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40 anni di Goldrake, intervista a Jacopo Nacci

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Il 4 aprile del 1978 andava in onda per la prima volta in Italia Goldrake Ufo Robot, per analizzare l'importanza di quel momento abbiamo chiesto un parere a Jacopo Nacci, autore di Guida ai Super Robot

L’impatto che Goldrake ha avuto sull’Italia è stato qualcosa di straordinario, potentissimo. Oggi abbiamo fior di libri che documentano e analizzano cosa accadde a partire da quel 4 aprile di quarant’anni fa. C’è il fondamentale Mazinga Nostalgia, ormai il classico degli studi italiani sugli anime, che continua a essere riveduto e ampliato con cura certosina dal suo autore Marco Pellitteri. Ma da Goldrake. La storia di un mito di Jurij G. Ricotti a C’era una volta Goldrake di Massimo Nicora, per non parlare di tutti i libri che comunque se ne occupano in un quadro più generale, il reparto dedicato al super robot con le corna inizia a essere consistente, e particolarmente ghiotto per chi voglia documentarsi su una aneddotica vastissima e affascinante, che comprende polemiche parlamentari e mediatiche e commenti entusiasti degli operatori RAI.

Jacopo Nacci è forse una delle penne più importanti nella cultura pop italiana, soprattutto quando parliamo di robot giapponesi. Il suo approccio accademico alla materia e la sua conoscenza della materia rendono il suo Guida ai SuperRobot uno dei testi fondamentali per chi voglia approfondire simbologie, metafore e legami dei personaggi che hanno popolato la nostra infanzia. Già all'epoca intuivamo che quei cartoni nascondevano qualcosa di più grande di un bellissimo spettacolo di mostri giganti e attacchi solari. Di fronte ai nostri occhi si dipanava una rivoluzione culturale, un attacco allo status quo che lancio il suo assalto più importante proprio 40 anni fa.

Per omaggiare l'anniversario di Goldrake in Italia abbiamo chiesto a Jacopo una panoramica su questa data fondamentale. Buona Alabarda Spaziale a tutti!

Cosa ricordi del tuo primo contatto con Goldrake?

Non mi ricordo esattamente il primo contatto: nel 1978, al momento della prima messa in onda italiana, avevo tre anni, in pratica Goldrake emerge insieme ai miei primi ricordi, è lì, ed è una parte fondamentale di quel mondo, ricordo la potenza della visione. Tieni conto che andavo all’asilo dalle suore: il mio è un mondo che nasce già trasfigurato in senso metafisico, e per tutta l’infanzia il cielo è stato una sorta di portale.

Cosa lo rende Goldrake così fondamentale?

Ci sono almeno tre livelli, qui. C’è il ruolo di Grendizer per i giapponesi, quello di Goldrake per gli italiani, e l’importanza di Grendizer nell’evoluzione dell’animazione super-robotica. L’importanza di Goldrake per gli italiani è immensa; proprio in questo periodo viene pubblicato in una nuova edizione il fondamentale Mazinga Nostalgia di Marco Pellitteri, e lì ci sono tutti gli elementi sufficienti a farsi un’idea del ciclone culturale, mediatico e politico che investì l’Italia nel ’78. Grendizer, è noto, non è entrato nel cuore dei giapponesi quanto Mazinger Z, probabilmente per lo stesso motivo per cui, invece, in Italia e Francia ha sfondato: è il primo robottone che vedi quello che ti colpisce. Questo benché lo stesso Nagai ritenga Grendizer un’opera più profonda delle precedenti (cfr. Marco Pellitteri, Il drago e la saetta).

https://www.youtube.com/watch?v=cIPZNYoVvD8

Poi c’è quello che personalmente ritengo l’aspetto più interessante: il ruolo di Grendizer nella storia dell’animazione super-robotica. Grendizer consolida lo stilema dell’orfano alieno il cui pianeta d’origine è stato aggredito dallo stesso nemico che nella serie aggredisce la Terra. È un’idea che era già stata sfruttata in Astroganger (1972) – ed è sostanzialmente il motivo più valido per ritenere Astroganger una serie super-robotica – e che in una strana declinazione compare anche in Raideen (1975). La differenza rispetto agli altri super robot nagaiani è che di solito questi affrontavano un nemico che proveniva dal passato, segnatamente dalle viscere della terra. In pratica, con Grendizer, Nagai e la Toei fanno propria un’idea che aveva caratterizzato gli unici due super-robotici che non erano usciti dal loro studio – Astroganger è realizzato da Knack Productions, mentre Raideen è niente meno che la prima opera robotica di Soeisha Sunrise Studio, cioè Sunrise, e vede avvicendarsi alla regia due mostri sacri come Yoshiyuki Tomino e Tadao Nagahama.

Ora, lo stilema dell’orfano alieno non è solo lo stilema dell’orfano alieno: nel caso di Grendizer evolve a un livello completamente diverso quello che era il tema nagaiano del ritorno del rimosso. Quando i nemici provenivano dal passato e dalle profondità della Terra, l’eroe doveva evitare che riprendessero il dominio. Quando entra in scena l’orfano alieno, non si ripresenta solo il nemico, si ripresenta l’intera storia: c’è già stato un pianeta aggredito, e la guerra è stata persa, dunque l’eroe non si limita a evitare che i cattivi prendano il potere: l’eroe deve scongiurare il ripetersi del ciclo del tempo; non è più chiamato a ricacciare nelle fogne della storia o della coscienza il rimosso che vuole ritornare: è chiamato a spezzare il ciclo dell’eterno ritorno.

Questo stilema, che è una vera e propria cosmogonia mitologica, avrà un successo incredibile, interessando diverse serie super-robotiche in questa o in altre varianti: da UFO Senshi Diapolon – che a UFO Robot Grendizer evidentemente deve qualcosa già dal nome – fino a Daltanious e Baldios, che in qualche modo la porteranno a compimento rovesciandola su se stessa, anche se in due modi completamente diversi. In ogni caso, un effetto secondario dell’inserimento dello stilema dell’orfano alieno, è l’affermarsi del nemico come extraterrestre.

Ma non è l’unico motivo per cui Grendizer è importante. C’è il fatto che Grendizer è anche una storia d’amore, anche se non molto esplicita, ma gli standard erano quelli che erano. Anzi, è una storia di amori, che contraddistinguono il passato dell’eroe, e che tornano, anch’essi, insieme al passato.

E ci sono anche peculiarità che rimarranno lì. Quante altre serie di robottoni classici conosci che presentino una squadra  composta da uomini e donne in egual numero?

Qual è il filo rosso, se c'è, che lega i robot giapponesi?

L’anime di super robot è un costrutto, una serie di elementi che ricompaiono spesso insieme: il robottone, appunto, che è una sorta di mediatore di mondi, l’orfano alieno, lo scienziato della base, l’idea di una catastrofe che è già avvenuta e il ripresentarsi di qualcosa di antico, i rituali della trasformazione e del colpo finale, e altro ancora. La sensazione è che spostando o eliminando uno di questi elementi, gli altri cambino per andare a riequilibrare il tutto.

 

Un’altra sensazione è che questi elementi siano legati a livello archetipico, insomma in un modo più profondo e motivato del mero ripresentarsi insieme in diverse opere. Se dovessi stringere molto, direi che, nella sua forma più compiuta, la super-robotica classica parli del tempo, di come l’eroe riesca a spezzare la ciclicità del tempo, e di come questo abbia a che fare con  l’affermazione di un soggetto autonomo, con la liberazione dalle forze che tendono a trasformarlo in oggetto, qualcosa che è mosso da altro e che suo malgrado si ritrova a ripetere sempre lo stesso copione: le forze del passato, il ciclo del tempo, tutto ciò che rappresenta il rimosso dell’eroe va affrontato per liberarsene.

È una tematica legata al ruolo importantissimo che ha la tecnica, rappresentata dalla tecnologia, nell’ambito del genere. Il robot gigante in connessione con il suo pilota, la tecnica che invade e contamina i corpi dei nemici, gli ostaggi sottoposti a controllo mentale: nell’anime super-robotico la tecnica è ovunque, e la tecnica è manipolazione, e in quanto manipolazione tratta i soggetti come oggetti; usando un termine specifico parlerei di reificazione.

All’incrocio di queste due correnti concettuali, quella del tempo ciclico e deterministico e quella della tecnica come reificazione degli individui, si trova l’eroe, chiamato a spezzare questo determinismo che soverchia la libertà dei singoli.

Qual è oggi il suo legame con gli spettatori italiani? I cartoni giapponesi sono realmente una lingua franca italiana?

Per molti i cartoni giapponesi, e forse i robottoni in special modo, rappresentano un rifugio: non sembrano importanti per se stessi, per il valore delle opere, quanto perché hanno la capacità di richiamare il periodo dell’infanzia – e poi lamentarsi che non ne fanno più di così belli e che comunque i giovani d’oggi guardano certe schifezze che etcetera. Se ci pensi, è un destino beffardo per delle storie di robottoni che raccontavano di come un eroe riuscisse a liberarsi delle pastoie del passato. Ma qui sta il punto: sembra che la suggestione infantile si mangi tutto: non solo il senso delle storie, persino le storie stesse, delle quali rimangono i rituali automatici, trasfigurati in battute reiterate e noiose sulla polvere di Pollon e i campi di Holly e Benji, e le sigle. Ecco, direi che le sigle italiane dei cartoni giapponesi sono realmente una lingua franca italiana.

Credo che questo abbia a che fare con la nostra cultura, mette insieme diverse tendenze tipiche, l’escapismo, un certo bisogno di deideologizzare, un primato attribuito agli individui, l’autore nel caso della cosiddetta cultura alta, lo spettatore nel caso della cosiddetta bassa, a discapito della centralità dell’opera. Ma va detto che stiamo anche vivendo, mi pare, anni bellissimi per la critica delle culture pop.

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