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One Punch Man 2: meno azione e più riflessione

One Punch Man 2 si è finalmente “concluso”, per quanto la sua fine sia stata decisamente più che amara. Dire che sia finito sul più bello è un eufemismo e l’incompiutezza della trama, che di fatto non ha avuto niente da dire dal lato più shonen, è stata fonte di molto malcontento tra gli appassionati.

Le aspettative sul ritorno di One Punch Man erano estremamente alte dopo una prima stagione di una qualità indiscussa, ricca di momenti da pelle d’oca e di animazioni tanto dinamiche quanto dettagliate e ispirate. Yusuke Murata e One del resto hanno una chimica straordinaria e il duo funziona proprio perché sembrano spesso essere agli antipodi a livello stilistico e filosofico. Il loro marchio vive di contraddizioni ed esagerazione, a prescindere da quale stagione o arco narrativo si decida di prendere in esame.

Eppure la seconda venuta di Saitama sui nostri schermi ha nettamente smorzato il tono e il prestigio con cui gli appassionati guardavano la produzione TV, a partire da quando fu annunciato il cambio di studio d’animazione. E alla fine i timori erano fondati, considerando che i momenti visivamente memorabili si contano sulle dita di una singola mano, mentre in precedenza ogni episodio della prima serie si presentava come uno spettacolo per gli occhi.

Oltre alle diverse ed estranee mani sulla lavorazione tecnica, il diverso ritmo di One Punch Man 2 non è solamente dovuto alla sostituzione dei precedenti animatori, ma anche a uno strettissimo cambio di tono che rende la seconda stagione quasi più ponderata che combattiva. Nelle prime avventure di Saitama, lo scopo dello show era quello di farci comprendere più o meno il mondo degli eroi e darci un’idea ben precisa di quanto forte fosse veramente il nostro pelatone, ponendolo in situazioni drammatiche tipiche degli eroi giapponesi e degli stereotipi del genere. Abbiamo anche conosciuto Genos, il cammino del protagonist, alcuni importanti comprimari e il sentimento generale dei cattivi del mondo, oltre a capire i ranghi dei supereroi e le dinamiche della società che li governa.

Un quadro che a primo impatto può apparirci come semplice sfondo della storia di un tizio che uccide tutto con un pugno solo, ma che più avanti cambia più volte prospettiva e ci parla di un altro simbolo attribuibile a Saitama, ovvero quello di essere l’emblema del cambiamento sociale per quanto riguarda la vita dei giustizieri e dei mostri. Per fare questo però, bisognava per forza accostare un elemento profondo all’estrema semplicità di ragionamento di Saitama, il quale fa l’eroe per hobby e difficilmente si cura delle minacce in maniera seria o autorevole, né ci ha mai riflettuto fino a quando non c’è stato un dialogo specifico con King.

E quindi il nostro eroe dalla tutina gialla viene scalzato via dal minutaggio della serie per farlo apparire in brevissime apparizioni. Le puntate con Saitama vertono unicamente su di lui che gioca ai videogame o va a bighellonare a un inutile torneo di arti marziali che vede il suo clou con l’invasione dei mostri. In quest’ultima istanza, per esempio, il grosso della narrazione è affidato a un nuovo personaggio che si bulla della sua forza e abilità fino a quando non viene disintegrato da uno dei tenenti della Società dei Mostri e inizia a gridare aiuto come un bambino davanti all’uomo nero. Viene aiutato dagli unici due eroi presenti al momento dell’attacco nonostante nessuno dei due abbia chance di vincere, ma è proprio questo spirito di sacrificio e altruismo a sottolineare a noi spettatori cosa dovrebbe essere un eroe, a prescindere dal rango che possiede.

Nello scontro, infatti, i due eroi vengono trattati come non all’altezza della minaccia presente, deridendoli sia in quel drammatico frangente che durante il torneo stesso. Nessuno dei due è un Classe S e, come tutti sanno, se sei al di sotto di tale nomina è come se in realtà neanche esistessi o fossi buono solamente a raccogliere i gattini sugli alberi. Un concetto che vediamo portato avanti fino allo stremo, con Saitama che ha il compito narrativo di dimostrare che in realtà è una classificazione futile e cieca nei confronti dei veri valori che un eroe dovrebbe rappresentare. Lo stesso effetto di rottura ce l’hanno i due eroi improvvisati del torneo, i quali se ne infischiano altamente e sacrificano la propria incolumità anche solo per tentare di far scappare il tizio che li ha battuti e derisi.

Naturalmente vengono spazzati via in un secondo e il nostro amico, spaventato, comprende che l’unico modo per salvare la propria pelle – scappando – è quello di affidarsi agli eroi che potesse sentire le sue grida di disperazione, gli stessi che trovava sciocchi e devoti a una causa futile quanto l’altruismo. In una scena con un monologo quasi all’opposto di quello di Spatent Rider contro il Re dei Mari, arriva Saitama e salva la situazione senza troppi problemi. E qui la potenza, alla fine, non risiede in quello che dice o fa l’eroe, bensì nel lungo pensiero interiore del lottatore di arti marziali nei suoi presunti ultimi istanti di vita. Ed è così che va nella seconda stagione: gli altri riflettono e Saitama mette il punto con un cazzotto, come succede quando King riflette sulle sue menzogne o quando Genos cerca di capire quale strada intraprendere come eroe di Classe S. Non che il pattern della prima serie fosse differente, ma nei nuovi episodi questo è ancora più marcato per via dell’assenza di Saitama dal ruolo di “protagonista” delle puntate, mentre in precedenza era sempre il fulcro della trama e delle vicissitudini (perfino negli episodi dove il Re dei Mari distruggeva la città).

Ma se è pur vero che il nostro eroe pelato capitalizza solamente alcuni ragionamenti, il vero protagonista della seconda stagione è Garou: l’uomo che ha voluto passare dalla parte dei mostri. Lui è senza ombra di dubbio uno dei personaggi migliori di One Punch Man, e lo è principalmente perché è l’elemento che fa mettere in discussione a noi spettatori le stesse dialettiche e ideologie dello show. Quando vediamo i mostri pensiamo subito a ucciderli, è una prassi logica che ormai siamo abituati a fare e che negli anni è stata già sfruttata in opere come Undertale o La Mia Vita da Slime. In quella di One i mostri appaiono spesso ferali e privi di buone intenzioni, eppure se vi fermate un attimo a ragionare noterete che effettivamente la maggior parte di essi non è mossa da pura malvagità, o comunque non nasce come tale.

Vi ricordate il primissimo mostro che abbiamo visto nell’anime (o nel manga)? Quello violaceo a forma di namecciano? Ecco, quello lì non stava distruggendo la città perché godeva nel vedere le persone morire sotto le macerie, bensì lo faceva perché era un emissario della Natura e si era anche stufato di vedere cumuli di rifiuti e inquinamento sul nostro verde pianeta. È come se Greta Thunberg prendesse degli steroidi e iniziasse ad attaccare chi danneggia palesemente il pianeta. Potremmo darle torto? Stiamo andando verso l’estinzione e quello che facciamo, di tutta risposta, è abbattere il guardiano della natura che è venuto a darci una lezione. Eppure questo succede perché nel mondo di OPM un mostro va subito ucciso e non si può fermarsi ad ascoltato.

Da questa dinamica cieca nasce Garou, l’unico che fin da piccolo ha colto l’estrema ingiustizia della giustizia degli eroi. Eppure, siccome è così che va il mondo, è stato soppresso da chiunque non la pensasse come lui, emarginandolo e punendolo ogni volta che provava a dire “e se gli eroi non avessero sempre e comunque ragione?”. Bullismo, mortificazione sociale, abbandono, una vita distrutta solo perché qualcuno la pensava diversamente e perciò bisognava emarginarlo. Per loro era un mostro, per quelli come lui vige la regola che se ti piacciono i mostri allora puoi anche rimanerci per tutta la vita, un po’ come quando si cerca di combattere il razzismo e ci viene risposto “ospitali a casa tua se ti piacciono tanto” e altre bestialità indicibili. Uno schifo che nasce proprio dalla società eroico-centrica di One Punch Man e che nel tentativo di debellare i mostri non fa altro che aumentare le diseguaglianze sociali tra le due fazioni e sedimentare la cattiveria di queste creature costantemente cacciate.

E come potersi liberare di questa piaga col mantello? Eradicando ogni singolo eroe tra i più forti esistenti. Questo perché, come sottolineato prima, il classismo del mondo supereroistico ha fatto sì che il convergere elitario dell’associazione abbia abbassato i controlli sulle classi più basse, centrando tutta la gerarchia su pochi individui che si occupano di gestire le minacce più grosse. Senza di loro, il resto degli eroi –essendo ignorati per tutto il tempo senza un vero e proprio programma di crescita- si ritroverebbero allo sbaraglio senza uno scopo, incapaci di gestire i pericoli che la continua lotta di forza ha esponenzialmente ingigantito negli anni. Lo stesso obiettivo ce l’ha anche la Società dei Mostri: un inedito movimento di ribellione organizzata contro gli eroi o chiunque non scelga di diventare un mostro.

Essendo “cattivi” era un po’ scontato che prendessero la direzione “o noi o contro di noi”, tuttavia non possiamo ignorare il fatto che evidentemente non deve essere proprio piacevole sapere che un appartenente della nostra razza muoia ogni giorno anche solo per apparire in pubblico. Soprattutto quando si è convinti che il proprio organismo sia quello che merita di essere dominante, pensiero comunque comune a entrambe le parti. Garou però, per quanto sia nominato come cacciatore di eroi, è invece più moderato.

A lui non interessa uccidere chiunque gli capiti a tiro e non vuole combattere gli eroi in senso stretto, vuole solo dimostrare che il sistema non funziona e per farlo bisognare tagliare la testa che comanda. Fisiologico, necessario, eppure ingiusto e ci pensate bene. Conoscendo la sua storia è impossibile non sentirsi quasi in pena, nonostante ci siano ottimi comprimari ad andargli contro di volta in volta. È perfino buono con i bambini e il suo lato più umano è quasi sempre sotto i riflettori, che volete di più?

E infatti, per ora, con Saitama sembra esserci un rapporto perfettamente neutrale. Ognuno di loro continua a fare quello che vuole e non c’è mai uno scontro aperto, semmai ci sono situazioni ridicole in cui si inciampano a vicenda. E anche questo è un simbolo di come ci sia bisogno di far maturare la visione di Garou in parallelo a quella della Società dei Mostri, regalandoci i migliori momenti della crisi dell’associazione degli eroi.

One Punch Man 2 è quindi lontano perfino dall’ombra della prima serie, nei ritmi e nella caratterizzazione del suo cast. Ma, se proprio vogliamo discernere le qualità positive, possiamo sicuramente affermare che c’è stato qualcosa che ci hanno voluto raccontare, un qualcosa che ci allontana dai combattimenti – e infatti ce ne sono non pochi in attesa della seconda parte – per spiegarci quali cambiamenti sociali sta per vivere il mondo di OPM. Saitama è solo uno dei tanti protagonisti di questa serie, lasciando che il suo potere sia la scintilla per la fiamma del cambiamento che arde in altri cuori oltre il suo. Il risultato è quindi controverso, dall’impatto innegabile e dalle conseguenze che chi legge il manga può spoilerarci in qualsiasi momento. Una cosa è sicura però: ci vorrà ben più di un pugno per risolvere la guerra con la società dei mostri e per abbattere il sistema obsoleto della gerarchia degli eroi.

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Now Playing: dalla Corea ai supereroi corrotti

Questo mese abbiamo voluto lasciare la Core Story da parte, proprio perché il caldo torrido e le fresche spiagge hanno chiamato ognuno di noi redattori. Dal canto mio l’estate non è solo un periodo in cui abbronzarsi la pelle, ma è anche la bellezza di quei pochi mesi di attività meno intensa nei quali posso coltivare le mie passioni e hobby lontano dalle deadline e dal logorio della vita quotidiana. Finalmente posso spararmi quella serie che tanto mi attirava, oppure gustarmi uno dei blu-ray che ho acquistato e ignorato durante l’anno, magari davanti a una bella ciotola di popcorn rigorosamente di sottomarca.

Qui su N3rdcore i miei pezzi vi hanno dato un’idea più o meno precisa di alcune delle mie passioni, tra gli anime giapponesi e i drama coreani. Se da un lato c’è quest’aria orientale, dall’altro nelle nostre Core Story mi sono permesso di infiltrarmi nelle quinte di film e serie tv, illustrandovi i processi artistici rimasti nell’ombra delle opere o sugli scaffali pieni di artbook. I consigli che seguiranno saranno un po’ uno specchio di queste mie trattazioni, proprio perché nutro la speranza di fornirvi nuove prospettive su show o libri o film che difficilmente raggiungono il pubblico, perfino quando si parla di appassionati. Senza nulla togliere al fascino del mainstream dei colleghi di Popcore, la roba veramente gustosa si trova sempre nel posto in cui non si va mai a cercare.

Consiglio Drama: Lawless Lawyer

Qualche tempo fa vi avevo parlato di Memories of Alhambra: un drama coreano sulla realtà virtuale ambientato a Granada, un perfetto entry point per tutti i curiosi che voglio assaggiare qualcosa di orientale ma non troppo all you can eat. Capisco però che Memories of Alhambra possa avere un’impostazione a volte confusionaria e troppo tech, focalizzandosi sul virtuale e andando a perdere un po’ quel feeling caratteristico che ci si aspetterebbe da uno show asiatico. Nel caso vi manchi davvero l’aria di Seoul, ho però un’altra bella serie da proporvi come alternativa, specialmente per tutti quelli di voi che adorano la pura azione e la lotta alla criminalità.

Lawless Lawyer, disponibile gratuitamente su Rakuten Viki a patto di sopportarne le pubblicità, è la storia di due avvocati che per volere del fato si ritrovano a dover combattere contro un’intera città corrotta in tutte le sue amministrazioni, dalla TV alla finanza. Naturalmente uno scenario simile, con omicidi e sparatorie quasi ogni giorno, richiede un approccio che va ben oltre le regole e la legalità. Un metodo abbracciato dallo studio IL-legale (sì, si chiama proprio così) e dal protagonista Bong Sang Pil. A metà tra il legal thriller e la storia da gangster, Lawless Lawyer è tanto leggero da guardare quanto profondo e stratificato, rendendolo perfino perfetto da guardare sotto l’ombrellone.

I suoi punti forti sono infatti due: un cast stellare pieno di attori dalla carriera solida (e bellissimi) e la dualità tra il carisma del protagonista e quello dell’antagonista. Non ho mai visto, finora, un drama con una rivalità così intensa e vissuta, quasi da manga shonen per certi versi.

Mi ha coinvolto fino all’ultimo secondo e ci sono stati parecchi colpi di scena che hanno evitato il calare dell’attenzione, nonostante una prevedibilità a volte lampante. Per il resto, non c’è davvero niente fuori posto e la montagna russa di emozioni tipiche da drama è una delle più leggere che ci possano essere, tarata quasi appositamente per un pubblico dal palato poco abituato. La storia d’amore poi è molto dinamica, le musiche accattivanti e la resa scenica votata all’esagerazione. Insomma, non manca proprio nulla!

Consiglio Libro: Loop

Dato che vi ho sempre parlato di artbook e illustrazioni, perché non fondere la narrativa e il disegno digitale nel consigliarvi una delle opere più particolari su cui abbia messo mano?

Loop è un libro “illustrato” di Simon Stalenhag, un artista che ha creato un vero e proprio metaverso dove negli anni ’80 la Svezia e l’America possiedono due enormi acceleratori di particelle che hanno cambiato per sempre lo scenario tecnologico. In questo mondo che non è mai esistito, robot giganti e altre creature camminano per le campagne svedesi, vivendo scenari di vita normale mentre sullo sfondo campeggiano gigantesche strutture di metallo. La forza di Stalenhag è proprio quella di fondere un tratto realistico con elementi fantascientifici sapientemente dosati, creando quella sensazione di essere davanti a un ecosistema allo stesso tempo plausibile e immaginifico.

Oltre a essere una bellissima raccolta di immagini sul tema, Loop nello specifico è un vero e proprio libro che racconta la storia della Svezia di questi fittizi anni ’80, spiegandoci cosa è successo dopo la Seconda Guerra Mondiale, la vita vicino all’acceleratore di particelle e tutti gli avvenimenti più importanti di quella Terra. La maestria con cui Stalenhag descrive questo viaggio è pazzesca, tanto da sembrare che le parole sulla carta siano veramente una cronistoria di un futuro che abbiamo mancato per un soffio. Parte di questo effetto è dovuta all’utilizzo dell’infanzia e dell’adolescenza, tanto marcata che è possibile paragonarla a Stranger Things o ai Goonies, giusto per continuare il discorso nostalgia intavolato a luglio.

Se mai accettaste il mio consiglio, vi suggerisco di accompagnare la lettura con le musiche composte sempre dallo stesso artista, disponibili gratuitamente su Spotify e Bandcamp (quest’ultimo ha anche uno spazio per delle offerte libere). E se vi piacerà quello che troverete in Loop, comprendendo abbastanza l’inglese potrete anche farvi un giro con The Electric State: la storia di una ragazza e del suo robot in viaggio in un’America ormai ridotta allo sbando dopo che tutta la popolazione è rimasta letteralmente ipnotizzata dalla realtà virtuale. Quando ci poserete gli occhi, non riuscirete più a togliervi dalla testa quello scenario.

Consiglio Videogioco: Fire Emblem Three Houses

Se si parla di mondo orientale, non si può non pensare a Nintendo e a Nintendo Switch, mio acquisto più che recente. Lo so, arrivo tardi alla festa, ma non potevo mancare Fire Emblem Three Houses, una delle mie serie preferite in assoluto.

Il gioco in questione è uno strategico a fasi dove gli eserciti alleati e nemici si scontrano su campi di battaglia pieni di soldati, maghi, arcieri e chi più ne ha ne metta. Il vero carattere del gioco è basato sulla sua narrazione e sul modo in cui il cast interagisce con il vostro alter-ego, fattori ancora più rilevanti in Three Houses.

Come suggerisce il nome, il vostro compito sarà quello di scegliere una casata e seguirla sia in una fase scolastica, dove voi sarete i professori, sia negli eventi che seguiranno 5 anni dopo l’inizio del gioco. Un racconto lungamente basato sul tempo e sui legami, perfettamente in grado di coinvolgere emotivamente anche il più distaccato tra i menefreghisti.

Oltre a essere un ottimo gioco ammirato dalla critica nazionale e internazionale, lo consiglio proprio perché credo sia l’esperienza che più mancava su Nintendo Switch, soprattutto in relazione ai marchi storici di Nintendo. Il modo in cui è stato costruito Three Houses è inoltre molto amichevole nei confronti dei totali neofiti di Fire Emblem, rendendolo un inizio più che ottimo per chi se ne voglia approcciare.

Per i “men of culture” lì fuori che mi leggono, sappiate che Three Houses è pieno zeppo di papabili waifu e husbando a vostra disposizione. Ammetto però che l’assenza della stirpe creabile dei capitoli per Nintendo 3DS mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca, ma il team di sviluppo si è fatto ampiamente perdonare con le eccellenti storie dei tre leader.

Consiglio Serie: The Boys

Tra le altre cose, sono un grande fan del Marvel Cinematic Universe come metà del globo, però ammetto che le serie TV sui supereroi non mi hanno mai convinto molto. Giusto Powerless e Titans mi hanno lasciato qualcosa di più, mentre le altre le ho già dimenticate amabilmente, soprattutto quella falsa sui superpoteri che misero su PlayStation Video. Mi vengono i brividi solo a ripensarci.

Dato che TUTTI mi consigliavano The Boys e il periodo estivo mi ha fornito più tempo, me la sono divorata per bene e, dio mio, quanto è stato difficile staccarsi dalle puntate per tornare agli impegni della vita. Al netto dei criticoni della rete pronti a dissacrare qualsiasi cosa sia basata su un fumetto e non rispetti le pagine 1:1, l’ho trovata estremamente brillante e con un cast eccezionale. Patriota (Anthony Starr) e Billy Butcher (Karl Urban) sono sicuramente le mie due scelte d’eccellenza, ma fatico a trovare anche solo un membro che abbia fatto un lavoro pessimo o mediocre. Forse giusto Queen Meeve non mi ha convinto molto, lasciandomi a bocca asciutta nonostante qualche accenno di retroscena interessanti.

La serie, per chi non conoscesse il nome The Boys e avesse vissuto in un’isola deserta fino alla lettura di questo pezzo, parla di un gruppo di uomini che, per un motivo o per un altro, finiscono per tentare di distruggere una società multinazionale in completo controllo di un esercito di supereroi dallo stampo classico. Quest’ultimi salvano le persone, fanno sponsor, campagne, pubblicità e rendono felici gli azionisti guadagnando miliardi su miliardi, ma in realtà dietro la tutina e il mantello si nasconde corruzione, vizi, droga, crimini e tutto ciò che compone la schifezza della società moderna. Uno specchio dei giorni nostri, pieno di denunce al sistema consumistico e allo stile di vita americano.

Non è la prima volta che vediamo il tema dei paladini della giustizia trattato in questo modo, ma tra tutte le trasposizioni seriali The Boys è un pinnacolo senza precedenti. Alcune scene, come l’aereo dell’episodio 4, non fatico a definirle indimenticabili oltre che iconiche, tanto da possibilmente definire le future trattazioni di queste tematiche. In particolar modo, il maggior merito di The Boys – a mio giudizio – è quello di riuscire a essere crudo al punto giusto, senza strafare con il gore o usando escamotage visivi giusto per creare sensazionalismo tra le pagine dei tabloid. Al giorno d’oggi è difficile trovare la dose corretta per lo splatter, il che la dice lunga sulla regia della serie.

Considerando che è uscita di recente ed è disponibile su Amazon Prime Video, non c’è davvero nessuna scusa per non mettersi comodi e vederla. Ora, per favore, datemi la seconda stagione.

Consiglio Film: Train to Busan

Chiudiamo con la Corea e lo splatter grazie a Train to Busan, uno dei film più famosi del filone orientale a tema zombie.

Se lo conoscevate di nomea e non lo avete mai visto perché “non so, i film coreani sono strani”, sappiate che avete commesso l’errore più grave della vostra vita. Se invece non abbiate idea del perché un film sugli zombie si chiami treno per Busan e pensate a un errore di scambio alla stazione Termini, lasciate che vi illumini.

Train to Busan è una pellicola abbastanza diretta (battuta non intenzionale) dove un intero treno carico di passeggeri finisce per essere l’unica salvezza da un’appena scoppiata apocalisse zombie. Davvero, il disastro comincia proprio quando le porte del treno si chiudono, anche perché un’infetta riesce anche ad entrare in un vagone proprio per il rotto della cuffia del segnale acustico. Da qui, come spettatori seguiremo le vicende dei pendolari all’interno del treno, in particolar modo concentrandoci sul protagonista interpretato dall’eccellente Gong Yoo che i più ferrati ricorderanno anche per Goblin: lo show che rappresenta l’eccellenza dei drama.

La storia del film è classica e non propone niente di nuovo sotto al sole degli zombie, tuttavia l’ambientazione e le dinamiche sociali che presenta sono abbastanza forti da dargli un feeling originale e tutto suo, utilizzando il treno come specchio di ciò che accadrebbe fuori dai suoi vagoni. Metteteci un pizzico di sano legame familiare, scene da testosterone qui e lì, sacrifici vari ed eroismo in pillole ed ecco che avrete la perfetta formula del film di zombie coreano più in voga. Ah, naturalmente nessuno vuole evitare di menzionare l’eccellente fattura con cui il trucco e gli effetti speciali riescono a creare dei veri e propri cadaveri viventi. Train to Busan è già vecchiotto, ma le sue idee possono essere riviste anche nella più recente serie Netflix Kingdom.

Per quanto sia disponibile in italiano in streaming o negli archivi del Blockbuster sotto casa fallito diversi anni fa, vi consiglio di ignorare quel doppiaggio orribile fuori sincro e gustarvelo con i sottotitoli. Forse un po’ impegnativo da vedere al tavolino del bar dello stabilimento, specialmente se non avete mai ascoltato il coreano in vita vostra, ma è un’ottima occasione per farsi una bella serata a base di pizza e film. Non scordatevi le birre ghiacciate!

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Un Dating Sim sui Mostri ci insegna la normalità LGBTQ+

Quando si tratta di sessualità e inclinazioni sessuali, spesso si è un po’ restii a comunicare le proprie credenze, pulsioni e inclinazioni. Questo perché la sfera intima non è una prerogativa che si adatta allo sbandieramento, piuttosto si consuma all’interno della propria testa e nel rapporto con specifiche persone, scelte tra tante per condividere con noi gioie e dolori in un tacito accordo di segretezza. Un romanticismo necessario e schivo, allo stesso tempo tremendamente voglioso di potersi esprimere il più possibile, sia con il prossimo che con l’intera società.

Nel mese di giugno abbiamo l’occasione di poter parlare della libertà di amare e vivere in tutte le sue declinazioni, utilizzando la potenza mediatica di un periodo riconosciuto come il “Pride Month”. Pride o Orgoglio, chiamatelo come volete. Orgoglio di essere quello che si vuole essere in qualsiasi forma e approccio, un diritto che dovrebbe essere inalienabile e che ancora oggi – specialmente in paesi come il nostro – viene ostracizzato e violentato con leggi, discriminazione spietata e diffidenza immotivata.

Eppure, nell’intimità delle nostre camere e coperte, abbiamo prosperato da adolescenti nel moto del cambiamento, sopravvivendo grazie a chiacchierate su letto, nottate passate davanti allo schermo della chat o al telefono nel nostro fortino di lenzuola, illuminati solamente dalla fioca luce della lampada sul comodino. In tali attimi potevamo entrare in comunione con i nostri pensieri, trovando una sincerità e ingenuità che difficilmente potevamo permetterci all’esterno o nelle mura scolastiche, specialmente quando si trattava di amore e sentimenti.

L’amore per un adolescente non è certo facile da capire o da vivere, e lo è ancora di più per chi ha paura di rivelarsi per ciò che naturalmente è, o di scoprirsi qualcosa che si pensava di dover essere costretti a nascondere. Inutile indorare la pillola: essere LGBTQ+ ancora oggi è dura, tremendamente dura. Perfino tra le quattro pareti della propria casa, anzi forse specialmente in esse. Proprio perché ci si sente costantemente braccati soprattutto nella nostra età più difficile, spesso si cerca un modo per evadere e per potersi esprimere. Il videogioco è uno dei mezzi di escapismo più utilizzati da qualsiasi adolescente e giovane adulto, un tunnel digitale in cui rintanarsi per avere un attimo di respiro. In questo caso specifico, vogliamo però focalizzare la nostra attenzione solamente su quanto le Visual Novel e i Dating Sim possano rappresentare un piccolo angolo dove sentirsi compresi.

Tra tutti i generi esistenti nel mondo videoludico, questi due rappresentano infatti il canale di comunicazione più fruttuoso per parlare all’intimità del giocatore, sia perché lo traggono all’interno della storia attraverso la lettura e l’interattività, sia perché spesso ruotano attorno a storie d’amore che vanno dal candore all’intimità più profonda. Come ben sottolinea il recente articolo di Rock, Paper, Shotgun in merito la rappresentazione nelle VN e nei dating sim è più varia proprio perché spesso si tratta di opere di piccoli team di sviluppo che sfruttano i diversi software open source per raccontare storie ben fuori dalla logica del mercato generale.

Chiunque potrebbe creare una novel con pochi semplici click e ciò porta a una maggiore rappresentanza e varietà all’interno dello scenario delle creazioni, cosa che ovviamente risulta difficile nelle produzioni maggiori, specialmente quando la “comprensiva” community generale prende torce e forconi ogni volta che un personaggio di Overwatch viene dichiarato omosessuale o bisessuale.

Nelle nicchie prosperiamo proprio perché si evita di parlare alla gente senza sensibilità o cervello, attirando al contempo però i curiosi e chi veramente è intenzionato alla libertà di espressione, permettendogli di capire che LGBTQ+ non è una parolaccia e non significa “alieni invasori”. Un sapiente utilizzo di colori, narrativa, disegni e immaginario permettono di comunicare in modo efficace messaggi utilissimi alla sensibilizzazione e alla normalizzazione di un qualcosa che già dovrebbe essere più che normale. Eppure, se ancora oggi c’è bisogno perfino della didattica per spiegare la situazione, perché non usare il videogioco, o i dating sim nello specifico, a nostro vantaggio?

Monster Prom

Prima di lanciarci nel fuoco di cui voglio parlarvi, è bene premettere che il mondo delle visual novel nasce e cresce nel panorama giapponese e, ancora oggi, rappresenta un polo importante per il modo in cui il videogioco viene vissuto tra Akihabara e la dimensione domestica. Al momento però, per i nostri scopi, ci occuperemo solamente dell’ondata occidentale e del peculiare stile più affine ai cartoon americani che alla vera e propria animazione orientale. Del resto, nomi come Steven Universe e Adventure Time hanno già ampiamente dimostrato il potenziale comunicativo di questa particolare corrente stilistica e, nei temi alla mano, risulta oltremodo utile per dare quella giusta leggerezza con cui prendere la vita.

Tra la moltitudine di titoli a cui ho messo mano negli anni, Monster Prom è sicuramente uno di quelli che mi ha colpito di più per il modo in cui è riuscito perfettamente a rappresentare il mondo adolescenziale in chiave comica. Il setting infatti è una scuola di mostri provenienti da diversi folklori nel pieno della tanto amata tradizione del Ballo della Scuola, il Prom americano dove i protagonisti di High School Musical dichiaravano il proprio amore, insieme a Hilary Duff e tutte quelle figure perfette per una retrospettiva su Popcore. Al centro dell’intreccio ci sarà un cast di 4 (o più personaggi a seconda dell’espansione) da impersonare da soli o con altri tre amici in locale/online. In una spietata competizione al rimorchio, l’obiettivo del gruppo è portare al ballo uno dei tanti mostri disponibili e, magari, accoppiarsi per la vita.

Essendo tutte bestie del demonio e ben fuori dalla concezione umana, il genere e l’allineamento sessuale neanche esistono davvero e ognuno è libero di fare quello che vuole. C’è chi obietterebbe che non è nell’eccesso la risposta al problema, Monster Prom a questo risponde con un grosso dito medio in faccia e una carica d’espressione notevole, fregandosene di schemi e logica per far vivere ai giocatori un dating sim dove divertirsi e poter cercare il proprio standard di bellezza fuori da qualsiasi tradizionalismo.

La rappresentazione dei personaggi prende gli stereotipi più classici per ribaltarli come un calzino, creando un ecosistema che spezza le caratteristiche maschili e femminili per riproporle in maniera fluida in ogni senso e prospettiva. L’orientamento sessuale non viene trattato come se fosse la domanda centrale per la caratterizzazione dei personaggi, piuttosto è un semplice orpello, un costrutto degli esseri umani che non si adatta per niente ai mostri. A questo punto però, dobbiamo chiederci: chi sono i veri mostri? Quelli che basano la loro dialettica sul discrimine o quelli che accettano i sentimenti di chiunque senza porsi troppe domande?

A prescindere dal pronome di preferenza, l’identificazione del giocatore passa unicamente per la vostra testa e le battute cocenti del gioco, le quali spaziano dall’esagerazione al tenero romanticismo più idiotico dell’adolescente medio. Una montagna russa di emozioni che, senza mezzi termini, normalizza lo spazio LGBTQ+ e crea un posto in cui potersi esprimere divertendosi. Inoltre, grazie alla sua unica modalità multiplayer – l’unico dating sim ad averlo introdotto – si può arrivare anche a un punto di aggregazione tra individui, che può passare tra la cerchia ristretta dei propri amici o nel server Discord ufficiale del gioco, nel quale, vi garantisco, troverete solamente persone amichevoli e creative.

L’ilarità con cui Monster Prom si affaccia alla vita, deridendola e trasformandola in un parco giochi senza figure con lo stampino, è ciò che veramente riesce a scaldare il cuore nell’oretta in cui ci si batte per ottenere l’amore, che spesso arriva in maniere così assurde da farci domandare cosa effettivamente sia. Ebbene, cos’è quel sentimento che chiamiamo “amore”? Oggi più che mai, Monster Prom comunica che sia qualcosa che può arrivare in qualsiasi forma e da qualsiasi essere. Un uomo può provare amore per un altro uomo e dimostrarlo disegnandosi pentacoli da duri sui propri corpi, una donna può provare amore per un’altra donna e dimostrarlo eseguendo una improbabile manovra sessuale che abbisogna di una maschera da pinguino e un kilo di guacamole. Così come un mostro ama un altro mostro in qualsiasi modo esso voglia, chi siamo noi per decidere chi può amare cosa e come?

Chi sono i veri mostri? Quelli che basano la loro dialettica sul discrimine o quelli che accettano i sentimenti di chiunque senza troppe domande?

Ed è questo il punto: Monster Prom non è un dating sim ideato per sensibilizzare l’audience sul tema LGBTQ+, se ne strafrega della nostra opinione e di quello che pensiamo perché esso ci parla di una realtà di esseri in cui neanche esistono concetti come “fobia” e “razza”, siamo noi umani a essere fatti male. Non potremmo mai applicare la nostra logica al dating sim perché non è quello che esso vuole, e ogni esagerata linea di dialogo è lì per difendere questo concetto.

Nell’accademia di Monster Prom ognuno si libera da qualsiasi costrutto sociale o etico e nessuno si permette di dire “baciatevi a casa vostra” o “i maschi non dovrebbero vestirsi da femmina”. Anzi, per di più, Monster Prom distrugge proprio quelle figure tanto care alla nostra specie, lasciando che il personaggio più mascolino e diabolico sia in realtà un fervido supporter delle Drag Queen e di RuPaul, tanto da far disperare gli sviluppatori per un cameo nel gioco. Così come rende super attrattive le curve o i muscoli sul corpo femminile, perché no?

Fuori dai mostri

Ma Monster Prom è solamente uno dei tanti giochi che sovvertono l’immaginario candido delle persone che ragionano a scomparti, basti pensare per esempio a Dream Daddy: A Dad Dating Simulator: un titolo dove il giocatore impersona un papà single intento a cercare l’amore tra altri aitanti papà single. Inutile dire che una premessa del genere farebbe drizzare i capelli a tutti gli arretrati che credono nella sacralità della famiglia uomo-donna e del matrimonio, ma queste obiezioni agli sviluppatori del gioco suonano come inutili sussurri di un mondo antico. Tanto più che è possibile anche essere transessuali insieme ad altri personaggi, e questo è stato più volte considerato uno “standard da cui partire” dai creatori.

Dream Daddy infatti, in barba alle narrazioni stantie, permette di vivere una bellissima storia d’amore che però affronta anche in maniera abbastanza profonda le difficoltà di essere un genitore single, spiegandoci il rapporto con la figlia adolescente e il modo in cui una nuova persona possa essere facile o difficile da accettare nella propria vita. Non si tratta solo di trovare l’amore al ballo scolastico, ma di far coesistere due famiglie esistenti in un nuovo nucleo: un incarico difficile anche per il più bravo dei genitori. A Dream Daddy non interessa molto dirci che esistono famiglie omosessuali che prosperano alla grande con tanto di figli, piuttosto ci comunica che quest’ultime vivono normalmente come chiunque altro e hanno gli stessi problemi/interessi amorosi di tutti gli altri. E anche qui, proprio perché si parla di papà, abbiamo una nuova prospettiva nel quadro delle rappresentazioni inclusive videoludiche e che apre le porte a molte idee e spunti. Almeno rappresenta una buona alternativa per gli utenti omosessuali, costretti ad accoppiarsi ripetutamente con Dorian in Dragon Age.

Del resto non è la prima volta che i dating sim non si fanno scrupoli sul tema di base: basti pensare ad Hatoful Boyfriend, dove era possibile innamorarsi di alcuni piccioni, o alle produzioni in cui ci si può accoppiare con elicotteri, alpaca, dinosauri e chi più ne ha più ne metta. Ma quello è un mondo a parte, solamente usato come apripista per un’affermazione di espressività che in occidente è stata resa più vicina ai temi sensibili e alla comunità LGBTQ+. Infatti, in tutte le opere citate, è possibile trovare personaggi queer, drag, trans, bisessuali e genderfluid, una rappresentanza ancora abbastanza latitante nella grande industria videoludica (e che solo negli ultimi anni sta provando ad affacciarsi tra mille proteste). Questo perché il racconto interattivo è infinitamente più intimo di uno sparatutto o di un action-RPG ed è il mezzo più adatto per parlare di temi delicati, come ci testimoniano Life is Strange, Night in the Woods e Missed Messages.

Cosa possiamo trarre da questo andamento? Sicuramente che l’industria dovrebbe imparare dalle produzioni indipendenti quando si tratta di creare personaggi in grado di tenere conto della rappresentanza di una comunità che ha più che mai bisogno di sentirsi libera anche fuori dalle mura della propria stanza. Nel mentre aspettiamo la decisione del mondo esterno di rivedere le proprie priorità, Monster Prom, Dream Daddy e gli altri titoli di tale caratura rappresentano un prezioso spazio per chi cerca un mezzo per potersi esprimere senza limitanti concetti e pregiudizi. Uno spazio sicuro dove è possibile perfino trovare nuovi amici e alleati, capaci di comprenderci proprio nelle più adolescenziali domande sulla vita.

Più di tutto però, rappresentano un’occasione d’oro per tutti coloro che covano dentro di sé dei dubbi o ignorano cosa ci sia oltre l’eterosessualità e l’omosessualità. Un dating sim non sarà efficace quanto un’enorme manovra di protesta o di sensibilizzazione eppure, nel loro piccolo, combattono con l’umorismo e la normalità i pregiudizi più radicati nelle menti di chi, ancora, non ha mai veramente voluto comprendere ciò che lo circonda. Del resto, non c’è modo migliore di comunicare l’universalità dell’amore se non attraverso l’esperienza diretta della più bizzarra, mostruosa e unicamente orgogliosa delle sue forme.

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