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Davide Costa

Scrivo fumetti e altre cose fiche per Walt Disney, Sergio Bonelli e altre case editrici fiche. Ho una newsletter in cui parlo del mio lavoro, Appunti dal tavolino di un bar, a cui potete iscrivervi qua: http://tinyletter.com/DavideCosta

Popstar Polka King Take Me Fallet

Now Playing: quattro storie da ridere per gli ultimi giorni di agosto

Estate. Pigrizia. Voglia di ridere. Di rilassarsi. Quattro storie di ridere, nessuna novità perché d’estate puoi pure recuperare roba quasi vecchia. O almeno è quello che ti ripeti tutto l’anno accumulando libri sul comodino da leggere in spiaggia, ma poi invece no. Roba quasi vecchia, o forse già troppo vecchia. Che ormai se è uscito il mese scorso è roba dei tuoi nonni già sbiadita nel tempo, ricoperta dagli altri venti episodi di telefilm che ti sei bingiato settimana scorsa. Ma non c’e l’hai qualcuno con cui parlare? Tutto su Netflix, perché estate, pigrizia e preferisci farti cullare dal comodo streaming della bulimia dell’intrattenimento piuttosto che fare da te, o fare per te.

In ordine del tutto sparso, ma partiamo comunque dal mio preferito.

 

POPSTAR – NEVER STOP NEVER STOPPING

Immaginati un film con protagonista Justin Bieber che interpreta Justin Bieber. Già fa ridere. Il protagonista di Popstar invece si chiama Connor 4 Real ed è una star del pop più pop che c’è, divenuto praticamente solista dopo i primi successi coi suoi migliori amici dei tempi del liceo, molto arrogante, molto egoista, molto inconsapevole di essere una testa di gesso. Chiaramente nessun riferimento a Justin Bieber. Connor 4 Real è interpretato da Andy Samberg mentre i due ex-migliori amici sono interpretati da Akiva Schaffer e Jorma Taccone; questi ultimi due il film lo hanno pure diretto mentre tutti e tre il film lo hanno pure scritto. E tutti e tre sono da anni anche i membri del vero gruppo musicale The Lonely Island, che fa rap dai testi comici ma dalle basi curate nei minimi dettagli e prodotte da alcuni dei migliori producer degli ultimi 10 anni. Insomma se c’era un trio perfetto per un film del genere era proprio questo.

Popstar è girato come un mockumentary che segue l’ascesa, le difficoltà e il crollo di Connor nello stardom della musica pop, mettendo alla berlina tutti gli eccessi e ipocrisie della musica più commerciale che cerca di cambiare pelle per rimanere a galla masticando e sputando via i creativi come fossero alette di pollo. Se apprezzate i Lonely Island è quasi certo che vi piacerà il film, se non li conoscete è un ottimo modo per avvicinarsi al loro stile e deridere con gusto le star del pop. La colonna sonora è sia esilarante che parecchio orecchiabile, così orecchiabile che se non ascoltate i testi vi sfido a distinguerle da canzoni pop serie. Ah, contiene una rara scena con un cazzo in bella vista, e fa scassare dalle risate per come è costruita bene.

TAKE ME

Ray ha un lavoro peculiare: rapire persone che hanno bisogno di togliersi qualche vizio o dipendenza, e impaurirli a morte così tanto da fargli passare la voglia di proseguire con il loro vizio.

È così convinto che sia una bella idea da chiedere un finanziamento in banca, che non viene accettato. Quando Ray viene contattato da una cliente per una sessione lunga un week-end le cose pigliano una strana piega perché i ruoli si ribaltano. E ribaltano. E ribaltano. E Ray deve pure un sacco di soldi al cognato e dopo un po’ non capisce chi ha rapito chi, e perché.

Una commedia un po’ sui generis che flirta col thriller cercando di mischiare le carte, a volte riuscendoci a volte no, si regge in larga parte sui dialoghi e sui due protagonisti, Pat Healy e Taylor Schilling. Non dura nemmeno 90 minuti e qua e là riesce a svelare un paio di emozioni profonde nel protagonista che quasi commuovono.

THE POLKA KING

Jan Lewandoski nasce in Polonia nella città di Bydgoszcz, si diploma al conservatorio di Gandz e arriva negli USA inseguendo il sogno americano. Lo trova come direttore di un’orchestra specializzata in polka e aprendo un negozio di souvenir dedicati alla Polonia. Ma anche truffando un casino di persone mettendo in piedi uno schema Ponzi che gli frutta un sacco di soldi, finché dura. Lo interpreta Jack Black, perfetto nel rendere l’entusiasmo quasi bambino per la musica e il divertimento di Jan sotto cui serpeggia l’ansia e la paura di un uomo che vive una perenne menzogna a cui, però, ogni tanto pare credere lui per primo. E si tratta di un film biografico, perché Jan è davvero Il Re della Polka (titolo che si è dato da solo ma pur sempre un titolo) e ha davvero truffato per anni un sacco di persone in Pensylvania. Il film brilla soprattutto per l’interpretazione di Jack Black, in bilico tra l’entusiasmo di una persona innamorata della vita e la paura di essere beccato, ma la storia è piena di colpi di scena che possono avere senso solo nella realtà e sul finale sfiora momenti a suo modo poetici quando Jan riflette sulla musica e il senso della vita.

FALLET

Lo sapevate che gli svedesi hanno un gran bel senso dell’umorismo? In Fallet ci sono due detective, Sofie Borg, una svedese stile badass dura e tosta, l’altro è Tom Brown, un inglese in stile molto molto british da mistero da salotto. Tutti e due sono però due discrete pippe, lui ha pure visioni della madre morta e asfissiante, lei beve un pelo troppo. Si incontrano perché nel paesino svedese di Norrbacka trovano morto un cittadino inglese e serve un aiuto esterno. Borg & Brown si scontrano con diversi segreti e misteri della piccola cittadina, come da tradizione delle piccole cittadine piene di segreti e misteri, sono aiutati da un fin troppo entusiasta commissario e dal suo inutile sottoposto. La serie fa sorridere di continuo ed è pure un discreto giallo che gioca di continuo sui cliché delle piccole cittadine in cui ci sono misteri misteriosi e complottisti complottanti, dura solo 8 episodi da 30 minuti ciascuno e pare sia in lavorazione un remake americano.

Quattro commedie diverse tra loro che potete inserire nella vostra Watch List e lasciarle a prendere la polvere come fate sempre, ripetendovi “Questo poi lo vedo” ma sapendo già in cuore vostro che è solo un tentativo inutile di arginare la FOMO e lo tsunami di contenuti che ci vengono sparati in faccia di continuo.

 

 

 

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Z-Nation è una serie divertente con zombie di ogni tipo e idee per niente moribonde

 In cinque stagioni Z-Nation è riuscito a  fare una cosa che non sempre riesce alle serie tv: essere divertente in maniera consistente, sfruttando un’ambientazione che è parecchio satura di proposte come quella zombie.

La premessa della serie è intuibile dalla Z del titolo: c’è stata un’apocalisse zombie, la società è caduta e chi riesce cerca di andare avanti. Però un manipolo parecchio eterogeneo di persone si trova costretta a  tenere in vita Murphy , l’unico uomo che sia mai sopravvissuto a un morso zombie e  da cui si spera di trovare una cura  e un antidoto per il loro morso.  L’uomo è però sostanzialmente uno stronzo  e farebbe qualsiasi cosa piuttosto che diventare una cavia di quel che è rimasto del governo americano. Da qui parte un viaggio, molto letterale ma pure personale, in lungo e in largo per quel che è rimasto degli USA.

Quindi abbiamo zombie, abbiamo l’apocalisse e abbiamo persone cazzute che sopravvivono. Tutto già visto, lo so.  Dove Z-Nation riesce a trovare la sua voce è nell’ambientazione, nei personaggi e i loro rapporti  e nei dettagli di questa apocalisse che diventa spessissimo sbilenca portando i suoi protagonisti a dire spesso e volentieri “That’s weird, man!”/”Certo che è strano, amico!”.

I dettagli strani arrivano di continuo, a partire dalla  spregiudicatezza con cui gli autori decidono di declinare proprio gli zombie : zombie usati come operai, zombie visti come portatori di salvezza in strani culti messianici, zombie radioattivi,  zombie ibridati con la marjuana , zombie telepatici, zombie che si aggrumano l’un l’altro diventando un’enorme palla che rotola mangiando tutto quello che incrocia, un tornando pieno di zombie,  uno tsunami di zombie .

Tutte queste (e parecchie altre) cose potrebbero essere usate solo per accumulo o shock value, idee sopra le righe lanciate in faccia agli spettatori per sopperire a un budget strettissimo (siamo dopo tutto in casa della Asylum, quelli dei mockbuster) e molto spesso è così: idea assurda, gran ritmo, battute ed ecco un episodio che funziona divertendo e lasciando la voglia di vedere il prossimo.

Roberta Warren, smashing brains and taking names since day one

Però per fortuna autori e produttori hanno capito che  queste cose funzionano meglio se accadono a personaggi che non devono essere per forza di cose del tutto bidimensionali o sopra le righe , riuscendo a creare lungo le varie stagioni un gruppo unito, nonostante le differenze, tenuto insieme da rapporti sfumati, complessi, spesso burrascosi ma che li rendono una unità a cui è facile affezionarsi.

A partire da Roberta Warren, Tenente della Guardia Nazionale che si assume il compito di proteggere e trasportare Murphy perché è il suo dovere e ma anche la speranza a cui si aggrappa per salvare l’umanità e trovare un senso e un ruolo in questo casino.  Il personaggio di Roberta si aggiunge alla schiera sempre più folta di personaggi femminili protagonisti di storie di azione , una donna di colore carismatica, punto di riferimento per i membri del proprio team che picchia come un fabbro ferraio, è piena di risorse e mantiene comunque una sua femminilità e sessualità lungo la serie. Il tutto, mi pare, senza sottolineare in maniera didascalica il suo essere donna ma semplicemente agendo al meglio delle sue possibilità data la situazione disperata in cui si muove.

Murphy nel suo periodo blue

Contraltare di Roberta è il criminale nonché salvatore dell’umanità suo malgrado Murphy che da subito e più o meno sempre per tutta la durata della serie rifiuta l’idea di essere l’unica speranza dell’umanità, tanto meno se si tratta di “donarsi” alla scienza militare per diventare una cavia dal destino probabilmente orrendo. Murphy è il personaggio che cambia maggiormente e più spesso lungo la serie, anche letteralmente. Dato che gli effetti dei morsi di zombie su di lui non vengono mai definiti con precisione all’inizio ma scoperti mano a mano,  Murphy muta spesso apparenza, cambiando anche colore, rischiando di decomporsi, scoprendo di avere poteri ipnotici o telepatici nei confronti degli zombie, e di poter diventare padre di un ibrido zombie-umano.

  Tutto questo ha un impatto sulla sua psiche, portandolo spesso a chiedersi se fa parte dell’umanità, degli zombie o di qualcosa di nuovo, ma mantenendo sempre la sua caratteristica principale: quello di un truffaldino che vuole salvarsi le chiappe, possibilmente guadagnandoci qualcosa, pensando soprattutto alla propria sopravvivenza e solo se avanzano tempo e risorse agli altri. Lungo le stagioni in realtà scopre di essere capace di empatia e amore, mostrando un lato quasi tragico e autodistruttivo, che  gli da una sorta di sfumatura molto grigia quando si tratta di decidere se sia un buono o un cattivo (e qua e là purtroppo la cosa sembra decidersi a seconda dell’opportunità degli autori).

Se Warren e Murphy sono i due personaggi più sfaccettati e quelli che risultano più autonomi rispetto ai clichè del genere, il terzo a stagliarsi per riconoscibilità e personalità è, per me, Doc.

Non dico che abbia sostituito nel mio cuore Doc Brown come miglior Doc di sempre, però…

Vero nome Steven Beck,  Doc è un ex-psichiatra  ed ex-tossicodipendente i cui “superpoteri” sono due: essere  in grado di trovare un qualche tipo di droga in qualsiasi posto nonostante l’apocalisse , ed essere in grado di trovare umorismo e aspetti positivi anche nelle situazioni più disperate e assurde. Doc, grazie alla sua attitudine easy going e il tentativo di non giudicare mai nessuno, riesce a fungere da collante tra i membri del team mostrando un’empatia e apertura mentale che pare parecchio ricettiva anche quando non si aiuta con sostanze psicotrope.

E nonostante l’età non più freschissima è comunque uno dei membri più combattivi del team che non si tira mai indietro se Warren o gli altri sono con le spalle al muro. Per età, esperienza e capacità di dare buoni consigli a tutti  cade quasi involontariamente nel ruolo di figura paterna, pur non abbraciandola mai fino in fondo  in parte per la sua naturale avversione per le figure autoritarie, in parte per non svelare troppo l’affetto che prova per i suoi compagni di sventura, conscio di tutta la morte che li avvolge ogni secondo.

Non che il resto dei personaggi siano meno interessanti o attivi, ma per quanto mi riguarda l’anima della serie viene retta e animata da questi tre, dalle loro personalità così diverse ma che si amalgamano così bene proprio nelle differenze che hanno nel guardare e decifrare la vita, sottolineate in diversi episodi in cui spuntano tematiche ricorrenti nella serie.

Perché nonostante  Z-Nation  sia una serie che vuole soprattutto essere divertente, avventurosa e stramba,  affronta comunque temi interessanti come l’integrazione razziale, il rapporto tra esercito, governo e cittadino e, mostrando tutta la sua americanità, affronta più volte il senso delle elezioni e della democrazia  mettendo in scena la ricostruzione della società, parlandone in maniera diretta e senza andare troppo per il sottile quando alcune comunità cercano di ridarsi ordine eleggendo proprio rappresentanti.

Una versione post-zombie della riconquista della frontiera che permette agli autori di giocare anche con atmosfere da western o cinema on-the-road raccontando l’umanità più disperata ma sempre o quasi operosa che ha costruito buona parte dell’immaginario popolare americano.

Per fortuna la serie non si fa problemi a cambiare spesso le carte in tavola

Ve lo dicevo che i personaggi cambiano spesso pelle in questa serie.

 Lungo cinque stagioni Z-Nation  omaggia, richiama, riscrive, sberleffa e si inchina a un sacco di nomi sacri dell’horror e del cinema d’avventura, ma credo che soprattutto  riesca a rinnovare quello spirito da B-Movie con testa e cuore dei tempi di Corman o della Troma , avvicinandolo alla sensibilità più moderna e contemporanea della Asylum più onesta, uno di quegli ibridi che riescono a nascere solo quando chi si rende conto di avere un budget prossimo allo zero decide di non insultare l’intelligenza del pubblico ma di fare tutto quanto possibile per raccontare una storia che colpisca forte e lasci qualcosa su cui se non riflettere perlomeno baloccarsi un po’ più a lungo.

Le cinque stagioni sono tutte disponibili su Netflix e io sono tra quelli che sotto sotto spera in un ritorno di Roberta e gli altri, magari in forma di lungometraggi che raccontino nuove avventure. L’ambientazione è così ricca e fluida da poter reggere storie di ogni tipo per cui incrocio ancora le dita.

 

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