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Assassinio sul Nilo, non è questo il sequel che state cercando

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Kenneth Branagh resta solido nella sua performance. Ma il resto del film non digerisce bene il confronto con la prima indagine di Poirot sull'Orient Express

Al cinema ci sono arrivato ancora carico della meraviglia suscitata dal primo film del 2017: all'epoca Kenneth Branagh aveva sfornato una pellicola che non saprei definire meglio che con l'aggettivo "deliziosa", equilibrata tra interpretazioni del cast e una regia ispirata. Quindi, mi son detto, cosa potrebbe andare storto in questo sequel? Ci saranno sicuramente più fondi a disposizione per la produzione, certo forse il cast è meno sontuoso della prima avventura: ma, ecco, c'è Gal Gadot. E tanto mi basterà, pensavo.

Si parte piano

Praticamente dalla prima inquadratura capisco che qualcosa non ha funzionato come avrei sperato: c'è una fotografia completamente diversa dal primo film a dominare questo secondo capitolo, si comincia addirittura con un flashback in bianco e nero che per qualche minuto mi ha persino lasciato perplesso su cosa stessi guardando. Il ritmo per la prima ora resta poi del tutto insufficiente a sostenere l'interesse dello spettatore, con una netta ripresa quando si arriva alle ammazzatine previste dal libro di Agatha Christie: la storia d'altra parte è tutta lì, in quel testo datato 1937 che la sceneggiatura non tradisce.

 

Il vero punto debole di questo film, messo a confronto col precedente, è nella scelta del regista su come rappresentare l'Egitto quale vero protagonista della storia: se a bordo del treno Orient Express i personaggi erano stipati in un vagone, sfruttando la claustrofobia generata da quegli spazi angusti per costruire la tensione, sulle acque del Nilo Branagh sceglie di sfruttare inquadrature larghe, con in molte occasioni un forte richiamo alla simmetria, sceglie di adottare una fotografia luminosa che finisce per cozzare con l'atmosfera lugubre di quella che è pur sempre una storia di omicidi.

Il budget quasi raddoppiato si vede tutto nelle sequenze pesantemente addizionate di CGI che esaltano i colori e costruiscono un'esperienza plasticosa. Meno si vede nella costruzione del cast: non c'è lo stesso dream-team di star in questo nuovo episodio di quello che potrebbe diventare un franchise, in effetti di libri la Christie ne ha scritti decine e Branagh sembra innamorato di questo universo narrativo. Nel complesso però gli attori non restituiscono la stessa prova di coloro i quali li hanno preceduti: con un paio di eccezioni.

Il Nilo ha fatto delle cose buone

Innanzi tutto, naturalmente Kennet Branagh: più ispirato davanti che dietro alla macchina da presa in questo film, in questo episodio mostra un volto più profondo e tormentato del personaggio di Hercule Poirot. Parliamo di un protagonista meno sicuro di sé, meno presuntuoso che nella prima interpretazione offerta al cinema, più umano: la maggior parte dei primi piani che il regista sceglie di girare questa volta li dedica proprio al suo personaggio, mentre il resto degli attori sono più spesso inquadrati in gruppo con l'evidente intenzione di costruire una sorta di diorama, in cui lo spettatore si possa sentire immerso come se stessimo guardando un film girato in 3D.

Altra eccezione è, manco a dirlo, Gal Gadot: credetemi, non sta parlando il cuore, ma la testa. La scelta dettata da copione e regia è quella di sfruttare fino in fondo la carica sexy di questa attrice: dal primo momento in cui mette piede davanti alla cinepresa sprizza erotismo da tutti i pori, viene vestita e truccata e acconciata in modo da sedurre lo spettatore a ogni sguardo languido lanciato verso l'obiettivo. In più, Gadot ci mette del suo: il film ho potuto vederlo solo nella versione con il (buon) doppiaggio italiano, ma lei mostra i segni di una maturazione in corso film dopo film. E in questo caso ci regala anche i primi frutti.

 

Sfortuna vuole che in realtà il film funzioni meglio quando lei è fuori dalla scena: fila via per la seconda ora abbastanza ritmato, fino a un finale forse un po' frettoloso ma che comunque risolve l'intreccio in modo onesto. Resta un po' di amaro in bocca per un film che ottiene la sufficienza, ma che alla luce del suo predecessore avrei voluto fosse ancora migliore. Diciamo che, qualunque sia la ragione per cui ciò accade, Assassinio sul Nilo sembra decisamente un film più pigro di quanto non fosse stato Assassinio sull'Orient Express.

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