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Davide Costa

Scrivo fumetti e altre cose fiche per Walt Disney, Sergio Bonelli e altre case editrici fiche. Ho una newsletter in cui parlo del mio lavoro, Appunti dal tavolino di un bar, a cui potete iscrivervi qua: http://tinyletter.com/DavideCosta

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Z-Nation è una serie divertente con zombie di ogni tipo e idee per niente moribonde

 In cinque stagioni Z-Nation è riuscito a  fare una cosa che non sempre riesce alle serie tv: essere divertente in maniera consistente, sfruttando un’ambientazione che è parecchio satura di proposte come quella zombie.

La premessa della serie è intuibile dalla Z del titolo: c’è stata un’apocalisse zombie, la società è caduta e chi riesce cerca di andare avanti. Però un manipolo parecchio eterogeneo di persone si trova costretta a  tenere in vita Murphy , l’unico uomo che sia mai sopravvissuto a un morso zombie e  da cui si spera di trovare una cura  e un antidoto per il loro morso.  L’uomo è però sostanzialmente uno stronzo  e farebbe qualsiasi cosa piuttosto che diventare una cavia di quel che è rimasto del governo americano. Da qui parte un viaggio, molto letterale ma pure personale, in lungo e in largo per quel che è rimasto degli USA.

Quindi abbiamo zombie, abbiamo l’apocalisse e abbiamo persone cazzute che sopravvivono. Tutto già visto, lo so.  Dove Z-Nation riesce a trovare la sua voce è nell’ambientazione, nei personaggi e i loro rapporti  e nei dettagli di questa apocalisse che diventa spessissimo sbilenca portando i suoi protagonisti a dire spesso e volentieri “That’s weird, man!”/”Certo che è strano, amico!”.

I dettagli strani arrivano di continuo, a partire dalla  spregiudicatezza con cui gli autori decidono di declinare proprio gli zombie : zombie usati come operai, zombie visti come portatori di salvezza in strani culti messianici, zombie radioattivi,  zombie ibridati con la marjuana , zombie telepatici, zombie che si aggrumano l’un l’altro diventando un’enorme palla che rotola mangiando tutto quello che incrocia, un tornando pieno di zombie,  uno tsunami di zombie .

Tutte queste (e parecchie altre) cose potrebbero essere usate solo per accumulo o shock value, idee sopra le righe lanciate in faccia agli spettatori per sopperire a un budget strettissimo (siamo dopo tutto in casa della Asylum, quelli dei mockbuster) e molto spesso è così: idea assurda, gran ritmo, battute ed ecco un episodio che funziona divertendo e lasciando la voglia di vedere il prossimo.

Roberta Warren, smashing brains and taking names since day one

Però per fortuna autori e produttori hanno capito che  queste cose funzionano meglio se accadono a personaggi che non devono essere per forza di cose del tutto bidimensionali o sopra le righe , riuscendo a creare lungo le varie stagioni un gruppo unito, nonostante le differenze, tenuto insieme da rapporti sfumati, complessi, spesso burrascosi ma che li rendono una unità a cui è facile affezionarsi.

A partire da Roberta Warren, Tenente della Guardia Nazionale che si assume il compito di proteggere e trasportare Murphy perché è il suo dovere e ma anche la speranza a cui si aggrappa per salvare l’umanità e trovare un senso e un ruolo in questo casino.  Il personaggio di Roberta si aggiunge alla schiera sempre più folta di personaggi femminili protagonisti di storie di azione , una donna di colore carismatica, punto di riferimento per i membri del proprio team che picchia come un fabbro ferraio, è piena di risorse e mantiene comunque una sua femminilità e sessualità lungo la serie. Il tutto, mi pare, senza sottolineare in maniera didascalica il suo essere donna ma semplicemente agendo al meglio delle sue possibilità data la situazione disperata in cui si muove.

Murphy nel suo periodo blue

Contraltare di Roberta è il criminale nonché salvatore dell’umanità suo malgrado Murphy che da subito e più o meno sempre per tutta la durata della serie rifiuta l’idea di essere l’unica speranza dell’umanità, tanto meno se si tratta di “donarsi” alla scienza militare per diventare una cavia dal destino probabilmente orrendo. Murphy è il personaggio che cambia maggiormente e più spesso lungo la serie, anche letteralmente. Dato che gli effetti dei morsi di zombie su di lui non vengono mai definiti con precisione all’inizio ma scoperti mano a mano,  Murphy muta spesso apparenza, cambiando anche colore, rischiando di decomporsi, scoprendo di avere poteri ipnotici o telepatici nei confronti degli zombie, e di poter diventare padre di un ibrido zombie-umano.

  Tutto questo ha un impatto sulla sua psiche, portandolo spesso a chiedersi se fa parte dell’umanità, degli zombie o di qualcosa di nuovo, ma mantenendo sempre la sua caratteristica principale: quello di un truffaldino che vuole salvarsi le chiappe, possibilmente guadagnandoci qualcosa, pensando soprattutto alla propria sopravvivenza e solo se avanzano tempo e risorse agli altri. Lungo le stagioni in realtà scopre di essere capace di empatia e amore, mostrando un lato quasi tragico e autodistruttivo, che  gli da una sorta di sfumatura molto grigia quando si tratta di decidere se sia un buono o un cattivo (e qua e là purtroppo la cosa sembra decidersi a seconda dell’opportunità degli autori).

Se Warren e Murphy sono i due personaggi più sfaccettati e quelli che risultano più autonomi rispetto ai clichè del genere, il terzo a stagliarsi per riconoscibilità e personalità è, per me, Doc.

Non dico che abbia sostituito nel mio cuore Doc Brown come miglior Doc di sempre, però…

Vero nome Steven Beck,  Doc è un ex-psichiatra  ed ex-tossicodipendente i cui “superpoteri” sono due: essere  in grado di trovare un qualche tipo di droga in qualsiasi posto nonostante l’apocalisse , ed essere in grado di trovare umorismo e aspetti positivi anche nelle situazioni più disperate e assurde. Doc, grazie alla sua attitudine easy going e il tentativo di non giudicare mai nessuno, riesce a fungere da collante tra i membri del team mostrando un’empatia e apertura mentale che pare parecchio ricettiva anche quando non si aiuta con sostanze psicotrope.

E nonostante l’età non più freschissima è comunque uno dei membri più combattivi del team che non si tira mai indietro se Warren o gli altri sono con le spalle al muro. Per età, esperienza e capacità di dare buoni consigli a tutti  cade quasi involontariamente nel ruolo di figura paterna, pur non abbraciandola mai fino in fondo  in parte per la sua naturale avversione per le figure autoritarie, in parte per non svelare troppo l’affetto che prova per i suoi compagni di sventura, conscio di tutta la morte che li avvolge ogni secondo.

Non che il resto dei personaggi siano meno interessanti o attivi, ma per quanto mi riguarda l’anima della serie viene retta e animata da questi tre, dalle loro personalità così diverse ma che si amalgamano così bene proprio nelle differenze che hanno nel guardare e decifrare la vita, sottolineate in diversi episodi in cui spuntano tematiche ricorrenti nella serie.

Perché nonostante  Z-Nation  sia una serie che vuole soprattutto essere divertente, avventurosa e stramba,  affronta comunque temi interessanti come l’integrazione razziale, il rapporto tra esercito, governo e cittadino e, mostrando tutta la sua americanità, affronta più volte il senso delle elezioni e della democrazia  mettendo in scena la ricostruzione della società, parlandone in maniera diretta e senza andare troppo per il sottile quando alcune comunità cercano di ridarsi ordine eleggendo proprio rappresentanti.

Una versione post-zombie della riconquista della frontiera che permette agli autori di giocare anche con atmosfere da western o cinema on-the-road raccontando l’umanità più disperata ma sempre o quasi operosa che ha costruito buona parte dell’immaginario popolare americano.

Per fortuna la serie non si fa problemi a cambiare spesso le carte in tavola

Ve lo dicevo che i personaggi cambiano spesso pelle in questa serie.

 Lungo cinque stagioni Z-Nation  omaggia, richiama, riscrive, sberleffa e si inchina a un sacco di nomi sacri dell’horror e del cinema d’avventura, ma credo che soprattutto  riesca a rinnovare quello spirito da B-Movie con testa e cuore dei tempi di Corman o della Troma , avvicinandolo alla sensibilità più moderna e contemporanea della Asylum più onesta, uno di quegli ibridi che riescono a nascere solo quando chi si rende conto di avere un budget prossimo allo zero decide di non insultare l’intelligenza del pubblico ma di fare tutto quanto possibile per raccontare una storia che colpisca forte e lasci qualcosa su cui se non riflettere perlomeno baloccarsi un po’ più a lungo.

Le cinque stagioni sono tutte disponibili su Netflix e io sono tra quelli che sotto sotto spera in un ritorno di Roberta e gli altri, magari in forma di lungometraggi che raccontino nuove avventure. L’ambientazione è così ricca e fluida da poter reggere storie di ogni tipo per cui incrocio ancora le dita.

 

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