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Vorrei avere 18 anni di nuovo, per giocare a Missed Messages

C’è un brano nell’aria, anzi c’era, così indie che ha 50 visualizzazioni su YouTube. 17 ascoltatori questo mese su Spotify. Inizia con una voce distorta che va in loop a cui si sovrappone una seconda voce meno straziante ma altrettanto triste.

Ma a quei tempi non c’era Spotify e YouTube aveva una qualità peggiore. I nostri computer si attaccavano al WiFi del vicino. Guardavamo video trash fino al mattino. Parlavamo degli altri, perché è sempre molto facile fare questo piuttosto che guardarsi dentro. Poi arrivava la notte e con sé le confessioni. Mi ha lasciata. Ho problemi a casa. Ho visto una persona morire. Sono triste e non capisco perché.

E poi ci sono io, che mi sento come se fossi l’unica ad affrontare tutto quello che mi sta capitando. Le mille bugie. Il non voler uscire dalla propria stanza. Stare al buio. Litigare. Arrabbiarsi al muro. Ascoltare musica triste. Ascoltare musica felice e piangere ancora di più. Devo lavorare. Devo studiare. Guardo se è online su MSN. Non è online. Mi iscrivo su Facebook per vedere se c’è, se mi scriverà. Non mi scrive, poi mi scrive. Mi sento ancora triste. Non ho voglia di andare fuori. Non ho voglia di farmi la doccia. Non ho voglia di mangiare. Ho voglia di mangiare tanto. Esco dalla stanza, poi rientro. Non ne uscirò mai, non vedo la fine.

Tu mi capisci? No. Tu mi vedi? No. Tu… ma io non chiedo una mano, quindi no. E poi la chiedo ma non è ciò che volevo sentirmi dire.

A 18 anni mica lo sai che la gente non sa sempre cosa dire perché non tutti possono sentirsi come te.

Ma molti invece sì. E per me è stato questione di tempo. Pensavo che sarebbe stato bello potermi connettere a qualcuno che sentisse le stesse cose che sento io, finché non ho capito che a volte per percepire il senso dell’essere vivi basta stare sdraiate sul letto, con qualcuno di realmente interessato alla nostra vita. Quando cresci, basta un “come stai”, un “guarda che ci sono”. Una confessione inaspettata che ti fa capire che forse non siamo così soli come a volte ci sentiamo.

A 18 anni ero un po’ come May, a parte che i compleanni io non li ho mai ricordati: ero stata una bambina modello ma poi ho smesso perché mi sembrava tutto senza senso e non capivo il perché. O forse volevo sapere il perché. Scrivevo tanto, perché mi vedevo solo da scritta. Era l’unica cosa che importava. Non volevo disturbare – non lo voglio fare tutt’ora. Non sapevo come sarebbe finita la mia vita, ma immaginavo di certo molto molto meno rispetto a ciò che poi si è rivelata essere.

Merito degli sceneggiatori, sicuramente. Merito delle guest star. Merito dei personaggi fissi della mia serie. Merito delle cose che ho letto, scritto, ascoltato, visto, giocato.

Mi sono sempre rifugiata in Final Fantasy VIII per sentire quel calore che desideravo provare; quel senso di amicizia, devozione, amore. Un tizio che va nello spazio per salvare la donna che ama. Un abbraccio fatto di megapixel che vale più di mille parole.

Ma avere 18 anni oggi significa poter giocare per qualche ora a titoli molto più complessi, graficamente e a livello di storia. Significa avere un telefilm per ogni mood, minoranza, genere preferito. Mille piattaforme per raggiungere centomila persone (che poi potenzialmente visualizzano e non rispondono, perché il ghosting è il male di questo tempo ma non divagherò) con cui parlare.

Io ho provato Missed Messages di Angela He, ieri notte, come un’adolescente. Mi ha ricordato tutto ciò che ho scritto sopra. La colonna sonora così indie, la sensazione di intimità di questo titolo, questa mini-avventura di un’ora. Le illustrazioni ora così vivide, ora abbozzate per trasmettere più l’emozione che la definizione dei personaggi.

Quelle due ragazze siamo io e te? Sei tu e il tuo amico. Sei tu e una persona sconosciuta su internet che parlate su un letto immaginario.

Costruito in maniera intelligente, Missed Messages ti fa intuire già dal titolo che al primo gameplay ti sfuggirà qualcosa — o meglio, non vorrai ti sfugga qualcosa. Ti costringe a guardare il non detto, a stare in silenzio. A chiedere cose scomode, quelle cose che non avresti il coraggio di dire di persona ma in un videogioco premi un bottone e… e scopri che non c’è nulla di male a scoprirsi e che la gente lo fa, ha bisogno di farlo.

È un gioco che porge i suoi omaggi a 13 Reasons Why e lo rende più intimo. Un’esperienza tra due persone – o con sé stessi, in cui il giocatore viene invitato a riflettere sulla pressione sociale, sul vuoto interiore, sulla depressione, l’autolesionismo, il suicidio, la terapia, l’amicizia, il valore del silenzio. E lo fa con leggerezza, a ritmo di musica, con un tocco d’ironia e anche con una retro-teoria à la Black Mirror.

Se avessi avuto la possibilità di giocarci quando avevo 18 anni e il male di vivere addosso, forse avrei passato meno giornate a chiedermi se fossi la sola nel mondo a vivere ciò che stavo vivendo. Mi ci sono voluti anni e l’incontro con persone più grandi e lontane da me per capire quanto siamo tutti fragili e rotti.

Adesso mi sarebbe bastato leggere un post su Facebook e su Discord, scaricare il gioco su Steam che grazie alla fibra avrei fatto in pochi minuti. Giocarci e poi aprire quella notifica. Rispondere ad un meme. Chiedere a quell’amica che non sento da un po’: “come stai?”.

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