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Cosa accadrebbe se Avengers: Endgame fosse il primo film del MCU?

In poco più di dieci anni, dal primo Iron Man, Marvel ha progressivamente consolidato la propria potenza nelle sale di tutto il mondo. Dall’esordio con Robert Downey Jr. all’ultimo capitolo, che ne ospita la dipartita, intercorrono ben 22 capitoli di un universo cinematografico in piena continuity. Si è parlato di nuovo tipo di cinema, anzi, di serie TV trapiantata sul grande schermo, sotto l’effetto steroideo di budget proporzionalmente ampliati. Con il tempo, il cinema dei Marvel Studios e del loro nuovo geloso tutore, Disney, è divenuto sempre più parte non solo non trascurabile, ma preponderante dell’odierna cultura pop.

Eppure, nonostante numeri da capogiro, il Marvel Cinematic Universe è da sempre esposto a critiche radicate e apparentemente inamovibili. I film di supereroi, si dice, non sono autosufficienti, la loro fruibilità dipende dall’esperienza maturata dai capitoli precedenti e influenzerà, a sua volta, la fruizione di quelli futuri. Il gradimento mondiale e virale del cinefumetto sarebbe, quindi, un risultato che non si conquista sul campo del cinema, bensì su quello dell’abitudine, corroborata e viziata di due film all’anno (di media).

L’esperimento

E se fosse possibile comprendere in che modo due occhi completamente vergini di MCU vedano un esemplare di razza di quest’ultimo, saggiandone così le capacità indipendentemente da ogni altro film della scuderia?

E se quell’esemplare fosse, emblematicamente, proprio il suo episodio conclusivo e autocelebrativo, che più di tutti dipende dai suoi predecessori?

Questa la natura del nostro esperimento: abbiamo accompagnato a vedere Avengers: Endgame una persona senza che avesse mai visto prima nessun film Marvel. Quindi ne abbiamo osservato le reazioni e tratto uno studio “scientifico” sul cinema supereroistico, analizzato senza filtri e condizionamenti.

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Il soggetto

Il soggetto, di cui non riveleremo il nome o il genere, sarà chiamato, in codice, Uatu l’osservatore.

Uatu è tra i 20 e i 30 anni, nella fascia mediana dell’ampio target Marvel (10-40). Non intrattiene un rapporto privilegiato con il medium cinema, tuttavia non nutre nei suoi confronti alcun tipo di avversione: conosce i classici, ma raramente capita in sala. A titolo informativo, non necessariamente funzionale all’indagine, Uatu legge abitualmente, frequenta occasionalmente il teatro, è grande amante dell’arte figurativa.

Ricorda, vagamente, qualche film di supereroi della passata generazione: uno Spider-Man di Raimi, uno dei primi due X-Men, un Batman di Nolan (indovinate quale). Non solo Uatu non ha visto alcun film del MCU, ma non è stato nemmeno ragguagliato oralmente sull’argomento, nemmeno sull’andamento di Infinity War. Ma, ed è un grande ma, ha potuto vedere i trailer di Endgame, tanti e talvolta ampliamente riepilogativi. Si siede in sala con un’idea nebulosa di chi sia Thanos (“il cattivo”), di cosa abbia fatto (“ucciso metà dell’universo”). Sul come e perché, i trailer non si pronunciano, ma è chiaro che gli Avengers vogliano ribaltare il risultato. Come premessa, è più che sufficiente.

La visione

I primi minuti di film sono di grande effetto sull’osservatore. Non sono ancora chiarissime le modalità temporali o spaziali, ma l’atmosfera è quella giusta. In più, non appena una manciata di eroi si riunisce molla un’onesta quantità di spiegoni. Uatu sembra seguire tutto con interesse. Compresa la sortita contro il Thanos vincitore e contadino. Capisce che “le Gemme” equivalgono allo scettro del potere, il genio della lampada, le sfere del drago. Ma poi c’è il colpo di scena.

5 anni dopo: un crampo allo stomaco. Non sembra contare molto aver visto un decennio di pellicole per sentire l’effetto di degrado e lutto che si respira dopo la sconfitta. A schermo, però, iniziano ad accumularsi facce e nomi ed è il momento di massima crisi per Uatu. Benché si sforzi di non interrompere, i “chi è questo?” e “che fa lei?” si susseguono espliciti sul suo sguardo basito. Denota particolare difficoltà a riconoscere Occhio di Falco. Senza offesa, Jeremy Renner.

Tornato e accettato per buono il racconto di Ant-Man, l’osservatore si mostra entusiasta all’idea del viaggio nel tempo. È chiaro che il riferimento al topos di film e letteratura di genere faccia subito presa sul suo immaginario. Digerita la breve parentesi di tentativi mal riusciti sotto la direzione scientifica Banner, e riconosciuto a fatica per l’ennesima volta Clint Barton, si entra nel vivo.

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Il viaggio nel tempo in Avengers: Endgame è un chiaro strumento di autocelebrazione, una laurea ad honorem per il fan che ha visto tutti i film precedenti, quindi ci si potrebbe aspettare che sia poco apprezzato da un neofita come Uatu. Invece l’effetto è comunque stimolante. È il paradosso per cui moltissimi film, che si dannano per fornire ogni minima spiegazione allo spettatore (vedi Dr. Hulk e i viaggi nel tempo), funzionerebbero anche nascondendo o sottintendendo quelle stesse informazioni. L’osservatore, a sorpresa, apprezza persino la gag dell’ascensore, pur non avendo visto il corrispettivo in Winter Soldier. Non conosce il celebre motto dell’Hydra ma capisce benissimo il trucco usato da Cap, nel fingersi uno dei loro.

Il resto del film scorre che è una meraviglia. Salti temporali, scontri, sacrifici. Uatu, già dimostratosi sensibile all’emotività senza bisogno di lunghe introduzioni, accusa nel profondo la morte della Vedova Nera. Inoltre, divora il minutaggio dedicato a Nebula: la paragona, in sede di discussione, a un’Antigone sci-fi, ribelle al sistema precostituito ma “allo stesso tempo” combattuta al punto da doversi uccidere.

Nell’epilogo si ripresenta il problema dei volti e dei nomi. La battaglia aveva permesso di soprassedere all’altissimo numero di new re-entry, ma poi queste vengono esplorate una ad una. È il congedo, il momento dei saluti, un passaggio dovuto ma anche una deroga al ritmo che non sempre fornisce un contrappeso emotivo sufficiente a sostenersi. Infine, pur non conoscendo alcunché dei fumetti da cui prende le mosse, Uatu apprezza molto che il prossimo Captain America sia Sam Wilson, per la marcata sfumatura politica di cui il gesto si colora.

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I risultati

L’esperimento condotto su Uatu l’osservatore si è rivelato un’esperienza profondamente formativa. Innanzitutto, sfata il mito per cui tutti i film dei Marvel Studios abbiano valore soltanto in relazione alla loro fruizione complessiva. Apre, poi, una serie di riflessioni sull’identità dell’odierno linguaggio cinematografico.

Se diamo per scontato che uno spettatore davvero casuale non possa comprendere o apprezzare un Avengers: Endgame qualsiasi, cosa invece, evidentemente, più che possibile, ci dimostriamo arroganti, in quanto ci arroghiamo l’esclusiva di giudicare i film che, nel bene o nel male, ci hanno cresciuto e accompagnato negli ultimi dieci anni. Ci sono state momentanee difficoltà, per Uatu, su tutte dover associare nomi e superpoteri a facce e costumi, ma non hanno compromesso la sua visione. L’osservatore non si è arreso, anzi: afferma di prediligere, in teoria, cinefumetti “di gruppo” rispetto agli standalone, che probabilmente comprenderebbe di più ma seguirebbe con meno interesse.

È indubbio che un certo tipo di narrazione, che ibrida serialità e grande schermo, ci abbia viziato negli ultimi tempi, ma non per questo dobbiamo esserne gelosi. Esistono buoni e ottimi film Marvel così come discreti, mediocri e pessimi film Marvel, ma la loro qualità può (e deve) essere ormai misurata con lo stesso metro di giudizio, per quanto di genere, che si usa per il resto del cinema.

Post scriptum: nessun generoso volontario è stato tratto in inganno, studiato e interrogato a sua insaputa, o contro la sua volontà, per l’ideazione e la redazione del presente articolo.

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