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2120 – Gli uffici sono l’inferno

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2120 è un fumetto librogame a tema horror di George Wylesol, edito in Italia da Coconino Press.

Wade Duffy è uno che ripara comunque, un lavoro normale, anche noioso, fatto di momenti stressanti, conversazioni banali e uffici tutti uguali con problemi tutti uguali. Un giorno Wade entra in un ufficio al 2120 e la porta si chiude alle sue spalle, per uscire dovrà affrontare un percorso che lo porterà in posti fisici e mentali dove non avrebbe mai pensato, e forse voluto, essere.

2120 è un fumetto librogame di George Wylesol pubblicato in Italia da Coconino Press. Meno vi dico di ciò che ci troverete all’interno è meglio è, ma quel che posso dirvi è che, rispetto a molti librogame giocati in questi anni dove il genere ha avuto un ritorno di fiamma, 2120 sembra strutturato in maniera molto più consapevole del suo essere un prodotto ibrido che ha bisogno di un ripensamento della pagina e dei modi in cui si interfaccia col lettore.

Tutto è narrato in prima persona dagli occhi Wade, con rarissimi momenti in cui usciamo fuori dal suo corpo, questo ha permesso all’autore di rendere questo fumetto la cosa più vicina a un’avventura in prima persona in cui i bivi narrativi e le scelte da prendere sono mostrate direttamente “a schermo” invece di dirci “Se vuoi andare destra pagina 20, se vuoi raccogliere l’oggetto pagina 34”. In questo modo il racconto scorre in molto più organico e anche più in linea con un certo tipo di prodotti videoludici in cui leggere lo spazio intorno a noi per trovare le zone di interazione era parte dell’esperienza, dove schermate fisse ci chiedevano di andare a destra, a sinistra o analizzare un oggetto o un dettaglio.

 

E proprio come in quelle storie, 2120 è ricco di vicoli cechi, stanze vuote, ma anche dettagli, numeri, codici cifrati che dovremo annotarci per proseguire nella nostra avventura negli orribili spazi che ci attendono.

 

Orribili sì, ma non aspettatevi orrori granguignoleschi, mostri, demoni o cose così. L’orrore a cui 2120 ci mette di fronte è quello terribile e conosciuto degli uffici, degli spazi del lavoro, che anche quando sono abbandonati portano con sé l’alienazione di chi li ha vissuto. In questo lo stile grafico adottato è perfettamente funzionale a un’avventura degli anni ’80 che abbozza un tentativo di 3D e che può sfruttare chip grafici limitati. I colori sono essenziali, acidi, con una predominanza di giallo. Il tratto è quello di un disegno paint o dei primi esperimenti di avventura grafica

Camminando per i vuoti corridoi dell’ufficio al 2120 mi sono venuti in mente le prime avventure grafiche come Wizard ant the Princess di Roberta Williams, le tonalità acide di Treasure Hunt, ma anche gli uffici di Stanely Parable o la narrazione per assenze di Gone Home. C’è un gusto profondamente indie dentro 2120, quello dei giochi horror con buone idee e pochi mezzi che trovi su itch.io e che in poco tempo diventano fenomeni della rete grazie a qualche streamer.

 

E l’epopea di Wade non poteva che avvenire dentro un ufficio, spazio liminale per eccellenza, perché dopo poco, nella solitudine di quei muri fluorescenti emerge sempre di più un senso di fastidio, di mal celato orrore, di quel senso di inquietudine, di “weird and eerie” di cui ha scritto Mark Fisher. Un profondo senso di angoscia che non è legato a qualcosa di specifico, ma a un vago senso di qualcosa che è fuori posto e che lo è sempre di più viva via che andiamo avanti. Forse ci sono anche vaghi segni di auntologia, ovvero di quella nostalgia di un futuro perduto, quello magari dei videogiochi di un tempo, perché in fondo 2120 è anche un’opera profondamente retroludica e quindi per certi versi automaticamente schiava di vecchie forme sociali, quali il librogame, quali l’avventura grafica. Spazi ormai amichevoli per più di un generazione ma che possono diventare estremamente perturbanti.

Tornando ai giochi di riferimento, c’è un orrore razionale all’interno di 2120 che in qualche modo mi ha ricordato i tormenti di I have no mouth and I must scream, forse il racconto (e videogioco) più famoso di Harlan Hellison dove un supercomputer si diverte a torturare quattro superstiti della razza umana in una sorta di continuo contrappasso. E la cosa più assurda è che le due opere non hanno niente in comune.

 

Non definirei 2120 un’opera divertente, ma d’altronde non tutto ciò che ci piace dev’esserlo e dovremmo staccare il concetto di gioco da quello di divertimento, ma senza dubbio un prodotto affascinante che nasce da un mistero molto semplice per catturare il lettore e avvolgerlo progressivamente nelle sue spire. Come prodotto narrativo non piacerà a tutti perché non è per tutti, richiede un certo impegno e un certo gusto per gli ambienti ludici di un tempo, per non parlare della necessità di annotarsi numeri, dettagli e così via.

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