo, umorismo e figo distacco. Il Prete la vede per quello che è: una persona che vuole amare con tutta se stessa ma che ha paura di farlo dopo quanto accaduto nella prima stagione con la sua amica Boo, e dopo la morte di sua madre. Tutte le relazioni che ha avuto nelle due stagioni si sono sempre basate sul sesso, sulla sua disponibilità e sul sentire di avere il controllo della situazione grazie al sesso. Ora però qualcosa è cambiato. 

Negli episodi successivi sono diversi i momenti in cui Il Prete la vede sparire nel suo mondo  (esilarante il momento in cui Fleabag, presa dalla bellezza del collo del Prete dice a lui una battuta che vorrebbe dire a noi pubblico), chiedendole per quale motivo lo faccia e spingendola, col suo modo stropicciato da uomo di chiesa e fede ma con i piedi ben piantati nelle umane faccende, ad affrontare quel vuoto che lui intuisce roderla. Quando finalmente tra i due si rompono i confini e finiscono a letto, assistiamo a un altro momento in cui la quarta parete non solo viene rotta, ma viene messa da parte in maniera letterale. 

I due sono a letto e Fleabag, guardando in camera, non fa nessun commento

 ma sposta via la camera con una mano 

godendosi un momento privato col Prete, quello che, per quanto ne sappiamo noi spettatori/amici/guardoni, è il primo vero attimo di intimità sentita e condivisa con un’altra persona che si gode da anni e per cui non ha bisogno dei suoi amici che non l’abbandonano mai.

In questo senso è interessante vedere il contrasto con l’altra scena di sesso  avvenuta non troppo tempo prima con l’Avvenente Avvocato Misogino a cui abbiamo, se pur fugacemente, assistito come a molte altre e su cui Fleabag non ha avuto problemi a fare commenti su quanto fosse bravo sul serio a fare sesso facendola venire nove volte.

Con Il Prete invece è diverso perché tra i due non è solo un passatempo ma un sentimento vero che provano entrambi e che permette a Fleabag di riprendere possesso di parte della sua sfera emotiva messa da parte da troppo troppo. Ferita profondamente per la morte della madre che amava moltissimo, e piena di dolore e senso di colpa per la morte dell’amica Boo che si era offerta di accogliere il suo amore, Fleabag ha smesso per di amare sul serio fino all’incontro e all’intrusione del Prete. Un cambio profondo e importante.  Il che rende ancora più dolce amaro il finale, dove troviamo l’ultimo uso della quarta parete ad aver colpito nel segno.

Siamo alla fermata di un bus. Dopo che i due hanno un ultimo sentito, onesto e vero dialogo di commiato in cui Il Prete le dice di amarla ma di non potere avere una relazione con lei perché ha scelto Dio, i due si lasciano, sia perché tronano la relazione, sia perché il Prete la lascia da sola e si avvia verso la sua chiesa dopo averle etto un’ultima volta che l’ama. Fleabag si alza e inizia ad allontanarsi verso casa, subito seguita dalla camera , ma si gira verso di noi, sorride e accenna un “No.” con la testa e riprende ad  allontanarsi.

 Però la camera non la segue. 

Dopo qualche passo si gira ancora una volta verso la camera, ci saluta con un gesto della mano e si allontana. Si tratta di un ultimo commiato al mezzo narrativo che ha usato per due stagioni come supporto alla sua situazione emotiva, non si può sapere se si tratta di un arrivederci o di un addio ( Phoebe Waller-Bridge dice di considerare la serie conclusa, ma pure la seconda stagione è nata solo dopo parecchio meditare da parte sua), ma è una chiusura del cerchio che lascia la sensazione di salutare Fleabag in una situazione forse amara e dolorosa per l’amore perso, ma migliore di come l’avevamo trovata nel primo episodio della prima stagione. Più completa nonostante i difetti, più forte nonostante le debolezze, più capace di amare nonostante il dolore. 

Se la scelta di Phoebe Wall-Bridge di utilizzare l’abbattimento della quarta parete è scaturita per una necessità tecnica, dato che Fleabag è nato come piece teatrale  con un solo personaggio in scena in cui l’autrice-attrice dialogava spesso con il pubblico, lungo la vita della serie Wall-Bridge è riuscita a sfruttarlo in maniera profonda e attenta per renderlo qualcosa di intrinseco al personaggio donandole uno spessore, una profondità e un cuore che colpisce a fondo anche i suoi amici che non la lasciano mai, ancora di più nel momento del saluto finale in cui ci fa capire che probabilmente non ha più bisogno di noi. 

Non ho gli occhi lucidi sento solo l’umidità nell’aria

 

 

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In Dead to me i dialoghi raccontano con precisione una relazione basata sull’abuso

Passata un po’ in sordina su Netflix, Dead to me è una dramedy in cui Jen e Judy si conoscono a un incontro di auto-aiuto per persone in lutto. Jen ha da poco perso il marito Ted, ucciso da un pirata della strada di cui non si conosce l’identità. Judy ha subito l’ennesimo aborto spontaneo. Judy fa la prima mossa iniziando un’amicizia con Jen che diventa subito profonda e quasi totalizzante, senza dirle però che è lei ad aver tirato sotto Ted.

 Premessa e svolgimento sono da mistery , ma Dead to me è soprattutto una riflessione a volte divertente ma più spesso dolorosa sul percorso che alcuni intraprendono per poter affrontare un lutto improvviso e la solitudine che si prova per la difficoltà nel trovare qualcuno con cui aprirsi e condividere quel dolore. La serie ha avuto la fortuna di trovare in Christina Applegate e Linda Cardellini due interpreti che non solo sono brave, con un background nella comicità che torna benissimo per il tono della storia, ma due attrici la cui chimica è palpabile e rende credibile il rapporto parecchio sui generis che si instaura tra le due protagoniste. Proprio i rapporti tra persone sono alla base della serie  che, dopotutto, cerca di raccontare il lutto, il dolore, la solitudine che si devono affrontare quando una morte improvvisa chiude un rapporto durato decenni, oppure un rapporto che stava letteralmente nascendo nel ventre di una donna.

 Racconta anche rapporti che non funzionano  e lo fa in maniera molto precisa quando mette in scena il rapporto tra Judy e Steve, il suo compagno con cui prova da anni ad avere un figlio e con cui è evidente da subito ci sia qualcosa che non funziona al di là del concepimento. All’inizio la serie sembra suggerire che Judy possa essere una stalker, sia per il modo quasi ossessivo in cui cerca di approfondire la sua amicizia con Jen, sia perché la vediamo tentare in tutti i modi di continuare la sua storia con Steve anche se si sono mollati. Dopo pochi episodi è però evidente che il problema è Steve e il suo essere un pezzo di merda. La serie mostra la vera natura di Steve in maniera spesso sottile ma molto efficace, raccontando quella che in inglese viene definita abusive relationship , una relazione in cui l’uso del ricatto fisico e psicologico, i giochi di potere, il silenziare il partner minandone la sicurezza mentale sono all’ordine del giorno.

In diversi episodi ci sono dialoghi tra Judy e Steve in cui tutto questo, anche se non esplicitato in modo evidente, esce in maniera molto forte perché la scrittura della serie, la messa in scena (entrambe in larga parte in mano a donne) e le interpretazioni degli attori funzionano alla grande per portare a segno quel tipo di gioco nel dire e non dire ma farsi capire di chi si conosce da anni e anni . C’è in particolare uno scambio tra i due che viene ripetuto più volte:

JUDY – Non urlarmi contro.

STEVE – Scusa.

JUDY – Va bene/Tutto apposto/Ok.

Letto così pare poco, ma i tempi con cui i due si scambiano queste battute e il tono usato da entrambi mostrano quanto sia per loro una routine forse iniziata in modo traumatico che nel tempo è diventato solo gergo comune nei loro scambi. L’espressione tra lo scorato e lo sconfitto di Judy, inoltre, mostra in maniera evidente ma non urlata quanto sia ogni volta un dolore, un turbamento e un’umiliazione dover accettare le scuse di Steve e minimizzare quanto appena successo . Allo stesso modo la scusa automatica di Steve sottolinea quanto per lui sia la norma urlarle contro, chiedere scusa e andare avanti nella discussione come non fosse accaduto nulla. Questo si evidenzia ancora di più in un’altra scena successiva, quando Steve afferra Judy per un braccio e:

JUDY – Ahi!

STEVE – Scusa.

JUDY -Va bene/Tutto apposto/Ok.

Anche qui il resto del dialogo prosegue poi come nulla fosse. Certo, lungo la serie quanto il rapporto di sudditanza e dipendenza di Judy nei confronti di Steve sia sfumato, profondo e si regga anche su altri rapporti di potere, viene raccontato e approfondito mostrando il suo lasciarlo per poi tornare da lui, il suo essere gelosa anche da separati e la complicazione della componente mistery della serie. Questi dialoghi però colpiscono in particolare per la naturalezza e il tono piano con cui vengono raccontati che lascia passare una quotidianità sottile che potrebbe sfuggire agli occhi dello spettatore, o agli occhi di amici e parenti  che conoscono persone in relazioni di questo tipo ma non colgono, o fingono di non cogliere, segnali di un malessere profondo e difficile da raccontare.

In Dead to me la scrittura e la regia hanno un’idea ben precisa di quel che vogliono dire ma, di nuovo, le interpretazioni sono quello che rendono le idee efficaci e  James Marsden risulta un ottimo pezzo di merda , dotato di quel carisma, gentilezza e fascino che rende credibile il suo non aver problemi a instaurare relazioni senza fatica, tenendo a freno il suo lato peggiore che però trapela qua e là tra espressioni e movimenti del corpo. Un Principe Azzurro* dalle tonalità parecchio scure che manipola Judy in ogni momento e trova solo in Jen qualcuno in grado di tenergli testa e vedere al di là della cordialità da manager vincente.

Dead to me è stata rinnovata per una seconda stagione e c’è da sperare che la risoluzione del mistero non tolga mai il tempo e l’attenzione all’approfondimento dei personaggi che nella prima stagione le danno modo di staccarsi dalla marea di produzioni Netflix.

 

* In americano il Principe non è Azzurro ma Prince Charming, Principe Affascinante. E nessuno ha mai detto che il fascino sia esclusivamente positivo. 

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Z-Nation è una serie divertente con zombie di ogni tipo e idee per niente moribonde

 In cinque stagioni Z-Nation è riuscito a  fare una cosa che non sempre riesce alle serie tv: essere divertente in maniera consistente, sfruttando un’ambientazione che è parecchio satura di proposte come quella zombie.

La premessa della serie è intuibile dalla Z del titolo: c’è stata un’apocalisse zombie, la società è caduta e chi riesce cerca di andare avanti. Però un manipolo parecchio eterogeneo di persone si trova costretta a  tenere in vita Murphy , l’unico uomo che sia mai sopravvissuto a un morso zombie e  da cui si spera di trovare una cura  e un antidoto per il loro morso.  L’uomo è però sostanzialmente uno stronzo  e farebbe qualsiasi cosa piuttosto che diventare una cavia di quel che è rimasto del governo americano. Da qui parte un viaggio, molto letterale ma pure personale, in lungo e in largo per quel che è rimasto degli USA.

Quindi abbiamo zombie, abbiamo l’apocalisse e abbiamo persone cazzute che sopravvivono. Tutto già visto, lo so.  Dove Z-Nation riesce a trovare la sua voce è nell’ambientazione, nei personaggi e i loro rapporti  e nei dettagli di questa apocalisse che diventa spessissimo sbilenca portando i suoi protagonisti a dire spesso e volentieri “That’s weird, man!”/”Certo che è strano, amico!”.

I dettagli strani arrivano di continuo, a partire dalla  spregiudicatezza con cui gli autori decidono di declinare proprio gli zombie : zombie usati come operai, zombie visti come portatori di salvezza in strani culti messianici, zombie radioattivi,  zombie ibridati con la marjuana , zombie telepatici, zombie che si aggrumano l’un l’altro diventando un’enorme palla che rotola mangiando tutto quello che incrocia, un tornando pieno di zombie,  uno tsunami di zombie .

Tutte queste (e parecchie altre) cose potrebbero essere usate solo per accumulo o shock value, idee sopra le righe lanciate in faccia agli spettatori per sopperire a un budget strettissimo (siamo dopo tutto in casa della Asylum, quelli dei mockbuster) e molto spesso è così: idea assurda, gran ritmo, battute ed ecco un episodio che funziona divertendo e lasciando la voglia di vedere il prossimo.

Roberta Warren, smashing brains and taking names since day one

Però per fortuna autori e produttori hanno capito che  queste cose funzionano meglio se accadono a personaggi che non devono essere per forza di cose del tutto bidimensionali o sopra le righe , riuscendo a creare lungo le varie stagioni un gruppo unito, nonostante le differenze, tenuto insieme da rapporti sfumati, complessi, spesso burrascosi ma che li rendono una unità a cui è facile affezionarsi.

A partire da Roberta Warren, Tenente della Guardia Nazionale che si assume il compito di proteggere e trasportare Murphy perché è il suo dovere e ma anche la speranza a cui si aggrappa per salvare l’umanità e trovare un senso e un ruolo in questo casino.  Il personaggio di Roberta si aggiunge alla schiera sempre più folta di personaggi femminili protagonisti di storie di azione , una donna di colore carismatica, punto di riferimento per i membri del proprio team che picchia come un fabbro ferraio, è piena di risorse e mantiene comunque una sua femminilità e sessualità lungo la serie. Il tutto, mi pare, senza sottolineare in maniera didascalica il suo essere donna ma semplicemente agendo al meglio delle sue possibilità data la situazione disperata in cui si muove.

Murphy nel suo periodo blue

Contraltare di Roberta è il criminale nonché salvatore dell’umanità suo malgrado Murphy che da subito e più o meno sempre per tutta la durata della serie rifiuta l’idea di essere l’unica speranza dell’umanità, tanto meno se si tratta di “donarsi” alla scienza militare per diventare una cavia dal destino probabilmente orrendo. Murphy è il personaggio che cambia maggiormente e più spesso lungo la serie, anche letteralmente. Dato che gli effetti dei morsi di zombie su di lui non vengono mai definiti con precisione all’inizio ma scoperti mano a mano,  Murphy muta spesso apparenza, cambiando anche colore, rischiando di decomporsi, scoprendo di avere poteri ipnotici o telepatici nei confronti degli zombie, e di poter diventare padre di un ibrido zombie-umano.

  Tutto questo ha un impatto sulla sua psiche, portandolo spesso a chiedersi se fa parte dell’umanità, degli zombie o di qualcosa di nuovo, ma mantenendo sempre la sua caratteristica principale: quello di un truffaldino che vuole salvarsi le chiappe, possibilmente guadagnandoci qualcosa, pensando soprattutto alla propria sopravvivenza e solo se avanzano tempo e risorse agli altri. Lungo le stagioni in realtà scopre di essere capace di empatia e amore, mostrando un lato quasi tragico e autodistruttivo, che  gli da una sorta di sfumatura molto grigia quando si tratta di decidere se sia un buono o un cattivo (e qua e là purtroppo la cosa sembra decidersi a seconda dell’opportunità degli autori).

Se Warren e Murphy sono i due personaggi più sfaccettati e quelli che risultano più autonomi rispetto ai clichè del genere, il terzo a stagliarsi per riconoscibilità e personalità è, per me, Doc.

Non dico che abbia sostituito nel mio cuore Doc Brown come miglior Doc di sempre, però…

Vero nome Steven Beck,  Doc è un ex-psichiatra  ed ex-tossicodipendente i cui “superpoteri” sono due: essere  in grado di trovare un qualche tipo di droga in qualsiasi posto nonostante l’apocalisse , ed essere in grado di trovare umorismo e aspetti positivi anche nelle situazioni più disperate e assurde. Doc, grazie alla sua attitudine easy going e il tentativo di non giudicare mai nessuno, riesce a fungere da collante tra i membri del team mostrando un’empatia e apertura mentale che pare parecchio ricettiva anche quando non si aiuta con sostanze psicotrope.

E nonostante l’età non più freschissima è comunque uno dei membri più combattivi del team che non si tira mai indietro se Warren o gli altri sono con le spalle al muro. Per età, esperienza e capacità di dare buoni consigli a tutti  cade quasi involontariamente nel ruolo di figura paterna, pur non abbraciandola mai fino in fondo  in parte per la sua naturale avversione per le figure autoritarie, in parte per non svelare troppo l’affetto che prova per i suoi compagni di sventura, conscio di tutta la morte che li avvolge ogni secondo.

Non che il resto dei personaggi siano meno interessanti o attivi, ma per quanto mi riguarda l’anima della serie viene retta e animata da questi tre, dalle loro personalità così diverse ma che si amalgamano così bene proprio nelle differenze che hanno nel guardare e decifrare la vita, sottolineate in diversi episodi in cui spuntano tematiche ricorrenti nella serie.

Perché nonostante  Z-Nation  sia una serie che vuole soprattutto essere divertente, avventurosa e stramba,  affronta comunque temi interessanti come l’integrazione razziale, il rapporto tra esercito, governo e cittadino e, mostrando tutta la sua americanità, affronta più volte il senso delle elezioni e della democrazia  mettendo in scena la ricostruzione della società, parlandone in maniera diretta e senza andare troppo per il sottile quando alcune comunità cercano di ridarsi ordine eleggendo proprio rappresentanti.

Una versione post-zombie della riconquista della frontiera che permette agli autori di giocare anche con atmosfere da western o cinema on-the-road raccontando l’umanità più disperata ma sempre o quasi operosa che ha costruito buona parte dell’immaginario popolare americano.

Per fortuna la serie non si fa problemi a cambiare spesso le carte in tavola

Ve lo dicevo che i personaggi cambiano spesso pelle in questa serie.

 Lungo cinque stagioni Z-Nation  omaggia, richiama, riscrive, sberleffa e si inchina a un sacco di nomi sacri dell’horror e del cinema d’avventura, ma credo che soprattutto  riesca a rinnovare quello spirito da B-Movie con testa e cuore dei tempi di Corman o della Troma , avvicinandolo alla sensibilità più moderna e contemporanea della Asylum più onesta, uno di quegli ibridi che riescono a nascere solo quando chi si rende conto di avere un budget prossimo allo zero decide di non insultare l’intelligenza del pubblico ma di fare tutto quanto possibile per raccontare una storia che colpisca forte e lasci qualcosa su cui se non riflettere perlomeno baloccarsi un po’ più a lungo.

Le cinque stagioni sono tutte disponibili su Netflix e io sono tra quelli che sotto sotto spera in un ritorno di Roberta e gli altri, magari in forma di lungometraggi che raccontino nuove avventure. L’ambientazione è così ricca e fluida da poter reggere storie di ogni tipo per cui incrocio ancora le dita.

 

Chi siamo

In Santa Clarita Diet gli zombie sono più vivi dei vivi, preferiscono la dicitura non-morto e si ride un casino.

In una marea di storie dedicate agli zombie e ai non-morti, Santa Clarita Diet riesce a trovare la sua voce risultando una felicissima eccezione in quello che è diventato, se non un genere vero e proprio, per lo meno un sotto-genere dell’horror con cliché e situazioni tipiche tutte sue. In larga parte il merito è nella scelta di raccontare una storia con i toni della commedia famigliare, in larghissima parte il merito è anche della scrittura di Sheila e degli altri protagonisti e dell’alchimia degli interpreti, ma sotto tutto questo si trova pure una caratterizzazione dello zombie, anzi del non-morto, un po’ diversa dal solito.

L’introduzione dell’infezione zombie introduce bene il tono della serie. Sheila mostra tutti i sintomi di un’intossicazione alimentare, se non fosse che la quantità di vomito che spurga è inumana e gran guignolesca, muore e poi torna in vita con una robustissima fame di carne umana. Per sua fortuna il marito Joel la ama non solo finché morte non li separi ma pure se la non-morte li rimette insieme, e la figlia Abbi non si tira indietro nonostante la situazione renda l’adolescenza ancora più incasinata della media.

santa clarita diet

Se la premessa horror è parecchio consolidata (per quanto il veicolo con cui Sheila e altri divengano non-morta è un bel twist umoristico che sottolinea l’anima da commedia della serie, che non vi spoilero perché lo si scopre nella seconda stagione) a staccare Santa Clarita Diet dal resto delle storie a base di zombie non-morti è in larga parte il rapporto tra Sheila e il marito Joel. Si tratta di una coppia che è evidentemente abituata a risolvere i problemi famigliari col dialogo, cercando soluzioni che siano pratiche e di compromesso tra i desideri e le voglie dei due, in un continuo spalleggiarsi a vicenda per darsi forza e andare avanti nonostante le difficoltà.

Quando Joel capisce che la moglie ha necessità di mangiare carne umana per poter vivere, per quanto a fatica, lo accetta ma non se ne fa travolgere, trovando con lei una soluzione che, come accade spesso in storie simili, diventa quella di cibarsi solo di cattivi. Ovviamente non è mai una soluzione senza conseguenze, e in Santa Clarita Diet ogni azione della coppia ha degli effetti immediati o a media e lunga scadenza che li portano di continuo a un passo dall’essere scoperti, in una commistione continua di suspense e commedia degli equivoci. In questo senso la serie sta riuscendo nella non facilissima impresa di avere una trama per ciascuno episodio, una trama per ciascuna stagione e una trama che attraversa tutte e tre la stagioni, dando agli spettatori la sensazione di seguire una storia che sta andando avanti e non un eterno status-quo che si scuote solo un po’.

Chi seppellisce cadaveri insieme invecchia insieme <3

Ottimo legante della serie è il talento comico di Drew Barrymore e Timothy Olyphant, rispettivamente Sheila e Joel. Oyphant, per me una sorpresa non avendolo mai visto alle prese con un ruolo comico, è perfetto nel rendere il perenne stato di stupore misto a paura in cui Joel si trova, dovendo accettare la nuova situazione della moglie e a mantenere un’apparente normalità con i vicini e i colleghi di lavoro. Un bel contraltare all’esuberanza trattenuta a fatica dal personaggio di Sheila a cui l’essere diventata non-morta ha scatenato una voglia di vivere e una frenesia del tutto nuova rispetto al suo passato. Questo è un dettaglio che stacca in qualche modo  la serie dalla solita narrazione dello zombie o non-morto.

Una volta che Sheila inizia a capire cosa le è accaduto e in che modo andare avanti, si rende conto che la sua nuova condizione ha spalancato in lei un desiderio di vita che prima non aveva, o forse aveva ma teneva a freno in quanto donna. Si tratta di una fame non solo di carne umana ma anche di vita e azione, spesso combinata con un appetito sessuale rinnovatocon molta gioia dello scombussolato marito Joel che dopo un primo momento di adattamento e dubbio accetta come sempre la moglie nella sua vita. Per certi versi si tratta di una non-morta nel vero senso della parola, anzi quasi una più-viva almeno nelle emozioni e nelle sensazioni così estreme, più vicine a certi risvegli che di solito si vedono in film su vampiri e licantropi.

E in questo fondamentale cambio di prospettiva che troviamo la parte più interessante e sovversiva di Santa Clarita Diet, il diverso e l’infetto non diventano l’ennesimo modo per tracciare una linea tra “noi” e “loro” ma un messaggio di accettazione del diverso. Normalmente l’amore di Jole verso sua moglie lo avrebbe portato a una orribile morte, perché l’amore è debolezza in un mondo zombificato, ma in questo caso no, gli sceneggiatori sfuggono a una narrazione machista e un po’ fascia della sopravvivenza del più forte, anzi Sheila i nazisti li mangia.

Per ora su Netflix trovate tre stagioni e, considerando quanto è interessante il finale della terza, si spera che venga rinnovata per una quarta stagione.

 

 

Perché Westworld è una serie sui videogiochi e sul futuro dell’intrattenimento

Da dove comincio se voglio scoprire il magico mondo della stand-up comedy su Netflix?

Un vantaggio dell’arrivo di Netflix in Italia che mi pare ottimo è l’aver dato modo a molti la possibilità di trovare senza il minimo sforzo un bel po’ di stand-up comedy pronta a essere goduta con un paio di click. Il materiale caricato comincia a essere parecchio per cui vi allunghiamo una lista con alcuni suggerimenti di visione. Come ogni lista che si rispetti è parziale, soggettiva e probabilmente cambierebbe se la scrivessi fra qualche tempo, per cui prendetela solo come uno spunto per lanciarvi nelle vostre personali esplorazioni della comicità da palco, e se avete suggerimenti fateceli sapere.

Principiamo dal passato, con lo stand-up attualmente più vecchio che trovate in catalogo:

Richard Pryor Live in concert

Pryor è una delle leggende della comicità americana e in particolare uno di quelli che ha fatto da apripista per i comici di colore. Ha iniziato la sua carriera negli anni ’60 come comico dalle maniere e i temi moderati e da tv familiare, trovando poi il suo vero percorso avvicinandosi alle tematiche razziali e perdendo via via ogni tipo di freno inibitore e limite. Per Pryor non c’erano tabù o quasi quando si trattava di far battute e soprattutto non c’era nessun limite nel parlare e ridicolizzare se stesso. Per lui parlare della povertà di quando era giovane, dei suoi attacchi di cuore o di razzismo non è un problema e la mimica e le voci che usa per interpretare i vari temi e ruoli hanno fatto scuola su generazioni e generazioni di comici. Lo special è, inoltre, il primo spettacolo di stand-up comedy a essere stato registrato in diretta e distribuito poi come lungometraggio. Se questo vi piace cercatevi poi Live on the Sunset Strip, in cui racconta tra le altre cose la notte in cui prese fuoco tentando di dare fuoco a della cocaina.

Eddie Murphy Delirious

Eddie Murphy entra nel cast del Saturday Night Live Show nel 1980 e ne diventa in pochi anni una delle sue stelle principali. Quando nel 1983 porta Delirious sui palchi di mezza America è già una star della TV che sta per essere catapultata nel firmamento di Hollywood, e ha solo 22 anni. Lo special mostra tutta la forza di Murphy nell’interpretare in rapida successione vari personaggi modificando la sua voce e la mimica del suo corpo con velocità e precisione da rodato professionista, sparando a zero su razzismo, sesso e tematiche calde senza troppi peli sulla lingua. Di sicuro diverse sue battute non sono invecchiate benissimo e stonerebbero se sparate qui e oggi, ma mostrano tutta la forza dirompente di Murphy prima che finisse un po’ annacquato in ruoli cinematografici non sempre giusti per lui. Se vi piace cercatevi RAW uscito pochi anni dopo.

Jerry Seinfeld I’m Telling you for the last time

Jerry Seinfeld è stato protagonista di Seinfeld, la sit-com di maggior successo di tutti i tempi creata insieme a Larry David e dove interpreta una versione romanzata (ma a quanto pare poi non troppo) di se stesso, uno stand-up comedian di New York. Lo special viene registrato nel 1998 pochi mesi dopo la chiusura di Seinfeld e racchiude materiale nuovo e ripreso dalla serie in una sorta di reboot della carriera di Jerry che decise di tornare a calcare i palchi in lungo e in largo per gli USA. Se vi piace un umorismo che molto raramente va a colpire temi caldi ma predilige la vita quotidiana e le ossessioni dell’uomo comune, con puntate regolari verso l’assurdo, è lo special giusto per voi. Se vi piace potreste recuperare anche Jerry before Seinfeld.

Jen Kirkman Just Keep Livin’

Jen Kirkman calca i palchi da più di 20 anni portando avanti un’esplorazione precisa e metodica delle idiosincrasie e degli inghippi della società, incastrando con occhio clinico aneddoti personali con il quadro generale dell’umanità. In particolare riesce ad affrontare in maniera diretta il sessismo e i problemi del patriarcato mantenendo sempre quel distacco minimo che le permette di non risultare mai una predicatrice in cerca di consensi, calando battute e osservazioni che raramente vogliono dare risposte a problemi complessi ma preferiscono far scattare riflessioni nel pubblico. Il tutto con un tono che rimane esilarante anche se il ritmo non è mai forsennato e incalzante, siamo più dalle parti di lunghi ragionamenti e racconti sostenuti da battute ficcanti. Se vi piace potete recuperare anche I’m gonna die alone (And I feel Fine).

Maria Bamford Old Baby

E ora qualcosa di parecchio diverso. A Maria Bamford piace molto sperimentare. Non solo grazie alla sua voce che è in grado di interpretare decine di personaggi e persone diverse con una rapidità eccezionale, non solo grazie alla sua mimica facciale che passa dallo stupore bambinesco agli occhi spiritati di un adulto bipolare, ma soprattutto per il desiderio di non aver limiti nella scelta dei temi affrontati e dello stile adottato. In Old Baby il palco utilizzato cambia di continuo: a volte è il palco del teatro, a volte quello di un piccolo club, a volte un soggiorno, a volte una lavanderia a gettoni, ma lo spettacolo è sempre lo stesso. In un certo senso pare che Maria, ben consapevole di essere una comica tutt’altro che mainstream, voglia giocare col rapporto tra il pubblico e se stessa, come a dire “Io sono sempre la solita, non importa quale pubblico io affronti.” Se vi piace potreste provare Lady Dynamite, serie di cui è protagonista e co-creatrice.

Patton Oswalt Annihilation

Nel 2016 Michelle McNamara muore all’improvviso lasciando Patton Oswalt vedovo e con una figlia piccola da crescere. Per Patton, prono a depressione e altro, è un colpo durissimo. Però come capita a molti comici la sua mente continua a vedere il ridicolo anche nelle situazioni più disperate, tipo la presidenza Trump. Annihilation è tagliato quasi in due: nella prima parte Patton ragiona a lungo su Trump e sulla difficoltà che i comici hanno nel voler, o dover, trovare qualcosa di divertente da dire su di lui e lo stato in cui versa la nazione. Non si tratta di battute tirate via o banali ma di una piccola lezione sulla comicità politica parecchio interessante. Ma nella seconda metà le cose prendono un’altra piega quando Patton racconta della morte di Michelle e delle difficoltà che ha dovuto affrontare nello stare vicino alla figlia durante il lutto, nel cercare di proteggerla dal dolore e di un paio di situazioni assurde in cui i due si sono ritrovati loro malgrado. Si tratta di un miscuglio incredibile di risate e commozione con cui Patton rapisce il pubblico portandolo a ridere, commemorare e affrontare il lutto insieme a lui.

Bill Burr Walk your way out

Se invece siete in cerca di pochi sentimenti, pochi fronzoli e solo di ridere dall’inizio alla fine sparando su tutto e tutti, Bill Burr è il vostro uomo. Soprattutto se cercate un comico che non ha nessuna simpatia per la cultura del politicamente corretto e che non si fa problemi ad affrontare il problema in maniera diretta, mantenendo sempre una lucidità di pensiero che gli permette di trovare storture negli eccessi dei social justice warrior e non cadere mai, o quasi, in battute che siano cattive solo per il gusto di essere cattive. Il tutto senza smettere di prendere in giro se stesso, il suo fisico, la sua personalità da uomo che si arrabbia troppo e il suo essere conscio di essere solo uno che fa battute su di un palco. Se vi piace potete recuperare You People are All The Same oppure ascoltare il suo podcast Monday Morning Podcast.

Hannah Gadbsy Nanette

Nanette è una lunga riflessione sul senso stesso della comicità e sul suo ruolo nella rappresentazione delle persone e dei loro problemi. Vi rimando al pezzo in cui ne parlai tempo fa su N3rdcore, qua.

Neil Brennan 3 Mics

Neil Brennan è noto soprattutto per aver scritto insieme a Dave Chappelle il Chappelle Show ma è pure uno stand-up con quasi 30 anni di carriera alle spalle. In 3 Mics si diverte a giocare un po’ con la formula dello stand-up, piazzando sul palco tre diversi microfoni e dedicando a ciascun microfono un determinato tipo di comicità: uno dedicato alle battute secche, quelle in americano definite one-liners, uno dedicato a tematiche sociali come guerra, armi e relazioni personali, e uno dedicato a riflessioni più personali come la sua dipendenza da farmaci, la depressione e la relazione difficile con il padre violento. La scelta potrebbe sembrare solo una gimmick ma il risultato funziona molto bene dando un ritmo particolare al set e permettendo a Brennan di sottolineare in maniera chiara il peso emotivo di determinati passaggi.

Iliza Shlesinger  Elder Millennial

Iliza ha un occhio incredibile per la creazione di personaggi e figure che racchiudono determinati punti deboli delle persone e su tutti svetta il Party Goblin, l’essere in cui ogni ragazza più o meno giovane degenera quando decide di divertirsi e fare serata con le amiche. Di sicuro non mancano quindi assurdo e sopra le righe nei suoi stand-up, ma questo non le preclude il mantenere un’ottima lucidità nell’affrontare temi complessi come sessismo e patriarcato, prendendoli di petto e mettendo in piedi una narrazione della figura della donna sfaccettata in cui sesso, corpo, lavoro sono oggetto di continua critica. Il tutto mantenendo un ritmo sempre sostenuto che alterna one-liners a scene parecchio complesse e che spesso non sconta nulla alle ossessioni femminili. Se vi piace recuperate anche Confirmed Kills.

Come dicevo in apertura questa è solo una breve selezione di alcuni special che trovate su Netflix, tanto per venire in contro alla comodità dello streaming, ma in futuro potremmo allargarci e fare nuove liste di consigli. Anzi, se avete special o comici da segnalare non fatevi vincere dalla timidezza, che di roba divertente ce n’è sempre bisogno.

 

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