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Davide Costa

Scrivo fumetti e altre cose fiche per Walt Disney, Sergio Bonelli e altre case editrici fiche. Ho una newsletter in cui parlo del mio lavoro, Appunti dal tavolino di un bar, a cui potete iscrivervi qua: http://tinyletter.com/DavideCosta

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Cartoomics rimandato per Coronavirus: rosichiamo ma speriamo

Gli organizzatori di Cartoomics hanno annunciato che l’edizione 2020 della fiera slitta al week-end del 2-4 ottobre, in concomitanza con Milano Games Week, la fiera del videogioco che arriva alla sua decima edizione. 

Si prospetta la nascita di un evento nuovo e con molto potenziale, e qualche difficoltà, per l’autunno nerdico 2020.

Se personalmente sento un fortissimo rodimento nel vedere spostata in avanti un’occasione, sia da autore che da semplice fan, per poter incontrare colleghi e amici, e magari conoscerne di nuovi, e di poter scovare nuove cose fighe, cerco pure di raffreddare gli improperi e vedere il perché della scelta e cosa potrebbe capitare a ottobre.

La scelta di spostare Cartoomics è conseguenza dei focolai di Coronavirus in nord Italia, una scelta pensata per la sicurezza degli espositori e del pubblico. Per darvi qualche numero: nel 2019 sono passati per la fiera più di 100.000 spettatori, un risultato che era destinato con buone probabilità a essere superato nella nuova edizione. Proprio per la grossa affluenza di pubblico lo slittamento della fiera crea problematiche non piccole per espositori e ospiti che si vedono spostare all’improvviso un’occasione di vendita e promozione importante all’interno del calendario annuale.

Per editori, produttori e autori le fiere hanno assunto, negli ultimi anni, un ruolo sempre più importante non solo come momento di contatto con i fan ma proprio come canale di vendita. Se  editori grandi e medi sfruttano le date con edizioni variant o limitate, quelli medio piccoli o piccoli trovano uno sbocco di vendita che può fare la differenza nel decretare il destino di alcune pubblicazioni.

Ancora di più il discorso si fa importante per collettivi e autori autoprodotti che vedono nelle fiere un momento importante sia per le vendite che per la possibilità di farci conoscere da un nuovo pubblico.

A tutto questo vanno aggiunti danni economici per eventuali accordi presi in precedenza su spostamenti e pernottamenti (incrociando le dita e augurando a tutti di poter rientrare di eventuali prenotazioni e caparre) e la nuova difficoltà di ricercare alloggi e spostamenti nelle nuove date.

Insomma se lo slittamento della fiera crea di sicuro malcontento tra i visitatori e gli appassionati è piuttosto chiaro che l’impatto più grande nell’immediato, e magari anche nel medio-distante, lo subisce chi a Cartoomics ci lavora (o magari ci va per cercare un lavoro come autore o qualche collaborazione nuova). Giusto per non prendermi a colpi di portatile sui testicoli e basta, mi pare che le nuove date e il gemellaggio potrebbero comunque nascondere nuove opportunità.

La scelta di spostare Cartoomics a ottobre in concomitanza con la Milano Games Week, che nel 2018 ha raccolto 162.000 visitatori, crea quella che potrebbe essere un’opportunità di crescita per entrambe le fiere.

Un’offerta più grande delle singole fiere, padiglioni limitrofi, un pubblico che potrebbe traslare da un evento all’altro sono potenziali bonus per gli espositori.

Di contro chiunque frequenti fiere molto affollate sa bene quanto il caso non aiuti davvero a viverle bene o non sia sinonimo garantito di migliori affari. Inoltre il week-end del 2-4 ottobre significa essere a soli 27 giorni dall’inizio di Lucca Comics & Games, quella che è da qualche anno LaFiera™ di cultura Pop d’Italia (e d’Europa?), la fiera in cui tutti gli editori di fumetti presentano le più grosse novità editoriali dell’anno, in cui arrivano sia fiumi di visitatori ma soprattutto fiumi di autori e professionisti del settore con assi nelle maniche da mostrare. Interi calendari editoriali (e non solo, basti pensare a quanto stiano crescendo giochi in scatola o giochi di ruolo) vengono ragionati tenendo conto di Lucca come momento importante, sia per editori di ogni taglia che per autoproduzioni e collettivi. Con Lucca alle porte il rischio che Cartoomics sembri meno appetibile per presentare esclusive e incontri è concreto.

Ma potrebbe essere la scusa ideale per trovare il modo di darle una nuova identità forte e precisa, sia per dare tranquillità agli espositori sia per attirare un pubblico che deve farsi i conti in tasca nel decidere quale biglietto comprare.

 

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Daniel Warren Johnson racconta di mostri, metal e malattia in Murder Falcon.

Si può parlare di malattia mentre mostri extradimensionali vengono disintegrati suonando metal? Daniel Warren Johnson ci riesce.

Murder Falcon, falco umanoide parecchio muscoloso e con un braccio cyborg, caccia e distrugge mostri extradimensionali grazie al potere del metal suonato dal suo amico Jake, chitarrista dei Brooticus.

Quelli a cui piacciono i tecnicismi dello storytelling chiamano la frase sopra high concept, poche parole che ti fanno capire tutto dello spunto, soprattutto quando è un condensato di idee facili per suggerire il genere di storia. Se questo high concept vi ha incuriosito allora Murder Falcom è il fumetto che fa per voi perché da proprio quello che promette, ma anche qualcosa di più.

Jake ha sciolto la sua band. O meglio se ne è andato via dalla band malamente, perché stava affrontando un periodo pesantissimo nella propria vita personale. Murder Falcon infatti è anche una storia sulla malattia, sulla paura che questa porta, sulle scelte spesso sbagliate che si fanno per farci i conti. Ma questo arriva dopo. Murder Falcon è soprattutto una storia action con mostri, combattimenti e un sacco di musiva metal perché è proprio il metal a sconfiggere i mostri che vogliono conquistare il nostro universo.

Jake lo scopre quando è proprio Murder Falcon ad apparirgli davanti e chiedergli di suonare la sua chitarra per dargli più potenza per poter sconfiggere un mostro. Murder Falcon arriva dalla dimensione dell’Heavy, dove il metal da forza e poteri a lui e ad altri famigli. Ora Murder Falcon si trova sulla terra per fermare l’invasione da parte di Magnum Chaos, signore del dolore e della disperazione che vuole sottomettere tutta l’umanità. Per poterci riuscire, Jake deve però rimettere insieme la band, affrontare il suo passato, il suo presente e gli errori fatti e la paura.

 

Come dicevo sopra, un sacco di idee dirette e facili da capire, un approccio al racconto che è nato e cresciuto nel tipo di avventure saldamente anni ’80 e ’90 in cui abbondano chiaramente omaggi e riferimenti alla scena metal classica e moderna, con tanto di canzoni utilizzate per sconfiggere i mostri e comparsate di vere e proprie divinità del genere. Se il sostrato avventuroso e action è quello che vi potete aspettare, a rendere Murder Falcon una lettura tanto divertente quanto personale è tutto l’estro, lo stile e la personalità che Warren Johnson mette in ogni pagina e nei dialoghi. Che si tratti delle scene action oppure quelle più calme e riflessive non importa, ogni vignetta è intrisa del suo tratto distintivo, dei colori di Mike Spicer sempre pieni e pensati per rendere al meglio il tono dei vari passaggi e un uso della tavola che brilla davvero nelle tavole più dinamiche. Quando Ryan decide di mettere in scena mostri giganteschi che se le suonano di santa ragione l’effetto è assicurato, ma dove stupisce davvero è nelle scene in cui a uscire dalle vignette è la forza dei vari membri della band, o i vari musicisti di supporto a Jake che si uniscono nella lotta sempre più internazionale contro Magnus Chaos.

Quando Anne, la ragazza di Jake, prende in mano il microfono e urla tutto il suo dolore, la sua paura e il suo rinnovato coraggio in una doppia splash page, Johnson riesce a farci sentire quell’urlo come se avessimo di fronte un muro di amplificatori, e crediamo che quell’urlo, quella musica possano davvero distruggere i mostri extradimensionali come quelli metaforici affrontati da Jake.

Se combattimenti e musica danno il tono davvero metal ed enfatico alla storia, a rendere il tutto più profondo ed emozionante di quanto la premessa farebbe supporre è il modo in cui Johnson riesce a intrecciare il tutto con il racconto della malattia. Senza cadere nel patetico ma non rinunciando a una robusta dose di malinconia, Johnson e Spicer usano flashback dai colori smorzati per rendere in maniera convincente l’atmosfera plumbea e smunta del periodo più nero di Jake che si inframezza alle esplosioni di colore dei combattimenti sorretti dalla musica metal. Perché è questa a essere il vero braccio destro del protagonista: supporto, compagnia, sfogo, ambizione, frustrazione e realizzazione personale che gli danno modo di esorcizzare la paura e cavalcare con amici vecchi e nuovi suonando fino alla fine, guardando in faccia i mostri e facendo il segno delle corna, plettro in mano e come deve andare vada.

Se cercate una storia semplice con mostri, combattimenti, un ottimo ritmo e un sacco di metal non sarete delusi. Se cercate una storia molto sentita, piena di cuore e con momenti che colpiscono come una chitarrata nei denti rimarrete ancora meno delusi. E a proposito di chitarrate, i Brooticus hanno una pagina Bandcamp su cui potete ascoltare il loro disco, qua. In Italia lo trova edito dai tipi di SaldaPress in un volume che racchiude tutti gli albi americani e materiale extra come tutte le cover alternative, omaggi parecchio belli a storiche copertine di dischi metal.

 

Questo articolo fa parte della Core Story di novembre, dedicata alle novità post Lucca Comics & Games

Popstar Polka King Take Me Fallet

Now Playing: quattro storie da ridere per gli ultimi giorni di agosto

Estate. Pigrizia. Voglia di ridere. Di rilassarsi. Quattro storie di ridere, nessuna novità perché d’estate puoi pure recuperare roba quasi vecchia. O almeno è quello che ti ripeti tutto l’anno accumulando libri sul comodino da leggere in spiaggia, ma poi invece no. Roba quasi vecchia, o forse già troppo vecchia. Che ormai se è uscito il mese scorso è roba dei tuoi nonni già sbiadita nel tempo, ricoperta dagli altri venti episodi di telefilm che ti sei bingiato settimana scorsa. Ma non c’e l’hai qualcuno con cui parlare? Tutto su Netflix, perché estate, pigrizia e preferisci farti cullare dal comodo streaming della bulimia dell’intrattenimento piuttosto che fare da te, o fare per te.

In ordine del tutto sparso, ma partiamo comunque dal mio preferito.

 

POPSTAR – NEVER STOP NEVER STOPPING

Immaginati un film con protagonista Justin Bieber che interpreta Justin Bieber. Già fa ridere. Il protagonista di Popstar invece si chiama Connor 4 Real ed è una star del pop più pop che c’è, divenuto praticamente solista dopo i primi successi coi suoi migliori amici dei tempi del liceo, molto arrogante, molto egoista, molto inconsapevole di essere una testa di gesso. Chiaramente nessun riferimento a Justin Bieber. Connor 4 Real è interpretato da Andy Samberg mentre i due ex-migliori amici sono interpretati da Akiva Schaffer e Jorma Taccone; questi ultimi due il film lo hanno pure diretto mentre tutti e tre il film lo hanno pure scritto. E tutti e tre sono da anni anche i membri del vero gruppo musicale The Lonely Island, che fa rap dai testi comici ma dalle basi curate nei minimi dettagli e prodotte da alcuni dei migliori producer degli ultimi 10 anni. Insomma se c’era un trio perfetto per un film del genere era proprio questo.

Popstar è girato come un mockumentary che segue l’ascesa, le difficoltà e il crollo di Connor nello stardom della musica pop, mettendo alla berlina tutti gli eccessi e ipocrisie della musica più commerciale che cerca di cambiare pelle per rimanere a galla masticando e sputando via i creativi come fossero alette di pollo. Se apprezzate i Lonely Island è quasi certo che vi piacerà il film, se non li conoscete è un ottimo modo per avvicinarsi al loro stile e deridere con gusto le star del pop. La colonna sonora è sia esilarante che parecchio orecchiabile, così orecchiabile che se non ascoltate i testi vi sfido a distinguerle da canzoni pop serie. Ah, contiene una rara scena con un cazzo in bella vista, e fa scassare dalle risate per come è costruita bene.

TAKE ME

Ray ha un lavoro peculiare: rapire persone che hanno bisogno di togliersi qualche vizio o dipendenza, e impaurirli a morte così tanto da fargli passare la voglia di proseguire con il loro vizio.

È così convinto che sia una bella idea da chiedere un finanziamento in banca, che non viene accettato. Quando Ray viene contattato da una cliente per una sessione lunga un week-end le cose pigliano una strana piega perché i ruoli si ribaltano. E ribaltano. E ribaltano. E Ray deve pure un sacco di soldi al cognato e dopo un po’ non capisce chi ha rapito chi, e perché.

Una commedia un po’ sui generis che flirta col thriller cercando di mischiare le carte, a volte riuscendoci a volte no, si regge in larga parte sui dialoghi e sui due protagonisti, Pat Healy e Taylor Schilling. Non dura nemmeno 90 minuti e qua e là riesce a svelare un paio di emozioni profonde nel protagonista che quasi commuovono.

THE POLKA KING

Jan Lewandoski nasce in Polonia nella città di Bydgoszcz, si diploma al conservatorio di Gandz e arriva negli USA inseguendo il sogno americano. Lo trova come direttore di un’orchestra specializzata in polka e aprendo un negozio di souvenir dedicati alla Polonia. Ma anche truffando un casino di persone mettendo in piedi uno schema Ponzi che gli frutta un sacco di soldi, finché dura. Lo interpreta Jack Black, perfetto nel rendere l’entusiasmo quasi bambino per la musica e il divertimento di Jan sotto cui serpeggia l’ansia e la paura di un uomo che vive una perenne menzogna a cui, però, ogni tanto pare credere lui per primo. E si tratta di un film biografico, perché Jan è davvero Il Re della Polka (titolo che si è dato da solo ma pur sempre un titolo) e ha davvero truffato per anni un sacco di persone in Pensylvania. Il film brilla soprattutto per l’interpretazione di Jack Black, in bilico tra l’entusiasmo di una persona innamorata della vita e la paura di essere beccato, ma la storia è piena di colpi di scena che possono avere senso solo nella realtà e sul finale sfiora momenti a suo modo poetici quando Jan riflette sulla musica e il senso della vita.

FALLET

Lo sapevate che gli svedesi hanno un gran bel senso dell’umorismo? In Fallet ci sono due detective, Sofie Borg, una svedese stile badass dura e tosta, l’altro è Tom Brown, un inglese in stile molto molto british da mistero da salotto. Tutti e due sono però due discrete pippe, lui ha pure visioni della madre morta e asfissiante, lei beve un pelo troppo. Si incontrano perché nel paesino svedese di Norrbacka trovano morto un cittadino inglese e serve un aiuto esterno. Borg & Brown si scontrano con diversi segreti e misteri della piccola cittadina, come da tradizione delle piccole cittadine piene di segreti e misteri, sono aiutati da un fin troppo entusiasta commissario e dal suo inutile sottoposto. La serie fa sorridere di continuo ed è pure un discreto giallo che gioca di continuo sui cliché delle piccole cittadine in cui ci sono misteri misteriosi e complottisti complottanti, dura solo 8 episodi da 30 minuti ciascuno e pare sia in lavorazione un remake americano.

Quattro commedie diverse tra loro che potete inserire nella vostra Watch List e lasciarle a prendere la polvere come fate sempre, ripetendovi “Questo poi lo vedo” ma sapendo già in cuore vostro che è solo un tentativo inutile di arginare la FOMO e lo tsunami di contenuti che ci vengono sparati in faccia di continuo.

 

 

 

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