Author

Cover

Le scienziate che hanno cambiato il mondo (degli anime)

Le donne nel dominio scientifico e nella cultura pop hanno avuto una rilevanza epocale, spesso fatta passare allegramente in sordina. Per arginare questo fenomeno culturale, forse attenuato negli ultimi anni (ma neanche tanto), abbiamo deciso di dedicare la nostra Core Story ad alcuni esempi illustri e, forse, anche poco conosciuti. Se da un lato dobbiamo ripercorrere gli annali della storia e spulciare i documenti delle scoperte scientifiche più importanti per mettere un punto all’ignoranza, dall’altro possiamo anche constatare che tutto sommato la figura della scienziata è sempre stata sotto il nostro naso anche quando ci abbiamo fatto meno caso, che sia nella realtà delle ricerche o in altri lidi più d’intrattenimento.

Provate per un secondo a chiudere gli occhi e a pensare a questo: quante donne dedite alla ricerca avete visto destreggiarsi nel panorama degli anime giapponesi? Se siete lettori assidui di N3rdcore sono sicuro che qualche esempio potrebbe esservi saltato alla mente. Donne come Ritsuko o Bulma, di cui parleremo, rappresentano dei pilastri per i loro show d’appartenenza soprattutto da un punto di vista scientifico, a prescindere dall’azione degli eventuali protagonisti e dalle vicende legate all’intreccio principale. La loro carriera e le scoperte a essa associate hanno impatti oltremodo significativi nei confronti della società e del modo in cui la realtà viene percepita, il che di per sé è un traguardo ben più grande dello stare lì a cacciare i mostri nel mondo esterno.

Non solo hanno una mente geniale, ma sono riuscite a fare quello che hanno fatto proprio perché non hanno rinnegato il loro esser donna per riuscire in un ambiente competitivo, hanno abbracciato quel lato e hanno tratto il meglio da esso per riuscire a raggiungere i propri scopi e aspirazioni. Eppure, per qualche strana ragione, nonostante anni e anni di queste figure parate sotto i nostri occhi, alcuni ancora fanno fatica a riconoscere l’importanza delle donne scienziate nella realtà o nella finzione, o comunque pensano che per qualche ragione astratta esse debbano smettere di essere donne comune per occuparsi della scienza, rinunciando all’amore o ai sentimenti che “tanto appartengono alla sfera femminile”. Andiamo quindi a scoprire non solo perché se ne sono altamente fregate di affermazioni del genere, ma anche perché è proprio dalla loro personalità che sono partite le invenzioni più importanti.

Ritsuko Akagi & Naoko Akagi

Partiamo quindi proprio da Neon Genesis Evangelion, uno dei temi che spesso abbiamo trattato nelle nostre pagine e che, grazie a progetti come Distopia Evangelion, trovano spesso spazio nel panorama culturale italiano. Neo-Tokyo 3, ormai lo sappiamo, è uno scenario futuristico in costante tensione tra la vita e la morte per colpa dell’assalto senza fine da parte di organismi celestiali intenti a raggiungere un loro messia, rinchiuso nelle fondamenta del Geofront e protetto dall’azione delle unità EVA. Per quanto i robottoni e le loro scaramucce rappresentino il focus centrale della serie, insieme alle turbe di Shinji e il messaggio filosofico/religioso dietro il simbolismo cristiano/pagano, molto del tempo sullo schermo viene dedicato alla storia delle figure chiave della NERV, tra cui vediamo Ritsuko Akagi.

La dottoressa Akagi è una persona incredibilmente complessa e che vive nella rappresentazione tra fredda scienziata dalle incredibili capacità e donna emotivamente coinvolta da Gendo. Una caratterizzazione che, capite bene, apparentemente calca sulla presunta volubilità sentimentale femminile come il più classico degli stereotipi, portando quindi i “meriti” di Ritsuko a essere oscurati da una love story tragica. Chiaramente cadere in questo tranello riflessivo sarebbe un errore, visto che tutti gli indizi portano invece a un’intrinseca unione tra ragione e sentimento, lasciando che l’emotività si sfoghi quando il mondo si ritrova ormai al collasso e tutti diventano super-sensibili, compresa Misato con il suo bacio a Shinji. Anche perché, diciamolo, essendo umane anche le donne scienziato hanno i loro momenti di debolezza, sicuramente meno gravi di quelli che ha avuto Gendo per tutto il corso della serie.

Venendo ai meriti effettivi di Ritsuko, si annoverano sotto la sua guida quasi tutti i progetti legati alla costruzione degli EVA e la loro manutenzione, ai meccanismi di difesa di Neo-Tokyo, all’analisi degli angeli, alla scelta dei piloti e, infine, il coinvolgimento diretto nel Progetto del Perfezionamento dell’Uomo oltre al filo diretto con la misteriosa SEELE. Ciò la rende l’unico altro individuo, insieme a Gendo e Fuyuki, ad essere al corrente del più alto piano istituzionale dell’universo di Evangelion, trasformandola quindi in un elemento essenziale per tutti gli eventi della storia. La divergenza in questa gerarchia avviene quando l’agenda di Gendo si palesa davanti agli occhi della scienziata, portandola forzatamente a mettersi contro il padre di Shinji nel tentativo di evitare un catastrofico Third Impact. Ritsuko incontra un triste destino nel tentativo di ribellarsi al gioco di Gendo, riuscendo però a sparargli e a dimostrare quanto, in fondo, avesse più a cuore altri valori che l’amore non corrisposto dell’uomo. Alla faccia dei sentimenti.

Ritsuko, per quanto lo detesti, ha ereditato molte ricerche dalla madre Naoko, la quale era un’altra scienziata di ancora più alta caratura. A lei infatti è attribuita la creazione del MAGI: un sistema operativo d’intelligenza artificiale futuristico posto come centro dell’infrastruttura delle sedi NERV in tutte le nazioni. Si chiama MAGI perché è diviso in tre “nuclei” creati grazie all’innesto di personalità inventato proprio dalla stessa Naoko. Ognuno dei tre computer ha infatti un aspetto della dottoressa Akagi: Caspar rappresenta la sua personalità come donna, Balthazar come madre e Melchior come scienziata. Si tratta di uno dei sistemi operativi più avanzati del pianeta, essendo un biocomputer unico nel suo genere, e in grado di prendere qualsiasi decisione porti al risultato più ottimale possibile, tanto da essere lo strumento prediletto per il consiglio della stessa Neo-Tokyo 3.

Quello che ci interessa del MAGI, lasciato incompiuto e ultimato dalla figlia Ritsuko, è il collegamento tra Caspar e Melchior. Il primo è stato studiato per prendere decisioni emotive, sottolineando quindi il fatto che una donna abbia una spiccata e che tale caratteristica sia tanto predominante da riuscire a costruirci un biocomputer sopra, visto quindi come un vantaggio e non una debolezza. Il secondo prende, invece, decisioni oggettive e calcolate, lasciando da parte i sentimenti per arrivare alla soluzione più logica. Due poli opposti di cui spesso solo quest’ultimo viene attribuito alle donne di scienza, viste come fredde calcolatrici che hanno lasciato da parte l’aspetto e l’emotività per dedicarsi alla matematica e ai massimi sistemi.

I MAGI però non sono strutture separate: dialogano, scelgono e decidono solamente quando tutti e tre i computer arrivano al giusto compromesso tra le sfaccettature, arrivando quindi a risultati che gli hanno permesso di essere considerato come il più avanzato sistema del mondo. Ed è questa la prova che grida il concetto alla base delle figure come Naoko: una donna scienziato non smette di essere donna, o di essere madre, o di amare anche follemente. Non ci deve essere una distinzione tra una o l’altra sfera della personalità di queste persone, proprio perché sarebbe impossibile per loro essere tali senza uno o l’altro aspetto, per quanto essi possano portarle a commettere errori come successe con il suicidio della stessa Naoko. Ma è dal fallimento che nasce il successo, è dall’emotività che sgorga la razionalità, così come il MAGI governa la più grande organizzazione del mondo semplicemente essendo composto da tutte le parti di una donna di scienza.

Andando oltre Evangelion, anche in Bokurano abbiamo un esempio di una scienziata madre che ha letteralmente permesso alla Terra di arrivare a conoscere una tecnologia interstellare. Già dottoressa di per sé, Mitsue Yoshikawa è l’unica persona ad aver capito i segreti dietro Zearth e ad aver sviluppato un programma per emulare la sua energia “pulita”. Questo ha portato a una rivelazione sconcertante e “negativa” per la storia, tuttavia si tratta comunque di un’impresa al limite dell’impossibile a cui è riuscita ad arrivare solamente dopo numerosi sacrifici morali, come quello di innestare chip sottocutanei in grado di riprendere e analizzare gli scontri “extradimensionali”.

Anche qui, seppur in breve tempo, vediamo come la figura materna e i sentimenti da madre vengano fuori come elemento essenziale per la riuscita della ricerca, specialmente quando suo figlio Kanji diventa il pilota designato del mecha protagonista. Come Naoko, inoltre, rimpiange di aver ignorato suo figlio per il lavoro, redendosi attraverso di esso nel tentativo di rendere il sacrificio di suo figlio un vanto per l’umanità e per la scienza. Il risultato è un’energia pulita infinita, che sulla carta è decisamente più valevole del nucleare.

Una donna scienziato non smette di essere donna, o di essere madre, o di amare follemente.

Bulma & Makise Kurisu

Tornando ancora più indietro, un’altra figura chiave per il panorama popolare valevole di un’analisi è Bulma, la scienziata intraprendente che, insieme alla sua famiglia, ha in mano la gestione della Capsule Corporation in Dragon Ball. La sua intelligenza è sempre stata fuori scala e lo dimostra il recente racconto legato a Jaco e la Pattuglia Spaziale, nel quale a soli 9 anni aggiusta una nave aliena sconosciuta e costruisce una pistola laser completamente da sola. 10 anni più tardi si laurea all’università e parte alla ricerca delle sfere del drago, che è un po’ quello che fanno tutti quelli che prendono la triennale e si ritrovano senza lavoro.

Qui conosce Goku e comincia la storia che ormai sappiamo a memoria, ma è importante soffermarci su quanto Bulma abbia effettivamente permesso lo svolgersi di molti eventi chiave delle saghe, attestandosi come uno dei personaggi più influenti di tutta l’opera di Toriyama. Innanzitutto inventa il Radar delle Sfere del Drago, elemento essenziale per tutto il corso della serie e senza il quale nessuno avrebbero potuto resuscitare chiunque in un tempo ragionevole. Ciò significa che molti personaggi non sarebbero arrivati neanche alla saga di Cell. Nel tempo che intercorre tra la prima serie e l’inizio di Z sedimenta il suo ruolo da scienziata e assume sempre più rilevanza all’interno della Capsule Corporation, con il padre ormai troppo vecchio per occuparsi di quelle faccende e con le capacità di Bulma così evidenti da renderla la perfetta candidata per essere il CEO dell’organizzazione. Nella saga di Freezer ripara l’astronave di Namek – che ricordiamo essere tecnologia aliena sconosciuta – dando quindi il via alla saga e all’esplorazione spaziale finora sconosciuta. Inventa anche la tecnologia necessaria per sopravvivere nello spazio, come tute spaziali e strutture domestiche, e modifica i modelli delle tute Sayan per creare gli abiti da combattimento che da lì in avanti indosseranno tutti, specialmente Vegeta e Trunks.

Nella saga di Cell si scopre essere l’inventrice della macchina per viaggiare nel tempo e, andando avanti, le sue invenzioni e il suo status continueranno a migliorare di anno in anno. Nelle ultime saghe il suo ruolo scientifico si è via via affievolito seppur sempre presente, considerando come la Capsule Corporation produca letteralmente tutto e abbia il monopolio totale su qualsiasi tecnologia, dai trasporti alla polizia. Se consideriamo anche Dragon Ball GT, che è non-canonico, Bulma ha creato un’altra astronave per i viaggi galattici, ha sviluppato la tecnologia delle Onde Blutz e ha permesso l’immigrazione planetaria dei residenti della Terra, nonostante fosse sotto influenza negativa. Oltre all’intelligenza ha anche un coraggio da vendere e una forte personalità che l’ha portata a essere sempre più diretta e indipendente nel passare degli anni. In Dragon Ball Super è così sicura di sé da dare uno schiaffo al Dio della Distruzione, instaurandoci successivamente un rapporto basato sulla fornitura costante di cibo e lusso.

Senza Bulma non ci sarebbe Dragon Ball e molte volte Toriyama ha tenuto a sottolineare l’importanza della scienziata, senza dimenticarsi però di dipingerla anche nella sfera personale grazie a una relazione con Vegeta, ennesima dimostrazione del carattere di ferro che la donna possiede. Non c’è quindi dubbio che Bulma sia un’icona che va ben oltre le fan art che la rendono popputa e super sexy, essendo l’unica persona tra i guerrieri Z a essere sorprendentemente intelligente e quindi, la problem solver per le questioni che non possono essere risolte con le scazzottate. Ma oltre alla mente, la erede della Capsule Corp dimostra una crescita personale sorprendente, partendo da fifona patenta a vera e proprie guerriera in grado di fronteggiare perfino Black Goku nel tentativo di salvare il figlio, raccontandoci quindi come la sua personalità sia parte integrante dei motivi per cui si ritrova in una posizione di rilievo nell’universo di Dragon Ball. Ed anche qui, l’avanguardia delle donne di scienza si dimostra estremamente forte e caratteristica.

Rimanendo nel terreno delle giovani scienziate acclarate, come non parlare di Makise Kurisu di Steins;Gate? Una dottoressa affermata che ha contribuito all’invenzione di una macchina del tempo proprio come Bulma. Anche lei finisce presto l’università, precisamente all’età di 17 anni, e dedica anima e corpo a creare tesi geniali come l’ambizioso progetto IA Amadeus utilizzato come base narrativa per Steins;Gate Zero. Nella timeline principale però, Makise diventa un membro del Laboratorio di Okabe Rintaro, il quale è tutt’altro che una persona accademicamente affermata. In Steins;Gate la nostra dottoressa ha quindi il ruolo dell’esperta, la voce della ragione contrapposta all’entusiastico fanatismo di Okabe, il quale lo ha misteriosamente condotto a inventare i viaggi nel tempo. Per stessa ammissione di quest’ultimo, la macchina del tempo non sarebbe mai riuscita a compiersi senza l’essenziale aiuto delle conoscenze di Makise e il modo in cui è riuscita ad unire di più il gruppo, rendendola de facto il pilastro portante della storia. Come Bulma, la protagonista di Steins;Gate appare forte e decisa, addolcendosi quando necessario e mostrando i propri sentimenti senza per forza sminuire la sua figura da sapiente. Ad aiutare la sua rappresentazione è un rapporto genuino con Okabe, sviluppato intorno a un interesse amoroso alle volte ambiguo ma decisamente puro e vissuto.

Bulma e Makise dimostrano quindi quel giusto equilibrio tra la sfera personale e la vita accademica, creando un’alchimia che le rende personaggi ben inseriti all’interno delle dinamiche del gruppo di protagonisti dello show da cui provengono. I loro comportamenti più comuni e umani ricordano allo spettatore che la loro intelligenza non deve necessariamente essere l’unica etichetta con cui doverle descrivere, rendendole quasi un soggetto strano e togliendole dalle loro caratteristiche di donna. Tutti gli esempi qui riportati infatti fanno proprio l’opposto, abbattono le barriere ideologiche per rappresentare le donne di scienza come persone che hanno fatto grandi passi per la tecnologia e la società, rimanendo al tempo stesso umane, senza l’obbligo di rinnegare tutto ciò che compone la figura femminile o, più esattamente, la loro caratterizzazione.

Perché nonostante il corpo snello e le forme gentili che filtrano tra le pieghe del camice, ci sono tante altre sfaccettature che definiscono l’identità di questi personaggi oltre la fisicità, la capacità mentale e il genere d’appartenenza. E se da un lato una loro mercificazione dedicata al fanservice risulta inevitabile nel selvaggio mondo di internet e nel mercato visivo, dall’altro le loro conquiste effettive ci ricordano quanto la loro importanza abbia cambiato in meglio il mondo di cui hanno fatto parte, permettendo ai maschietti di poter fare gli eroi di turno senza preoccuparsi di calcoli, ricerche e software.

Cover-One-Punch-Man-2

One Punch Man 2: meno azione e più riflessione

One Punch Man 2 si è finalmente “concluso”, per quanto la sua fine sia stata decisamente più che amara. Dire che sia finito sul più bello è un eufemismo e l’incompiutezza della trama, che di fatto non ha avuto niente da dire dal lato più shonen, è stata fonte di molto malcontento tra gli appassionati.

Le aspettative sul ritorno di One Punch Man erano estremamente alte dopo una prima stagione di una qualità indiscussa, ricca di momenti da pelle d’oca e di animazioni tanto dinamiche quanto dettagliate e ispirate. Yusuke Murata e One del resto hanno una chimica straordinaria e il duo funziona proprio perché sembrano spesso essere agli antipodi a livello stilistico e filosofico. Il loro marchio vive di contraddizioni ed esagerazione, a prescindere da quale stagione o arco narrativo si decida di prendere in esame.

Eppure la seconda venuta di Saitama sui nostri schermi ha nettamente smorzato il tono e il prestigio con cui gli appassionati guardavano la produzione TV, a partire da quando fu annunciato il cambio di studio d’animazione. E alla fine i timori erano fondati, considerando che i momenti visivamente memorabili si contano sulle dita di una singola mano, mentre in precedenza ogni episodio della prima serie si presentava come uno spettacolo per gli occhi.

Oltre alle diverse ed estranee mani sulla lavorazione tecnica, il diverso ritmo di One Punch Man 2 non è solamente dovuto alla sostituzione dei precedenti animatori, ma anche a uno strettissimo cambio di tono che rende la seconda stagione quasi più ponderata che combattiva. Nelle prime avventure di Saitama, lo scopo dello show era quello di farci comprendere più o meno il mondo degli eroi e darci un’idea ben precisa di quanto forte fosse veramente il nostro pelatone, ponendolo in situazioni drammatiche tipiche degli eroi giapponesi e degli stereotipi del genere. Abbiamo anche conosciuto Genos, il cammino del protagonist, alcuni importanti comprimari e il sentimento generale dei cattivi del mondo, oltre a capire i ranghi dei supereroi e le dinamiche della società che li governa.

Un quadro che a primo impatto può apparirci come semplice sfondo della storia di un tizio che uccide tutto con un pugno solo, ma che più avanti cambia più volte prospettiva e ci parla di un altro simbolo attribuibile a Saitama, ovvero quello di essere l’emblema del cambiamento sociale per quanto riguarda la vita dei giustizieri e dei mostri. Per fare questo però, bisognava per forza accostare un elemento profondo all’estrema semplicità di ragionamento di Saitama, il quale fa l’eroe per hobby e difficilmente si cura delle minacce in maniera seria o autorevole, né ci ha mai riflettuto fino a quando non c’è stato un dialogo specifico con King.

E quindi il nostro eroe dalla tutina gialla viene scalzato via dal minutaggio della serie per farlo apparire in brevissime apparizioni. Le puntate con Saitama vertono unicamente su di lui che gioca ai videogame o va a bighellonare a un inutile torneo di arti marziali che vede il suo clou con l’invasione dei mostri. In quest’ultima istanza, per esempio, il grosso della narrazione è affidato a un nuovo personaggio che si bulla della sua forza e abilità fino a quando non viene disintegrato da uno dei tenenti della Società dei Mostri e inizia a gridare aiuto come un bambino davanti all’uomo nero. Viene aiutato dagli unici due eroi presenti al momento dell’attacco nonostante nessuno dei due abbia chance di vincere, ma è proprio questo spirito di sacrificio e altruismo a sottolineare a noi spettatori cosa dovrebbe essere un eroe, a prescindere dal rango che possiede.

Nello scontro, infatti, i due eroi vengono trattati come non all’altezza della minaccia presente, deridendoli sia in quel drammatico frangente che durante il torneo stesso. Nessuno dei due è un Classe S e, come tutti sanno, se sei al di sotto di tale nomina è come se in realtà neanche esistessi o fossi buono solamente a raccogliere i gattini sugli alberi. Un concetto che vediamo portato avanti fino allo stremo, con Saitama che ha il compito narrativo di dimostrare che in realtà è una classificazione futile e cieca nei confronti dei veri valori che un eroe dovrebbe rappresentare. Lo stesso effetto di rottura ce l’hanno i due eroi improvvisati del torneo, i quali se ne infischiano altamente e sacrificano la propria incolumità anche solo per tentare di far scappare il tizio che li ha battuti e derisi.

Naturalmente vengono spazzati via in un secondo e il nostro amico, spaventato, comprende che l’unico modo per salvare la propria pelle – scappando – è quello di affidarsi agli eroi che potesse sentire le sue grida di disperazione, gli stessi che trovava sciocchi e devoti a una causa futile quanto l’altruismo. In una scena con un monologo quasi all’opposto di quello di Spatent Rider contro il Re dei Mari, arriva Saitama e salva la situazione senza troppi problemi. E qui la potenza, alla fine, non risiede in quello che dice o fa l’eroe, bensì nel lungo pensiero interiore del lottatore di arti marziali nei suoi presunti ultimi istanti di vita. Ed è così che va nella seconda stagione: gli altri riflettono e Saitama mette il punto con un cazzotto, come succede quando King riflette sulle sue menzogne o quando Genos cerca di capire quale strada intraprendere come eroe di Classe S. Non che il pattern della prima serie fosse differente, ma nei nuovi episodi questo è ancora più marcato per via dell’assenza di Saitama dal ruolo di “protagonista” delle puntate, mentre in precedenza era sempre il fulcro della trama e delle vicissitudini (perfino negli episodi dove il Re dei Mari distruggeva la città).

Ma se è pur vero che il nostro eroe pelato capitalizza solamente alcuni ragionamenti, il vero protagonista della seconda stagione è Garou: l’uomo che ha voluto passare dalla parte dei mostri. Lui è senza ombra di dubbio uno dei personaggi migliori di One Punch Man, e lo è principalmente perché è l’elemento che fa mettere in discussione a noi spettatori le stesse dialettiche e ideologie dello show. Quando vediamo i mostri pensiamo subito a ucciderli, è una prassi logica che ormai siamo abituati a fare e che negli anni è stata già sfruttata in opere come Undertale o La Mia Vita da Slime. In quella di One i mostri appaiono spesso ferali e privi di buone intenzioni, eppure se vi fermate un attimo a ragionare noterete che effettivamente la maggior parte di essi non è mossa da pura malvagità, o comunque non nasce come tale.

Vi ricordate il primissimo mostro che abbiamo visto nell’anime (o nel manga)? Quello violaceo a forma di namecciano? Ecco, quello lì non stava distruggendo la città perché godeva nel vedere le persone morire sotto le macerie, bensì lo faceva perché era un emissario della Natura e si era anche stufato di vedere cumuli di rifiuti e inquinamento sul nostro verde pianeta. È come se Greta Thunberg prendesse degli steroidi e iniziasse ad attaccare chi danneggia palesemente il pianeta. Potremmo darle torto? Stiamo andando verso l’estinzione e quello che facciamo, di tutta risposta, è abbattere il guardiano della natura che è venuto a darci una lezione. Eppure questo succede perché nel mondo di OPM un mostro va subito ucciso e non si può fermarsi ad ascoltato.

Da questa dinamica cieca nasce Garou, l’unico che fin da piccolo ha colto l’estrema ingiustizia della giustizia degli eroi. Eppure, siccome è così che va il mondo, è stato soppresso da chiunque non la pensasse come lui, emarginandolo e punendolo ogni volta che provava a dire “e se gli eroi non avessero sempre e comunque ragione?”. Bullismo, mortificazione sociale, abbandono, una vita distrutta solo perché qualcuno la pensava diversamente e perciò bisognava emarginarlo. Per loro era un mostro, per quelli come lui vige la regola che se ti piacciono i mostri allora puoi anche rimanerci per tutta la vita, un po’ come quando si cerca di combattere il razzismo e ci viene risposto “ospitali a casa tua se ti piacciono tanto” e altre bestialità indicibili. Uno schifo che nasce proprio dalla società eroico-centrica di One Punch Man e che nel tentativo di debellare i mostri non fa altro che aumentare le diseguaglianze sociali tra le due fazioni e sedimentare la cattiveria di queste creature costantemente cacciate.

E come potersi liberare di questa piaga col mantello? Eradicando ogni singolo eroe tra i più forti esistenti. Questo perché, come sottolineato prima, il classismo del mondo supereroistico ha fatto sì che il convergere elitario dell’associazione abbia abbassato i controlli sulle classi più basse, centrando tutta la gerarchia su pochi individui che si occupano di gestire le minacce più grosse. Senza di loro, il resto degli eroi –essendo ignorati per tutto il tempo senza un vero e proprio programma di crescita- si ritroverebbero allo sbaraglio senza uno scopo, incapaci di gestire i pericoli che la continua lotta di forza ha esponenzialmente ingigantito negli anni. Lo stesso obiettivo ce l’ha anche la Società dei Mostri: un inedito movimento di ribellione organizzata contro gli eroi o chiunque non scelga di diventare un mostro.

Essendo “cattivi” era un po’ scontato che prendessero la direzione “o noi o contro di noi”, tuttavia non possiamo ignorare il fatto che evidentemente non deve essere proprio piacevole sapere che un appartenente della nostra razza muoia ogni giorno anche solo per apparire in pubblico. Soprattutto quando si è convinti che il proprio organismo sia quello che merita di essere dominante, pensiero comunque comune a entrambe le parti. Garou però, per quanto sia nominato come cacciatore di eroi, è invece più moderato.

A lui non interessa uccidere chiunque gli capiti a tiro e non vuole combattere gli eroi in senso stretto, vuole solo dimostrare che il sistema non funziona e per farlo bisognare tagliare la testa che comanda. Fisiologico, necessario, eppure ingiusto e ci pensate bene. Conoscendo la sua storia è impossibile non sentirsi quasi in pena, nonostante ci siano ottimi comprimari ad andargli contro di volta in volta. È perfino buono con i bambini e il suo lato più umano è quasi sempre sotto i riflettori, che volete di più?

E infatti, per ora, con Saitama sembra esserci un rapporto perfettamente neutrale. Ognuno di loro continua a fare quello che vuole e non c’è mai uno scontro aperto, semmai ci sono situazioni ridicole in cui si inciampano a vicenda. E anche questo è un simbolo di come ci sia bisogno di far maturare la visione di Garou in parallelo a quella della Società dei Mostri, regalandoci i migliori momenti della crisi dell’associazione degli eroi.

One Punch Man 2 è quindi lontano perfino dall’ombra della prima serie, nei ritmi e nella caratterizzazione del suo cast. Ma, se proprio vogliamo discernere le qualità positive, possiamo sicuramente affermare che c’è stato qualcosa che ci hanno voluto raccontare, un qualcosa che ci allontana dai combattimenti – e infatti ce ne sono non pochi in attesa della seconda parte – per spiegarci quali cambiamenti sociali sta per vivere il mondo di OPM. Saitama è solo uno dei tanti protagonisti di questa serie, lasciando che il suo potere sia la scintilla per la fiamma del cambiamento che arde in altri cuori oltre il suo. Il risultato è quindi controverso, dall’impatto innegabile e dalle conseguenze che chi legge il manga può spoilerarci in qualsiasi momento. Una cosa è sicura però: ci vorrà ben più di un pugno per risolvere la guerra con la società dei mostri e per abbattere il sistema obsoleto della gerarchia degli eroi.

Cover-Definitiva

Now Playing: dalla Corea ai supereroi corrotti

Questo mese abbiamo voluto lasciare la Core Story da parte, proprio perché il caldo torrido e le fresche spiagge hanno chiamato ognuno di noi redattori. Dal canto mio l’estate non è solo un periodo in cui abbronzarsi la pelle, ma è anche la bellezza di quei pochi mesi di attività meno intensa nei quali posso coltivare le mie passioni e hobby lontano dalle deadline e dal logorio della vita quotidiana. Finalmente posso spararmi quella serie che tanto mi attirava, oppure gustarmi uno dei blu-ray che ho acquistato e ignorato durante l’anno, magari davanti a una bella ciotola di popcorn rigorosamente di sottomarca.

Qui su N3rdcore i miei pezzi vi hanno dato un’idea più o meno precisa di alcune delle mie passioni, tra gli anime giapponesi e i drama coreani. Se da un lato c’è quest’aria orientale, dall’altro nelle nostre Core Story mi sono permesso di infiltrarmi nelle quinte di film e serie tv, illustrandovi i processi artistici rimasti nell’ombra delle opere o sugli scaffali pieni di artbook. I consigli che seguiranno saranno un po’ uno specchio di queste mie trattazioni, proprio perché nutro la speranza di fornirvi nuove prospettive su show o libri o film che difficilmente raggiungono il pubblico, perfino quando si parla di appassionati. Senza nulla togliere al fascino del mainstream dei colleghi di Popcore, la roba veramente gustosa si trova sempre nel posto in cui non si va mai a cercare.

Consiglio Drama: Lawless Lawyer

Qualche tempo fa vi avevo parlato di Memories of Alhambra: un drama coreano sulla realtà virtuale ambientato a Granada, un perfetto entry point per tutti i curiosi che voglio assaggiare qualcosa di orientale ma non troppo all you can eat. Capisco però che Memories of Alhambra possa avere un’impostazione a volte confusionaria e troppo tech, focalizzandosi sul virtuale e andando a perdere un po’ quel feeling caratteristico che ci si aspetterebbe da uno show asiatico. Nel caso vi manchi davvero l’aria di Seoul, ho però un’altra bella serie da proporvi come alternativa, specialmente per tutti quelli di voi che adorano la pura azione e la lotta alla criminalità.

Lawless Lawyer, disponibile gratuitamente su Rakuten Viki a patto di sopportarne le pubblicità, è la storia di due avvocati che per volere del fato si ritrovano a dover combattere contro un’intera città corrotta in tutte le sue amministrazioni, dalla TV alla finanza. Naturalmente uno scenario simile, con omicidi e sparatorie quasi ogni giorno, richiede un approccio che va ben oltre le regole e la legalità. Un metodo abbracciato dallo studio IL-legale (sì, si chiama proprio così) e dal protagonista Bong Sang Pil. A metà tra il legal thriller e la storia da gangster, Lawless Lawyer è tanto leggero da guardare quanto profondo e stratificato, rendendolo perfino perfetto da guardare sotto l’ombrellone.

I suoi punti forti sono infatti due: un cast stellare pieno di attori dalla carriera solida (e bellissimi) e la dualità tra il carisma del protagonista e quello dell’antagonista. Non ho mai visto, finora, un drama con una rivalità così intensa e vissuta, quasi da manga shonen per certi versi.

Mi ha coinvolto fino all’ultimo secondo e ci sono stati parecchi colpi di scena che hanno evitato il calare dell’attenzione, nonostante una prevedibilità a volte lampante. Per il resto, non c’è davvero niente fuori posto e la montagna russa di emozioni tipiche da drama è una delle più leggere che ci possano essere, tarata quasi appositamente per un pubblico dal palato poco abituato. La storia d’amore poi è molto dinamica, le musiche accattivanti e la resa scenica votata all’esagerazione. Insomma, non manca proprio nulla!

Consiglio Libro: Loop

Dato che vi ho sempre parlato di artbook e illustrazioni, perché non fondere la narrativa e il disegno digitale nel consigliarvi una delle opere più particolari su cui abbia messo mano?

Loop è un libro “illustrato” di Simon Stalenhag, un artista che ha creato un vero e proprio metaverso dove negli anni ’80 la Svezia e l’America possiedono due enormi acceleratori di particelle che hanno cambiato per sempre lo scenario tecnologico. In questo mondo che non è mai esistito, robot giganti e altre creature camminano per le campagne svedesi, vivendo scenari di vita normale mentre sullo sfondo campeggiano gigantesche strutture di metallo. La forza di Stalenhag è proprio quella di fondere un tratto realistico con elementi fantascientifici sapientemente dosati, creando quella sensazione di essere davanti a un ecosistema allo stesso tempo plausibile e immaginifico.

Oltre a essere una bellissima raccolta di immagini sul tema, Loop nello specifico è un vero e proprio libro che racconta la storia della Svezia di questi fittizi anni ’80, spiegandoci cosa è successo dopo la Seconda Guerra Mondiale, la vita vicino all’acceleratore di particelle e tutti gli avvenimenti più importanti di quella Terra. La maestria con cui Stalenhag descrive questo viaggio è pazzesca, tanto da sembrare che le parole sulla carta siano veramente una cronistoria di un futuro che abbiamo mancato per un soffio. Parte di questo effetto è dovuta all’utilizzo dell’infanzia e dell’adolescenza, tanto marcata che è possibile paragonarla a Stranger Things o ai Goonies, giusto per continuare il discorso nostalgia intavolato a luglio.

Se mai accettaste il mio consiglio, vi suggerisco di accompagnare la lettura con le musiche composte sempre dallo stesso artista, disponibili gratuitamente su Spotify e Bandcamp (quest’ultimo ha anche uno spazio per delle offerte libere). E se vi piacerà quello che troverete in Loop, comprendendo abbastanza l’inglese potrete anche farvi un giro con The Electric State: la storia di una ragazza e del suo robot in viaggio in un’America ormai ridotta allo sbando dopo che tutta la popolazione è rimasta letteralmente ipnotizzata dalla realtà virtuale. Quando ci poserete gli occhi, non riuscirete più a togliervi dalla testa quello scenario.

Consiglio Videogioco: Fire Emblem Three Houses

Se si parla di mondo orientale, non si può non pensare a Nintendo e a Nintendo Switch, mio acquisto più che recente. Lo so, arrivo tardi alla festa, ma non potevo mancare Fire Emblem Three Houses, una delle mie serie preferite in assoluto.

Il gioco in questione è uno strategico a fasi dove gli eserciti alleati e nemici si scontrano su campi di battaglia pieni di soldati, maghi, arcieri e chi più ne ha ne metta. Il vero carattere del gioco è basato sulla sua narrazione e sul modo in cui il cast interagisce con il vostro alter-ego, fattori ancora più rilevanti in Three Houses.

Come suggerisce il nome, il vostro compito sarà quello di scegliere una casata e seguirla sia in una fase scolastica, dove voi sarete i professori, sia negli eventi che seguiranno 5 anni dopo l’inizio del gioco. Un racconto lungamente basato sul tempo e sui legami, perfettamente in grado di coinvolgere emotivamente anche il più distaccato tra i menefreghisti.

Oltre a essere un ottimo gioco ammirato dalla critica nazionale e internazionale, lo consiglio proprio perché credo sia l’esperienza che più mancava su Nintendo Switch, soprattutto in relazione ai marchi storici di Nintendo. Il modo in cui è stato costruito Three Houses è inoltre molto amichevole nei confronti dei totali neofiti di Fire Emblem, rendendolo un inizio più che ottimo per chi se ne voglia approcciare.

Per i “men of culture” lì fuori che mi leggono, sappiate che Three Houses è pieno zeppo di papabili waifu e husbando a vostra disposizione. Ammetto però che l’assenza della stirpe creabile dei capitoli per Nintendo 3DS mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca, ma il team di sviluppo si è fatto ampiamente perdonare con le eccellenti storie dei tre leader.

Consiglio Serie: The Boys

Tra le altre cose, sono un grande fan del Marvel Cinematic Universe come metà del globo, però ammetto che le serie TV sui supereroi non mi hanno mai convinto molto. Giusto Powerless e Titans mi hanno lasciato qualcosa di più, mentre le altre le ho già dimenticate amabilmente, soprattutto quella falsa sui superpoteri che misero su PlayStation Video. Mi vengono i brividi solo a ripensarci.

Dato che TUTTI mi consigliavano The Boys e il periodo estivo mi ha fornito più tempo, me la sono divorata per bene e, dio mio, quanto è stato difficile staccarsi dalle puntate per tornare agli impegni della vita. Al netto dei criticoni della rete pronti a dissacrare qualsiasi cosa sia basata su un fumetto e non rispetti le pagine 1:1, l’ho trovata estremamente brillante e con un cast eccezionale. Patriota (Anthony Starr) e Billy Butcher (Karl Urban) sono sicuramente le mie due scelte d’eccellenza, ma fatico a trovare anche solo un membro che abbia fatto un lavoro pessimo o mediocre. Forse giusto Queen Meeve non mi ha convinto molto, lasciandomi a bocca asciutta nonostante qualche accenno di retroscena interessanti.

La serie, per chi non conoscesse il nome The Boys e avesse vissuto in un’isola deserta fino alla lettura di questo pezzo, parla di un gruppo di uomini che, per un motivo o per un altro, finiscono per tentare di distruggere una società multinazionale in completo controllo di un esercito di supereroi dallo stampo classico. Quest’ultimi salvano le persone, fanno sponsor, campagne, pubblicità e rendono felici gli azionisti guadagnando miliardi su miliardi, ma in realtà dietro la tutina e il mantello si nasconde corruzione, vizi, droga, crimini e tutto ciò che compone la schifezza della società moderna. Uno specchio dei giorni nostri, pieno di denunce al sistema consumistico e allo stile di vita americano.

Non è la prima volta che vediamo il tema dei paladini della giustizia trattato in questo modo, ma tra tutte le trasposizioni seriali The Boys è un pinnacolo senza precedenti. Alcune scene, come l’aereo dell’episodio 4, non fatico a definirle indimenticabili oltre che iconiche, tanto da possibilmente definire le future trattazioni di queste tematiche. In particolar modo, il maggior merito di The Boys – a mio giudizio – è quello di riuscire a essere crudo al punto giusto, senza strafare con il gore o usando escamotage visivi giusto per creare sensazionalismo tra le pagine dei tabloid. Al giorno d’oggi è difficile trovare la dose corretta per lo splatter, il che la dice lunga sulla regia della serie.

Considerando che è uscita di recente ed è disponibile su Amazon Prime Video, non c’è davvero nessuna scusa per non mettersi comodi e vederla. Ora, per favore, datemi la seconda stagione.

Consiglio Film: Train to Busan

Chiudiamo con la Corea e lo splatter grazie a Train to Busan, uno dei film più famosi del filone orientale a tema zombie.

Se lo conoscevate di nomea e non lo avete mai visto perché “non so, i film coreani sono strani”, sappiate che avete commesso l’errore più grave della vostra vita. Se invece non abbiate idea del perché un film sugli zombie si chiami treno per Busan e pensate a un errore di scambio alla stazione Termini, lasciate che vi illumini.

Train to Busan è una pellicola abbastanza diretta (battuta non intenzionale) dove un intero treno carico di passeggeri finisce per essere l’unica salvezza da un’appena scoppiata apocalisse zombie. Davvero, il disastro comincia proprio quando le porte del treno si chiudono, anche perché un’infetta riesce anche ad entrare in un vagone proprio per il rotto della cuffia del segnale acustico. Da qui, come spettatori seguiremo le vicende dei pendolari all’interno del treno, in particolar modo concentrandoci sul protagonista interpretato dall’eccellente Gong Yoo che i più ferrati ricorderanno anche per Goblin: lo show che rappresenta l’eccellenza dei drama.

La storia del film è classica e non propone niente di nuovo sotto al sole degli zombie, tuttavia l’ambientazione e le dinamiche sociali che presenta sono abbastanza forti da dargli un feeling originale e tutto suo, utilizzando il treno come specchio di ciò che accadrebbe fuori dai suoi vagoni. Metteteci un pizzico di sano legame familiare, scene da testosterone qui e lì, sacrifici vari ed eroismo in pillole ed ecco che avrete la perfetta formula del film di zombie coreano più in voga. Ah, naturalmente nessuno vuole evitare di menzionare l’eccellente fattura con cui il trucco e gli effetti speciali riescono a creare dei veri e propri cadaveri viventi. Train to Busan è già vecchiotto, ma le sue idee possono essere riviste anche nella più recente serie Netflix Kingdom.

Per quanto sia disponibile in italiano in streaming o negli archivi del Blockbuster sotto casa fallito diversi anni fa, vi consiglio di ignorare quel doppiaggio orribile fuori sincro e gustarvelo con i sottotitoli. Forse un po’ impegnativo da vedere al tavolino del bar dello stabilimento, specialmente se non avete mai ascoltato il coreano in vita vostra, ma è un’ottima occasione per farsi una bella serata a base di pizza e film. Non scordatevi le birre ghiacciate!

Come to the dark side, we have cookies. Li usiamo per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi